Prefazione

San Diodato

Prefazione

 

All’inizio di queste pagine, sentiamo il dovere di fare opportuna, pubblica confessione. Vogliamo dire che siamo sinceramente pieni di rossore e confusi nel doverci confrontare e nel dover confutare qualche asserzione del compianto professore Gaetano Squilla, e tenacemente contestare quelle di una personalità, qual è il plurilaureato Don Dionigio Antonelli, la cui fama di storico travalica i confini nazionali.

Alla buona anima del professore Squilla vogliamo dire (sicuri che ci ascolta perché crediamo nella trascendenza) di non aver scordato la giusta rampogna che ci propinava allorquando, incautamente ma con il candore dell’adolescente, ci permettevamo di contestarlo: “TU SE’ CIUCCIE E PRESENTUSE“.

Siamo sinceramente convinti della giustezza del “ciuccio” , sia per allora che per il presente, ma il presente, “presuntuoso“, caro professore, ce lo deve perdonare. Noi non siamo scrittori o letterati , il cui periodare, forse, farà sorridere, ma le vogliamo far sapere che il nostro intento (sotto l’impulso dell’aldilà) mira ad un solo scopo: la verità su DEUSDEDIT XV° ABATE DI MONTECASSINO, che siamo sicuri si identifica in San DIODATO, del quale San Giovanni Valleroveto (AQ) si onora di custodire i resti mortali, e dai suoi residenti ed oriundi amato e venerato sin dai primi vagiti.

Noi siamo dei semplici esegeti delle fatiche letterarie dei predetti ed altri scrittori e l’ampio stralcio che di esse ne abbiamo fatto vuol supplire alla pochezza del nostro scibile.

Ci è venuta la cosiddetta “pelle d’oca” mentre scorrevamo le pagine delle opere letterarie che interessano la storia “minima” del nostro paesello e quella “maiuscola” del Nostro Santo Protettore.

Come orientarsi tra l’immensa mole delle citazioni bibliografiche portate a sostegno delle loro tesi dagli insigni scrittori?

Abbiamo acquisito dei testi e documenti dell’epoca che ci interessavano, abbiamo frequentato qualche archivio e ci siamo appassionati, nella nostra pochezza all’affascinante mondo dell’Alto Medio Evo con i suoi sorprendenti usi e costumi.

Che cosa abbiamo appreso? Quali convincimenti ne abbiamo tratto?

Premesso che mai e poi mai ci saremmo sognati di affrontare l’impegno della stesura di un libro, se non ci fosse stata l’enorme provocazione da parte dell’insigne letterato che in una sua opera mette in discussione l’ultra millenaria fede del nostro popolo, dobbiamo confessare di essere grati a quell’autore che ci ha spinti a farlo, offrendoci supplenza alla noiosa “routine” della nostra vita da pensionato.

Tornando alla storia, possiamo affermare che in quei tempi lontani, potenti forze dominavano la scena politica e amministrativa, in perenne e reciproca ostilità, che turbavano le menti dei popoli attraversati da tremiti e sospiri per le difficoltà delle guerre e delle carneficine.

Tra il potere civile esercitato dagli Imperatori e quello temporale dei Papi infuriavano dispute sanguinose; singoli paesi sfidavano i potenti; continui dissidi animavano il popolo contro la nobiltà. Il Papato, prima potenza mondiale, era più zelante nelle imprese belliche, in alleanze, in scomuniche e castighi, in crociate, che nella dovuta cura delle anime. Lo splendore della cultura occidentale sembrava in pericolo, in mancanza di una guida, una sicurezza. Ma per fortuna, o per meglio dire con il conforto dell’immancabile Provvidenza Divina, in mezzo a tanto bailamme non mancarono dei Giganti che con la loro immensa spiritualità ed ascetismo non permisero che i popoli cadessero nell’agnosticismo, alimentandone la fiamma della Fede. È il caso di fare qualche esempio?

San Benedetto da Norcia, fondatore dell’Ordine Benedettino; San Romualdo, anch’egli Benedettino, fondatore dei Camaldolesi; San Domenico, fondatore dei Domenicani (seguaci delle teorie di S. Agostino); San Francesco, con il suo eccelso ascetismo, fondatore dei Francescani; Santa Caterina da Siena, terziaria domenicana, che con le sue lettere indusse il Papa a riportare da Avignone a Roma la sede pontificia e si prodigò per la riforma e l’unità della chiesa.

Tra i suddetti Giganti, ed altri ancora, si inserisce il meno noto, ma non meno grande nella fede e nel coraggio di testimoniarla, il Nostro amato Benedettino San Diodato.

Ci siamo proposti di guardare ed ispirarci soltanto alle figure di questi colossali fari accesi dal Creatore nelle tenebre incombenti sul mondo dei “secoli bui“, senza farci incantare dalla catena intrigata di riflessioni su opere di autori emblematici. Questo perché? Perché la nostra non è un’opera letteraria, ma una semplice indagine su uno dei numerosi personaggi antichi ed anche perché siamo stati colti dal sospetto che molti letterati indulgono spesso allo sfoggio del loro scibile, attenti alle sottigliezze celate tra le righe dei testi infarciti di tortuosità dialettiche e protesi, spesso, ad affermare una loro tesi in antitesi di altre sullo stesso specifico contesto storico.

Infatti, non c’è certezza storica e geografica particolareggiata nello studio dell’Alto Medioevo perché la perenne conflittualità tra contee e principati ingeneravano un susseguirsi di avvenimenti ravvicinati, soggetti alle umorali alleanze, tradimenti apparentamenti ed opportunismi di ogni sorta.

In quei secoli antichi, ad esempio, non vi è certezza neanche delle date del calendario liturgico e relative liturgie. Non era possibile sapere l’inizio della Quaresima e della conseguente festa della Resurrezione perché ogni vescovo ne faceva un problema nel fissare la data secondo convenienza. Lo stesso Giustiniano (546) ritardò di una settimana la quaresima per favorire la corporazione dei macellai che non intendevano sospendere la vendita della carne nel periodo di prescritta astinenza. (Ved. MIGNE ed il “De Ratione Paschae” di Dionigi il Piccolo). Non è possibile quindi inquadrare in modo organico e sistematico il periodo che va dal secolo VIII° al XV°, per quanto riguarda la storia delle nostre valli e monti sotto il profilo della giurisdizione politica e religiosa.

La Valle Roveto, ad esempio, è stata sempre soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora?

Le alte cariche civili e religiose, in quei tempi, erano appannaggio dei nobili e, nel periodo Carolingio, quasi mai privilegio di razza italica, ma di razza sveva, bavarese ed occasionalmente di razza “longobarda”. (Ved. “CARLOMAGNO” di Donald Bullough p.86).

Per quanto riguarda Sora, poi, non era essa inclusa nella “Terra di San Benedetto” che andava dal Mar Tirreno a quello Adriatico? “Il dominio cassinese, incuneato fra lo Stato della Chiesa e l’Italia meridionale di cui forma la porta, è ormai uno dei fattori dell’equilibrio italico: “la Terra di San Benedetto, si estende dall’uno all’altro mare. Nella maggior parte della Terra del Lavoro, del Sannio e degli Abruzzi, nei territori lontani che la badia possiede dalla Puglia e l’Illiria fino alla Sardegna, l’Abate di Montecassino esercita la giurisdizione ecclesiastica ed il potere civile del vasto dominio al quale è preposto, egli è il solo vescovo e il solo sovrano. All’infuori del Papa, egli non riconosce alcuna autorità ed i principi vicini, come i re stranieri, non si presentano a lui che nella umile attitudine del donatore e del pellegrino” .(bibliografia “Montecassino – T. Leccisotti).

L’immane sforzo compiuto nella stesura di parte di queste pagine intime e melanconiche, certamente non riservate all’élite culturale, mira innanzitutto all’esigente ed impellente legittimazione della Fede di un minuscolo popolo, ma anche a soddisfare quella spinta interiore che ci riconduce a minute radici e a ricollegarsi a quel filo di tradizione non certo filomodernista e freddamente curiale.

Si pensava, all’inizio, di effettuare breve indagine per dirimere ombre e dubbi “sull’orticello” alto-medioevale Sangiovannese e sul suo “GRANDE ORTOLANO”, ma la bramosia del riscatto di una condizione sociale, la riscoperta di antichi valori e la salvifica melanconia di perdute cose e delle memorie che si vanno spegnendo per l’audacia di moderni “incursori” futuristi; il tentativo di arrivare alle radici riannodando sterpi e dipanando grovigli, hanno partorito una mole ponderosa ed all’inizio inimmaginabile.

Non sappiamo se queste note nostalgiche, di un pensionato indigeno, piccola porzione di memoria e di testimonianza delle sacre tradizioni Sangiovannesi, potranno sortire qualche effetto per più dotti e sapienti giudizi, un fatto è certo, però: non si può impunemente e semplicisticamente stravolgere verità legate ai sentimenti più intimi ed elevati di tante generazioni, senza che qualcuno reagisca.

Ci siamo sentiti autorizzati e confortati in quest’impresa da quel grande filosofo francese, dal sigillo sacerdotale, MALEBRANCHE – Nicola de (Parigi 1638 – 1715) che nella sua opera letteraria “RICERCA DELLA VERITÁ” afferma che essa è inaccessibile agli spiriti brillanti: “Le stupide et le bel esprit son égalment fermés a la verité“. Infatti, spesso si bada più alla ricerca del “dolce stile“, che alla scoperta della sostanza dei sentimenti più veritieri.

Nessuna vocazione letteraria, dunque, ma soltanto un’istintiva risposta “a quel moto che ditta dentro“, in forte disagio di fronte alle contraddizioni e alle ipocrisie che attraversano le vicende storiche del periodo antico che si è dovuto affrontare. Ci si aggiunga anche la problematicità dell’intimo coinvolgimento personale su vicende, che videro attori antenati singolari, il travalicamento dei limiti del retaggio culturale, e si ha l’esatto quadro della tensione dinamica che si è dovuta superare sugli argomenti trattati.

Il megafono di chi detiene il potere, purtroppo, mette sempre a tacere anche la voce più schietta di chi si vorrebbe ad ogni costo devoto e sottomesso. Ma l’apertura delle indagini e le discussioni, tendenti a rompere silenzi su false asserzioni, con un esame più approfondito, potranno creare solidarietà, per dare una risposta sicura al contenzioso di interrogativi opportunisticamente posti in essere da pulpiti insospettabili.

L’esigenza di chiarire le contraddizioni con cui si è cercato di nascondere e manipolare verità storiche da parte di interessati dilapidatori di prebende, è ormai diventata impellente per restituire al minuscolo popolo Sangiovannese certezze sul futuro cammino spirituale sotto la protezione del suo glorioso San Diodato; Santo a cui deve essere restituita la gloria e la venerazione sancita da antichi martirologi, non solo da parte dei Sangiovannesi, che non gliel’hanno fatta mai mancare per oltre un millennio, ma specialmente da tutta l’intera comunità della diocesi di Sora e del grandioso Ordine Benedettino cui appartenne ed appartiene.

Il nostro mestiere, per trentadue anni è stato quello di Carabiniere e proprio sfruttando la caratteristica di tale professione ci siamo entusiasmati nell’indagare su fatti lontani anni luce dalla nostra epoca, ma molto presenti nella tradizione e, vorremo dire, nella pelle del nostro popolo.

Ci siamo genuflessi davanti all’urna di San Diodato per ascoltare i suoi consigli ed i suoi suggerimenti, che siamo sicuri non ci ha fatto mancare per giungere ad una verità essenziale per il cammino spirituale del ramingo popolo Sangiovannese.

DIXIT: “NON SIT CURAE DE MAGNI NOMINIS UMBRA”

 

Nota

Perché il “plurale maiestatis” della prefazione e dell’intero trattato? Abbiamo fatto appena professione di pochezza letteraria e, quindi, nessuna velleità di grandezza. La nostra, ripetiamo, è soltanto una indagine e, pertanto, com’è prassi nei rapporti giudiziari, da buon Carabiniere “a tal uso avvezzo” ci siamo ad essi conformati.

MAESTOSA È LA LEGGE

NON CHI LA INTERPRETA O LA APPLICA

“Il sale è buono, ma se anche

il sale perdesse il sapore

con che cosa lo si salerà?

non serve né per la terra

né per il concime

e così lo buttano via.

chi ha orecchie per intendere,

intenda”

(Vangelo di Luca: 15,14)

“Or io, Signor, per quelli eterni Dei

che scorgon di là su se’l vero io parlo,

per quella pura e’ntemerata fede

(Se tra mortali in alcun loco è tale)

ond’io già tutto a rivelar ti vengo,

priegoti che pietà di me ti prenda,

e de miei tanti e sì gravosi affanni

ch’indignamente io soffro…..”

(ENEIDE – Virgilio)

 

Antefatti

S. Elia di S. Giovanni Vecchio

“Portandoci da Balsorano verso S. Vincenzo, successiva tappa di questa indagine, non può passare inosservato l’eremo di S. Elia, sito sulle sommità montane dei Marsicani in territorio di S. Giovanni Vecchio, anche se non se ne conosca l’epoca esatta e se ne ignori del tutto la matrice monastica.

La sua presenza in loco merita attenzione, soprattutto ai fini di una maggiore conoscenza dell’eremitismo nella zona, uno dei temi che corrono tutta questa ricerca.

Il romitorio sorgeva ad oltre 1500 m. s.l.m., tra i confini dei castelli di S. Giovanni in Valle Roveto e di Colle Longo sull’opposto versante della valle del Fucino, nelle vicinanze di un fontanile chiamato ancora S. Elia e dove affiorano appena gli ultimi ruderi superstiti dell’antico insediamento monastico. 

La chiesa di S. Elia insieme con quella di S. Giovanni “de Collibus” è documentata nella prima  metà del sec. XIV, anteriormente all’epoca di recente (1977) indicata da Squilla, il quale ne rinviene la prima notizia nel 1358 della chiesa parrocchiale di S. Giovanni. I suoi beni, fin dalla prima metà del sec. XIV, risultavano uniti a quelli.

Nel 1663 l’alpestre cappella era localizzata a confine dei due citati castelli, con al di sopra una verde radura chiamata Prato S. Elia, e si trovava in completa rovina; possedeva inoltre delle proprietà garantite da un antico inventario che si conserva nella chiesa parrocchiale, ed infine vantava una remota tradizione eremitica.

L’esistenza di questo antico inventario in detta parrocchia prova che i beni di S. Elia rimasero indivisi da quelli di S. Giovanni dall’inizio del sec. XIV fino al 1663, che è quanto dire che in quel romitorio nel medesimo arco di tempo non si verificò alcun insediamento monastico. Difatti in tale periodo S. Elia non dà alcun segno di vita.

Pertanto una comunità di asceti vi dimorò prima che i suoi beni venissero definitivamente aggregati alla parrocchia di S. Giovanni, vale a dire anteriormente al sec. XIV.

Un’epoca questa che coincide col periodo di maggiore sviluppo dell’eremotismo nelle nostre valli, quando il fenomeno era generalizzato e si estendeva dall’abbazia di Montecassino ( monte Pesoluso) a Valle Comino (S. Trinità e S. Gerardo); dalla diocesi di Aquino (monte Asprano) agli Ernici di Sora (Settefonti, S. Maria e S. Leonardo) e ai marsicani di Pescosolido (S. Pietro al Lacerno) e di Valle Roveto (S. Angelo di Balsorano, S. Elia di S. Giovanni e S. Francesco di Civita d’Antino).

Un fenomeno che per la sua dimensione geografica e per la sua contemporaneità (sec. XIII), in rapporto a quello verificatosi intorno al Mille circoscritto al sorano e al verolano, può considerarsi la maggiore e più felice stagione eremitica del Medioevo di queste valli.

Ma il nome di S. Giovanni Vecchio è noto in tutto il circondario di Sora e della Marsica particolarmente, perché la sua chiesa custodisce un’antica gloria sacra: il corpo di S. Diodato abate, un santo da secoli venerato in quelle plaghe e festeggiato ogni anno il 27 settembre con grande concorso di popolo.

Sarebbe una inesplicabile omissione se non dessi qui anche un breve accenno alla luce dell’agiografia più aggiornata.

Nulla si sa della sua vita e del suo tempo. Il Fenicchia ne rinviene la prima notizia il 18 settembre 1617, data della sua invenzione. La prima testimonianza del santo da me reperita è, anche se di poco anteriore, del 1593 ed è relativa all’esistenza in quell’anno nella chiesa di S. Giovanni di un altare di S. Deodato e di un altro dedicato a S. Elia, una nuova inobliabile memoria dell’antico eremo.

Ma l’altare con l’urna del santo risale ad epoche remote. Difatti nell’invenzione del 1617 insieme con le sue reliquie si trovò anche una formella in pietra con scolpita l’effigie del santo, recante il pallio ed il pastorale e sul frontespizio in scrittura gotica il suo nome: “Deodatus”. Il lavoro di buona fattura artigianale, attesa la grafia, è databile intorno ai secc. XIII – XIV.

Pertanto anche l’altare del santo, dove la piccola scultura fu rinvenuta, deve farsi risalire a tale epoca. Il prezioso reperto sussiste ancora e si può ammirare nel presbiterio della chiesa.

Il 9 aprile 1636, con l’assenso e l’autentica del vescovo di Sora Paolo Benzoni, una insigne reliquia di S. Deodato, a scopo devozionale, venne solennemente traslata a Montecassino e conservata nel sacrario dell’abbazia.

Pochi anni dopo, cioè nl 1643, Scipione, nell’elogio dell’abate cassinese Paolo Camillo (1632–1634) , commemorando l’avvenimento, identificava il santo di S. Giovanni Valle Roveto con l’omonimo abate di Montecassino S. Deusdetit che governò l’archicenobio dall’828 all’834, senza addurre prova alcuna che spiegasse la eventuale presenza del corpo santo nel casale vallerovetano, sia quando parla dell’abate Camillo che dell’abate Deusdedit.

La sua tesi ovviamente non trovò eco nella storiografia posteriore del monastero e la sua rimase una eco isolata.

D’altra parte, tanto nell’atto d’invenzione e di traslazione del 6 giugno 1618, redatto a S. Giovanni quanto nello strumento del 9 aprile 1636, steso a Montecassino al termine della cerimonia di consegna della reliquia, non si rinviene cenno alcuno che dia adito a una possibile identificazione dei due personaggi.

In seguito, l’errata interpretazione dello Scipione, fu sottolineata ed adeguatamente confutata dal Gattola, il quale tra l’altro assicurava che le ceneri del santo abate del sec. IX si trovavano ancora nell’abbazia, anche se non era in grado di precisarne il luogo.

All’inizio del nostro secolo un anonimo scrittore di S. Giovanni vecchio, probabilmente l’abate curato dell’epoca, come risulta dallo stesso titolo del suo monoscritto, con vari argomenti scarsamente probativi, tornava a proporre la tesi dell’identificazione tra il santo sangiovannese Deodato e l’antico abate di Montecassino Deusdedit., ma oggi tutta l’agiografia è unanime su due punti essenziali: che si tratti di due personaggi completamente diversi e che il culto di S. Diodato è limitato al sorano.

A mio avviso non può essere che così. S. Diodato di Valle Roveto è un santo locale, come il suo culto, al pari di S. Ermete di Rendinara che visse e morì sul luogo. Egli, giusto quanto afferma qualche agiografo, dovette aver rapporti con qualche famiglia monastica del posto.

Ora anteriormente al sec. XIII, nella zona, come già risulta, si trovavano sia gli eremiti di S. Elia che i benedettini (volturnesi e cassinesi). Pertanto il santo dovette appartenere ad una di queste due comunità; più alla prima che alla seconda.

Difatti nella chiesa di S. Giovanni Vecchio tutto parla di S. Elia: l’altare, il culto, i beni ed il relativo inventario. Dopo l’abbandono dell’eremo tutto fu traslato a valle nella parrocchia. Il corpo di S. Deodato veniva dai monti, come il culto e i beni di S. Elia.

L’altra ipotesi è meno probabile, ma pure attendibile. Tra tutti i benedettini finora incontrati l’unico che si chiamasse Deodato,”Deodatus”, come nella formella samgiovannese, lo rinveniamo appunto in questa parte dell’”ager” sorano: è il preposito del cenobio volturnese di S. Colomba ai confini tra Sora e Pescosolido, vissuto nel 1040.

E’ vero che non basta l’omonimia a provare l’identità delle persone. Però, se pensiamo che i monaci del Volturno si trovavano in quell’epoca anche nella vicina Balsorano con pertinenze che toccavano certamente quello che sarebbe stato poi il Casale di S. Giovanni Vecchio, l’ipotesi che si tratti del medesimo personaggio, morto costì in odore di santità, non appare peregrina ed infondata.

Il luogo del sepolcro del santo vallerovetano è, a mio avviso, anche quello della sua vita. Ricercarlo fuori da tale territorio o identificarlo diversamente è indulgere alla fantasia.”

(Dionigio Antonelli – “ABBAZIE, PREPOSITURE E PRIORATI BENEDETTINI

NELLA DIOCESI DI SORA NEL MEDIOEVO”. Sec. VIII – XV. Pag. 320 e seguenti)

Riportiamo qui di seguito quanto scriveva Giovanni Musolino sul giornale “Avvenire” del 12 marzo 1995 e il 23 aprile 1995

12 marzo 1995

A San Giovanni Valle Roveto

Il Corpo Di San Diodato

Il culto del Santo veniva già praticato al tempo del Vescovo Marco Antonio Salomone

La presenza del monaco eremita San Deodato a San Giovanni Valle Roveto è legata all’abazia di Sant’Elia che sorgeva nello stesso territorio. L’abazia prendeva forse il titolo da Sant’Elia Speleota, monaco basiliano calabrese vissuto dall’865 al 960. Una notizia sull’abazia risale al 26 maggio 1358 quando Papa Clemente VI da Avignone l’affidò col cenobio di San Giovanni a Marcuzio Meleozio.

Nella visita pastorale fatta dal Vescovo Girolamo Giovannelli il 18 ottobre 1617 si legge che la chiesa di Sant’Elia era ormai scomparsa e di essa si potevano vedere solo i ruderi rasi al suolo. Nel luogo rimanevano cinque faggi e i resti di tre abitazioni. Il Vescovo dispose allora che sul posto venisse eretta una grande croce di legno che potesse essere vista dai passanti. L’abate di San Giovanni, al quale era stato assegnato il beneficio della chiesa, fu obbligato ad assolvere quell’onere entro due mesi con la minaccia di 10 ducati di penalità.

Lo stato di abbandono della Chiesa di Sant’Elia, verificatosi nei secoli precedenti aveva probabilmente causato il trasporto delle spoglie di San Deodato alla Chiesa parrocchiale di San Giovanni. In essa il culto del Santo veniva già praticato al tempo del Vescovo Marco Antonio Salomone (1591 – 1608), il quale vide nella Chiesa un altare dedicato a Sant’Elia ed uno a San Deodato.

Un nuovo risveglio del culto del Santo avvenne nel 1617 quando il Vescovo Girolamo Giovannelli, avendo osservato che nella Chiesa di San Giovanni l’altare dove era custodito il corpo del Santo era quasi unito all’altare maggiore e ostacolava la celebrazione delle funzioni sacre, dispose che le spoglie venerate fossero disseppellite e si procedesse alla loro ricognizione. I lavori di demolizione e di scavo furono eseguiti sotto la guida dei deputati della Comunità Antonio Ruggeri e Pietro Paolo Finocchio e il rinvenimento del corpo del Santo fu fatto il 18 settembre di quell’anno. Dalla demolizione del sepolcro fu salvata una formella di pietra raffigurante il Santo con pallio e pastorale e col nome Deusdedit in scrittura gotica. Il reperto, murato ora nel presbiterio, viene fatto risalire ai secoli XIII – XIV e potrebbe designare il tempo della traslazione delle spoglie del Santo dall’abazia di Sant’Elia alla Chiesa di San Giovanni, dove fu eretto il nuovo altare.

Il 4 giugno 1618 le spoglie venerate furono deposte in una cappella eretta a lato dell’altare maggiore, nel luogo dove prima sorgeva il campanile. Sull’altare fu collocata una tela con l’immagine della Vergine col Bambino e con San Deodato. In basso era raffigurato il Vescovo Giovannelli, con le mani giunte e con la mitra e il pastorale dipinti a lato. Il quadro fu donato dal Vescovo, che a sue spese fece pure deporre il corpo del Santo in una teca lignea dorata che fu posta a destra dell’altare maggiore, protetta da una cancellata di ferro

23 aprile 1995

(Dov’è ora quel dipinto del 1600 ? )

San Giovanni Valle Roveto

Il culto di San Deodato

A diffonderlo contribuì il Vescovo Giovannelli

Il culto di San Deodato continuò ad essere praticato nella chiesa, dove il 27 settembre veniva celebrata la festa con una messa solenne e con altre messe celebrate dai sacerdoti della vallata. Alla diffusione del culto contribuì il Vescovo Girolamo Giovannelli che l’11 marzo 1621 donò alla chiesa di Giugliano di Aversa una reliquia del Santo con le reliquie dei Santi Giuliano e Romito. Altre reliquie furono donate dallo stesso Vescovo nel 1625. Il cappuccino padre David da Verona, che in quell’anno aveva predicato la quaresima nella cattedrale di Sora, il 12 aprile ricevette in una cassetta sigillata alcuni frammenti ossei dei Santi Giuliano, Deodato, Romito e di altri Santi, che furono deposte nella chiesa di Santa Caterina a Rovereto in diocesi di Trento. Il 25 agosto il padre cappuccino Salvatore di Santa Maria, guardiano del convento di Santa Maria degli Angeli a Sora, ottenne delle reliquie degli stessi Santi. Il 30 novembre fu rilasciata una reliquia di San Deodato alla Duchessa Eleonora Zapata Boncompagni. Un’altra reliquia di San Deodato fu donata dal Vescovo Paolo Benzoni all’abbazia di Montecassino il 9 aprile 1636.

Nel 1643 M.A.Scipione nella sua opera sugli abati di Montecassino pubblicata a Napoli identificò San Deodato con l’omonimo abate che resse il monastero cassinese dall’828 e morì il 9 ottobre dell’834 nelle carceri di Benevento, dove fu gettato dal duca Sicardo per ingordigia di denaro. E. Gattola nella sua storia sul monastero edita a Venezia nel 1733 scrisse però che nel IX secolo le spoglie di quell’abate erano deposte ancora a Montecassino.

Nella chiesa di San Giovanni nel 1618 era già eretta la confraternita di San Deodato, che con le confraternite del Santissimo Sacramento e di San Giovanni veniva amministrata dai laici. Dalla relazione fatta il 15 novembre 1663 in preparazione alla visita pastorale del Vescovo Maurizio Piccardi si apprendono altri particolari sulla cappella e sul culto del Santo. Tra le reliquie custodite in un armadio posto a sinistra dell’altar maggiore vi era un busto di legno dorato col capo di San Deodato. Sull’altare, delimitato da una cancellata di ferro, era collocata un’antica statua di marmo del Santo. Gli anziani del luogo affermavano che in passato sul vecchio altare era scolpita in pietra l’immagine del Santo e si poteva osservarla ancora infissa nel pilastro davanti all’ingresso della sacrestia. L’abate Francesco Venditti nel 1633 aveva fatto costruire il nuovo altare e a ricordo aveva voluto che la sua immagine venisse dipinta nella parte inferiore del quadro. Il corpo del Santo, posto sotto l’altare, si poteva osservare da una finestrella.

Dalla visita pastorale fatta dal Vescovo Tommaso Taglialatela il 25 maggio 1767 si apprende che l’urna, prima nascosta da tavole, era stata resa visibile il 13 settembre dell’anno precedente e sulla fronte di essa era stata posta la scritta: “Corpus Sancti Deodati Abbati Cassinensis”. Nella nuova visita fatta dallo stesso Vescovo il 17 settembre 1769 si legge che l’urna lignea era protetta da una grata e che nella parte anteriore si apriva una porticina di legno. Alla manutenzione dell’altare si provvedeva con alcuni redditi e con le elemosine dei fedeli.

La sera del 26 settembre 1849 il corpo del Santo fu trasferito dalla sua cappella, dove era ” mal custodito e affatto invisibile”, in una urna dorata posta sotto l’altar maggiore. In una relazione del 24 gennaio 1874 il parroco don Pasquale Taddei scrisse che nel 1868 era stata acquistata a Napoli una nuova statua del Santo.

Il 27 settembre di ogni anno continua la celebrazione della festa di San Deodato e la popolazione della vallata vi partecipa implorando protezione e grazie.

Maggio 1995

Rivista della Comunità Montana “Valle Roveto”

“Il corpo santo di Diodato”

di Antonino Degni

Gli abitanti di S. Giovanni Valle Roveto rivendicano la tesi secondo la quale S. Diodato non è uno sconosciuto monaco, ma il XV Abate di Montecassino di cui parlano antichi martirologi.

Sul giornale “AVVENIRE” di Domenica 12 marzo 1995, a pag. 5 dell’inserto “Lazio Regione Sette Sora-Aquino-Pontecorvo” dal titolo “A San Giovanni Valle Roveto – il Corpo di San Diodato”, sono apparse notizie poco documentate ed avventate, dell’articolista Giovanni Musolino.

L’estensore dell’articolo ricalcando pedissequamente il contenuto del capitolo “S. Elia di S. Giovanni Vecchio” pag. 320 dell’opera letteraria di Don Dionigio Antonelli “ABBAZIE, PREPOSITURE E PRIORATI BENEDETTINI NELLA DIOCESI DI SARA NEL MEDIOEVO (sec. VII-XV)”, offende la profonda fede millenaria dei Sangiovannesi delegittimandone la tradizione e l’autenticità di quel Corpo Santo.

Per gli abitanti del piccolo borgo Vallerovetano S. Diodato non è uno sconosciuto monaco eremita dell’abbazia di Sant’Elia, ma il XV Abate di Montecassino “Deusdedit” (828-834), di cui parlano antichi martirologi.

Il Santo Abate nacque intorno agli anni 750-760 nei pressi di Aquino, quasi certamente a Roccasecca, nella famiglia di quei nobili Castaldi. Nel corso della sua reggenza venne in conflitto con il Principe di Benevento Sicardo, il quale pretendeva dal Santo Abate il tesoro di Montecassino per sostenere la costosa guerra intrapresa contro la Repubblica di Amalfi. Al rifiuto di Deusdedit, seguì la di lui cattura e la conseguente morte nel disumano carcere di Benevento (9 Ott. 834)

Il 4 settembre 883 ovvero 49 anni dopo la morte di San Deusdedit, i Saraceni distrussero Montecassino. I Benedettini si rifugiarono a Capua ed in altre località più sicure, come appunto l’impervio San Giovanni Valle Roveto ove avevano una grancia, portando con se le reliquie dei Santi. La tesi del popolo della Valle Roveto, oltre ad essere avvalorata dalla millenaria tradizione, da tanti fatti e circostanze storiche correlate che accenneremo brevemente, è stata sostenuta anche dal monaco Benedettino Marco Antonio SCIPIONE PLACENTINO (anno 1643) in “ELOGIA ABBATUM SACRI MONASTERIJ CASINENSIS”.

Una reliquia del Corpo Santo di Deusdedit aut Diodato è custodita a Montecassino; per ottenerla la celebre Abbazia, stante la gelosa resistenza dei Sangiovannesi, dovette ricorrere all’autorità del Barone Ferrante Piccolomini di Balsorano per ridurre a miti consigli i suoi sudditi. L‘Abate che si recò personalmente a prelevare la preziosa reliquia era nientemeno che il Santo Zaccaria Petronio, originario di “Castrum Fractarum”, oggi Ausonia, con il placet datato 9/04/1636, del Vescovo di Sora Paolo Benzoni. Della traslazione della “insigne” reliquia fa testo il rogito del notaio Pollicillo da S. Vittore (ST) in originale pergamena mm. 433 x 340 di cui è cenno in “ABBAZIA DI MONTECASSINO” VII, pag. 193, n. 1256. Nell’opera letteraria, citata, di Don Antonelli si legge: “in seguito, l’errata interpretazione confutata dal Gattola, il quale tra l’altro assicurava che le ceneri del Santo Abate del Sec. IX si trovavano ancora nell’abbazia, anche se non era in grado di precisarne il luogo”.

Si comprende facilmente come l’affermazione del Gattola, nativo di Gaeta, antico archivista di Montecassino nel volume “HISTORIA”, alle pagine 708 e 709, sia poco seria ed attendibile se si considera che i sotterranei di Montecassino non sono il famoso labirinto del mitico Minosse ed anche perché non si riesce a comprendere come il Corpo Santo di un celebre Abate, assurto agli onori degli Altari doveva essere tenuto nell’oblio più assoluto, dopo i miracoli verificatisi sulla sua tomba, documentati in antichi testi. Tutto discende, a nostro avviso, dal fatto che MARCO ANTONIO SCIPIONE PLACENTINO, poco meno di un secolo prima che il Gottola diventasse archivista della celebre Abbazia cassinese, nell’anno 1643, si era permesso il lusso di pubblicare il suo “ELOGIA ABBATUM SACRI MONASTERIJ CASINENSIS” senza chiedere l’imprimatur delle illustri autorità dello scibile Benedettino, affermando categoricamente essere il Deusdedit, morto nel carcere Beneventano, il Santo Diodato della sperduta Abbazia Vallerovetana, senza contare che il benedettino SCIPIONE PLACENTINO, già ausiliario del Vescovo di Sora e poi Abate in S. Johannes de Collibus (S. Giovanni V.R.) aveva negato a Montecassino la restituzione delle spoglie del Santo. Come, per dire, tu non me lo dai ed io te lo declasso.

La storia non si scrive con i “forse” e i “probabilmente” di cui è infarcito l’articolo giornalistico di Giovanni Musolino. Questi esordisce con il dire: “Una notizia sull’abbazia risale al 26 maggio 1358 quando Papa Clemente VI da Avignone l’affidò (l’Abbazia di S. Elia), col cenobio di S. Giovanni a Marcuzio Maleozio”. Si dimentica di dire il Musolino che il 1358 era l’epoca delle famose “commenda” e che quel Marcuzio Maleozio, guarda caso, proveniva da Castro Fractorum (ora Ausonia), soggetto al Castaldato di Aquino, casato nobile del Duesdedit XV Abate di Montecassino. Come pure il predecessore del Marcuzio Maleozio, rettore della chiesa secolare e Collegiata di S. Johannes de Collibus e della Chiesa anch’essa abbaziale di S. Elia, guarda caso, era l’Abate Maestro Calcedonio, scrittore pontificio, proveniente da Ceprano, centro abitato ad un tiro di schioppo da Aquino. E’ solo una casuale circostanza che personaggi della Contea di Aquino venissero investiti di una carica abbaziale ed amministrativa nella Valle Roveto,  che  confinava a nord con la Contea dei Marsi ed a sud con la Contea di Sora ? Perché, poi, occorreva una bolla del pontefice per l’investitura dell’Abate di S. Johannes de Collibus ? (vedi Archivio Vaticano al Registro 138, fol. 206 datato 26.5.1358 a Villeneuve – Diocesi di Avignone in Francia).

Nel Concilio Cartaginese, verso il 535, si stabilisce il principio che alcuni monasteri possono essere esentati dalla giurisdizione del vescovo diocesano ed essere soggetti direttamente al Papa di Roma; i presbiteri di quei monasteri venivano consacrati non dal vescovo ma dal Pontefice. In conseguenza di ciò, in detti monasteri, nel Canone della Messa, si commemorava semplicemente il Pontefice consacrante e non più il vescovo (ved. Mobilon Annales O.S.B., tom. I, pag. 39).

L’estensore di queste note, una risposta ai sopra esposti quesiti, l’ha trovata non solo nella logicità dei fatti storici, ma nell’intimo del suo animo educato al culto e alla venerazione di S. Diodato sin dalla tenera età. Il Pontefice ed i conti di Aquino (famiglia d’origine del Santo) erano perfettamente a conoscenza che nella sperduta Abbazia di San Giovanni Valle Roveto erano nascosti i gloriosi resti mortali di Deusdedit il quale, per difendere i diritti sacrosanti del suo Monastero, contro la prepotenza e la barbarie, non aveva esitato a sacrificare eroicamente la sua vita. Sapevano anche che quel Deusdedit non era un personaggio qualsiasi; sapevano che alla sua tomba erano accorse subito processioni di gente del Cassinate, dell’Aquinate e del circondario perché lo avevano già apprezzato in vita; sapevano pure il Pontefice ed i familiari del Santo che su quella tomba si erano verificati miracoli, tanto da farlo annoverare nel Martirologio Romano e celebrarne la memoria con il duplice rito: “ACTA SANTORUM – TOMO IV – PARIGI 1868 – DE S. DEUSDEDIT” pag. 1042, “ELOGIA ABBATUM SACRI MONASTERIJ CASINENSIS – AUCTORE MARCO ANTONIO SCIPIONE PLACENTINO – Napoli 1643 ” a pag. 52; “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA” pag. 596; “CHRONICON MONASTERIJ CASINENSIS SAECULUM XII LEONIS MARSICANI PETRI DIACONI MONACHORUM CASINENSIUM” pag. 1090.

Vi pare possibile che Leone Marsicano, scrittore dei più completi ed informati dell’Alto Medioevo, non abbia avuto notizia di un suo compaesano assurto all’onore degli Altari, come vorrebbero far credere l’Antonelli ed il Musolino ?

Perché tutto questo discorso ?

Il motivo è semplice, vogliamo dire che gli Abati Calcedonio e Marcuzio Maleozio, di cui alla Bolla Pontificia, altri non erano che i pronipoti del Deusdedit XV Abate di Montecassino, provenienti dallo stesso casato patrizio.

Riteniamo che la casa Aquinate, durante un lungo periodo storico, ha avuto l’esclusiva della nomina degli Abati della Ecclesia S. Johannes de Collibus e che per questo motivo, detto Monastero, non è mai menzionato in quel famoso libro Verde dell’Archivio Vescovile di Sora prima della metà del sec. XVII (anno 1609 in cui è documentata visita pastorale di quel Presule titolare). Infatti, nel 1583 Giacomo Boncompagni, Signore di Sora, acquistò il possedimento di Arpino che comprendeva anche il feudo di Aquino e tale possesso fu conservato dai suoi successori fino alla fine del Settecento, quando passò al demanio regio di Ferdinando IV.

Dunque, il nostro San Giovanni Valle Roveto ed il suo immenso patrimonio terriero, che dalla opposta sponda del fiume Liri (Clanis a quell’epoca) travalicava la sovrastante catena dei monti Appennini e raggiungeva i marsicani territori dei comuni di Colelongo e Trasacco,  ha seguito le sorti storiche del Castaldato Aquinate fino alla sua decadenza.

In virtù di queste risultanze storiche, ed altre, sosteniamo che la parrocchia di S. Giovanni Valle Roveto, a differenza di quelle limitrofe, non era soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora, ma costituiva nella Valle una prospera “isola Aquinate”.

Ma, torniamo allo scritto del Musolino in cui afferma che “dalla demolizione del sepolcro fu salvata una formella di pietra raffigurante il Santo con il pallio ed il pastorale e col nome Deusdedit in scrittura “gotica”.

Innanzitutto la scrittura dice “DEODATUS” e non “DEUSDEDIT”; chissà come è frullato nella mente del Musolino il nome “Deusdedit”. Ma, quale cognizione artistica può far affermare che la scrittura della formella della parrocchia di San Giovanni Vecchio è in stile “gotico”, trattandosi, invece, di uno splendido esempio di arte “Onciale” o più propriamente “Benedettina-Cassinese” (Vedasi “LA SCRITTURA – MEMORIA DEGLI UOMINI” di Georges Jean – universale Electa/Gallimard – Storia e Civiltà).

Sia il Musolino che l’Antonelli affermano di trattarsi di scrittura gotica forse per costruire o non far cadere su di essa il teorema dello sconosciuto eremita di Sant’Elia e la relativa datazione storica. Infatti, la scrittura e l’arte “gotica” hanno inizio nel XIII secolo, mentre la “Onciale” o ” Benedettina” caratterizza i secoli dal II d.C. a tutto il IX; quello in cui i Saraceni si accanirono nel fare scempio dei Monasteri, delle chiese, di ogni luogo di culto e tutto il Sacro che in detti luoghi era custodito, costringendo la gente ecclesiastica a fuggire e nascondere le sacre reliquie.

Si potrebbero fare tanti esempi di arte “Onciale” (li faremo in altro contesto se Iddio con l’intercessione di S. Diodato lo vorrà), ma uno solo potrebbe zittire e far giustizia sul contenzioso dell’attribuzione storica della formella marmorea rinvenuta nel Sacro Deposito Sangiovannese. Si osservi, ad esempio, la pagina del Sacramentario Gregoriano (Hadrianum) scritto a Cambrai (Francia) negli anni 811-12 e conservato in quella Biblioteca Municipale, per comparare ad essa i caratteri della nostra formella; se ne riscontrerà la perfetta identità, anche se si è privi di accademiche cognizioni artistiche o glottologiche.

Nel V secolo s’introdusse l’usanza, specialmente nei piccoli centri abitati, di seppellire i defunti all’interno delle chiese per non confonderli con i pagani non ancora convertiti al Cristianesimo e, quindi, non battezzati. Soltanto per egregie ed insigni personalità venivano realizzati artistici sacelli all’interno del luogo sacro. Quindi, anche sotto questo aspetto la Chiesa di S. Giovanni si pone in un preciso contesto storico ed il nostro “DEODATUS”, la cui urna millenaria con lapide effigiata rinvenuta nel Monastero Vallerovetano, era un personaggio, come si dice ai nostri tempi, di notevole caratura; non certamente uno sconosciuto eremita o quel parroco di Pescolosulo di cui Don Dionigio Antonelli ha rintracciato il nominativo nel Chronicon Volturnense. Chi provvide alla sacra incombenza era ben conscio dell’importanza del Personaggio, tanto da munire il Sepolcro di pietre finemente scolpite, da artista del tempo (non certamente del miserrimo luogo in cui sono state rinvenute) e di farne segno della sua effigie, affinchè le notevoli traversie di quei tempi bui non ne facessero perdere le tracce ed il ricordo.

Come dire che in quel sepolcro vi fu posta l’odierna carta d’identità.

L’artista longobardo dell’ VIII secolo è ormai fuori dai modelli della classicità, anche tardo-imperiale. Le sue raffigurazioni umane, religiose o meno, hanno qualcosa di grottesco e primitivo ma esse emanano già una forza di convinzione, il gusto felice di una scoperta antropologicamente nuova, che è quella del “messaggio cristiano” assolutamente ignota agli artisti della decadenza romana….. In particolare, nella Longobardia medioevale (ivi compreso il Castaldato di Aquino), l’arte longobarda finì per inserirsi nella cultura e nell’arte benedettino-cassinese, come testimonia, ad esempio, il ciclo biblico figurativo della chiesa di S. Angelo in Formis (Capua). (Storia Medioevale di G. De Rosa, pag. 54, Ediz. Minerva Italica 1979).

La formella marmorea, con l’effigie di S. Diodato, è dunque una pietra che parla linguaggio antichissimo; fa parte di quel remotissimo sepolcro e raffigura il Santo con il pallio ed il pastorale  (tipiche insegne della dignità vescovile ed abbaziale), ma privo della mitra.

Che cosa è la mitra ? E’ quel copricapo che i vescovi e gli abati mitrati (come sono appunto quelli di Montecassino), per antico privilegio, indossano in occasione di importanti funzioni liturgiche. Esso ha forma elevata e diviso nella sommità in due punte, mentre nella parte posteriore ha due code pendule chiamate infule. Questo tipo di copricapo, in forma embrionale, faceva parte, nei tempi remoti, della tunica che indossavano i laici ricchi (sec. VI); veniva chiamato TEGILLUM oppure COCOLLA o cappuccio per riparare il capo dalle intemperie (Luigi Todesco – “Storia della Chiesa” – vol. I – pag. 282). Poi assunse la forma attuale e, in un primo tempo, fu privilegio dei soli Pontefici. Nei secoli XI e XII, è storicamente documentato, la dignitaria insegna della mitra faceva parte del comune paramento pontificale dei vescovi e degli abati mitrati (ved. Encicl. Rizzoli-La Rousse, vol. X, pag. 150); J. Mobillon (Benedet. parte I) riferisce che il primo abate a cui fu permesso di indossare la mitra fu Egelsino di un monastero presso Cantorbia (il Papa concedente era Alessandro II). Mentre agli Abati di Montecassino tale privilegio venne concesso nel 1059 da Urbano II.

Dopo tutto questo discorso, viene spontaneo chiedersi: come mai la formella, di cui si discute, raffigura l’Abate Diodato privo di mitra ? Non era forse Egli un Abate Benedettino, con la relativa dignità mitrale ? la risposta è ovvia: Egli era veramente Abate, precisamente rispondente all’antico nome Deusdedit XV reggente di Montecassino. Non è quindi, da attribuire a dimenticanza dell’antico scultore la mancanza della mitra sul capo del Personaggio della marmorea formella, ma a preciso ed indiscutibile dato storico.

L’arte antica si esprimeva in forma sintetica e, con i suoi pochi segni, all’apparenza rigidi, era scrupolosamente rispettosa dei simboli e delle relative significazioni; era, appunto, la cosiddetta “Bibbia dei poveri”.

L’omissione della mitra, quindi, ci dice che quel DEODATUS appartiene all’epoca in cui gli Abati ed i Vescovi non avevano ancora ottenuto il privilegio della mitra; è Santo, pertanto, vissuto prima del Mille.

Maggio 1995

Ill/mo Direttore de l’ “AVVENIRE”

San Giovanni Valle Roveto

IL CULTO DI SAN DIODATO

Nostro malgrado ci vediamo costretti a cimentarci nel mestiere di giornalista. San Diodato perdoni ed assista questo suo molto fervente devoto, così poco addottorato per poter difendere la causa del popolo di San Giovanni Valleroveto e della Sua Santità. Credevamo, infatti, di aver esaurito il nostro modesto compito di replica all’articolo di Giovanni Musolino, apparso su l’”Avvenire” di domenica 12 marzo 1995 a pag. 5 dell’inserto “LAZIO REGIONE SETTE – SORA – AQUINO E PONTECORVO” che ci era sembrato fuorviante per il nostro popolo Sangiovannese. Ci sbagliavamo in quanto, in data 23 aprile 1995, sullo stesso giornale e sullo stesso inserto, come articolo di apertura e quindi con maggior risalto, lo stesso giornalista pubblica tesi e dati storici errati, sotto il titolo: “San Giovani Valleroveto – IL CULTO DI SAN DIODATO – A diffonderlo contribuì il vescovo Giovannelli”.

Premesso che nel nostro precedente scritto esprimemmo delle perplessità sull’operato del Presule citato dal Musolino, non comprendiamo come allo stesso possa essere attribuito anche il merito della diffusione del culto di San Diodato.

Non ci sbagliavamo, dunque, quando affermammo che il Musolino non aveva letto il rogito notarile relativo all’atto dell’INVENZIONE E TRASLAZIONE operato dal Giovannelli. Che cosa troviamo, tra l’altro, in esso verbalizzato ?: “”…medio nostro juramento, attestamur, quemadmodum nos die decimo octavo mensis Septembris anno Domini proximè antecedenti MDCXII in sancta visitatione hujus parochialis ecclesiae S.Joannis, à qua hic locus seu casale S.Joannis denominatur a, et quo altare sub invocatione S. Deodati cum ejus imagine, in pariete depicta, erat, quasi unitum cum altari majori hujus acclesiae à latere epistolae, et animo pariter inveniendi corpus hujus S. Deodati, visa sub dicto ejus altari fenestrella, quae, ut in ecclesiis Urbis vidimus etiam, illudque evidens est ibi estare corpus alicujus Sancti; stante etiam, quòd in antiquis visitationibus praedecessorum nostrorum fiat mentio, in eodem altari extare corpus hujus S. Deodati: juncta quoque anticus tradizione, ac etiam quia die vigesima septima ejusdem mensis septembris singulis quibusque annis à tempore immemorabilis à solenniter in eadem terra celebratur festus dies in hinirem ejusdem Sancti…..””

Sotto giuramento, come sopra si legge, il Vescovo Giovannelli in data 18 settembre 1617 affermava di aver trovato esposto in modo visibile, in altare a LUI appositamente dedicato, il Corpo Santo di Diodato; che dalle relazioni delle visite pastorali effettuate dai suoi antichi predecessori risultava che in quell’altare, per quel Santo da tempo immemorabile, ogni anno, in data 27 Settembre, vi si celebravano solenni festeggiamenti.

Quale diffusione di culto da parte del Vescovo Giovannelli Girolamo, dunque, dal momento che, come abbiamo affermato nel precedente scritto, la tomba di San Diodato era meta di pellegrinaggi sin dal secolo IX?

Per aver elargito a piene mani, frammenti di quella Santa Reliquia che, fino ad oggi, i Sangiovannesi credevano fosse conservata intatta in Santa Maria, cattedrale di Sora, a nostro modesto avviso, il Giovannelli non possa essere ritenuto diffusore del culto del XV° Abate di Montecassino. Altra reliquia importante, di cui abbiamo fatto cenno nel precedente scritto, dovrebbe trovarsi (il condizionale è d’obbligo), come da rogito notarile, nell’Abbazia di Montecassino; il Vescovo che la donò in data 9 aprile 1636 era, appunto, Mons. Paolo Benzoni.

Conoscevamo il culto di S. Diodato in Giugliano di Aversa, ma ne ignoravamo l’origine. Nulla sappiamo invece, di quanta venerazione siano fatte segno le reliquie donate alla Chiesa di S. Caterina a Rovereto in Diocesi di Trento e quella ricevuta, per diritto ducale, dalla nobile Eleonora Zapata Boncompagni. Ci faremo obbligo d’indagare per far luce su dette donazioni e sulle motivazioni che le determinarono.

Molta confusione si sta facendo sul reliquiario e sulle statue della Chiesa di San Giovanni Vecchio Valleroveto in provincia di Aquila.

Oltre al Corpo Santo di Diodato, la parrocchia possiede un busto ligneo dorato, un braccio benedicente anch’esso in legno dorato e l’antica statua in pesante legno di quercia policroma, del sec. XVII, restaurata a spese della popolazione Sangiovannese, dalla Ditta Ferdinando Peranthoner di Ortisei (BR) in Val Gerdena, a seguito dell’incendio subito durante i festeggiamenti del 27 settembre 1964. Nessun’altra statua lignea o marmorea di San Diodato ha posseduto o possiede San Giovanni Valleroveto.

Per quanto riguarda il Corpo Santo di Diodato, non possiamo non cogliere l’occasione di evidenziare l’ansia e l’apprensione dei Sangiovannesi per lo stato pietoso in cui è stato ridotto dalle incaute e maldestre operazioni in Esso operate durante gli ultimi restauri nell’interno del tempio. S’invoca ormai da troppo tempo il placet ecclesiastico per arrestarne l’ulteriore degrado; lavori che certamente, come da tradizione millenaria, non saranno fatti gravare al fondo culto Sorano. In merito a questo argomento, chiediamo venia per l’esternazione di una supplica proveniente dal letto di morte di una devotissima mamma Sangiovannese rivolta a suo figlio, affinchè si adoperasse nel sollecitare l’autorizzazione ecclesiastica di cui è cenno; quella donna ha lasciato per sempre chi scrive, di recente, per raggiungere il Regno dei cieli ed incontrarsi con il tanto venerato Protettore.

La statua di cui alla relazione del parroco don Pasquale Taddei scritta nel 1868, citata dal Musolino in chiusura del suo articolo, non è dedicata a San Diodato, ma al comprotettore San Gioacchino. Infatti, nel 1817 in San Giovanni scoppiò una tremenda epidemia di colera.

Una donna di nome NERI Katia sognò che mentre si recava in campagna, giunta in località “Chiuse”, ebbe l’incontro con un signore che portava un cesto di vimini; lo stesso sconosciuto si chinava e raccoglieva dei fiori; ne sceglieva i più belli depositandoli nel cesto, mentre i rimanenti li gettava via. Tale sogno si ripetette per ben tre notti, tanto che la buona Katia chiese al personaggio il motivo del suo agire così misterioso. Lo stesso le rispose che i fiori più belli raffiguravano le anime destinate al Regno dei Cieli, gli altri, invece, le anime impure destinate all’eterna dannazione. Udendo parole così tremente, Katia chiese al viandante chi fosse. Senza esitazione l’interpellato le rispose: “”IO SONO GIOACCHINO – SE VOLETE CHE IL COLERA CESSI RACCOMANDATEVI ALLA PROTEZIONE DI SAN GIOACCHINO FACENDO PENITENZA ED ORGANIZZANDO UNA GRANDE PROCESSIONE PER LE VIE DEL PAESE””.

Appena sveglia, la signora Katia si recò immediatamente alla canonica e raccontò al parroco Don Pasquale e a tutti i compaesani il sogno delle precedenti notti.

Il popolo si San Giovanni non esitò a mettere in pratica i consigli penitenziali e diede vita alla chiesta solenne processione; il colera come d’incanto cessò, nel giro di qualche giorno, di affliggere la gente del piccolo borgo e la prodigiosa notizia si diffuse in tutta la Marsica e nella Diocesi di Sora.

Su iniziativa della famiglia Moro, furono raccolti fondi e si dette incarico ad uno scultore napoletano di realizzare la statua di San Gioacchino, che possiamo ammirare sull’altare a Lui dedicato al lato destro dell’ingresso principale della Chiesa. Fu deciso anche di celebrare solennemente la ricorrenza, fissandone i festeggiamenti alla terza Domenica di Ottobre di ogni anno. Tale festa, da quell’epoca, è stata sempre rispettata e solennizzata.

Il miracolo di cui abbiamo fatto cenno, è illustrato nella lapide marmorea posta sul piedistallo della statua del Santo.

Il colera fu di tali proporzioni che il Governo inviò sul posto una compagnia di soldati per la sepoltura dei cadaveri e per l’assistenza agli ammorbati. Il comandante delle truppe, nella circostanza, ebbe la sventura di perdere la consorte che l’aveva accompagnato nella missione umanitaria, perché era rimasta contagiata dal colera; la di lei salma venne tumulata nel cimitero approntato, per l’occasione, nelle vicinanze (lato ovest) della Chiesa parrocchiale.

Infine vorremmo concludere nel confermare quella notizia secondo cui “” alla manutenzione dell’altare di San Diodato si provvedeva con alcuni redditi e con le elemosine dei fedeli””.

La Chiesa Sangiovannese, oltre alla immensa proprietà terriera del Beneficio Parrocchiale, infatti, aveva (speriamo che l’abbia ancora) anche quella in dotazione esclusiva ad un apposito comitato incaricato delle onoranze dei festeggiamenti in onore di San Diodato, quale lascito di persone beneficiate (o miracolate) dal Taumaturgo. La dotazione costituita da distinte particelle terriere, è individuabile nelle seguenti località dell’agro Sangiovannese: 1°) “MOZZONI” – 2°) “CANNOLFO” – 3°) “COLLE MANCINO” – 4°) “GHIERA”. Le rendite di detto beneficio venivano riscosse, fino a non molti anni or sono, dal Comitato dei festeggiamenti in onore del Santo.

Tanto per la cronaca.

Antonino Degni

  1. B. – A proposito del BUSTO LIGNEO di San Diodato, esso era dotato in petto,  di una  fibbia,  a  chiusura del manto, con  un rubino della grandezza di un mandarino.

San Giovanni Vecchio – Valle Roveto

26 e 27 settembre 1996

S A N D I O D A T O

NUOVA URNA

Fedeli,

per oltre 500 anni abbiamo venerato i Sacri resti del nostro grande Patrono ” San Diodato ” nell’urna in legno dorato, donata dai nostri antenati.

Purtroppo, il tempo ha fatto la sua parte ed oggi ci corre l’obbligo traslare il Corpo Santo del nostro Patrono in una

NUOVA URNA

in bronzo dorato

che verrà realizzata con il rispetto di tutti i più elevati parametri tecnici, qualitativi e di professionalità.

Ci rivolgiamo alla Vostra grande, profonda generosità e sensibilità affinchè, memori di quanto chiesto ed ottenuto negli anni dal Grande Taumaturgo Diodato, possiate mettere ai Suoi Piedi con devozione la Vostra OFFERTA, che verrà tra l’altro secolarizzata in una pergamena.

La Vostra generosa offerta deve essere prenotata subito, ma versata anche entro il Natale prossimo.

San Diodato benedica, illumini e protegga tutti i suoi devoti.

Il Comitato

PARROCCHIA SAN ROCCO E SAN GIOVANNI

IN SAN GIOVANNI VECCHIO

RICOGNIZIONE SACRI RESTI

di SAN DIODATO ABATE

Fedeli,

ci sono momenti nella nostra vita,in cui il Signore ci dona la grazia di assistere a fatti irripetibili.

Vieni, Pellegrino Credente, a concretizzare il dono che Dio Ti ha concesso, per intercessione del Santo Patrono DIODATO

22 GIUGNO 1997 – ORE 17.00

RICOGNIZIONE

da parte della Commissione formata da:

PERITI Prof. Pericoli Ridolfini Filippo – Dott. Savastano Giuseppe

VICARIO GENERALE, Don Bruno Antonellis

VICARIO EPISCOPALE, Don Vincenzo Tavernese

CANCELLIERE, Don Mario Santoro

PARROCO, Don Nicola Tocci

TESTIMONI, De Gasperis Alessandro – Vernarelli Giancarlo

 

ATTESA DI PREGHIERA

da parte dei FEDELI nel sagrato della Chiesa

VENERAZIONE

dei sacri resti di SAN DIODATO e bacio della reliquia e del braccio.

IL COMITATO PRO-URNA

Sac. Don Nicola Tocci

Baldassarre Ercole – Cacciaglia Fabio

De Gasperis Alessandro – Moricone Ulderico – Vernarelli Giancarlo

L’ultimo allegato è la riproduzione, in formato librario, del manifesto che è stato affisso in San Giovanni Valleroveto ed in tutta la Valle e nel Sorano, per l’avvenimento del 22 giugno 1997.

INTESTAZIONE: “PARROCCHIA SAN ROCCO E SAN GIOVANNI IN SAN GIOVANNI VECCHIO”

Per chi non è del luogo sembrerebbe che la nostra Chiesa abbia il culto di San Rocco e di un non precisato San Giovanni; non è proprio così perché San Rocco è venerato in San Vincenzo Vecchio e i Santi Giovanni Battista ed Evangelista avevano ed hanno (lo speriamo) la titolarità dell’ultrasecolare Abbazia benedettina di San Giovanni Vecchio

RICOGNIZIONE SACRI RESTI : “Felice” intuizione o precognizione dell’autore del manifesto ?

Nel 1617 il Vescovo sorano Giovannelli inventò e traslò il Corpo Santo di DEODATUS. Ora abbiamo i resti. E’ proprio così, perché se ancora, mentre scriviamo, non ci è noto il testo del verbale dei ricognitori, lo abbiamo intuito dalla richiesta, dei tre contenitori metallici, ai fedeli in attesa sul sagrato, fatta dai predetti mentre erano intenti a traslare le Spoglie Mortali dalla vecchia alla nuova urna.

Le cause ?!…. Bisognerebbe chiedere spiegazione agli antichi e più recenti maneggioni cosiddetti “restauratori”.

Alla cerimonia, come si evince dal manifesto, non era presente S.E. il Vescovo diocesano. Abbiamo chiesto ad un componente della Commissione il motivo. Risposta: “era impegnato, ma verrà il 10 agosto per benedire l’urna”. ? ! ….

Vogliamo sperare che la festa del Santo nostro Patrono rimanga al 27 settembre di ogni anno, così come avviene da ben 1163 anni.

Il popolo di San Giovanni Vecchio, infatti, fa voti affinchè il 10 Agosto 1997 sia una occasione unica ed irripetibile, come avviene per le solenni inaugurazioni del monumento “AL MILITE IGNOTO”.

Post scriptum

Quel che credevamo una semplice inaugurazione del sacello del “milite ignoto”, a causa del nostro animo da lungo tempo esacerbato, si è invece rivelata come l’inizio di una esaltante tradizione dell’annuale presenza di S.E. il Vescovo di Sora ai festeggiamenti in onore di San Diodato – XV Abate di Montecassino (828 – 834).

S.E. Mons. Luca Brandolini, per Sua stessa ammissione, è devotissimo del Nostro Protettore. Già lo scorso anno, durante l’omelia, aveva qualificato Diodato “Santo Abate” e chi scrive, all’atto del Suo commiato, per far ritorno al Vescovado, lo aveva espressamente ringraziato per aver definito il Soggetto della nostra venerazione “Abate e Santo”, smentendo così gli imprevidenti scrittori curiali.

Quest’anno, nei manifesti murali dei festeggiamenti, abbiamo letto che S. E. il Vescovo (Egli non vuole che lo si appelli “Eccellenza” ma “Padre”), avrebbe presenziata e officiata l’ultima cerimonia religiosa della Novena propedeutica ai festeggiamenti.

Abbiamo subito pensato che Mons. Brandolini avrebbe potuto essere più esplicito e meno reticente sulla figura e la provenienza del Nostro Protettore.

Allo scopo, abbiamo pregato l’amico Sandro De Gasperis, incaricato alla funzione di autista per il trasporto del Prelato da Sora a San Giovanni e viceversa, di sondare diplomaticamente se le nostre attese potevano essere esaudite; e così è stato.

Durante l’omelia Mons. Brandolini ha parlato dell’etimologia del termine “Abate”, che indica il titolo onorifico di San Diodato e come Abate governa una Abbazia come quella di Montecassino.

L’amico Sandro ha poi fatto molto di più; dopo aver ringraziato S. E. Mons. Brandolini per l’onore che accorda a noi Sangiovannesi in occasione dei festeggiamenti, introducendo la lettura del IX° giorno della Novena si è così espresso: “Padre Luca Brandolini, diamo ora lettura della novena in onore di San Diodato XV° Abate di Montecassino negli anni 828 – 834″ . Alle parole “Abate di Montecassino”, S. E. ha annuito col capo per ben tre volte.

Dal 1600, inizio della giurisdizione Sorana su San Giovanni, fino ai nostri giorni nessun personaggio della Chiesa Cattolica si era espresso con tanta chiarezza su San Diodato; e da ciò erano scaturite le diverse e opposte tesi sul Nostro Santo.

Abbiamo, subito dopo la celebrazione, ringraziato S. E. per la gioia che ci ha regalato e che da oggi in avanti lo considereremo come primo devoto di San Diodato e guida sicura della devozione dei Sangiovannesi: ” E’ PROPRIO COSI’ ” ci ha detto.

Come notazione storica ci preme, infine, riferire che S. E. Luca Brandolini appena mette piede nella nostra Chiesa scambia il pastorale e la Croce pettorale con quella del Nostro Protettore.

Le polemiche che si riscontrano nel volume “in itinere” che, se Dio vuole sarà pubblicato, non riguardano certamente Mons. Brandolini.

Mons. Brandolini Luca

Vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo