Capitolo IX

“Brigantaggio e Risorgimento” riflesso in

San Giovanni Valle Roveto

“Brigantaggio” Sociale – Politico – Religioso

Difficilmente si potrà passare ad una nuova stagione, di feconda concordia nazionale, se non si saprà recuperare la vera dimensione del passato del Mezzogiorno, civile, economico e militare, eliminando la “damnatio memoriae” inflitta alla storia del Sud da penne prezzolate ammantate dall’ipocrita”ragion di Stato”.

Alla luce della pietosa e documentata situazione in cui era ridotta la nostra gente, come porsi di fronte allo spinoso e storico problema del “brigantaggio” nella Valle Roveto, ed in particolare modo, in San Giovanni Valleroveto?

Abbiamo detto di San Giovanni, come di situazione particolare, perché il fenomeno della povertà e dello sfruttamento qui era moltiplicato all’ennesima potenza a causa di una classe contadina asservita rigidamente al signorotto locale, incolta e priva di qualsiasi rappresentanza. Ne sono testimonianza la lenta ma inarrestabile diaspora, lo sfruttamento, al limite del possibile, dei terreni demaniali impervi e scarsamente remunerativi data l’altitudine. Stiamo parlando, infatti, dei cosiddetti USI CIVICI che permettevano di coltivare, pascolare e fare legna nelle terre demaniali; ma su questo occorrerebbe un intero capitolo.

Come non pensare al “brigantaggio” come un miraggio per le nostre genti ormai al limite della sopravvivenza?

I Michele Pezza detto “Fra’ Diavolo”, nativo di Itri (LT), i Luigi Alonzi detto “Chiavone”, i capomassa Gaetano Mammone, i Vincenzo Mattei, ecc., dovettero rappresentare per i nostri avi come dei messia salvatori, come ancore di salvezza. D’altronde, non dice l’antico proverbio popolare: “più buio della mezzanotte non può venire”?

Sergio Natalia, in un articolo pubblicato sul periodico “Valle Roveto”, dal titolo “Il Brigantaggio nella Valle Roveto dopo il 1860”, tra le molte altre cose così scrive:

I contadini rovetani, da cui provenivano molti briganti, appoggiavano apertamente il brigantaggio e costituivano un ottimo supporto logistico per le bande che, oltre a ricevere sostentamento e rifugio, erano costantemente informate sui movimenti dei nazionali. I briganti, che spesso dormivano tranquillamente nelle loro case, trovavano nelle campagne ospitalità ed accoglienza … . L’accantonamento della riforma agraria e l’aumento indiscriminato dei tributi fiscali, la leva militare obbligatoria – rifiutata in massa, soprattutto perché distoglieva braccia dalle campagne- furono tutti fattori che, uniti causarono le insurrezioni di molti centri della Valleroveto contro il nuovo governo. Nel settembre del 1860 a San Vincenzo ed a San Giovanni scoppiarono moti reazionari prontamente repressi da una compagnia di nazionali capeggiata da Giuseppe di Fabio, rinforzata con la guardia nazionale di Civitella Roveto, comandata dal capitano Francesco Ferrazzilli. Nel dicembre dello stesso anno i contadini di San Vincenzo e di San Giovanni insorsero nuovamente, seguiti nel gennaio del 1861 da quelli di Rendinara, ma anche queste rivolte furono stroncate sul nascere. Gli obbiettivi preferiti dei rivoltosi erano soprattutto gli archivi comunali dove erano contenuti i documenti che attestavano ai nobili la proprietà della terra. La ferocia con cui le rivolte furono espresse non fece altro che aumentare il solco che divideva i contadini dal nuovo stato, che non comprendendo la natura  socio- economica del fenomeno rispose al brigantaggio solo con la legislazione speciale e con le armi – nel periodo in cui la lotta fu più accesa si arrivò addirittura a 120000 uomini. Le fucilazioni di massa, le devastazioni, le deportazioni si attenuarono solo quando nei giornali di mezza Europa si cominciò a scrivere che nel Sud il nuovo regno d’Italia stava perpetrando un massacro paragonabile solo a quello degli indiani d’America. D. M. Smith, storico Inglese del risorgimento italiano, ha scritto che il numero di coloro che morirono in questa lotta fu superiore a quello di tutte le guerre del Risorgimento“.

Ma quale potere di discernimento potevano avere le nostre genti tenute di proposito nell’assoluto analfabetismo, se i loro pastori spirituali, come il Vescovo ed il Parroco, parteggiavano apertamente per i Borboni; se gli stessi davano accoglienza ai “briganti” e rivoltosi e ne legittimavano le gesta dando loro delle guide spirituali e dei santi protettori, come ai tempi delle Sante Crociate?

L’analisi del Natalia afferma che i rivoltosi avevano come primario obbiettivo gli archivi comunali per accertarsi dell’appartenenza e della formazione delle varie proprietà terriere. Specialmente per quanto riguarda San Giovanni Valleroveto, l’accenno a questo fattore scatenante è di primaria importanza per capire la caparbia e la tenacia, spinti fino all’olocausto, del popolo che voleva capire le ragioni della spoliazione dell’immensa proprietà mobiliare ed immobiliare della sua Chiesa. Proprietà sulla quale le nostre genti trovavano degne e decorose ragioni di vita.

Per chi volesse saperne di più dettagliatamente, circa gli avvenimenti e le coraggiose imprese dei nostri antenati, leggasi la tesi di laurea e la relativa biografia, del dr. Danilo Vernarelli nostro parente e compaesano.

Foto 9.1-2 – Tradizionale abbigliamento dei cosiddetti “Briganti”.

Considerazioni

Il nuovo ordinamento statale, riteniamo che ancora oggi non abbia dimenticato la resistenza opposta dalle nostre genti alla sua completa affermazione. Non si spiegherebbe, altrimenti, come mai i benefici, derivanti dall’appartenenza dell’Italia al club delle maggiori potenze economiche mondiali, fattasi sentire nella quasi totalità delle regioni (ivi compresa la parte a nord della nostra terra), non riescono a raggiungere la Valleroveto. Gli Ebrei, succubi della diaspora delle diaspore hanno dopo secoli un loro stato (giustamente), nonostante l’asserita maledizione per la crocifissione del Cristo: Quanto tempo dovrà ancora trascorrere prima che la diaspora delle nostre genti possa tornate a comporsi per prosperare e vivere nella sua “avara” ma ridente e amena Valleroveto?

Non c’è dubbio che la nostra valle e lo stesso San Giovanni, negli ultimi anni ha avuto un qualche accenno di progresso trainato dalla generale espansione, ma è un progresso riflesso, che non ha nulla a competere con la crescita osservata a livello nazionale e più propriamente nel territorio del nord-est regionale.

Unità d’Italia e Lega Nord

Parlando dell’unificazione nazionale, in generale, noi abbiamo delle idee alquanto particolari che non esitiamo ad illustrare per sommi capi, pur sapendo di suscitare più di qualche polemica, e di far arricciare il naso a certi storici ultranazionalisti che a mo’ di struzzo hanno accettato le verità piemontesi come provenienti dai “sacri testi”.

Vogliamo dire che nel 1861 si diede inizio alla colonizzazione del Sud da parte del Regime Piemontese, o se vogliamo dirla più esplicitamente, per conto di Casa Savoia .

Nessuno degli storici seri può negare che Garibaldi intervenne a Sud con il suo esercito di ben 200.000 uomini (altro che mille unità come affermano i “pennaioli” ruffiani) senza uno straccio di dichiarazione di guerra o motivazione contro il Regno delle due Sicilie.

Il Garibaldi “eroe dei due mondi”, tanto caro ad un “eroe” dei nostri giorni Bettino Craxi, non era quel libero ed avventuroso guerriero che la storiografia di regime ci ha voluto imporre; era un opportunista mercenario alle dipendenze di Camillo Benso Conte di Cavour, della Società Rubattino e delle industrie del nord, mandato ad occupare il meridione con la carta bianca del forcaiolo; come tale si comportò

Queste cose non saranno mai scritte nei testi scolastici accessibili alla gente comune, saranno riservate alla “élite de la société” che non ha alcun interesse a propalarle, essendole congeniale il mantenimento dello “status quo”.

Vogliamo riferirci a ciò che il Prof. M. Friedmann, ha definito in un suo libro la “tirannia dello status quo” che rende estremamente difficile invertire la linea opportunisticamente intrapresa dalla casta egemone.

Non sarà mai scritto che Nino Bixio massacrò i siciliani di Bronte perché non volevano accettare l’imposizione di leggi ed usanze piemontesi, come pure non sarà mai rivelato ciò che avvenne a Gaeta, in Valleroveto ed in altre zone del Sud, durante l’occupazione delle truppe garibaldine; come gli stupri, le uccisioni mediante fucilazione, le torture dei contadini, il saccheggio delle loro campagne ed il conseguente abbandono per fame e malattia.

La storia meridionale anteriore e posteriore all’Unità d’Italia andrebbe puntualizzata e riscritta con meno ipocrisia e ruffianeria.

Con una più attenta ed aggiornata lettura, apprenderemmo che il primo atto compiuto dagli invasori del nord, per l’affermazione dell’Unità d’Italia, fu l’emanazione di una legge elettorale truffa, quando ancora lo Stato Borbonico non era stato debellato, ma (nel 1861) ancora assediava Gaeta con il generale Cialdini.

In sostanza vigendo una legge elettorale uninominale, come oggi, il Conte di Cavour pensò di elevare il numero degli elettori dei singoli collegi elettorali da 30.000 a 50.000 e, nello stesso tempo, decretando la concessione del diritto al voto soltanto per quei cittadini che avessero pagato almeno 42 lire di tasse all’anno. Siccome al sud, nel 1861, la tassazione era quella del sistema borbonico che si basava sulla forma indiretta, a differenza di quella diretta del nord, nessun cittadino (o quasi) del sud era in grado di dimostrare di essere in regola per il diritto al voto.

Si verificò infatti, che su 440 deputati eletti al Parlamento di Torino, ben 400 erano del nord e soltanto 40 del centro – sud.

Così ebbe inizio l’occupazione e la colonizzazione del meridione e la conseguente diaspora. Fino al 1981, nel Regno delle due Sicilie, il fenomeno dell’emigrazione era sconosciuto, non perché vi fosse il veto della Casa Regnante, ma per il fatto che non c’era la necessità. Non si navigava nell’oro e nella floridezza dalle nostre parti, ma tutti lavoravano e producevano. Non mancava l’industria. La moneta era apprezzata ed il bilancio, in attivo, non conosceva flessioni. Contrariamente a quanto troviamo scritto nei “sacri testi”, il sud non era sottosviluppato e retrogrado, al cospetto del nord ricco e industrializzato. La verità è che nel nord c’era povertà e fame. C’è un libro dal titolo “La neve nel bicchiere” in cui è detto emblematicamente che nel settentrione, per la fame si abbuffavano di neve con una spruzzata di vino; specialmente nel Veneto (terra d’emigrazione per eccellenza), in Lombardia ed in Piemonte. Da noi si viveva in povertà, ma non nell’indigenza o disperazione.

Come se non bastasse la già accennata legge truffa, l’ineffabile primo ministro Quintino Sella, escogitò la famosa tassa sul macinato e sul sale. Dov’erano i frantoi e le saline se non nel sud? La conseguenza fu che una delle millenarie risorse fu prosciugata e falcidiata, trasmettendone i negativi riflessi su tutta l’economia meridionale correlata.

L’ingente bottino servì ai Savoia per impinguare le casse della Casa Reale e reinvestirne gli utili nelle industrie del nord, quasi tutte di loro proprietà.

Questo sistema non ha mai avuto soluzione di continuità; anche ai nostri giorni gli introiti delle tasse più assurde finiscono per la maggior parte a dare sostegno ed alimento alle industrie del nord, come pure, per logica conseguenza, vi finiscono le nostre migliori energie produttive ed intellettuali.

Non stiano raccontando fandonie. Volete qualche esempio? Napoli, checché se ne dica, era considerata prima dell’Unità d’Italia, la città più industrializzata d’Europa con la sua industria metalmeccanica all’avanguardia; la prima ferrovia d’Italia NAPOLI – PORTICI ne fu l’espressione più evidente, con gli oltre 200 chilometri ferrati del Regno delle due Sicilie. Come espressione di progresso fu anche il grande e significativo esperimento di S. Leucio, nel Casertano, città industriale chiamata “Ferdinandopoli” quale riconoscenza verso il penultimo re delle due Sicilie che ne volle la realizzazione. Adottando le teorie di Russeau, di Voltaire, nella suddetta città degli operai si produceva seta con tecniche considerate avveniristiche per l’epoca. Infatti, finché l’industria fu gestita con metodi cooperativistici fu possibile dividere annualmente gli utili tra gli addetti alla produzione; dopo l’Unità, la città operaia fu nazionalizzata “per battere cassa” e decadde fino al punto che nel 1866, gli operai plebiscitariamente si appellarono al Parlamento Italiano per ripristinare le antiche regole gestionali.

Questo metodo di rastrellare bottini da parte dei famelici piemontesi, per riscattare l’atavica pezzenteria del nord, fece sì che la dittatura garibaldina a Napoli, in due mesi, portasse un bilancio dei più fallimentari che alla fine del 1860 registrava un deficit di 10 milioni di ducati e più di 20 l’anno successivo.Sono 130 anni che il nord dissangua il sud, altro che assistenzialismo sbandierato dalla Lega Nord del Sig. Bossi e compagni.Crearono una diabolica Cassa del Mezzogiorno, quale “cavallo di Troia” per truffare le genti del sud con la costruzione delle cosiddette “cattedrali nel deserto”.Quelle parvenze di industrie (loro incontrastato monopolio), in cui venivano istallati i macchinari obsoleti del nord, fruttavano migliaia di miliardi agli industriali che, dopo qualche tempo, con il beneplacito dei loro compari al Parlamento (in maggioranza falsi e corrotti), chiudevano i battenti lasciando le cose peggio di prima e le maestranze nella disperazione. I leghisti di Bossi e compagni vogliono dividere l’Italia? Facciano pure; noi siamo per l’unità, ma se proprio vogliono ne vedremo delle belle tra qualche decennio, se ciò avverrà, allorquando non avranno più le “bestie da fatica” del sud e le “vacche da mungere“.

L’Italia del sud, noi riteniamo sia più ricca del nord. Non siamo degli assistiti, ma soltanto degli sfruttati e rassegnati alla prepotenza ed arroganza del regime impostoci. Esempio significativo del sud è Crotone. Dicono che quella è una popolazione rognosa e troppo esigente. Ma, si rendono conto che quel territorio è ricco di ben cinque pozzi di petrolio e di gas metano che rendono, secondo quello che ci fa sapere l’ex ENEL, due miliardi al giorno? Dove finisce quell’oro nero, se non nel fiume che perennemente ingrassa a basso costo le industrie del nord?

Questa è la verità, cari signori, e non quella che ci avete raccontato per anni ed anni. Con le vostre menzogne e falsificazioni storiche è stato possibile elevare al rango di eroe i Garibaldi ed i Bixio, mentre i Michele Pezza venivano considerati banditi perché valorosamente si prodigavano nella difesa dei loro territori contro gli invasori Francesi o contro gli affamatori Piemontesi. È così che i nostri contadini, strozzati da tasse ingiuste, a cui i latifondisti del nord espropriavano i terreni, vengono fatti passare per banditi, mentre gli opportunisti invasori vengono acclamati quali eroi?

L’Italia, sia pure per mezzo di tremende nefandezze, è stata unificata e vorremmo tenercela cara e con comunità d’intenti; l’unione fa la forza. Solo così ci si può sentire legati ad una stessa lingua, ad una stessa storia, ad una stessa civiltà, a comuni interessi ed aspirazioni. All’ombra del Tricolore che ci identifica nel contesto mondiale, ogni italiano deve sentirsi libero come a casa sua e con pari dignità e giustizia. Se ciò non fosse possibile, sarà peggio per gli ottusi provocatori separatisti.

Il sud ha le braccia lavorative, ha intellettuali e scienziati, ha il sole e l’incantevole territorio turistico e, come se non bastasse, ha anche 40 milioni di italo – americani originari dei nostri paesi caldi e solatii sui quali è sempre possibile far conto e collegarsi. Per parlare compiutamente sull’Unità d’Italia non basterebbe un solo libro, tanto vasta e problematica fu la sua realizzazione. Chi volesse accertarsi della valenza della nostra corrente di pensiero potrebbe procurarsi le opere dell’Alianello come “L’alfiere” oppure il trattato “Contro la questione meridionale” del Capocelatro, in cui si evidenzia come tutte le risorse del sud furono confiscate per dirottarle al nord attraverso o per tramite di un perverso sistema bancario. Si scoprirebbe, appunto, con la lettura delle opere sopra citate, come l’Unita portò al Mezzogiorno la tremenda emigrazione nelle terre più lontane, gli assurdi olocausti dei suoi contadini agli ordini del Generale Cadorna; le elezioni manipolate da De Pretis e Giolitti, uomini del nord che lavoravano per gli interessi del settentrione. Si apprenderà, altresì, come fu distrutta l’agricoltura meridionale; come furono cancellati i cosiddetti “Monti frumentari” (istituiti dai Borboni per i prestiti alla piccola proprietà contadina); come furono annientate le industrie metallurgiche, tessili e di altro genere che i Borboni avevano protetto contro l’imperialismo economico franco – britannico che appoggiò (per proprio tornaconto) l’unificazione piemontese dell’Italia.

Ma fermiamoci qui per carità di Patria.

Ricordatevi però irrequieti “signori” del nord, che prima che vi si schiudessero le porte del paradisiaco eldorado del sud, eravate considerati dispregiativamente la “terronia” dell’Impero Austro – Ungarico; fate in modo che la vostra storia non abbia a ripetersi perché non trovereste più gli utili idioti che vi offrono a buon mercato le condizioni propizie per un ulteriore riscatto. Pensate, invece, che l’evoluzione del genere umano ci consiglia di allargare i nostri confini, per la più vasta aggregazione continentale e, auspicabilmente, mondiale. Qualunque cosa sia accaduta è passata; “’a nuttata è fernuta” e tutto va consegnato ad una storia più veritiera. La fase in cui era necessario combattere contro qualcosa, noi riteniamo debba ritenersi ormai esaurita. Di fronte al recente crollo del sistema partitico truffaldino, che ha favorito l’insorgere e l’affermarsi della protesta leghista del nord, il corpo elettorale e quindi la società italiana devono riscoprire il fascino della politica, sostituendo a una partecipazione “vuota e formale” un impegno “pieno e sostanziale. Gli anni della delega sono finiti, la sovranità più assoluta deve spostarsi ad ogni costo verso i cittadini tutti, senza l’interessata mediazione dei vecchi marpioni nelle vesti di esperti, tecnici e professionisti di ogni risma.

Dal presente manifesto, che celebra il Centenario della morte dell’ultimo Re di Napoli, Francesco II di Borbone, si evince che le nostre tesi non sono peregrine, ma vive nella “pelle” delle genti meridionali. Facciamo in modo che le nostalgie non diventino movimenti separatisti.

Foto 9.3 – Manifesto del 3° Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaetà.

Settimanale “OGGI”:    12 Maggio 2004

UNA ROCCA MOSTRUOSA

IN

FENESTRELLE  (Totino)

“”La condanna in questo luogo fa spavento

quanto i gulag siberiani””

Vi finirono i loro giorni i cosiddetti “briganti” di Valleroveto, in compagnia di migliaia dell’esercito borbonico.

Capitolo X

Conclusione

 (Dell’indagine di un Carabiniere)

«Nemo Me Impune Lacessit»

PREMESSO CHE

della «VOX POPULI DEI» nessuno può non tenere conto, nemmeno i potenti addottorati;

  1. chi  sfida una millenaria e documentata tradizione e si illude di poter stare dantescamente «come torre, che non crolla giammai la cima per soffiar di venti» non tiene conto di quanto possa essere furibonda e schiacciante la inerziale forza dell’opinione pubblica;
  2. ristabilire, o meglio confermare, la verità di un evento storico richiede uno sforzo critico, un’indagine attenta, un confronto impegnativo tra DICTUM ET FACTUM per accertare il VERUM.

 

CONSTATATO CHE

  1. la datazione delle pietre scolpite, rinvenute nel sepolcro del DEODATUS Sangiovannese, sono sicuramente e scientificamente databili al sec. IX;
  2. la figura vescovile incisa in una di quelle pietre non è munita della dignitaria insegna della mitra, concessa agli Abati Cassinesi a partire dal 1059;
  3. la scritta DEODATUS in caratteri «onciali» e non «gotici»
  4. le grate del primitivo sepolcro, purtroppo annientato, indicavano allegoricamente “miro modo” il carcere subito dal Santo in esso custodito;
  5. le vicende storiche di San Giovanni Valleroveto sono parallele al Castaldato di Aquino, in cui nacque DEUSDEDIT,  XV Abate di Montecassino;
  6. dal Castaldato di Aquino provenivano gli Abati Commendatari, inviati direttamente dal Papa,  per amministrare l’immenso patrimonio della Chiesa di San Johannes de Collibus;
  7. nell’Archivio della Diocesi di Sora non c’è notizia dell’antica Abbazia di San Giovanni Valleroveto prima della metà del XVII secolo;
  8. se quel Corpo Santo fosse appartenuto ad un eremita del luogo non avrebbe avuto le insegne dignitarie vescovili. L’edificazione del Monastero di S. Elia è posteriore alla datazione del sepolcro di S. Diodato;
  9. dopo una quarantina d’anni dalla morte di DEUSDEDIT  Montecassino fu distrutto dai Saraceni; la famiglia originaria del Santo prima del loro arrivo aveva provveduto a mettere in salvo le Sue Spoglie mortali in luogo impervio e sconosciuto;
  10. negli scritti di Leone Marsicano, uno dei più documentati storici dell’Alto Medioevo, non vi è traccia di un suo conterraneo assurto agli onori dell’Altare;
  11. che il nome di DIODATO aut  “DEUSDEDIT” viene dalla tradizione Benedettino-Cassinense.

 

VISTO CHE

Il destino di San Giovanni Valleroveto, dopo un’alba radiosa è diventato altrettanto avverso, dipanandosi su sentieri ammaccati dalle mille curve della storia perennemente in faticosa ascesa; la popolazione,  inserita in una delle fasce più deboli della Nazione; appartenente socialmente ad un contesto di carenza di beni non riscontrabili in ambiti sia pure a carattere localistico; famiglie senza copertura assicurativa; pensionati sociali al minimo; situazioni di difficoltà in cui le «reti» di solidarietà famigliari, sconosciute in queste terre completamente obliate, non concorrono ad ammortizzare i problemi delle carenze e delle quotidiane impellenze; famiglie di coniugi anziani soli; persone anziane sole e con gravi handicap; servizi socio – sanitari inesistenti per lenire i bisogni degli anziani cronici non autosufficienti: a chi rivolgersi in mezzo a tanto sfacelo, con scenari così pietosi e dolorosi? C’è ancora qualcuno disposto ad immedesimarsi nelle esigenze materiali e spirituali di San Giovanni? Per chi servono le curiali adunanze in cui si sentenzia, in bello stile, su solidarietà e fratellanza?

 

HOC IGITUR PROBE STABILITO ET FIXO

Senza alcuna vergogna dobbiamo ammettere che la razza Sangiovannese discende da rustica famiglia di cui si circondava e ne disponeva l’Abbazia Benedettina; razza che un po’ alla volta, amorevolmente assistita e istruita dai frati sulle arti e mestieri, da serva della gleba, venne affrancata dalla condizione di schiavitù e avviata alla piena dignità di creatura di Dio e partecipe con pieno diritto, di uno Stato e di una società civilmente in evoluzione. Non è pertanto, una razza dalla discendenza nobile o cavalleresca, ma proprio per questo sa stare con i piedi ben piantati al suolo; temprata dalle antiche e presenti avversità riservatele dal «fato», sa apprezzare i doni ordinari e straordinari che la Divina Provvidenza, attraverso i suoi Santi, non manca di somministrarle.

Il paese però appare agonizzante; se si procede al censimento degli abitanti, attualmente ben al di sotto delle cento unità, in maggioranza di media e tarda età, dovremmo concludere che nel giro di due generazioni, così perdurando l’andamento demografico e quello sociale, tutto dovrebbe ritenersi estinto in San Giovanni Valleroveto, ma certamente non è così. La diaspora ha certamente sparpagliato ovunque gli abitanti del piccolo borgo, ma certamente non ne ha arrestato la proliferazione le cui radici sono ben piantate in questo suolo in apparenza avaro, ma dalle insospettabili risorse di laboriosità e d’intelletto.

Qualcuno non ha creduto opportuno rispettare il grande bisogno di questo popolo aspirante alla dignità dei fatti più spirituali e trascendenti.

Non è detto che il problema, per esso di vitale importanza, possa chiudersi semplicisticamente. Quel bisogno di riconoscersi nella tradizione e nel credo degli antichi progenitori potrà mettere in moto le genti Sangiovannesi in un meraviglioso afflato, che solo in nome di San Diodato  può verificarsi ed esplicarsi.

Le emergenze prodigiose che, in speciali circostanze scaturiscono dal cuore, non piacciono a quella immensa schiera dei cosiddetti uomini di scienza, tra i quali si nascondono spesso protervi euclidi che non esitano, all’occorrenza, a trovare il modo di spaccare il capello in quattro.

San Diodato sarebbe sepolto, secondo l’antico archivista, nei sotterranei di Montecassino.  Ma come è possibile?  I sotterranei non sono immensi e pertanto, se ciò  fosse vero il sepolcro sarebbe rintracciabile.

I testi ci dicono che, dopo la morte, numerosi pellegrini accorsero alla Sua tomba a chiedere miracoli, specialmente contro la febbre e le emicranie; uno dei detti miracoli è conclamato in antichissimi documenti.

Dov’è quel sepolcro, in quei tempi accessibile al grande pubblico? La dislocazione e la planimetria della celeberrima Abbazia non è mai cambiata; perché non si trova più quel Santo Deposito? È ovvio: è da cercare lontano in luogo sicuro, per i seri motivi di quel tremendo periodo storico.

Quel luogo sicuro è San Giovanni Vecchio in provincia dell’Aquila.

In un mondo ancora lontanissimo dai mass – media, quale è l’Alto Medioevo, le notizie, in un mondo che ha dell’incredibile, circolavano rapidamente di bocca in bocca diffondendosi attraverso i canali dei racconti riportati dai mercanti e dai pellegrini lungo le strade dei santuari, delle fiere e dei mercati; attraverso i monasteri, le abbazie e le cattedrali.

Se si diffuse la storica notizia del DEODATUS Sangiovannese quale XV Abate di Montecassino perché non lo è stato per le altre ipotesi recentemente proposte?

Chi avrebbe avuto interesse a propagare una falsa notizia ecclesiastica in un ambito così poco aristocratico e tanto circoscritto qual è San Giovanni Valleroveto?

Prima di emettere temerarie sentenze letterarie su questioni di capitale importanza per un popolo o per una etnia chicchessia, sarebbe necessario, a nostro avviso, esperire tutte le ricerche ed effettuare tutti gli esperimenti scientifici sull’oggetto della disputa. Sarebbe, infatti, importante eseguire la comparazione dei nostri reperti archeologici con quelli del IX° secolo rinvenuti a Roccasecca dei Volsci e quelli dell’antica Fregellae. Come pure sarebbe necessario, se non di più, ricercare lo stile, la bottega d’arte, l’autorità ed il casato patrizio che commissionò la realizzazione del Sepolcro con l’antichissima epigrafe,attraverso il costituito processo di tipizzazione.

Se si facesse tutto quanto accennato, ogni cosa sarebbe più chiara e definitiva; si scoprirebbe l’arte Benedettina-Cassinense dell’Alto Medioevo e con essa la decisiva identificazione, se pur ce ne fosse bisogno, di quel tanto martoriato Corpo Santo.

Il permanere dell’incertezza suona, per i Sangiovannesi e per la numerosa schiera dei devoti di San Diodato, come profonda offesa e sgomento.

Chi di dovere rifletta seriamente e provveda per il bene nostro e per quello della sua anima.

San Diodato aut Deusdedit – XV Abate di Montecassino è nostro «usque ad aeternum» vi piaccia o non vi piaccia; guai a chi ce lo tocca: «nemo me impune lacessit». Le vicissitudini della vita, i governi, le rivoluzioni possono cambiare l’ordinamento delle regioni e dello stesso Stato, nonché le giurisdizioni ecclesiastiche; non potranno però, mai cancellare le tracce indelebili dell’influenza Benedettina nella regione Abruzzo, nella Valle Roveto e a San Giovanni in particolare che continuerà a considerare Montecassino come sua «prima capitale».

Advèsperascit

Sera incombente,

in antico borgo

paradisiaca quiete

evoca ricordo

d’infanzia rovente.

 

Silenzio assoluto,

immenso sgomento

le cose più care

l’inopinato evento,

giunse a turbare.

 

Impercettibili brividi

di rumori sospetti

la pioggia infittisce

sui tetti di cocci

antichi e rotti

 

Sbriciolati muri

in vicoli aspri,

pietre riarse

di case vetuste

evocano

memorie moleste

 

 

Miagolio triste

del domestico gatto

nel desco deserto

dell’ultimo scomparso

rimembra premuroso pasto.

 

I canti gioviali

nei timidi approcci

dei vichi i cicalecci

il tempo ha sepolto;

tutto è scomparso !

 

… et advèsperascit !!!

 

 Nino Degni

(Novembre 1997 – dopo la morte del padre avvenuta il 21 agosto 1997)

«Dagli atrii muscosi, dai Fòri cadenti,

dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

dai solchi bagnati di servo sudor,

un volgo disperso, repente si desta,

intende l’orecchio, solleva la testa,

percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

qual raggio di sole da nuvoli folti,

traluce de’ padri la fiera virtù:

ne’ guardi, ne’  volti  confuso  ed  incerto

si mesce e discorda lo spregio sofferto

col misero orgoglio d’un tempo che fu» 

Alessandro Manzoni «Adelchi»

Viva San Diodato