Prefazione

San Diodato

Prefazione

 

All’inizio di queste pagine, sentiamo il dovere di fare opportuna, pubblica confessione. Vogliamo dire che siamo sinceramente pieni di rossore e confusi nel doverci confrontare e nel dover confutare qualche asserzione del compianto professore Gaetano Squilla, e tenacemente contestare quelle di una personalità, qual è il plurilaureato Don Dionigio Antonelli, la cui fama di storico travalica i confini nazionali.

Alla buona anima del professore Squilla vogliamo dire (sicuri che ci ascolta perché crediamo nella trascendenza) di non aver scordato la giusta rampogna che ci propinava allorquando, incautamente ma con il candore dell’adolescente, ci permettevamo di contestarlo: “TU SE’ CIUCCIE E PRESENTUSE“.

Siamo sinceramente convinti della giustezza del “ciuccio” , sia per allora che per il presente, ma il presente, “presuntuoso“, caro professore, ce lo deve perdonare. Noi non siamo scrittori o letterati , il cui periodare, forse, farà sorridere, ma le vogliamo far sapere che il nostro intento (sotto l’impulso dell’aldilà) mira ad un solo scopo: la verità su DEUSDEDIT XV° ABATE DI MONTECASSINO, che siamo sicuri si identifica in San DIODATO, del quale San Giovanni Valleroveto (AQ) si onora di custodire i resti mortali, e dai suoi residenti ed oriundi amato e venerato sin dai primi vagiti.

Noi siamo dei semplici esegeti delle fatiche letterarie dei predetti ed altri scrittori e l’ampio stralcio che di esse ne abbiamo fatto vuol supplire alla pochezza del nostro scibile.

Ci è venuta la cosiddetta “pelle d’oca” mentre scorrevamo le pagine delle opere letterarie che interessano la storia “minima” del nostro paesello e quella “maiuscola” del Nostro Santo Protettore.

Come orientarsi tra l’immensa mole delle citazioni bibliografiche portate a sostegno delle loro tesi dagli insigni scrittori?

Abbiamo acquisito dei testi e documenti dell’epoca che ci interessavano, abbiamo frequentato qualche archivio e ci siamo appassionati, nella nostra pochezza all’affascinante mondo dell’Alto Medio Evo con i suoi sorprendenti usi e costumi.

Che cosa abbiamo appreso? Quali convincimenti ne abbiamo tratto?

Premesso che mai e poi mai ci saremmo sognati di affrontare l’impegno della stesura di un libro, se non ci fosse stata l’enorme provocazione da parte dell’insigne letterato che in una sua opera mette in discussione l’ultra millenaria fede del nostro popolo, dobbiamo confessare di essere grati a quell’autore che ci ha spinti a farlo, offrendoci supplenza alla noiosa “routine” della nostra vita da pensionato.

Tornando alla storia, possiamo affermare che in quei tempi lontani, potenti forze dominavano la scena politica e amministrativa, in perenne e reciproca ostilità, che turbavano le menti dei popoli attraversati da tremiti e sospiri per le difficoltà delle guerre e delle carneficine.

Tra il potere civile esercitato dagli Imperatori e quello temporale dei Papi infuriavano dispute sanguinose; singoli paesi sfidavano i potenti; continui dissidi animavano il popolo contro la nobiltà. Il Papato, prima potenza mondiale, era più zelante nelle imprese belliche, in alleanze, in scomuniche e castighi, in crociate, che nella dovuta cura delle anime. Lo splendore della cultura occidentale sembrava in pericolo, in mancanza di una guida, una sicurezza. Ma per fortuna, o per meglio dire con il conforto dell’immancabile Provvidenza Divina, in mezzo a tanto bailamme non mancarono dei Giganti che con la loro immensa spiritualità ed ascetismo non permisero che i popoli cadessero nell’agnosticismo, alimentandone la fiamma della Fede. È il caso di fare qualche esempio?

San Benedetto da Norcia, fondatore dell’Ordine Benedettino; San Romualdo, anch’egli Benedettino, fondatore dei Camaldolesi; San Domenico, fondatore dei Domenicani (seguaci delle teorie di S. Agostino); San Francesco, con il suo eccelso ascetismo, fondatore dei Francescani; Santa Caterina da Siena, terziaria domenicana, che con le sue lettere indusse il Papa a riportare da Avignone a Roma la sede pontificia e si prodigò per la riforma e l’unità della chiesa.

Tra i suddetti Giganti, ed altri ancora, si inserisce il meno noto, ma non meno grande nella fede e nel coraggio di testimoniarla, il Nostro amato Benedettino San Diodato.

Ci siamo proposti di guardare ed ispirarci soltanto alle figure di questi colossali fari accesi dal Creatore nelle tenebre incombenti sul mondo dei “secoli bui“, senza farci incantare dalla catena intrigata di riflessioni su opere di autori emblematici. Questo perché? Perché la nostra non è un’opera letteraria, ma una semplice indagine su uno dei numerosi personaggi antichi ed anche perché siamo stati colti dal sospetto che molti letterati indulgono spesso allo sfoggio del loro scibile, attenti alle sottigliezze celate tra le righe dei testi infarciti di tortuosità dialettiche e protesi, spesso, ad affermare una loro tesi in antitesi di altre sullo stesso specifico contesto storico.

Infatti, non c’è certezza storica e geografica particolareggiata nello studio dell’Alto Medioevo perché la perenne conflittualità tra contee e principati ingeneravano un susseguirsi di avvenimenti ravvicinati, soggetti alle umorali alleanze, tradimenti apparentamenti ed opportunismi di ogni sorta.

In quei secoli antichi, ad esempio, non vi è certezza neanche delle date del calendario liturgico e relative liturgie. Non era possibile sapere l’inizio della Quaresima e della conseguente festa della Resurrezione perché ogni vescovo ne faceva un problema nel fissare la data secondo convenienza. Lo stesso Giustiniano (546) ritardò di una settimana la quaresima per favorire la corporazione dei macellai che non intendevano sospendere la vendita della carne nel periodo di prescritta astinenza. (Ved. MIGNE ed il “De Ratione Paschae” di Dionigi il Piccolo). Non è possibile quindi inquadrare in modo organico e sistematico il periodo che va dal secolo VIII° al XV°, per quanto riguarda la storia delle nostre valli e monti sotto il profilo della giurisdizione politica e religiosa.

La Valle Roveto, ad esempio, è stata sempre soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora?

Le alte cariche civili e religiose, in quei tempi, erano appannaggio dei nobili e, nel periodo Carolingio, quasi mai privilegio di razza italica, ma di razza sveva, bavarese ed occasionalmente di razza “longobarda”. (Ved. “CARLOMAGNO” di Donald Bullough p.86).

Per quanto riguarda Sora, poi, non era essa inclusa nella “Terra di San Benedetto” che andava dal Mar Tirreno a quello Adriatico? “Il dominio cassinese, incuneato fra lo Stato della Chiesa e l’Italia meridionale di cui forma la porta, è ormai uno dei fattori dell’equilibrio italico: “la Terra di San Benedetto, si estende dall’uno all’altro mare. Nella maggior parte della Terra del Lavoro, del Sannio e degli Abruzzi, nei territori lontani che la badia possiede dalla Puglia e l’Illiria fino alla Sardegna, l’Abate di Montecassino esercita la giurisdizione ecclesiastica ed il potere civile del vasto dominio al quale è preposto, egli è il solo vescovo e il solo sovrano. All’infuori del Papa, egli non riconosce alcuna autorità ed i principi vicini, come i re stranieri, non si presentano a lui che nella umile attitudine del donatore e del pellegrino” .(bibliografia “Montecassino – T. Leccisotti).

L’immane sforzo compiuto nella stesura di parte di queste pagine intime e melanconiche, certamente non riservate all’élite culturale, mira innanzitutto all’esigente ed impellente legittimazione della Fede di un minuscolo popolo, ma anche a soddisfare quella spinta interiore che ci riconduce a minute radici e a ricollegarsi a quel filo di tradizione non certo filomodernista e freddamente curiale.

Si pensava, all’inizio, di effettuare breve indagine per dirimere ombre e dubbi “sull’orticello” alto-medioevale Sangiovannese e sul suo “GRANDE ORTOLANO”, ma la bramosia del riscatto di una condizione sociale, la riscoperta di antichi valori e la salvifica melanconia di perdute cose e delle memorie che si vanno spegnendo per l’audacia di moderni “incursori” futuristi; il tentativo di arrivare alle radici riannodando sterpi e dipanando grovigli, hanno partorito una mole ponderosa ed all’inizio inimmaginabile.

Non sappiamo se queste note nostalgiche, di un pensionato indigeno, piccola porzione di memoria e di testimonianza delle sacre tradizioni Sangiovannesi, potranno sortire qualche effetto per più dotti e sapienti giudizi, un fatto è certo, però: non si può impunemente e semplicisticamente stravolgere verità legate ai sentimenti più intimi ed elevati di tante generazioni, senza che qualcuno reagisca.

Ci siamo sentiti autorizzati e confortati in quest’impresa da quel grande filosofo francese, dal sigillo sacerdotale, MALEBRANCHE – Nicola de (Parigi 1638 – 1715) che nella sua opera letteraria “RICERCA DELLA VERITÁ” afferma che essa è inaccessibile agli spiriti brillanti: “Le stupide et le bel esprit son égalment fermés a la verité“. Infatti, spesso si bada più alla ricerca del “dolce stile“, che alla scoperta della sostanza dei sentimenti più veritieri.

Nessuna vocazione letteraria, dunque, ma soltanto un’istintiva risposta “a quel moto che ditta dentro“, in forte disagio di fronte alle contraddizioni e alle ipocrisie che attraversano le vicende storiche del periodo antico che si è dovuto affrontare. Ci si aggiunga anche la problematicità dell’intimo coinvolgimento personale su vicende, che videro attori antenati singolari, il travalicamento dei limiti del retaggio culturale, e si ha l’esatto quadro della tensione dinamica che si è dovuta superare sugli argomenti trattati.

Il megafono di chi detiene il potere, purtroppo, mette sempre a tacere anche la voce più schietta di chi si vorrebbe ad ogni costo devoto e sottomesso. Ma l’apertura delle indagini e le discussioni, tendenti a rompere silenzi su false asserzioni, con un esame più approfondito, potranno creare solidarietà, per dare una risposta sicura al contenzioso di interrogativi opportunisticamente posti in essere da pulpiti insospettabili.

L’esigenza di chiarire le contraddizioni con cui si è cercato di nascondere e manipolare verità storiche da parte di interessati dilapidatori di prebende, è ormai diventata impellente per restituire al minuscolo popolo Sangiovannese certezze sul futuro cammino spirituale sotto la protezione del suo glorioso San Diodato; Santo a cui deve essere restituita la gloria e la venerazione sancita da antichi martirologi, non solo da parte dei Sangiovannesi, che non gliel’hanno fatta mai mancare per oltre un millennio, ma specialmente da tutta l’intera comunità della diocesi di Sora e del grandioso Ordine Benedettino cui appartenne ed appartiene.

Il nostro mestiere, per trentadue anni è stato quello di Carabiniere e proprio sfruttando la caratteristica di tale professione ci siamo entusiasmati nell’indagare su fatti lontani anni luce dalla nostra epoca, ma molto presenti nella tradizione e, vorremo dire, nella pelle del nostro popolo.

Ci siamo genuflessi davanti all’urna di San Diodato per ascoltare i suoi consigli ed i suoi suggerimenti, che siamo sicuri non ci ha fatto mancare per giungere ad una verità essenziale per il cammino spirituale del ramingo popolo Sangiovannese.

DIXIT: “NON SIT CURAE DE MAGNI NOMINIS UMBRA”

 

Nota

Perché il “plurale maiestatis” della prefazione e dell’intero trattato? Abbiamo fatto appena professione di pochezza letteraria e, quindi, nessuna velleità di grandezza. La nostra, ripetiamo, è soltanto una indagine e, pertanto, com’è prassi nei rapporti giudiziari, da buon Carabiniere “a tal uso avvezzo” ci siamo ad essi conformati.

MAESTOSA È LA LEGGE

NON CHI LA INTERPRETA O LA APPLICA

“Il sale è buono, ma se anche

il sale perdesse il sapore

con che cosa lo si salerà?

non serve né per la terra

né per il concime

e così lo buttano via.

chi ha orecchie per intendere,

intenda”

(Vangelo di Luca: 15,14)

“Or io, Signor, per quelli eterni Dei

che scorgon di là su se’l vero io parlo,

per quella pura e’ntemerata fede

(Se tra mortali in alcun loco è tale)

ond’io già tutto a rivelar ti vengo,

priegoti che pietà di me ti prenda,

e de miei tanti e sì gravosi affanni

ch’indignamente io soffro…..”

(ENEIDE – Virgilio)

 

Antefatti

S. Elia di S. Giovanni Vecchio

“Portandoci da Balsorano verso S. Vincenzo, successiva tappa di questa indagine, non può passare inosservato l’eremo di S. Elia, sito sulle sommità montane dei Marsicani in territorio di S. Giovanni Vecchio, anche se non se ne conosca l’epoca esatta e se ne ignori del tutto la matrice monastica.

La sua presenza in loco merita attenzione, soprattutto ai fini di una maggiore conoscenza dell’eremitismo nella zona, uno dei temi che corrono tutta questa ricerca.

Il romitorio sorgeva ad oltre 1500 m. s.l.m., tra i confini dei castelli di S. Giovanni in Valle Roveto e di Colle Longo sull’opposto versante della valle del Fucino, nelle vicinanze di un fontanile chiamato ancora S. Elia e dove affiorano appena gli ultimi ruderi superstiti dell’antico insediamento monastico. 

La chiesa di S. Elia insieme con quella di S. Giovanni “de Collibus” è documentata nella prima  metà del sec. XIV, anteriormente all’epoca di recente (1977) indicata da Squilla, il quale ne rinviene la prima notizia nel 1358 della chiesa parrocchiale di S. Giovanni. I suoi beni, fin dalla prima metà del sec. XIV, risultavano uniti a quelli.

Nel 1663 l’alpestre cappella era localizzata a confine dei due citati castelli, con al di sopra una verde radura chiamata Prato S. Elia, e si trovava in completa rovina; possedeva inoltre delle proprietà garantite da un antico inventario che si conserva nella chiesa parrocchiale, ed infine vantava una remota tradizione eremitica.

L’esistenza di questo antico inventario in detta parrocchia prova che i beni di S. Elia rimasero indivisi da quelli di S. Giovanni dall’inizio del sec. XIV fino al 1663, che è quanto dire che in quel romitorio nel medesimo arco di tempo non si verificò alcun insediamento monastico. Difatti in tale periodo S. Elia non dà alcun segno di vita.

Pertanto una comunità di asceti vi dimorò prima che i suoi beni venissero definitivamente aggregati alla parrocchia di S. Giovanni, vale a dire anteriormente al sec. XIV.

Un’epoca questa che coincide col periodo di maggiore sviluppo dell’eremotismo nelle nostre valli, quando il fenomeno era generalizzato e si estendeva dall’abbazia di Montecassino ( monte Pesoluso) a Valle Comino (S. Trinità e S. Gerardo); dalla diocesi di Aquino (monte Asprano) agli Ernici di Sora (Settefonti, S. Maria e S. Leonardo) e ai marsicani di Pescosolido (S. Pietro al Lacerno) e di Valle Roveto (S. Angelo di Balsorano, S. Elia di S. Giovanni e S. Francesco di Civita d’Antino).

Un fenomeno che per la sua dimensione geografica e per la sua contemporaneità (sec. XIII), in rapporto a quello verificatosi intorno al Mille circoscritto al sorano e al verolano, può considerarsi la maggiore e più felice stagione eremitica del Medioevo di queste valli.

Ma il nome di S. Giovanni Vecchio è noto in tutto il circondario di Sora e della Marsica particolarmente, perché la sua chiesa custodisce un’antica gloria sacra: il corpo di S. Diodato abate, un santo da secoli venerato in quelle plaghe e festeggiato ogni anno il 27 settembre con grande concorso di popolo.

Sarebbe una inesplicabile omissione se non dessi qui anche un breve accenno alla luce dell’agiografia più aggiornata.

Nulla si sa della sua vita e del suo tempo. Il Fenicchia ne rinviene la prima notizia il 18 settembre 1617, data della sua invenzione. La prima testimonianza del santo da me reperita è, anche se di poco anteriore, del 1593 ed è relativa all’esistenza in quell’anno nella chiesa di S. Giovanni di un altare di S. Deodato e di un altro dedicato a S. Elia, una nuova inobliabile memoria dell’antico eremo.

Ma l’altare con l’urna del santo risale ad epoche remote. Difatti nell’invenzione del 1617 insieme con le sue reliquie si trovò anche una formella in pietra con scolpita l’effigie del santo, recante il pallio ed il pastorale e sul frontespizio in scrittura gotica il suo nome: “Deodatus”. Il lavoro di buona fattura artigianale, attesa la grafia, è databile intorno ai secc. XIII – XIV.

Pertanto anche l’altare del santo, dove la piccola scultura fu rinvenuta, deve farsi risalire a tale epoca. Il prezioso reperto sussiste ancora e si può ammirare nel presbiterio della chiesa.

Il 9 aprile 1636, con l’assenso e l’autentica del vescovo di Sora Paolo Benzoni, una insigne reliquia di S. Deodato, a scopo devozionale, venne solennemente traslata a Montecassino e conservata nel sacrario dell’abbazia.

Pochi anni dopo, cioè nl 1643, Scipione, nell’elogio dell’abate cassinese Paolo Camillo (1632–1634) , commemorando l’avvenimento, identificava il santo di S. Giovanni Valle Roveto con l’omonimo abate di Montecassino S. Deusdetit che governò l’archicenobio dall’828 all’834, senza addurre prova alcuna che spiegasse la eventuale presenza del corpo santo nel casale vallerovetano, sia quando parla dell’abate Camillo che dell’abate Deusdedit.

La sua tesi ovviamente non trovò eco nella storiografia posteriore del monastero e la sua rimase una eco isolata.

D’altra parte, tanto nell’atto d’invenzione e di traslazione del 6 giugno 1618, redatto a S. Giovanni quanto nello strumento del 9 aprile 1636, steso a Montecassino al termine della cerimonia di consegna della reliquia, non si rinviene cenno alcuno che dia adito a una possibile identificazione dei due personaggi.

In seguito, l’errata interpretazione dello Scipione, fu sottolineata ed adeguatamente confutata dal Gattola, il quale tra l’altro assicurava che le ceneri del santo abate del sec. IX si trovavano ancora nell’abbazia, anche se non era in grado di precisarne il luogo.

All’inizio del nostro secolo un anonimo scrittore di S. Giovanni vecchio, probabilmente l’abate curato dell’epoca, come risulta dallo stesso titolo del suo monoscritto, con vari argomenti scarsamente probativi, tornava a proporre la tesi dell’identificazione tra il santo sangiovannese Deodato e l’antico abate di Montecassino Deusdedit., ma oggi tutta l’agiografia è unanime su due punti essenziali: che si tratti di due personaggi completamente diversi e che il culto di S. Diodato è limitato al sorano.

A mio avviso non può essere che così. S. Diodato di Valle Roveto è un santo locale, come il suo culto, al pari di S. Ermete di Rendinara che visse e morì sul luogo. Egli, giusto quanto afferma qualche agiografo, dovette aver rapporti con qualche famiglia monastica del posto.

Ora anteriormente al sec. XIII, nella zona, come già risulta, si trovavano sia gli eremiti di S. Elia che i benedettini (volturnesi e cassinesi). Pertanto il santo dovette appartenere ad una di queste due comunità; più alla prima che alla seconda.

Difatti nella chiesa di S. Giovanni Vecchio tutto parla di S. Elia: l’altare, il culto, i beni ed il relativo inventario. Dopo l’abbandono dell’eremo tutto fu traslato a valle nella parrocchia. Il corpo di S. Deodato veniva dai monti, come il culto e i beni di S. Elia.

L’altra ipotesi è meno probabile, ma pure attendibile. Tra tutti i benedettini finora incontrati l’unico che si chiamasse Deodato,”Deodatus”, come nella formella samgiovannese, lo rinveniamo appunto in questa parte dell’”ager” sorano: è il preposito del cenobio volturnese di S. Colomba ai confini tra Sora e Pescosolido, vissuto nel 1040.

E’ vero che non basta l’omonimia a provare l’identità delle persone. Però, se pensiamo che i monaci del Volturno si trovavano in quell’epoca anche nella vicina Balsorano con pertinenze che toccavano certamente quello che sarebbe stato poi il Casale di S. Giovanni Vecchio, l’ipotesi che si tratti del medesimo personaggio, morto costì in odore di santità, non appare peregrina ed infondata.

Il luogo del sepolcro del santo vallerovetano è, a mio avviso, anche quello della sua vita. Ricercarlo fuori da tale territorio o identificarlo diversamente è indulgere alla fantasia.”

(Dionigio Antonelli – “ABBAZIE, PREPOSITURE E PRIORATI BENEDETTINI

NELLA DIOCESI DI SORA NEL MEDIOEVO”. Sec. VIII – XV. Pag. 320 e seguenti)

Riportiamo qui di seguito quanto scriveva Giovanni Musolino sul giornale “Avvenire” del 12 marzo 1995 e il 23 aprile 1995

12 marzo 1995

A San Giovanni Valle Roveto

Il Corpo Di San Diodato

Il culto del Santo veniva già praticato al tempo del Vescovo Marco Antonio Salomone

La presenza del monaco eremita San Deodato a San Giovanni Valle Roveto è legata all’abazia di Sant’Elia che sorgeva nello stesso territorio. L’abazia prendeva forse il titolo da Sant’Elia Speleota, monaco basiliano calabrese vissuto dall’865 al 960. Una notizia sull’abazia risale al 26 maggio 1358 quando Papa Clemente VI da Avignone l’affidò col cenobio di San Giovanni a Marcuzio Meleozio.

Nella visita pastorale fatta dal Vescovo Girolamo Giovannelli il 18 ottobre 1617 si legge che la chiesa di Sant’Elia era ormai scomparsa e di essa si potevano vedere solo i ruderi rasi al suolo. Nel luogo rimanevano cinque faggi e i resti di tre abitazioni. Il Vescovo dispose allora che sul posto venisse eretta una grande croce di legno che potesse essere vista dai passanti. L’abate di San Giovanni, al quale era stato assegnato il beneficio della chiesa, fu obbligato ad assolvere quell’onere entro due mesi con la minaccia di 10 ducati di penalità.

Lo stato di abbandono della Chiesa di Sant’Elia, verificatosi nei secoli precedenti aveva probabilmente causato il trasporto delle spoglie di San Deodato alla Chiesa parrocchiale di San Giovanni. In essa il culto del Santo veniva già praticato al tempo del Vescovo Marco Antonio Salomone (1591 – 1608), il quale vide nella Chiesa un altare dedicato a Sant’Elia ed uno a San Deodato.

Un nuovo risveglio del culto del Santo avvenne nel 1617 quando il Vescovo Girolamo Giovannelli, avendo osservato che nella Chiesa di San Giovanni l’altare dove era custodito il corpo del Santo era quasi unito all’altare maggiore e ostacolava la celebrazione delle funzioni sacre, dispose che le spoglie venerate fossero disseppellite e si procedesse alla loro ricognizione. I lavori di demolizione e di scavo furono eseguiti sotto la guida dei deputati della Comunità Antonio Ruggeri e Pietro Paolo Finocchio e il rinvenimento del corpo del Santo fu fatto il 18 settembre di quell’anno. Dalla demolizione del sepolcro fu salvata una formella di pietra raffigurante il Santo con pallio e pastorale e col nome Deusdedit in scrittura gotica. Il reperto, murato ora nel presbiterio, viene fatto risalire ai secoli XIII – XIV e potrebbe designare il tempo della traslazione delle spoglie del Santo dall’abazia di Sant’Elia alla Chiesa di San Giovanni, dove fu eretto il nuovo altare.

Il 4 giugno 1618 le spoglie venerate furono deposte in una cappella eretta a lato dell’altare maggiore, nel luogo dove prima sorgeva il campanile. Sull’altare fu collocata una tela con l’immagine della Vergine col Bambino e con San Deodato. In basso era raffigurato il Vescovo Giovannelli, con le mani giunte e con la mitra e il pastorale dipinti a lato. Il quadro fu donato dal Vescovo, che a sue spese fece pure deporre il corpo del Santo in una teca lignea dorata che fu posta a destra dell’altare maggiore, protetta da una cancellata di ferro

23 aprile 1995

(Dov’è ora quel dipinto del 1600 ? )

San Giovanni Valle Roveto

Il culto di San Deodato

A diffonderlo contribuì il Vescovo Giovannelli

Il culto di San Deodato continuò ad essere praticato nella chiesa, dove il 27 settembre veniva celebrata la festa con una messa solenne e con altre messe celebrate dai sacerdoti della vallata. Alla diffusione del culto contribuì il Vescovo Girolamo Giovannelli che l’11 marzo 1621 donò alla chiesa di Giugliano di Aversa una reliquia del Santo con le reliquie dei Santi Giuliano e Romito. Altre reliquie furono donate dallo stesso Vescovo nel 1625. Il cappuccino padre David da Verona, che in quell’anno aveva predicato la quaresima nella cattedrale di Sora, il 12 aprile ricevette in una cassetta sigillata alcuni frammenti ossei dei Santi Giuliano, Deodato, Romito e di altri Santi, che furono deposte nella chiesa di Santa Caterina a Rovereto in diocesi di Trento. Il 25 agosto il padre cappuccino Salvatore di Santa Maria, guardiano del convento di Santa Maria degli Angeli a Sora, ottenne delle reliquie degli stessi Santi. Il 30 novembre fu rilasciata una reliquia di San Deodato alla Duchessa Eleonora Zapata Boncompagni. Un’altra reliquia di San Deodato fu donata dal Vescovo Paolo Benzoni all’abbazia di Montecassino il 9 aprile 1636.

Nel 1643 M.A.Scipione nella sua opera sugli abati di Montecassino pubblicata a Napoli identificò San Deodato con l’omonimo abate che resse il monastero cassinese dall’828 e morì il 9 ottobre dell’834 nelle carceri di Benevento, dove fu gettato dal duca Sicardo per ingordigia di denaro. E. Gattola nella sua storia sul monastero edita a Venezia nel 1733 scrisse però che nel IX secolo le spoglie di quell’abate erano deposte ancora a Montecassino.

Nella chiesa di San Giovanni nel 1618 era già eretta la confraternita di San Deodato, che con le confraternite del Santissimo Sacramento e di San Giovanni veniva amministrata dai laici. Dalla relazione fatta il 15 novembre 1663 in preparazione alla visita pastorale del Vescovo Maurizio Piccardi si apprendono altri particolari sulla cappella e sul culto del Santo. Tra le reliquie custodite in un armadio posto a sinistra dell’altar maggiore vi era un busto di legno dorato col capo di San Deodato. Sull’altare, delimitato da una cancellata di ferro, era collocata un’antica statua di marmo del Santo. Gli anziani del luogo affermavano che in passato sul vecchio altare era scolpita in pietra l’immagine del Santo e si poteva osservarla ancora infissa nel pilastro davanti all’ingresso della sacrestia. L’abate Francesco Venditti nel 1633 aveva fatto costruire il nuovo altare e a ricordo aveva voluto che la sua immagine venisse dipinta nella parte inferiore del quadro. Il corpo del Santo, posto sotto l’altare, si poteva osservare da una finestrella.

Dalla visita pastorale fatta dal Vescovo Tommaso Taglialatela il 25 maggio 1767 si apprende che l’urna, prima nascosta da tavole, era stata resa visibile il 13 settembre dell’anno precedente e sulla fronte di essa era stata posta la scritta: “Corpus Sancti Deodati Abbati Cassinensis”. Nella nuova visita fatta dallo stesso Vescovo il 17 settembre 1769 si legge che l’urna lignea era protetta da una grata e che nella parte anteriore si apriva una porticina di legno. Alla manutenzione dell’altare si provvedeva con alcuni redditi e con le elemosine dei fedeli.

La sera del 26 settembre 1849 il corpo del Santo fu trasferito dalla sua cappella, dove era ” mal custodito e affatto invisibile”, in una urna dorata posta sotto l’altar maggiore. In una relazione del 24 gennaio 1874 il parroco don Pasquale Taddei scrisse che nel 1868 era stata acquistata a Napoli una nuova statua del Santo.

Il 27 settembre di ogni anno continua la celebrazione della festa di San Deodato e la popolazione della vallata vi partecipa implorando protezione e grazie.

Maggio 1995

Rivista della Comunità Montana “Valle Roveto”

“Il corpo santo di Diodato”

di Antonino Degni

Gli abitanti di S. Giovanni Valle Roveto rivendicano la tesi secondo la quale S. Diodato non è uno sconosciuto monaco, ma il XV Abate di Montecassino di cui parlano antichi martirologi.

Sul giornale “AVVENIRE” di Domenica 12 marzo 1995, a pag. 5 dell’inserto “Lazio Regione Sette Sora-Aquino-Pontecorvo” dal titolo “A San Giovanni Valle Roveto – il Corpo di San Diodato”, sono apparse notizie poco documentate ed avventate, dell’articolista Giovanni Musolino.

L’estensore dell’articolo ricalcando pedissequamente il contenuto del capitolo “S. Elia di S. Giovanni Vecchio” pag. 320 dell’opera letteraria di Don Dionigio Antonelli “ABBAZIE, PREPOSITURE E PRIORATI BENEDETTINI NELLA DIOCESI DI SARA NEL MEDIOEVO (sec. VII-XV)”, offende la profonda fede millenaria dei Sangiovannesi delegittimandone la tradizione e l’autenticità di quel Corpo Santo.

Per gli abitanti del piccolo borgo Vallerovetano S. Diodato non è uno sconosciuto monaco eremita dell’abbazia di Sant’Elia, ma il XV Abate di Montecassino “Deusdedit” (828-834), di cui parlano antichi martirologi.

Il Santo Abate nacque intorno agli anni 750-760 nei pressi di Aquino, quasi certamente a Roccasecca, nella famiglia di quei nobili Castaldi. Nel corso della sua reggenza venne in conflitto con il Principe di Benevento Sicardo, il quale pretendeva dal Santo Abate il tesoro di Montecassino per sostenere la costosa guerra intrapresa contro la Repubblica di Amalfi. Al rifiuto di Deusdedit, seguì la di lui cattura e la conseguente morte nel disumano carcere di Benevento (9 Ott. 834)

Il 4 settembre 883 ovvero 49 anni dopo la morte di San Deusdedit, i Saraceni distrussero Montecassino. I Benedettini si rifugiarono a Capua ed in altre località più sicure, come appunto l’impervio San Giovanni Valle Roveto ove avevano una grancia, portando con se le reliquie dei Santi. La tesi del popolo della Valle Roveto, oltre ad essere avvalorata dalla millenaria tradizione, da tanti fatti e circostanze storiche correlate che accenneremo brevemente, è stata sostenuta anche dal monaco Benedettino Marco Antonio SCIPIONE PLACENTINO (anno 1643) in “ELOGIA ABBATUM SACRI MONASTERIJ CASINENSIS”.

Una reliquia del Corpo Santo di Deusdedit aut Diodato è custodita a Montecassino; per ottenerla la celebre Abbazia, stante la gelosa resistenza dei Sangiovannesi, dovette ricorrere all’autorità del Barone Ferrante Piccolomini di Balsorano per ridurre a miti consigli i suoi sudditi. L‘Abate che si recò personalmente a prelevare la preziosa reliquia era nientemeno che il Santo Zaccaria Petronio, originario di “Castrum Fractarum”, oggi Ausonia, con il placet datato 9/04/1636, del Vescovo di Sora Paolo Benzoni. Della traslazione della “insigne” reliquia fa testo il rogito del notaio Pollicillo da S. Vittore (ST) in originale pergamena mm. 433 x 340 di cui è cenno in “ABBAZIA DI MONTECASSINO” VII, pag. 193, n. 1256. Nell’opera letteraria, citata, di Don Antonelli si legge: “in seguito, l’errata interpretazione confutata dal Gattola, il quale tra l’altro assicurava che le ceneri del Santo Abate del Sec. IX si trovavano ancora nell’abbazia, anche se non era in grado di precisarne il luogo”.

Si comprende facilmente come l’affermazione del Gattola, nativo di Gaeta, antico archivista di Montecassino nel volume “HISTORIA”, alle pagine 708 e 709, sia poco seria ed attendibile se si considera che i sotterranei di Montecassino non sono il famoso labirinto del mitico Minosse ed anche perché non si riesce a comprendere come il Corpo Santo di un celebre Abate, assurto agli onori degli Altari doveva essere tenuto nell’oblio più assoluto, dopo i miracoli verificatisi sulla sua tomba, documentati in antichi testi. Tutto discende, a nostro avviso, dal fatto che MARCO ANTONIO SCIPIONE PLACENTINO, poco meno di un secolo prima che il Gottola diventasse archivista della celebre Abbazia cassinese, nell’anno 1643, si era permesso il lusso di pubblicare il suo “ELOGIA ABBATUM SACRI MONASTERIJ CASINENSIS” senza chiedere l’imprimatur delle illustri autorità dello scibile Benedettino, affermando categoricamente essere il Deusdedit, morto nel carcere Beneventano, il Santo Diodato della sperduta Abbazia Vallerovetana, senza contare che il benedettino SCIPIONE PLACENTINO, già ausiliario del Vescovo di Sora e poi Abate in S. Johannes de Collibus (S. Giovanni V.R.) aveva negato a Montecassino la restituzione delle spoglie del Santo. Come, per dire, tu non me lo dai ed io te lo declasso.

La storia non si scrive con i “forse” e i “probabilmente” di cui è infarcito l’articolo giornalistico di Giovanni Musolino. Questi esordisce con il dire: “Una notizia sull’abbazia risale al 26 maggio 1358 quando Papa Clemente VI da Avignone l’affidò (l’Abbazia di S. Elia), col cenobio di S. Giovanni a Marcuzio Maleozio”. Si dimentica di dire il Musolino che il 1358 era l’epoca delle famose “commenda” e che quel Marcuzio Maleozio, guarda caso, proveniva da Castro Fractorum (ora Ausonia), soggetto al Castaldato di Aquino, casato nobile del Duesdedit XV Abate di Montecassino. Come pure il predecessore del Marcuzio Maleozio, rettore della chiesa secolare e Collegiata di S. Johannes de Collibus e della Chiesa anch’essa abbaziale di S. Elia, guarda caso, era l’Abate Maestro Calcedonio, scrittore pontificio, proveniente da Ceprano, centro abitato ad un tiro di schioppo da Aquino. E’ solo una casuale circostanza che personaggi della Contea di Aquino venissero investiti di una carica abbaziale ed amministrativa nella Valle Roveto,  che  confinava a nord con la Contea dei Marsi ed a sud con la Contea di Sora ? Perché, poi, occorreva una bolla del pontefice per l’investitura dell’Abate di S. Johannes de Collibus ? (vedi Archivio Vaticano al Registro 138, fol. 206 datato 26.5.1358 a Villeneuve – Diocesi di Avignone in Francia).

Nel Concilio Cartaginese, verso il 535, si stabilisce il principio che alcuni monasteri possono essere esentati dalla giurisdizione del vescovo diocesano ed essere soggetti direttamente al Papa di Roma; i presbiteri di quei monasteri venivano consacrati non dal vescovo ma dal Pontefice. In conseguenza di ciò, in detti monasteri, nel Canone della Messa, si commemorava semplicemente il Pontefice consacrante e non più il vescovo (ved. Mobilon Annales O.S.B., tom. I, pag. 39).

L’estensore di queste note, una risposta ai sopra esposti quesiti, l’ha trovata non solo nella logicità dei fatti storici, ma nell’intimo del suo animo educato al culto e alla venerazione di S. Diodato sin dalla tenera età. Il Pontefice ed i conti di Aquino (famiglia d’origine del Santo) erano perfettamente a conoscenza che nella sperduta Abbazia di San Giovanni Valle Roveto erano nascosti i gloriosi resti mortali di Deusdedit il quale, per difendere i diritti sacrosanti del suo Monastero, contro la prepotenza e la barbarie, non aveva esitato a sacrificare eroicamente la sua vita. Sapevano anche che quel Deusdedit non era un personaggio qualsiasi; sapevano che alla sua tomba erano accorse subito processioni di gente del Cassinate, dell’Aquinate e del circondario perché lo avevano già apprezzato in vita; sapevano pure il Pontefice ed i familiari del Santo che su quella tomba si erano verificati miracoli, tanto da farlo annoverare nel Martirologio Romano e celebrarne la memoria con il duplice rito: “ACTA SANTORUM – TOMO IV – PARIGI 1868 – DE S. DEUSDEDIT” pag. 1042, “ELOGIA ABBATUM SACRI MONASTERIJ CASINENSIS – AUCTORE MARCO ANTONIO SCIPIONE PLACENTINO – Napoli 1643 ” a pag. 52; “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA” pag. 596; “CHRONICON MONASTERIJ CASINENSIS SAECULUM XII LEONIS MARSICANI PETRI DIACONI MONACHORUM CASINENSIUM” pag. 1090.

Vi pare possibile che Leone Marsicano, scrittore dei più completi ed informati dell’Alto Medioevo, non abbia avuto notizia di un suo compaesano assurto all’onore degli Altari, come vorrebbero far credere l’Antonelli ed il Musolino ?

Perché tutto questo discorso ?

Il motivo è semplice, vogliamo dire che gli Abati Calcedonio e Marcuzio Maleozio, di cui alla Bolla Pontificia, altri non erano che i pronipoti del Deusdedit XV Abate di Montecassino, provenienti dallo stesso casato patrizio.

Riteniamo che la casa Aquinate, durante un lungo periodo storico, ha avuto l’esclusiva della nomina degli Abati della Ecclesia S. Johannes de Collibus e che per questo motivo, detto Monastero, non è mai menzionato in quel famoso libro Verde dell’Archivio Vescovile di Sora prima della metà del sec. XVII (anno 1609 in cui è documentata visita pastorale di quel Presule titolare). Infatti, nel 1583 Giacomo Boncompagni, Signore di Sora, acquistò il possedimento di Arpino che comprendeva anche il feudo di Aquino e tale possesso fu conservato dai suoi successori fino alla fine del Settecento, quando passò al demanio regio di Ferdinando IV.

Dunque, il nostro San Giovanni Valle Roveto ed il suo immenso patrimonio terriero, che dalla opposta sponda del fiume Liri (Clanis a quell’epoca) travalicava la sovrastante catena dei monti Appennini e raggiungeva i marsicani territori dei comuni di Colelongo e Trasacco,  ha seguito le sorti storiche del Castaldato Aquinate fino alla sua decadenza.

In virtù di queste risultanze storiche, ed altre, sosteniamo che la parrocchia di S. Giovanni Valle Roveto, a differenza di quelle limitrofe, non era soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora, ma costituiva nella Valle una prospera “isola Aquinate”.

Ma, torniamo allo scritto del Musolino in cui afferma che “dalla demolizione del sepolcro fu salvata una formella di pietra raffigurante il Santo con il pallio ed il pastorale e col nome Deusdedit in scrittura “gotica”.

Innanzitutto la scrittura dice “DEODATUS” e non “DEUSDEDIT”; chissà come è frullato nella mente del Musolino il nome “Deusdedit”. Ma, quale cognizione artistica può far affermare che la scrittura della formella della parrocchia di San Giovanni Vecchio è in stile “gotico”, trattandosi, invece, di uno splendido esempio di arte “Onciale” o più propriamente “Benedettina-Cassinese” (Vedasi “LA SCRITTURA – MEMORIA DEGLI UOMINI” di Georges Jean – universale Electa/Gallimard – Storia e Civiltà).

Sia il Musolino che l’Antonelli affermano di trattarsi di scrittura gotica forse per costruire o non far cadere su di essa il teorema dello sconosciuto eremita di Sant’Elia e la relativa datazione storica. Infatti, la scrittura e l’arte “gotica” hanno inizio nel XIII secolo, mentre la “Onciale” o ” Benedettina” caratterizza i secoli dal II d.C. a tutto il IX; quello in cui i Saraceni si accanirono nel fare scempio dei Monasteri, delle chiese, di ogni luogo di culto e tutto il Sacro che in detti luoghi era custodito, costringendo la gente ecclesiastica a fuggire e nascondere le sacre reliquie.

Si potrebbero fare tanti esempi di arte “Onciale” (li faremo in altro contesto se Iddio con l’intercessione di S. Diodato lo vorrà), ma uno solo potrebbe zittire e far giustizia sul contenzioso dell’attribuzione storica della formella marmorea rinvenuta nel Sacro Deposito Sangiovannese. Si osservi, ad esempio, la pagina del Sacramentario Gregoriano (Hadrianum) scritto a Cambrai (Francia) negli anni 811-12 e conservato in quella Biblioteca Municipale, per comparare ad essa i caratteri della nostra formella; se ne riscontrerà la perfetta identità, anche se si è privi di accademiche cognizioni artistiche o glottologiche.

Nel V secolo s’introdusse l’usanza, specialmente nei piccoli centri abitati, di seppellire i defunti all’interno delle chiese per non confonderli con i pagani non ancora convertiti al Cristianesimo e, quindi, non battezzati. Soltanto per egregie ed insigni personalità venivano realizzati artistici sacelli all’interno del luogo sacro. Quindi, anche sotto questo aspetto la Chiesa di S. Giovanni si pone in un preciso contesto storico ed il nostro “DEODATUS”, la cui urna millenaria con lapide effigiata rinvenuta nel Monastero Vallerovetano, era un personaggio, come si dice ai nostri tempi, di notevole caratura; non certamente uno sconosciuto eremita o quel parroco di Pescolosulo di cui Don Dionigio Antonelli ha rintracciato il nominativo nel Chronicon Volturnense. Chi provvide alla sacra incombenza era ben conscio dell’importanza del Personaggio, tanto da munire il Sepolcro di pietre finemente scolpite, da artista del tempo (non certamente del miserrimo luogo in cui sono state rinvenute) e di farne segno della sua effigie, affinchè le notevoli traversie di quei tempi bui non ne facessero perdere le tracce ed il ricordo.

Come dire che in quel sepolcro vi fu posta l’odierna carta d’identità.

L’artista longobardo dell’ VIII secolo è ormai fuori dai modelli della classicità, anche tardo-imperiale. Le sue raffigurazioni umane, religiose o meno, hanno qualcosa di grottesco e primitivo ma esse emanano già una forza di convinzione, il gusto felice di una scoperta antropologicamente nuova, che è quella del “messaggio cristiano” assolutamente ignota agli artisti della decadenza romana….. In particolare, nella Longobardia medioevale (ivi compreso il Castaldato di Aquino), l’arte longobarda finì per inserirsi nella cultura e nell’arte benedettino-cassinese, come testimonia, ad esempio, il ciclo biblico figurativo della chiesa di S. Angelo in Formis (Capua). (Storia Medioevale di G. De Rosa, pag. 54, Ediz. Minerva Italica 1979).

La formella marmorea, con l’effigie di S. Diodato, è dunque una pietra che parla linguaggio antichissimo; fa parte di quel remotissimo sepolcro e raffigura il Santo con il pallio ed il pastorale  (tipiche insegne della dignità vescovile ed abbaziale), ma privo della mitra.

Che cosa è la mitra ? E’ quel copricapo che i vescovi e gli abati mitrati (come sono appunto quelli di Montecassino), per antico privilegio, indossano in occasione di importanti funzioni liturgiche. Esso ha forma elevata e diviso nella sommità in due punte, mentre nella parte posteriore ha due code pendule chiamate infule. Questo tipo di copricapo, in forma embrionale, faceva parte, nei tempi remoti, della tunica che indossavano i laici ricchi (sec. VI); veniva chiamato TEGILLUM oppure COCOLLA o cappuccio per riparare il capo dalle intemperie (Luigi Todesco – “Storia della Chiesa” – vol. I – pag. 282). Poi assunse la forma attuale e, in un primo tempo, fu privilegio dei soli Pontefici. Nei secoli XI e XII, è storicamente documentato, la dignitaria insegna della mitra faceva parte del comune paramento pontificale dei vescovi e degli abati mitrati (ved. Encicl. Rizzoli-La Rousse, vol. X, pag. 150); J. Mobillon (Benedet. parte I) riferisce che il primo abate a cui fu permesso di indossare la mitra fu Egelsino di un monastero presso Cantorbia (il Papa concedente era Alessandro II). Mentre agli Abati di Montecassino tale privilegio venne concesso nel 1059 da Urbano II.

Dopo tutto questo discorso, viene spontaneo chiedersi: come mai la formella, di cui si discute, raffigura l’Abate Diodato privo di mitra ? Non era forse Egli un Abate Benedettino, con la relativa dignità mitrale ? la risposta è ovvia: Egli era veramente Abate, precisamente rispondente all’antico nome Deusdedit XV reggente di Montecassino. Non è quindi, da attribuire a dimenticanza dell’antico scultore la mancanza della mitra sul capo del Personaggio della marmorea formella, ma a preciso ed indiscutibile dato storico.

L’arte antica si esprimeva in forma sintetica e, con i suoi pochi segni, all’apparenza rigidi, era scrupolosamente rispettosa dei simboli e delle relative significazioni; era, appunto, la cosiddetta “Bibbia dei poveri”.

L’omissione della mitra, quindi, ci dice che quel DEODATUS appartiene all’epoca in cui gli Abati ed i Vescovi non avevano ancora ottenuto il privilegio della mitra; è Santo, pertanto, vissuto prima del Mille.

Maggio 1995

Ill/mo Direttore de l’ “AVVENIRE”

San Giovanni Valle Roveto

IL CULTO DI SAN DIODATO

Nostro malgrado ci vediamo costretti a cimentarci nel mestiere di giornalista. San Diodato perdoni ed assista questo suo molto fervente devoto, così poco addottorato per poter difendere la causa del popolo di San Giovanni Valleroveto e della Sua Santità. Credevamo, infatti, di aver esaurito il nostro modesto compito di replica all’articolo di Giovanni Musolino, apparso su l’”Avvenire” di domenica 12 marzo 1995 a pag. 5 dell’inserto “LAZIO REGIONE SETTE – SORA – AQUINO E PONTECORVO” che ci era sembrato fuorviante per il nostro popolo Sangiovannese. Ci sbagliavamo in quanto, in data 23 aprile 1995, sullo stesso giornale e sullo stesso inserto, come articolo di apertura e quindi con maggior risalto, lo stesso giornalista pubblica tesi e dati storici errati, sotto il titolo: “San Giovani Valleroveto – IL CULTO DI SAN DIODATO – A diffonderlo contribuì il vescovo Giovannelli”.

Premesso che nel nostro precedente scritto esprimemmo delle perplessità sull’operato del Presule citato dal Musolino, non comprendiamo come allo stesso possa essere attribuito anche il merito della diffusione del culto di San Diodato.

Non ci sbagliavamo, dunque, quando affermammo che il Musolino non aveva letto il rogito notarile relativo all’atto dell’INVENZIONE E TRASLAZIONE operato dal Giovannelli. Che cosa troviamo, tra l’altro, in esso verbalizzato ?: “”…medio nostro juramento, attestamur, quemadmodum nos die decimo octavo mensis Septembris anno Domini proximè antecedenti MDCXII in sancta visitatione hujus parochialis ecclesiae S.Joannis, à qua hic locus seu casale S.Joannis denominatur a, et quo altare sub invocatione S. Deodati cum ejus imagine, in pariete depicta, erat, quasi unitum cum altari majori hujus acclesiae à latere epistolae, et animo pariter inveniendi corpus hujus S. Deodati, visa sub dicto ejus altari fenestrella, quae, ut in ecclesiis Urbis vidimus etiam, illudque evidens est ibi estare corpus alicujus Sancti; stante etiam, quòd in antiquis visitationibus praedecessorum nostrorum fiat mentio, in eodem altari extare corpus hujus S. Deodati: juncta quoque anticus tradizione, ac etiam quia die vigesima septima ejusdem mensis septembris singulis quibusque annis à tempore immemorabilis à solenniter in eadem terra celebratur festus dies in hinirem ejusdem Sancti…..””

Sotto giuramento, come sopra si legge, il Vescovo Giovannelli in data 18 settembre 1617 affermava di aver trovato esposto in modo visibile, in altare a LUI appositamente dedicato, il Corpo Santo di Diodato; che dalle relazioni delle visite pastorali effettuate dai suoi antichi predecessori risultava che in quell’altare, per quel Santo da tempo immemorabile, ogni anno, in data 27 Settembre, vi si celebravano solenni festeggiamenti.

Quale diffusione di culto da parte del Vescovo Giovannelli Girolamo, dunque, dal momento che, come abbiamo affermato nel precedente scritto, la tomba di San Diodato era meta di pellegrinaggi sin dal secolo IX?

Per aver elargito a piene mani, frammenti di quella Santa Reliquia che, fino ad oggi, i Sangiovannesi credevano fosse conservata intatta in Santa Maria, cattedrale di Sora, a nostro modesto avviso, il Giovannelli non possa essere ritenuto diffusore del culto del XV° Abate di Montecassino. Altra reliquia importante, di cui abbiamo fatto cenno nel precedente scritto, dovrebbe trovarsi (il condizionale è d’obbligo), come da rogito notarile, nell’Abbazia di Montecassino; il Vescovo che la donò in data 9 aprile 1636 era, appunto, Mons. Paolo Benzoni.

Conoscevamo il culto di S. Diodato in Giugliano di Aversa, ma ne ignoravamo l’origine. Nulla sappiamo invece, di quanta venerazione siano fatte segno le reliquie donate alla Chiesa di S. Caterina a Rovereto in Diocesi di Trento e quella ricevuta, per diritto ducale, dalla nobile Eleonora Zapata Boncompagni. Ci faremo obbligo d’indagare per far luce su dette donazioni e sulle motivazioni che le determinarono.

Molta confusione si sta facendo sul reliquiario e sulle statue della Chiesa di San Giovanni Vecchio Valleroveto in provincia di Aquila.

Oltre al Corpo Santo di Diodato, la parrocchia possiede un busto ligneo dorato, un braccio benedicente anch’esso in legno dorato e l’antica statua in pesante legno di quercia policroma, del sec. XVII, restaurata a spese della popolazione Sangiovannese, dalla Ditta Ferdinando Peranthoner di Ortisei (BR) in Val Gerdena, a seguito dell’incendio subito durante i festeggiamenti del 27 settembre 1964. Nessun’altra statua lignea o marmorea di San Diodato ha posseduto o possiede San Giovanni Valleroveto.

Per quanto riguarda il Corpo Santo di Diodato, non possiamo non cogliere l’occasione di evidenziare l’ansia e l’apprensione dei Sangiovannesi per lo stato pietoso in cui è stato ridotto dalle incaute e maldestre operazioni in Esso operate durante gli ultimi restauri nell’interno del tempio. S’invoca ormai da troppo tempo il placet ecclesiastico per arrestarne l’ulteriore degrado; lavori che certamente, come da tradizione millenaria, non saranno fatti gravare al fondo culto Sorano. In merito a questo argomento, chiediamo venia per l’esternazione di una supplica proveniente dal letto di morte di una devotissima mamma Sangiovannese rivolta a suo figlio, affinchè si adoperasse nel sollecitare l’autorizzazione ecclesiastica di cui è cenno; quella donna ha lasciato per sempre chi scrive, di recente, per raggiungere il Regno dei cieli ed incontrarsi con il tanto venerato Protettore.

La statua di cui alla relazione del parroco don Pasquale Taddei scritta nel 1868, citata dal Musolino in chiusura del suo articolo, non è dedicata a San Diodato, ma al comprotettore San Gioacchino. Infatti, nel 1817 in San Giovanni scoppiò una tremenda epidemia di colera.

Una donna di nome NERI Katia sognò che mentre si recava in campagna, giunta in località “Chiuse”, ebbe l’incontro con un signore che portava un cesto di vimini; lo stesso sconosciuto si chinava e raccoglieva dei fiori; ne sceglieva i più belli depositandoli nel cesto, mentre i rimanenti li gettava via. Tale sogno si ripetette per ben tre notti, tanto che la buona Katia chiese al personaggio il motivo del suo agire così misterioso. Lo stesso le rispose che i fiori più belli raffiguravano le anime destinate al Regno dei Cieli, gli altri, invece, le anime impure destinate all’eterna dannazione. Udendo parole così tremente, Katia chiese al viandante chi fosse. Senza esitazione l’interpellato le rispose: “”IO SONO GIOACCHINO – SE VOLETE CHE IL COLERA CESSI RACCOMANDATEVI ALLA PROTEZIONE DI SAN GIOACCHINO FACENDO PENITENZA ED ORGANIZZANDO UNA GRANDE PROCESSIONE PER LE VIE DEL PAESE””.

Appena sveglia, la signora Katia si recò immediatamente alla canonica e raccontò al parroco Don Pasquale e a tutti i compaesani il sogno delle precedenti notti.

Il popolo si San Giovanni non esitò a mettere in pratica i consigli penitenziali e diede vita alla chiesta solenne processione; il colera come d’incanto cessò, nel giro di qualche giorno, di affliggere la gente del piccolo borgo e la prodigiosa notizia si diffuse in tutta la Marsica e nella Diocesi di Sora.

Su iniziativa della famiglia Moro, furono raccolti fondi e si dette incarico ad uno scultore napoletano di realizzare la statua di San Gioacchino, che possiamo ammirare sull’altare a Lui dedicato al lato destro dell’ingresso principale della Chiesa. Fu deciso anche di celebrare solennemente la ricorrenza, fissandone i festeggiamenti alla terza Domenica di Ottobre di ogni anno. Tale festa, da quell’epoca, è stata sempre rispettata e solennizzata.

Il miracolo di cui abbiamo fatto cenno, è illustrato nella lapide marmorea posta sul piedistallo della statua del Santo.

Il colera fu di tali proporzioni che il Governo inviò sul posto una compagnia di soldati per la sepoltura dei cadaveri e per l’assistenza agli ammorbati. Il comandante delle truppe, nella circostanza, ebbe la sventura di perdere la consorte che l’aveva accompagnato nella missione umanitaria, perché era rimasta contagiata dal colera; la di lei salma venne tumulata nel cimitero approntato, per l’occasione, nelle vicinanze (lato ovest) della Chiesa parrocchiale.

Infine vorremmo concludere nel confermare quella notizia secondo cui “” alla manutenzione dell’altare di San Diodato si provvedeva con alcuni redditi e con le elemosine dei fedeli””.

La Chiesa Sangiovannese, oltre alla immensa proprietà terriera del Beneficio Parrocchiale, infatti, aveva (speriamo che l’abbia ancora) anche quella in dotazione esclusiva ad un apposito comitato incaricato delle onoranze dei festeggiamenti in onore di San Diodato, quale lascito di persone beneficiate (o miracolate) dal Taumaturgo. La dotazione costituita da distinte particelle terriere, è individuabile nelle seguenti località dell’agro Sangiovannese: 1°) “MOZZONI” – 2°) “CANNOLFO” – 3°) “COLLE MANCINO” – 4°) “GHIERA”. Le rendite di detto beneficio venivano riscosse, fino a non molti anni or sono, dal Comitato dei festeggiamenti in onore del Santo.

Tanto per la cronaca.

Antonino Degni

  1. B. – A proposito del BUSTO LIGNEO di San Diodato, esso era dotato in petto,  di una  fibbia,  a  chiusura del manto, con  un rubino della grandezza di un mandarino.

San Giovanni Vecchio – Valle Roveto

26 e 27 settembre 1996

S A N D I O D A T O

NUOVA URNA

Fedeli,

per oltre 500 anni abbiamo venerato i Sacri resti del nostro grande Patrono ” San Diodato ” nell’urna in legno dorato, donata dai nostri antenati.

Purtroppo, il tempo ha fatto la sua parte ed oggi ci corre l’obbligo traslare il Corpo Santo del nostro Patrono in una

NUOVA URNA

in bronzo dorato

che verrà realizzata con il rispetto di tutti i più elevati parametri tecnici, qualitativi e di professionalità.

Ci rivolgiamo alla Vostra grande, profonda generosità e sensibilità affinchè, memori di quanto chiesto ed ottenuto negli anni dal Grande Taumaturgo Diodato, possiate mettere ai Suoi Piedi con devozione la Vostra OFFERTA, che verrà tra l’altro secolarizzata in una pergamena.

La Vostra generosa offerta deve essere prenotata subito, ma versata anche entro il Natale prossimo.

San Diodato benedica, illumini e protegga tutti i suoi devoti.

Il Comitato

PARROCCHIA SAN ROCCO E SAN GIOVANNI

IN SAN GIOVANNI VECCHIO

RICOGNIZIONE SACRI RESTI

di SAN DIODATO ABATE

Fedeli,

ci sono momenti nella nostra vita,in cui il Signore ci dona la grazia di assistere a fatti irripetibili.

Vieni, Pellegrino Credente, a concretizzare il dono che Dio Ti ha concesso, per intercessione del Santo Patrono DIODATO

22 GIUGNO 1997 – ORE 17.00

RICOGNIZIONE

da parte della Commissione formata da:

PERITI Prof. Pericoli Ridolfini Filippo – Dott. Savastano Giuseppe

VICARIO GENERALE, Don Bruno Antonellis

VICARIO EPISCOPALE, Don Vincenzo Tavernese

CANCELLIERE, Don Mario Santoro

PARROCO, Don Nicola Tocci

TESTIMONI, De Gasperis Alessandro – Vernarelli Giancarlo

 

ATTESA DI PREGHIERA

da parte dei FEDELI nel sagrato della Chiesa

VENERAZIONE

dei sacri resti di SAN DIODATO e bacio della reliquia e del braccio.

IL COMITATO PRO-URNA

Sac. Don Nicola Tocci

Baldassarre Ercole – Cacciaglia Fabio

De Gasperis Alessandro – Moricone Ulderico – Vernarelli Giancarlo

L’ultimo allegato è la riproduzione, in formato librario, del manifesto che è stato affisso in San Giovanni Valleroveto ed in tutta la Valle e nel Sorano, per l’avvenimento del 22 giugno 1997.

INTESTAZIONE: “PARROCCHIA SAN ROCCO E SAN GIOVANNI IN SAN GIOVANNI VECCHIO”

Per chi non è del luogo sembrerebbe che la nostra Chiesa abbia il culto di San Rocco e di un non precisato San Giovanni; non è proprio così perché San Rocco è venerato in San Vincenzo Vecchio e i Santi Giovanni Battista ed Evangelista avevano ed hanno (lo speriamo) la titolarità dell’ultrasecolare Abbazia benedettina di San Giovanni Vecchio

RICOGNIZIONE SACRI RESTI : “Felice” intuizione o precognizione dell’autore del manifesto ?

Nel 1617 il Vescovo sorano Giovannelli inventò e traslò il Corpo Santo di DEODATUS. Ora abbiamo i resti. E’ proprio così, perché se ancora, mentre scriviamo, non ci è noto il testo del verbale dei ricognitori, lo abbiamo intuito dalla richiesta, dei tre contenitori metallici, ai fedeli in attesa sul sagrato, fatta dai predetti mentre erano intenti a traslare le Spoglie Mortali dalla vecchia alla nuova urna.

Le cause ?!…. Bisognerebbe chiedere spiegazione agli antichi e più recenti maneggioni cosiddetti “restauratori”.

Alla cerimonia, come si evince dal manifesto, non era presente S.E. il Vescovo diocesano. Abbiamo chiesto ad un componente della Commissione il motivo. Risposta: “era impegnato, ma verrà il 10 agosto per benedire l’urna”. ? ! ….

Vogliamo sperare che la festa del Santo nostro Patrono rimanga al 27 settembre di ogni anno, così come avviene da ben 1163 anni.

Il popolo di San Giovanni Vecchio, infatti, fa voti affinchè il 10 Agosto 1997 sia una occasione unica ed irripetibile, come avviene per le solenni inaugurazioni del monumento “AL MILITE IGNOTO”.

Post scriptum

Quel che credevamo una semplice inaugurazione del sacello del “milite ignoto”, a causa del nostro animo da lungo tempo esacerbato, si è invece rivelata come l’inizio di una esaltante tradizione dell’annuale presenza di S.E. il Vescovo di Sora ai festeggiamenti in onore di San Diodato – XV Abate di Montecassino (828 – 834).

S.E. Mons. Luca Brandolini, per Sua stessa ammissione, è devotissimo del Nostro Protettore. Già lo scorso anno, durante l’omelia, aveva qualificato Diodato “Santo Abate” e chi scrive, all’atto del Suo commiato, per far ritorno al Vescovado, lo aveva espressamente ringraziato per aver definito il Soggetto della nostra venerazione “Abate e Santo”, smentendo così gli imprevidenti scrittori curiali.

Quest’anno, nei manifesti murali dei festeggiamenti, abbiamo letto che S. E. il Vescovo (Egli non vuole che lo si appelli “Eccellenza” ma “Padre”), avrebbe presenziata e officiata l’ultima cerimonia religiosa della Novena propedeutica ai festeggiamenti.

Abbiamo subito pensato che Mons. Brandolini avrebbe potuto essere più esplicito e meno reticente sulla figura e la provenienza del Nostro Protettore.

Allo scopo, abbiamo pregato l’amico Sandro De Gasperis, incaricato alla funzione di autista per il trasporto del Prelato da Sora a San Giovanni e viceversa, di sondare diplomaticamente se le nostre attese potevano essere esaudite; e così è stato.

Durante l’omelia Mons. Brandolini ha parlato dell’etimologia del termine “Abate”, che indica il titolo onorifico di San Diodato e come Abate governa una Abbazia come quella di Montecassino.

L’amico Sandro ha poi fatto molto di più; dopo aver ringraziato S. E. Mons. Brandolini per l’onore che accorda a noi Sangiovannesi in occasione dei festeggiamenti, introducendo la lettura del IX° giorno della Novena si è così espresso: “Padre Luca Brandolini, diamo ora lettura della novena in onore di San Diodato XV° Abate di Montecassino negli anni 828 – 834″ . Alle parole “Abate di Montecassino”, S. E. ha annuito col capo per ben tre volte.

Dal 1600, inizio della giurisdizione Sorana su San Giovanni, fino ai nostri giorni nessun personaggio della Chiesa Cattolica si era espresso con tanta chiarezza su San Diodato; e da ciò erano scaturite le diverse e opposte tesi sul Nostro Santo.

Abbiamo, subito dopo la celebrazione, ringraziato S. E. per la gioia che ci ha regalato e che da oggi in avanti lo considereremo come primo devoto di San Diodato e guida sicura della devozione dei Sangiovannesi: ” E’ PROPRIO COSI’ ” ci ha detto.

Come notazione storica ci preme, infine, riferire che S. E. Luca Brandolini appena mette piede nella nostra Chiesa scambia il pastorale e la Croce pettorale con quella del Nostro Protettore.

Le polemiche che si riscontrano nel volume “in itinere” che, se Dio vuole sarà pubblicato, non riguardano certamente Mons. Brandolini.

Mons. Brandolini Luca

Vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo

Capitolo I

Capitolo I

 Il Sepolcro

“Con questi grandi abita eterno e l’ossa

fremono amor di patria. Ah si! Da quella

religiosa pace un nume parla;

…………………………………….

Siedon custodi de’ sepolcri e quando

il tempo con sue fredde ali vi spazza

fin le rovine, le pimplee fan lieti

di lor canto i deserti e l’armonia

vince di mille secoli il silenzio.”

(Ugo Foscolo “Dei Sepolcri”)

Medioevale urna di un forte

Viviamo in una società spiritualmente impoverita. Per molti uomini Dio è scomparso dal cielo. Per le masse è oggetto di culto superstizioso. Molti fedeli sono tormentati dal dubbio e da profonda indifferenza per gli interessi dello spirito. Quale forza può scuotere da questo torpore?

Il Sacro corpo di San Diodato si è consegnato al popolo di San Giovanni Valleroveto, ai pellegrini provenienti da terre vicine e lontane, a pregare, a meditare, a cantare, a sciogliere i propri voti, ad invocare il suo aiuto, per le necessità spirituali e materiali.

“A egregie cose il forte animo accendono

l’urne dei forti e bella e santa fanno

al peregrin la terra che le ricetta”

(Foscolo “Dei Sepolcri Carme ad Ippolito Pindemonti)

Le reliquie dei grandi spingono le anime generose a magnanimi imprese, sono ispiratrici di virtù morali, civili e religiose. Rendono sacra la terra che le ospita.

Le figure dei grandi, il ricordo delle gesta gloriose vivono immortali e si tramandano nei secoli. Esercitano un salutare influsso nelle anime.

Ma se questo si può dire in genere di tutti coloro che si resero celebri nel campo delle arti, delle lettere, delle scoperte, delle invenzioni e, nei nostri giorni, nei voli orbitali, molto più si può dire dei Santi, di questi uomini che conobbero i valori dello spirito.

I Santi sono un’irradiazione di Cristo, sole di giustizia. Sono fiaccole accese nel cammino dei popoli, per orientarli. Improntano delle loro virtù e del loro spirito le generazioni e i secoli.

San Diodato è una stella nel firmamento di Dio. Egli, per conquistare il cielo, servì Dio fedelmente e si adornò di tutte le virtù. Ebbe gli occhi fissi alla patria del cielo, ma seppe vivere e morire anche per la patria di quaggiù. Servì Dio nelle sue creature e le consolò. Ritrasse gli erranti dal male e li salvò dall’eterna dannazione.

Gioia spirituale ci procurerà questa storia, di San Diodato, XV° Abate di Montecassino, nella sua Chiesa S. Johannes de Collibus.

Per conoscere la sua eroica santità, la sua grandezza morale e intellettuale, è necessario, però, conoscere prima la grandiosa istituzione a cui appartenne: Montecassino, l’epoca in cui visse, l’Alto Medioevo.

Montecassino nella storia

Nel VI secolo, i barbari, attratti dal fascino del mondo romano e dalla fame di terre, si scatenarono sull’Impero e lo dilaniarono.

Tutte le antiche grandezze di Roma, i più grandi monumenti caddero sotto il ferro distruttore. Odoacre strappò la corona all’ultimo imperatore Augustolo. Sulle rovine dell’Impero romano i barbari fondarono nuovi regni non cattolici.

In mezzo al generale terrore, l’anno 529 dell’era volgare, San Benedetto salì su Montecassino e fondò il più celebre monastero del mondo. In quei tempi, fu modello di una società ben ordinata, fu casa della preghiera, il giardino delle più elette virtù cristiane.

In esso si svolgerà una virtù operosa, atta a coltivare l’intelletto ed informare il cuore a nobili sentimenti.

In quel secolo in cui regnava la forza del più forte e non esisteva un codice, che regolasse le azioni degli uomini, da Montecassino San Benedetto dettò la sua ammirabile Regola. In essa prescrive che le porte del monastero siano aperte a tutti e su di esse sia scolpito il segno della Croce con la parola “PAX”. La pace deve essere patrimonio di tutti. Chi non la trovava nel mondo, la cercava nel monastero. Perciò laici e chierici, Romani e barbari, vincitori e vinti si ritiravano all’ombra del monastero, in cui trovavano uniti gli interessi del tempo e dell’eternità.

Scorriamo gli annali benedettini e vi troveremo venti imperatori, dodici imperatrici, quaranta re, quarantaquattro regine, centocinquanta principi, innumerevoli guerrieri. Deposero le corone e le spade e indossarono l’umile saio di S. Benedetto.

Scorriamo gli annali benedettini e vi vediamo sorgere più di trentaseimila monasteri in tutto il mondo.

Già nel millecinquecento Severino Razzi, poteva affermare quanto segue:

Dopo pranzo fui condotto dal p. don Placito Romano, fratello del p. fra Sisto nostro padre nella Minerva di Roma, nel loro Archivio, ove vidi come questa honoratissima Badia già possedeva quattro Vescovadi, cioè di Aquino, di Sessa, di Corvino, e di San Germano. Haveva ancora due principati, cioè di Gaieta, e di Capua, due altresì ducati, venti contee, trentacinque città, delle quali oggi trattiene solamente San Germano, in cui eziando non ha se non il civile, et il criminale è del marchese del vasto. Haveva hancora 250 Castella, Ville 340, Corti 337, Porti di mare 23 fra i quali era quello di Messina, donatole da Tertullo Romano, padre di San Placido, e quello di Palermo; Isole 33, Molina da grano 200, da olio 70; Chiese 2000, Spedali 50, e monasteri 300.Lessi poi un altro libro, come fino al tempo di papa Giovanni XXII questo sacro Ordine monastico haveva havuti 44000 e 22 Santi canonizzati, dei quali 5555 erano stati monaci di questo monastero, e sono in esso sepolti. Lessi ancora come ha havuto: Papi 24, Cardinali 2000, Arcivescovi 7060, Vescovi 15000, Abati cosacrati 15000 e 74. Et in un’altra cronica lessi come questo monastero di Monte Cassino fino al dì d’oggi ha avuto 111 Abati et il Moderno è il Rev.mo p. don Ieronimo Sersale, Cosentino, Calabrese” (Razzi “La vita in Abruzzo nel cinquecento)

Ai suoi monaci San Benedetto disse:

“ORA ET LABORA”

Il benedettino dotto conserva il deposito delle scienze, delle lettere e delle arti. Il benedettino agricoltore dissodava le foreste e bonificava le paludi. Il benedettino architetto e murature gettava ponti sui fiumi e costruiva città e monasteri. Sedettero accanto al trono di Carlo Magno a creare dinastie cristiane. Salirono con Gregorio Magno, in numero di ben trentaquattro, sul trono di Pietro. Furono confusi con tutte le glorie e sorti dell’umanità.

IX secolo nel sud

Nell’anno 828 (sec. IX) in cui San Deusdedit fu eletto XV Abate di Montecassino, i Saraceni che da tempo si erano impadroniti della Sicilia, sbarcarono a Civitavecchia e attraverso Cencelle o Centocelle si apprestavano a raggiungere il cuore della Cristianità: San Pietro in Roma. (Caroli “Rerum Germanicorum scriptores“)

Era Papa Gregorio IV il quale, molto preoccupato per le incursioni barbariche che avevano già causato il saccheggio di Tarquinia e di altri centri dell’Alta Etruria, fece fortificare Ostia con la costruzione di un’imponente muraglia. ( Ravera “Le mura di Cencelle“)

Intorno a Montecassino, nel sud del Lazio, gli Arabi, approfittando delle tremende e ricorrenti lotte tra le signorie longobarde e bizantine, papato, imperi, comunità monastiche e ducati indipendenti, spadroneggiavano vessando le genti del luogo. (Carretto, Lojacono, Ventura “Maometto in Europa, Arabi e Turchi in occidente“)

In questo contesto si inserisce l’avvenimento che portò alla cattura e alla reclusione nel carcere di Benevento dell’Abate Deusdedit da parte di quel feroce principe Sicardo. Questi infatti per procurarsi l’importante sbocco al Mar Tirreno, precluso commercialmente al suo principato, dichiarò la costosissima guerra contro le città confederate di Napoli, Amalfi, Sorrento e Gaeta; aveva bisogno, perciò, di molto denaro e pensò di depauperare il patrimonio del Monastero di Montecassino, non tenendo conto del fermo e deciso diniego del Santo Abate Deusdedit.

Nell’834 (9 Ottobre), quando il nostro Santo morì nel carcere beneventano, la guerra era in pieno svolgimento, tanto è vero che il principe Andrea di Napoli, per non capitolare di fronte alle agguerrite truppe di Sicardo, l’anno successivo (835) fu costretto a chiedere l’aiuto degli stessi temutissimi Arabi di stanza in Sicilia.

(Vasiliav “Bysance et les arabes“)

 

Così stando le cose, non sembra sostenibile la tesi di chi volle accreditare, per orgoglio ed interesse di casta privilegiata, la restituzione delle spoglie mortali di San Deusdedit al Monastero di Montecassino; non c’erano tra Benevento e l’Abbazia, relazioni diplomatiche perché facenti parte di opposti schieramenti bellici.

L’estraneità di Montecassino alle fasi successive della morte di San Diodato nelle carceri di Benevento, sia per quanto riguarda la restituzione delle spoglie alla famiglia d’origine che per la seguente sepoltura, è data anche dal fatto che la grancia benedettina in San Giovanni Valleroveto fu subito dotata di immense proprietà ed elevata alla dignità di Abbazia direttamente dipendente dal Papato. Conferma di ciò sono le bolle pontificie avignonesi (citate nei capitoli seguenti) con le quali venivano nominati, per la stessa Abbazia, autorità commendatarie provenienti, proprio, dal Castaldato di Aquino, casato dell’Abate Deusdedit aut Diodato.

La discordia esistente tra Montecassino e Benevento, dopo la morte dell’Abate Deusdedit, si desume anche dai fatti storici descritti in “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA”. In detti scritti, infatti, apprendiamo, la chiamata dei Saraceni in difesa del principato di Benevento e la successiva pacificazione avvenuta ad opera dell’imperatore Franco Lotario con il famoso atto, sottoscritto tra la fine dell’848 e l’inizio dell’849. Deusdedit era morto da 14 anni e la nobile famiglia aquinate, amica dei beneventani aveva già provveduto a dare degna sepoltura al suo insigne figlio. Il luogo in cui fu realizzato il sepolcro, oltre alla famiglia d’origine, era certamente noto al Vaticano, che come da bibliografia già citata descrive nel suo Martirologio, i miracoli ivi verificatisi.

Si prendano gli antichi testi conservati in quel prestigiosissimo archivio cassinese e si constaterà che su quella illustre sepoltura emergono molte perplessità:

• “CHRONICA MON. CASSINENSIS”: “Qui videlicet sanctus vir cum depositus fuisset 7 (?) idus Octobris, in loco quo recondidus est …”

• “ACTA SS. OCTOBRIS” a pag 1042 : “Qui Sanctus vir, cum depositus fuisset VII Idus Octobris, in loci ubi reconditus est …”

• “ACTA SS. OCTOBRIS” a pag 1044 : “Porro S. Deusdedit solenni aliquando ritu et caeremonia in Sanctorum album (quello di Montecassino) fuisse relatum, nescimus; scimus tamen, eum in Romano Martyrologio ad diem VIII Octobris hoc ornari elogio; Apud Cassinum San Deusdedit abbatis, qui a Sicardo tyranno in carcerem trusus, illic fame et aerumnis confectus, reddedit spiritum” ;il compilatore del martirologio cassinese non ne sa nulla di quella sepoltura perché non avvenuta nel suo competente ambito, ma ben conosce l’avvenimento l’estensore di quello romano in quanto l’avvenimento, sottratto alle autorità benedettine, fu affidato alla suprema autorità papale (Super Partes).

• “ERCHEMPERTI HISTORIA LANGOBARDORUM BENEVENTANORUM” a pag 239 : “…Deusdedit nomine, beatissimi Benedicti vicarium, a pastorali (leggasi apostolari) monasterio monachorum seculari(s) magis potentia quam congrua ratione deposuit ac custodiae mancipavit. Cuiusque nunc usque cineres, quo(s) recubat humatus, nonnullos febre…”. Anche qui nessuna notizia del sepolcro.

• “DE ORTU OBITU JUSTORUM CASIN.” a pag 1090 : “Deusdedit, abbas a Beneventano principe, causa pecuniae captus atque in custodiam trusus ibique interfectus est. Qui dum in monasterio Beati Benedicti (quale?) sepultus fuisset, quidam vir gravissimo febris ardore fluctuans …”.

Nella stessa pagina, a seguire, lo stesso cronista, parlando dell’Abate Bertario, volendo indicare specificatamente la di Lui sepoltura così si esprime: “… nobilis carne, nobilis spiritu, in monasterio domini Salvatoris juxta altare Sancti Martini profide Christi a Saracenis capite truncatus est. Sepultus vero est in monasterio Cassinensis sursum”. In questo caso l’ubicazione del monastero di Montecassino è inequivocabile, ma non lo è affatto quando viene indicato un semplice monastero “Beati Benedicti”. Abbiamo letto in questi testi antichissimi che Deusdedit sarebbe stato sepolto in luogo “recondito”, “sconosciuto”, “irraggiungibile”, ma perché? Lo si vuole sepolto nel famosissimo Monastero di Montecassino (Casa Madre) e lo si nasconde! Eppure trattasi di un Santo che ha testimoniato eroicamente, usque ad mortem, la fede in Dio e alla causa del suo Santo Ordine monastico. Non vi sembra un’incongruenza? Lo sarebbe, infatti, se non leggessimo con acume e discernimento le cronache minuziose che hanno permesso di concretizzare gli avvenimenti storici di quella epoca ingarbugliata.

Ludovico, figlio di Lotario I, chiamato dal Papa al Sud per contrastare i Saraceni, non ebbe l’aiuto dei fratelli Radelchi e Siconolfo (846), i quali dopo aver fatto assassinare Sicardo, si combatterono per la spartizione del Ducato di Benevento. (Hlotarii Capitolare)

Nel secolo IX i Saraceni fin dai primi anni del loro insediamento, sulle rive del Garigliano, favoriti dalle particolari condizioni di ostilità esistenti fra i Gaetani e i conti di Capua, quelli di Aquino e il Papa, intrapresero azioni guerresche di notevole entità. (Tucciarone “I Saraceni nel Ducato di Gaeta e nell’Italia Centromeridionale”)

La discordia tra Montecassino ed Aquino, già in atto durante la cattura e la morte di San Deusdedit, si protrasse per secoli. L’Abate Aligerno (25 Ott. 948 – 23 Nov. 985) fu sorpreso dal conte Astenolfo di Aquino, mentre soggiornava nel castello di Rocca Janula che domina dall’alto la città di Cassino, fu incatenato ed esposto agli insulti del popolo aquinate. L’Abate Mansone (986 – 996), guerreggiò con la contea di Aquino assoggettandone i sudditi ed il relativo vescovado; eresse anche il castello di Roccasecca e si diede alla vita agiata e all’eccessivo fasto principesco per cui molti santi monaci lo abbandonarono; fu accecato dal Vescovo dei Marsi Alberico, con l’intento, non riuscito, di impadronirsi di Montecassino. L’Abate Richerio (Giu. 1038 – 11 Dic. 1055), bavarese di nascita, dedito ad estendere ed a consolidare i possedimenti dell’Abbazia, fu fatto prigioniero da un conte di Aquino e liberato per l’intercessione del principe di Salerno, Guaimaro V. (Leccisotti “Montecassino“)

Ed ancora T. Leccisotti conferma il distacco di Montecassino da Benevento in conseguenza dei soprusi del principe Sicardo e della incarcerazione e morte dell’Abate Deusdedit: “I di lui successori a grado a grado si distaccarono da Benevento, seguendo attivamente la politica imperiale, Bassacio e Bertario finirono con l’orientarsi verso Capua“.

Il 4 Settembre 883, infatti, i Saraceni, ormai con stabile dimora in Benevento, distrussero ed incendiarono Montecassino, mentre i monaci si rifugiarono nel monastero di Teano retto dal preposto Angelario.

Sic stantibus rebus

Così stando le cose:

*      se Deusdedit è nato dai Conti di Aquino, come attestano i carteggi dell’Archivio parrocchiale di San Giovanni Vecchio e gli antichi, annuali, panegirici;

*      se è vero che l’Abbazia di Montecassino era la fedelissima del papato, unitamente ai ducati di Gaeta, Napoli ed Amalfi; (Anastasio Bibliotecario “Vitae Pontificiium Romanorum“)

*      se è vero che Aquino era un’appendice del Ducato Beneventano, i cui Signori ne erano i castaldi (esattori – giustizieri); non si comprende come il Corpo Santo di Deusdedit possa essere stato riconsegnato ai nemici del suo casato, proprio mentre divampavano azioni belliche;

*      se è vero, ancora, che Lotario, figlio di Ludovico il Pio, donò terre et alias ai Benedettini in località “Cervarus” del territorio “Marsorum”,(“CHRONICON MON CASINENSIS“), avvenimento storico che si colloca ad appena quattro mesi dalla morte di San Deusdedit;

*      se è vero che San Johannes de Collibus era ed è in territorio dei Marsi e che la località “Cervarus” corrisponde agli attuali “Cerri” a cavallo dell’agro di Collelongo e San Giovanni Vecchio e non certamente Cervaro alle falde di Montecassino, mai appartenuto alla terra “Marsorum”, si capisce anche la ragione della indipendenza di quella Abbazia Vallerovetana e la non menzione negli “Annales” e negli altri documenti storici di Montecassino e del vescovado di Sora, come pure l’esattezza di quelle poche notizie che attestano l’esistenza del sepolcro del Santo in luogo remoto ed inaccessibile. “San Johannes de Collibus aut Collem erectum”, prima dell’anno Mille, viene indicato come località “… valde ignobilis”.

L’indipendenza dell’Abbazia di San Giovanni Vecchio è da desumere anche dal documento dell’AMC (Archivio di Montecassino) tratto dal “Registrum II Bernardi abb. 1273 ff. 129 – 130, in cui vengono elencate le prepositure benedettine della diocesi di Sora che nel 1273 erano tenute a versare alla camera dell’Abate di Montecasino la loro pensione annua; infatti San Giovanni Vecchio non vi figura. Come pure non vi figura nel 1443, nel deliberato del “Consilium fratum” di Montecassino in cui si conferisce a fra’ Andrea, monaco cassinese, l’amministrazione di San Germano di Sora, San Nicola di Balsorano, San Benedetto di Civitella e San Pietro di Morrea).

Dei beni di San Johannes de Collibus aut Collem Erectum, molto evidentemente, non si interessò mai Montecassino, ma controllando l’Archivio Segreto Vaticano ci accorgiamo che tale non fu per il papato. In un bolla di Alessandro III del 1170, conservata nell’archivio dell’Abbazia di Casamari leggiamo: “Una grancia di detta chiesa di San Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la chiesa della quale è rovinata, però sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et villa, siccome appare nel proprio inventario“.

L’Abbazia di San Johannes de Collibus, sorta sulle ceneri di un tempio pagano, come ci dimostra quel cippo marmoreo alla base dell’antico campanile (di cui parleremo diffusamente in altra parte) ed i toponimi delle diverse campestri contrade Sangiovannesi (anch’essi oggetto di adeguata trattazione), con l’avvento dei Carolingi fu dotata, come atto di riparazione dell’affronto subito dai nobili Aquinati, di immensa proprietà terriera, da parte del giovanissimo Carlo il Calvo (non Carlo III come ha ingenuamente equivocato il parroco nelle memorie dell’archivio parrocchiale) solo qualche mese dopo la morte di San Deusdedit.

Infatti in quell’epoca, morto Ludovico II senza eredi, insorsero tremende rivalità e insanabili divisioni interne fatali, tra Carolingi di ramo tedesco e di quello francofilo.

La bilancia si volse a favore di Carlo il Calvo, di ramo francese, allorché nella contesa si inserì, quale supremo arbitro il Papa Giovanni VIII che lo convocò a Roma per incoronarlo. Da questo fatto conseguirono tutte le munificenze imperiali in favore del papato e le immense elargizioni di vario genere alle chiese ed ai conventi.

L’antica grancia dei seguaci di San Benedetto, in San Giovanni Valleroveto, fu elevata alla dignità, prima, di chiesa Collegiata, quindi, ad Abbazia ben amministrata da un abate e dai suoi subalterni, quali ad esempio il cellario, il sacrista, l’elemosiniere, i villici …. Detta proprietà, all’inizio era costituita da fitta boscaglia sita in località, appunto, “valdes ignobilis”.

Ci si chiede come una sperduta grancia benedettina, sita in luogo impervio, casale di importante caposaldo baronale, (Morrubia), possa essere dotata di immensa proprietà terriera, assurgere al rango di Abbazia direttamente dipendente dal Papa, senza un plausibile motivo: non certamente da ricercare quel motivo nella presenza della tomba di uno sconosciuto eremita o di quel parroco di Santa Colomba in agro di Pescosolido, come ci vorrebbero far credere i sorprendenti modernissimi agiografi curiali.

A partire dal VIII secolo vediamo nascere cappelle e chiese nei domini dei laici, nelle terre dei maggiori proprietari, che le edificavano per uso personale, della famiglia, degli uomini dipendenti, e le dotavano di beni. Esse dovevano assolvere alla funzione politica in seno al casato, quali centro di collegamento fra i componenti, di riunione in occasione di ricorrenze religiose o di avvenimenti familiari . Le chiese private si diffondevano in aree rimaste chiuse alla Chiesa, ed al clero, alla liturgia cristiana. D’altro lato, esse contrapponevano all’azione di espansione religiosa la tendenza all’isolamento, tipica della loro origine, della loro vita dominata dai fondatori. Questi, fra l’altro, nominavano gli ecclesiastici, ne creavano di nuovi, anche scegliendoli fra i propri servi, mantenevano le chiese distaccate dalla giurisdizione dei vescovi e le utilizzavano come strumento di potere“. (“L’Italia del Medioevo“)

Vediamo ora su quali documenti basano le loro tesi i detrattori del Corpo Santo di San Giovanni Valleroveto:

A.M.ZIMMERMAN, “CALENDARIUM BENEDICTUM” t.III p.111 :

*      “Memoria di San Deusdedit, abate di Montecassino. Per potersi impadronire dei beni dell’Abbazia, il crudele duca Sicardo di Benevento lo gettò in carcere, dove morì in seguito ai patimenti e alle percosse nell’anno 834″ (festa il 9 Ottobre);

lo stesso autore alle pagg. 155-157, ignorando che il Deusdedit di cui sopra si identifica nel San Deodato di Valleroveto, così si esprime :

*      San Deodato, sepolto a Casale di San Giovanni presso Sora dove viene festeggiato in questo giorno (27 Settembre). Viene indicato come abate e da tempo immemorabile ivi si celebrava la Messa de Confessore con Oratione de abate. Null’altro ha che lo indichi appartenente al nostro ordine o ne faccia conoscere l’epoca in cui visse“.

Prendendo come parole del Vangelo gli scritti dello Zimmerman, un ignoto redattore delle “VIES DES SAINTS”, a pag.550, così si esprime:

*      “A Sora, dans le Latinum, saint Déodat, confesseur(?). Sora se trouva dans la région de Caserta, au sud du Latinum, non loin d’Aquin(sic!). En 1617, l’éveque de Sora pocéda à la visite et au transfert des reliques de saint Déodat (“donné à Dieu”), confesseur local-et non martyr-dont on ne sait rien. Peut etre eut-il quelque accointance avec la gent monastique“.

Quest’ultimo signore scrittore francese mostra una superficialità e una banalità nel suo scritto, a dir poco, stupefacente. Cita come fonte bibliografica lo Zimmerman, ma basa le conclusioni sull’atto dell’Invenzione e Traslazione compiuto dal vescovo di Sora Giovannelli nel 1617, senza essersi degnato di leggerlo (alla stregua di qualche moderno giornalista), perché se lo avesse fatto, avrebbe trovato la descrizione del sepolcro, della lapide e delle pitture che lo adornavano, e la sicura identificazione del grande Personaggio in esso custodito. La malafede e l’antagonismo con altro scrittore di parere diverso, è palesata da questo ignoto francese, quando scrive che Sora è a sud del Lazio non lontana da Aquino, come se quest’ultima cittadina avesse una importanza storica e geografica di gran lunga superiore. Nel suo subconscio c’era, invece, il dato inconfutabile dell’essersi trovato a confrontarsi, senza volerlo ammettere, con un Santo le cui origini erano da porre proprio nel nobile casato dei De Aquino. Perché evocare tale marginale località, quando, c’era, come punto di riferimento, la più nota confinante contea dei Marsi oppure le vicine e note città di Arpino e Montecassino? L’assurdo, poi, si ha quando egli afferma categoricamente che trattasi di un “confessore locale”(senza citare la fonte della notizia) “di cui non se ne sa niente”, ma aggiungendo un “Peut – être” (può darsi) che egli ebbe qualche contatto con la gente monastica. Non vi sembra questo, un bel modo di fare storia? “PUÒ DARSI!”. Eppure, queste banalità hanno trovato credito: interessato?! .

Come non bastasse l’esistenza di quella pietra con la figura dell’antichissimo abate e l’epigrafe, a caratteri ONCIALI, per determinare incontrovertibilmente l’epoca in cui visse, anteriore all’anno MILLE.

Qualcuno ha anche insinuato che Sa Deodatus potesse anche non essere stato ordinato sacerdote, ignorando che, come risulta dalla novella n°CXXXII di Giustiniano veniva prescritto che in ogni monastero, cinque dei più provetti si ordinassero preti; non era Egli l’Abate? E la testa con la “tonsura”, tipica dei monaci ?

Che San Diodato non potesse essere sepolto né a Montecassino né ad Aquino, suo paese natale, i fatti storici di quei giorni ce lo fanno intendere inequivocabilmente. L’invasione dei barbari Saraceni era in atto ed il Papa e i monaci di Montecassino supplicavano l’imperatore Ludovico di scendere con il suo esercito in Italia Meridionale, per liberare quelle popolazioni da saccheggi, devastazioni e deportazioni in schiavitù, dagli stupri e dalle violenze di ogni genere.

(“Herchemperti Historia Longobardorum Beneventanorum”)

Quale cognizione storica dell’Alto Medioevo aveva l’ignoto francese delle “Vies des Saints” e quale è quella dei moderni scrittori che ad esso si rifanno per sostenere tesi e proporre teoremi assurdi?

Nell’Alto Medioevo soltanto per egregie e insigni personalità venivano realizzati artistici sacelli all’interno dei templi. Ed il sepolcro di San Giovanni Vecchio era veramente importante sia perché ornato di pietre artisticamente scolpite, che ancora è possibile ammirare, sia per la dotazione di allegorici affreschi che, purtroppo, insipientemente furono annientati dagli sprovveduti “inventori” del XVII secolo.

È pazzesco argomentare che in quel sacello riposa uno sconosciuto che “peut-être” ebbe qualche accostamento con la gente monastica e del quale “on ne sait rien”.

Il Papa Giovanni VIII con due lettere indirizzate all’imperatore Carlo, evidenzia la drammaticità dell’invasione araba, affermando tra l’altro: “Hanno distrutto ogni cosa irreparabilmente, mettono le mani su ogni cosa che vedono. Distruggono le chiese, profanano gli altari, uccidono i sacerdoti, violentano le donne, straziano i fedeli tormentandoli con ogni mezzo oppure li uccidono e molti li conducono schiavi“.

(Migne “Sæculum IX, Hincmari Rhemensis ecc.“)

La Valle Roveto, in quei tempi tribolatissimi, priva di strade carrozzabili, impervia, con fitta boscaglia, regno di lupi e di orsi, era l’ideale per chi voleva dedicarsi all’eremitismo e per occultarvi le reliquie dei Santi prese di mira dai barbari invasori.

Abbiamo scritto che le pietre scolpite, rinvenute nel sepolcro di San Diodato in San Giovanni Vecchio, parlano linguaggio antichissimo, ma non è tutto per quello che appresso andremo a riferire ed affermare.

L’antico parroco, le cui memorie sul Personaggio del sepolcro Sangiovannese, conservate nell’archivio parrocchiale sono state snobbate dai modernissimi agiografi, affermava che quell’arredo marmoreo proveniva da Montecassino; si sbagliava ma non di molto.

Rarissimi marmi del IX secolo, emersi di recente dagli scavi archeologici di “Madonna del Piano”, frazione di Castro dei Volsci (FR), pertinenza dell’antico castaldato di Aquino, sono stati esposti, nel Novembre 1994, a Roma all’interno di una sala del Ministero per i Beni Culturali. Sono reperti unici ed importantissimi perché risalgono all’Alto Medioevo, periodo considerato “l’oscurantismo” della nostra storia, perciò fondamentali per riabilitarlo e correggere la precedente convinzione. Infatti, gli scavi di Castro dei Volsci dimostrano che nell’Alto Medioevo, nel Lazio Meridionale, esisteva l’arte scultorea e pittorica, artigianale ed autoctona. Quindi il sepolcro del Deusdedit, XV Abate di Montecassino aut Deodatus, fu realizzato in San Giovanni Vecchio a cura della Sua famiglia d’origine, con gli artigiani a lei sottomessi e con il materiale marmoreo delle sue cave, site non lontane da quell’antichissima città romana, denominata “FREGELLAE”, in cui, mentre scriviamo, sono in corso preparativi per l’inaugurazione di importanti ritrovamenti archeologici del II e III sec. A.C. – FREGELLAE non è altro che il primordiale nome dell’insediamento dell’antico popolo da cui discendono gli abitanti dell’odierna Ceprano, a noi ben nota perché vi proveniva il messo pontificio quale Commendatario della prosperosa Abbazia di San Johannes de Collibus in Valleroveto.

Che dire poi di quel raro rilievo marmoreo conservato nella chiesa di San Vito alla Melfa,nei pressi di Roccasecca (luogo di nascita di San Deudedit) che raffigura un monaco con la “tonsura”, uguale al reperto sangiovannase, sicuramente del IX secolo ? Perché non si procede all’esame comparativo per appurare se i due reperti provengono dalla stessa bottega d’arte ? Per sapere se trattasi dello stesso materiale e conseguente provenienza ? Per accertare la committenza ? Si ha forse timore di scoprire verità indigeste ? Marmi del IX secolo, perfetta copia di quelli sangiovannesi, sono esposti nei sotterranei museali della chiesa di S. Erasmo in Formia (LT).

Entrata definitivamente nell’orbita longobarda, Aquino, intorno al 747, (epoca in cui presumibilmente San Deodato nacque), tornò ad essere una città di notevole importanza in quanto i suoi signori controllavano i territori circostanti fino a Fregellae, Cassino e Interamna. Nonostante Carlo Magno l’avesse donata al papato, fino al IX secolo la città gravitò nell’area del ducato di Benevento, dipendendo dal castaldato di Sora. Verso la fine del IX secolo il castaldato si divise in due ed Aquino diventò capoluogo della valle più bassa del Liri. Da quel momento si creò un potere locale che la rese indipendente. (“Il Lazio Paese per Paese”).

Come giustificare il potere dei Castaldi di Aquino sul territorio di San Giovanni Valleroveto?

Paolo Diacono, antico scrittore dell’Abbazia di Montecassino, seguito poi da tutti gli scrittori medievali, parla di Gisulfo, duca di Benevento, che nel 702, al tempo di Papa Giovanni VI, dopo aver incendiato, devastato ed occupato Sora, Arpino ed Arce, giunse fino ad Horrea e vi si accampò. Quest’ultima località non è forse l’attuale Morrea?

Fino a tre secoli fa San Giovanni Valleroveto veniva chiamato Casale di Morrea. Aquino, i cui nobili erano i castaldi di Benevento, è il paese d’origine del nostro San Diodato.

Gaetano Squilla scrive: “Certamente in tempi difficili, come quelli, medioevali, funestati da guerre e briganti, ebbe Morrea il privilegio di una sicura e forte posizione. Il paese era cinto da mura, aveva torri e bastioni ed in seguito munito di un castello. Costruito in alto, il paese, che aveva a ridosso la montagna e davanti ed ai fianchi precipizi e strapiombi, poteva essere in quei tempi una fortezza imprendibile“.

Nel IX secolo, nonostante le pressanti istanze autonomiste, Aquino gravitava ancora nella sfera del ducato di Benevento, i cui conti figuravano padroni assoluti del castaldato del Liri, attraverso il quale si era affermata la cosiddetta “Via degli Abruzzi” per le comunicazioni tra nord e sud.

In sostanza, senza perifrasi, vogliamo affermare che l’Abbazia Sangiovannese fu una creazione esplicitamente indirizzata alla custodia gelosa e preziosa delle Sacre Spoglie del grande abate della nobile famiglia Aquinate; altre ipotesi sarebbero assurde ed insostenibili.

La chiesa del IX secolo era improntata, appunto, ad una spiritualità feudale direttamente dipendente dalla nobiltà che metteva a reggere i monasteri chi voleva, con il diritto e l’uso di disporne a proprio piacimento. Tutto ciò fino all’avvenimento della fondazione di Cluny (Francia) che determinò la dipendenza delle fondazioni religiose non più dalle signorie locali ma dalla Santa Sede; dimostrazione dell’asserzione sono quelle Bolle Pontificie, attraverso le quali, da Avignone impartiva ordini per dirimere controversie amministrative della nostra Chiesa Sangiovannese.

Sepolcro di San Diodato

Diciamo, innanzitutto, che la chiesa cattolica ha sempre avuto grande cura e pietà per i defunti che cospargevano, nei tempi antichi, di profumi ed aromi.

Nel V secolo s’introdusse l’usanza, specialmente nei piccoli centri abitati, di seppellire i defunti all’interno delle chiese per non confonderli con i pagani non ancora convertiti al Cristianesimo e, quindi non battezzati.

In verità, in altra parte, abbiamo scritto, forse impropriamente, di tombe esistenti all’interno del tempio Sangiovannese, ma esse, in effetti, erano soltanto delle fosse comuni, distinte per famiglie nobili o per congregazioni. Soltanto per egregie ed insigni personalità venivano realizzati artistici sacelli all’interno del luogo sacro. Quindi anche sotto questo punto di vista la Chiesa di San Giovanni si pone in un preciso contesto storico ed il nostro “Deodatus”, la cui urna millenaria con lapide effigiata è stata rinvenuta nel Monastero Vallerovetano, era un personaggio, come si dice ai nostri giorni, di notevole caratura.

Chi provvide alla sacra incombenza era ben conscio dell’importanza del personaggio, tanto da munire il sepolcro di pietre finemente scolpite, da artista del tempo, e di farne segno della Sua effigie, con le relative insegne dignitarie, affinché le notevoli traversie di quei tempi bui non ne facessero perdere le tracce ed il ricordo. Come dire che in quel sepolcro vi fu posta l’odierna carta d’identità.

Ma, il ricordo di San Diodato non si è perso, perché la sua urna è stata sempre meta di devoti pellegrini che a Lui si rivolgevano e si rivolgono per ogni sofferenza e per ogni necessità della vita.

Nel documento originale della Invenzione e Traslazione del Corpo di San Diodato, ad opera del Vescovo di Sora Mons. Girolamo Giovannelli nel 1617, è detto chiaramente che per antica tradizione, le genti devote andavano al Suo Altare e che di ciò i predecessori del prelato ne avevano fatto sempre menzione. Trattasi di documento, quello che in seguito pubblichiamo, di alto valore storico e religioso, il cui cerimoniale è tanto solenne da richiedere il giuramento del vescovo in apposito rogito notarile, redatto alla presenza di tanti e qualificati testimoni. Infatti, nel documento sono elencati i nomi, cognomi e cariche rivestite dai numerosi intervenuti al solenne rito.

In ogni tempo ed in ogni circostanza storica, l’Autorità Ecclesiastica si è sempre comportata con la massima prudenza e scrupolosità nel sancire una verità. Pertanto, il contenuto del documento che andiamo commentando è sacrosantamente vero, quando dice che nella Chiesa di San Giovanni Valleroveto (allora chiamato Casale di Morrea), esiste un Santo Abate chiamato: “Deodatus”; che tale Santo, già nel 1600 veniva definito antico; che già a quei tempi aveva una giusta collocazione nella liturgia ecclesiastica; che da tempo immemorabile se ne celebrava, in quel piccolo borgo, la di Lui festa il 27 Settembre di ogni anno. Egli sposta la data al 9 Ottobre (data della morte di San Deusdedit) ricorrenza liturgica solennizzata in Montecassino, qualificando in tal modo il Personaggio del Sepolcro rinvenuto.

Il documento notarile evidenzia, infatti, la pressante esigenza, da parte del Vescovo Giovannelli e del notaio Pollicillo, di far emergere l’evidentissimo e sostanziale elemento “antichissimo” del soggetto preso in esame: “… a tempore immemorabili solenniter in eadem terra celebratur festus”. Ma per essere immemorabile il lasso di tempo, quanti anni trascorsi occorrono per potersi permettere l’uso di tale aggettivo? Non sono, forse, tanti trecento anni? Veramente tanti sono sembrati al Giovannelli ed al Pollicillo se non hanno esitato a dettare al segretario verbalizzante: “…. Destructo (NS. bel capolavoro!) postea altari et eius imagine depicta, inventa est supra fenestram depictam, ut praedicitur, tabella marmorea cum ejusdem Sancti imagine cum baculo pastorali, planeta seu casula et pallio cum inscriptione GOTICIS (sic!) litteris expressa San Deodatus“.

FENESTRELLA DEPICTA“: …. perché? Per motivi estetici o simmetrici?

Certamente no, perché la chiesa dell’epoca era costituita da semplice navata e la finestra dalla quale riceveva luce era sufficiente e naturalmente collocata e simmetrica. L’inclusione di finestre dipinte nell’insieme dell’affresco, pertanto, alludevano allegoricamente alla costrizione e condizione di carcerato del Soggetto pur Esso ivi raffigurato.

Abbiamo detto e scritto in altra parte e lo ripetiamo a sazietà che l’arte antica, era nelle chiese, luoghi sacri, conventi, in funzione dell’intelligibilità delle genti umili e analfabete: la Bibbia dei poveri. La staticità dell’arte bizantina era ancora lontana dal volgersi al moderno con il movimento ed il naturalismo, con la dinamica dei corpi, l’intensità delle espressioni: in sostanza era quell’arte greca ferma alle icone e non ancora approdata alla dinamica di quella latina dell’artista romano Cavallini o del fiorentino Giotto.

L’archeologia e la paleografia sono discipline scientifiche che solo in tempi relativamente recenti sono state ammesse nelle facoltà universitarie. Perché diciamo questo? Il motivo è semplice, ma di enorme importanza per la ricerca che andiamo conducendo. La scrittura e l’arte gotica hanno inizio nel XIII secolo, però quella tabella marmorea e la relativa epigrafe appartengono ad altra epoca: il IX secolo? Trattasi, a nostro parere, di uno splendido esempio di scultura con caratteri epigrafici “ONCIALI” o più propriamente di arte “Benedettina Cassinese”. Si osservino i documenti dimostrativi e comparativi che appresso pubblichiamo e salterà agli occhi l’evidenza di quanto andiamo affermando.

Sappiamo, però, che giudizi definitivi e incontrovertibili non è possibile pronunciarli quando si tratta di fatti storici altomedievali e della datazione della sua produzione artistica. Si prendano ad esempio i seguenti documenti:

1° documento:

SCUOLA VATICANA

DI PALEOGRAFIA, DIPLOMATICA

E ARCHIVISTICA

Città del Vaticano, 14 gennaio 1997

Ill.mo Signore

Dott. Antonino Degni

Via Canada, 2/A

04024 GAETA (LT)

Egregio Signore,

circa le domande da Lei posteci circa la tavola marmorea riproducente la figura di un Abate con il pallio e pastorale e con la scritta DEODATUS, possiamo risponderLe informandoLa che l’epigrafe non è né in caratteri Carolini e neppure in caratteri Onciali bensì in caratteri Gotici; il secolo di appartenenza del reperto è da attribuirsi sicuramente tra il XIV e XV, mentre per quanto riguarda sia la datazione che l’ubicazione della bottega artigianale che produsse la formella marmorea, non si è in grado di rispondere in quanto questo presupporrebbe una ricerca archivistica e questa Scuola non dispone di personale atto a simili mansioni.

Distinti saluti

LA SEGRETERIA

2° documento

UNIVERSITA’ DI ROMA

“LA SAPIENZA”

DIPARTIMENTO STUDI SULLE

SOCIETA’ E LE CULTURE DEL MEDIOEVO

14. I. 1997

Gentile Sig. Degni,

ho esaminato la riproduzione che ha inviato; la scritta DEODATUS è in caratteri gotici epigrafici, apparentemente del pieno XIII secolo. Non credo sia possibile dire di più; forse qualche elemento cronologico meno vago potrebbe fornirlo l’ambiente in cui l’epigrafe fu originariamente collocata.

Con i migliori saluti

Paola Supino

(cattedra di Paleografia Latina)

Il sepolcro architettonico di cui si ammirano i reperti nella restaurata nostra chiesa parrocchiale sarebbe stato, dunque, realizzato in pieno 1200?

Se ciò rispondesse a verità, non sarebbe utopico ipotizzare che la miglioria della primitiva sepolcrale sepoltura avvenne subito dopo che, il 26 febbraio 1266, Carlo D’Angiò sconfisse a Benevento Manfredi, figlio di Federico II, impadronendosi del Regno delle due Sicilie e portando la capitale da Palermo a Napoli. È noto, infatti, che con i D’Angiò le Baronie e le Contee furono rivalutate e riorganizzate dopo l’annientamento avvenuto in conseguenza della politica centralista di Federico II.

Con Carlo I, poi, fu intrapresa una vasta ed importante opera di architettura sacra, con l’impiego di valenti e provetti artisti. Era appunto, l’epoca in cui i beni immobili e fondiari dell’Abbazia di San Giovanni Valleroveto venivano amministrati dai funzionari provenienti dal Castaldato di Aquino, fino a tutto il periodo del Papato Avignonese del secolo successivo. È il periodo, anche, dell’inizio evolutivo della lingua italiana; si pensi alle famose “laude” di Francescana memoria e così alla consequenziale derivazione, dall’arcaico “DEUSDEDIT” dell’epigrafe Sangiovannese “DEODATUS”, poi tradotto dalle genti Vallerovetane in “DIODATO”.

Il colto e capace scultore non commise l’errore, in cui successivamente caddero i realizzatori della statua e del reliquiario, in cui il Nostro Santo è raffigurato con il capo ricoperto della mitria. Infatti, San Diodato è un Abate vissuto prima dell’anno mille e non poteva a quell’epoca ornarsi del copricapo riservato solo al Pontefice Romano.

Quel Corpo Santo rimase, dunque, seminascosto, nella impervia grancia Benedettina Vallerovetana per circa quattrocento anni; prima per sottrarlo alle ripetute e secolari invasioni saracene e, quindi, alle successive maniacali smanie delle autorità e popolazioni altomedievali che si onoravano trafficare ed accaparrarsi le reliquie dei Santi; anche San Gennaro venne trafugato da Napoli e portato a Benevento.

È da notare, pure, che il XIII è quel secolo pervaso dal profondo messaggio filosofico e teologico dell’illustrissimo “pronipote” di San Diodato: San Tommaso D’Aquino; teologo domenicano anch’egli di ceppo longobardo, nato dalla stessa nobile famiglia di Roccasecca.

Ma per quanto riguarda la datazione del sepolcro del XV Abate di Montecassino DEUSDEDIT, insistiamo nel non essere decisamente convinti delle cattedratiche valutazioni. Chissà, se le ultime scoperte archeologiche di San Vincenzo al Volturno, di Castro dei Volsci, ecc., non costringeranno ad aggiornare gli studi sui cosiddetti “secoli bui” ed assistere ad una sensazionale rimessa in discussione delle conoscenze e delle interpretazioni storiche immobilistiche?

Le pietre del Sepolcro di San Giovanni Valleroveto, infatti, andrebbero sottoposte ad un’analisi tipologica (chiesta e non ottenuta comparazione con i ritrovamenti di Castro dei Volsci) e studiate in cerca di significati, simbologie, convenzioni grafiche e conseguimento tecnologico.

Diciamo queste cose perché ci risulta che archeologia e Medioevo non avevano, sino a circa un quarto di secolo, alcun significato in comune. Medioevo era per l’ordinamento ministeriale italiano “periodo buio” e, quindi, non degno di essere indagato; venivano presi in considerazione solo quei resti la cui datazione arrivava sino al 476 d.C., anno della caduta dell’Impero Romano.

Infatti, come volevasi dimostrare le due più alte e prestigiose autorità in campo paleografico come la “SCUOLA VATICANA DI PALEOGRAFIA, DIPLOMATICA E ARCHIVISTICA” e il “DIPARTIMENTO DI STUDI SULLE SOCIETÀ E LE CULTURE DEL MEDIOEVO” dell’Università di Roma “La Sapienza”, non si trovano d’accordo sulla datazione del nostro reperto archeologico.

Il Vaticano pensa che la datazione possa risalire addirittura al XV secolo, mentre l’Università “La Sapienza” è sicura del “pieno XIII secolo”

Tra i due giudizi, pensate, esiste una differenza di due secoli e mezzo (250 anni !).

Il Vaticano dice che l’epigrafe non è né in caratteri “Carolini” e neppure in caratteri “Onciali”, ma non ci spiega il perché e, comunque “non dispone di personale” per stabilire la datazione(?!).

L’Università “La Sapienza”, invece, parla di pieno XIII secolo. Nel 1200, ebbe inizio la scrittura gotica, ma ancora persiste l’”Onciale” e la “Carolina”.

Siamo veramente perplessi e confusi.

Noi siamo appassionati dell’arte antica, ma non abbiamo alcun titolo per emettere giudizi. Vorremmo, però, auspicare un po’ più di chiarezza e giudizi correlati da documenti dimostrativi e relative comparazioni.

Tanta più chiarezza, infatti,ci è pervenuta inaspettatamente dall’alta autorità e competenza del Dott. Prof. Eugenio Maria BERANGER, il quale, un anno dopo il nostro articolo su “Valle Roveto”, innanzi trascritto, si è recato in San Giovanni Valleroveto ed ha esaminato i marmi scolpiti, oggetto del presente capitolo. Che cosa ha affermato l’autorevolissimo studioso ? : i marmi furono scolpiti nel IX° secolo, come noi ci sforzavamo di dimostrare, nella nostra pochezza, qualche tempo prima.

Trattandosi di marmi facenti parte di un corredo sepolcrale è ovvio che il Personaggio ivi sepolto non può che appartenere a quell’epoca precisa e che, quindi, non può provenire dalla montuosa Abbazia di Sant’Elia costruita, con certezza, agli inizi dell’ XI° secolo.

Stiama parlando di un sepolcro, quello di San Giovanni Valleroveto, sito in mezzo ad un luogo impervio, in cui vi era situata una grancia benedettina, i cui servi, come ci fa sapere STRABONE “vivunt hac gentes fere in vicis”, oppure, come dice il cronista di San Clemente a Casauria nel prologo del CHRONICON, che quelle genti vivevano nei propri campi “quasi sub fico et vite”.

Oltre agli “storici” citati nell’ “ANTEFATTI” e nei capitoli del presente volume, altro improvvisato “storico”, mentre andiamo in stampa, ha messo in circolazione un opuscolo ciclostilato in cui, oltre a sostenere tesi strampalate e ossequiose delle illustri firme da noi contraddette, vuole accreditare al nostro modesto borgo origini nobiliari rifacendosi al ritrovamento di qualche antica moneta ed a quella stele votiva murata alla base del campanile, risalente al periodo dell’impero romano, dono di una certa “GENS GAVIA”. L’autore ignoto, dell’opuscolo, da nostra indagine, dovrebbe essere un prete che ha retto anni fa la “già” Parrocchia dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista. Questo, molto probabilmente non ha riflettuto abbastanza sul periodo storico che ha preso in considerazione; trattasi di quei tempi in cui vigeva la schiavitù e l’usanza della “Jus primae noctis”. Bastava non essere soggetti a quelle leggi ed avere una carta di cittadinanza romana, una casupola in muratura, un piccolo gregge e qualche lenzuolo di terra da coltivare in proprio per essere considerato un privilegiato della plebe e fregiarsi del titolo di “gens romana“. I titoli nobiliari erano ben altra cosa e non appartenevano agli abitanti di San Johannes de Collibus. L’odierno metalmeccanico ha più privilegi.

Chissà perché tanta euforia letteraria sulle cose di un così piccolo borgo da parte di “pennaiuoli” Curiali ?. A noi ha fatto venire in mente il detto dei nostri antichi “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Perché qualcuno di questi “dotti” non si cimenta nella storia della spoliazione ed annientamento dell’ingente donazione imperiale all’Abbazia Benedettina altomedioevale di San Giovanni Valleroveto ?

Le spese per realizzare quel giacimento funebre non furono sostenute, certamente, da gente del luogo, ma da stirpe nobile e per nobilissimo scopo; in quello sperduto ed impervio ermitaggio non vi erano casati patrizi, ma uno era a Nord ( castello di Morrubia) ed altro a Sud (castello di Vallio Soran). Il Castello di San Giovanni Valleroveto, “Je Casteglie”, che sorgeva più in alto del centro abitato di circa 500 metri, non era una residenza nobiliare, ma soltanto una guarnigione militare.

Sant’Elia, dunque, era una succursale dell’Abbazia di San Giovanni e non vicversa; fu realizzata dai benedettini sangiovannesi non soltantoper la tradizionale usanza dei “XENODOCHIA”, ma anche, se non principalmente, per la tutela, amministrazione e sorveglianza di quella immensa proprietà terriera che si estendeva fino al circondario del Lago Fucino, pervenuta loro da donazione imperiale e di cui parleremo con dovizia in altri capitoli.

Quando l’Abbazia di “Collem Erectum” fu gratificata dalle ingentissime donazioni imperiali, Sant’Elia era ancora lontana dall’essere fondata lo scritto dell’illustrissimo Beranger, esperto in archeologia, a noi interessa poco, dunque, perché conferma la datazioe alto medioevale dei reperti archeologici della Chiesa di San Giovanni Valle Roveto, motivata da quello specifico intreccio scultoreo nelle caratteriche geometriche della rinascenza carolingia.

Il Beranger, spiega anche la funzione di ogni singolo reperto come ad esempio. “”…il pilastrino doveva far parte di una PERGULA il ben conosciuto recinto marmoreo o lapideo che delimitava l’area ove, durante laliturgia, risiedeva il clero. Sopra la base doveva essere in origine posta una colonnina sormontata da un capitello destinato a sostenere un architrave, al sommo del quale venivano poste immagini sacre e statue ed appese lampade votive. Lo spazio tra le singoli basi poteva essere chiuso da transenne oppure da lastre variamente decorate””.

Come volevasi dimostrare, diciamo noi, e come la tradizione popolare ci ha tramandato, il sepolcro antico di San Diodato, quello distrutto dal Vescovo Giovannelli, era un altare a forma di tempietto e più propriamente allusivo ad una prigione con le sue grate, finestrelle ed affreschi raffiguranti scene di vita, le più importanti del Personaggio ivi custodito: “MIRO MODO”. Date le ridotte misure dei reperti archeologici non poteva trattarsi che di una edicola allegorica.

Altro particolare interessantissimo dello scritto del Beranger è quello in cui dice: “”Sotto la mensa è stata inserita una lastra in calcare locale (NS: “locale“? vedremo) originariamente appartenuta ad un architrave di una porta. In essa, partendo da sinistra, si riconosce, riquadrato da una cornice piana, un felino reso di profilo con la testa rivolta a destra e dalla cui bocca ha origine un fregio fitomorfo dalle carnose volute””.

Quel felino non è forse il tradizionale leone benedettino ? Tutto parla benedettino in San Giovanni Valle Roveto.

“I leoni erano il trtadizionale segno del dominio cassinese; non solo si trovavano agli ingressi del monastero e dei palazzi abbaziali, ma anche al limite dei confini territoriali. Simboli della vigilanza e della custodia (sic!)…”. (Vedi MONTECASSINO DI t. Leccisotti – pag. 56).

Lo scritto del Prof. Eugenio Maria BERANGER è apparso nella RIVISTA CISTERCENSE – ANNO XIII – N. 2 – MAGGIO-AGOSTO 1996 e, come egli stesso dice: “”il presente lavoro rientra nella preparazione del progetto scientifico di allestimento del museo civico della media Valle del Liri sito in Sora (FR) e la cui gestione scientifica è stata affidata al Centro di Studi Sorani “Vincenzo Patriarca”.

Capita l’antifona ?

Prepariamoci, cari Sangiovannesi all’ennesima spoliazione; quei reperti archeologici della nostra Chiesa dovrebbero andare a Sora.

Per vederli, quando sarebbero in quel Museo, noi e i nostri discendenti dovremmo sborsare delle sommette che andrebbero ad impinguare le solite note casse.

Ma, non è solo questo il problema: che ne pensa la Sovrintendenza dell’Aquila? Prepariamoci, cari Sangiovannesi, ad un’altra lotta, come fecero i nostri antenati.

Nelle pagine 57 – 58 – 59 e 60 della pubblicazione “ARCHEOLOGIA MEDIOEVALE NEL LAZIO” – L’insediamento di Castro dei Volsci – Ediz. Tecnostampa – Frosinone – Via Maria 12 – a cura del Centro Europeo Turismo – Ministero Beni Culturali e Ambientali, sono raffigurati n° 4 reperti archeologici databili all’VIII – IX sec. d. c. con relativa descrizione. Detti reperti, dei quali è stata richiesta la comparazione, sono da noi ritenuti della stessa fattura e della stessa bottega d’arte dei resti archeologici conservati nella Chiesa di San Giovanni Valle Roveto Superiore, parimenti a quelli esposti nella cripta della Chiesa di S. Erasmo in Formia.

Capitolo II

 Deusdedit aut S. Diodato XV Abate di Montecassino

(Chi è – Cosa fu – La sua epoca)

Antiche dinastie

Il nostro San Diodato, come innanzi accennato, nacque intorno agli anni 750 – 760 nei pressi di Aquino, quasi certamente nella contrada Castello di Roccasecca “Castrum Rocchae Siccae”, caposaldo della potente famiglia patrizia dei De Aquino, Castaldi del Principato Beneventano. Nacque proprio in un periodo prospero e felice della sua famiglia patrizia. Infatti, Aquino, nel 747 entrò stabilmente nell’orbita del Regno Longobardo, acquistando prestigio e potenza economica; la sua giurisdizione si estese in un primo momento fino a Cassino, Pignataro Interamna, San Giorgio a Liri, Fregellae, continuando poi ad allargarsi sempre di più ed a controllare feudi in diverse regioni del Mezzogiorno fino a tutto il XII secolo. La sete di conquista non mancò di provocare un duro confronto anche con il contiguo monastero di Montecassino di cui conosciamo la potenza economica e spirituale che travalicava i confini regionali e nazionali.

Secondo l’usanza largamente praticata tra i Longobardi, il Nostro Santo venne offerto fin da bambino, dai suoi genitori, al Monastero. Un esempio di tale usanza: tra l’830 e l’841 l’Abbazia di Farfa (RI) venne retta da Sicardo (omonimo del tirannico principe Beneventano che imprigionò San Diodato). Di lui, nella “CONSTRUCTIO”, secondo una traduzione di padre Mariano Sorighe è scritto: “In questo tumulo giace il venerabile Abbate Sicardo // che governò bene le sacre sorti del Cenobio. // Dio lo santificò mentre era ancora nelle viscere materne // perché potesse essere partecipe alle sorti del profeta Geremia. // Infatti non aveva conosciuto il mondo creato, // ma entrambi i genitori lo consacrarono a questo tempio. // Con sapiente e mirabile ordine costruì questi luoghi // e salvò dal truce nemico il gregge affidatogli. // Per lui, chiunque tu sia che leggi, non cessare // con mente benigna di effondere notte e giorno preci votive // perché meriti di essere fra le Corti Angeliche // e, vinta la morte, possedere il Regno dei Cieli”.

L’usanza longobarda, d’altronde, nella patrizia famiglia di San Diodato si perpetuò per secoli tanto è vero che nell’anno 1230 il “Sole di Aquino”, San Tommaso, discendente della famiglia di San Diodato, all’età di 5 anni, venne affidato, anch’Egli dai genitori, ai Benedettini di Montecassino per essere iniziato agli studi.

Lo scopo di Landolfo, come quello di tutti i nobili dei secoli che furono era quello di impadronirsi di ogni alta carica politica, civile e religiosa per questioni di carriere, rendite, possedimenti ed armamenti.

Però spesso le aspettative dei potenti genitori non collimavano con i disegni dell’Onnipotente. San Diodato e San Tommaso, per fare solo qualche esempio tra le migliaia di casi analoghi, furono la provvidenziale risposta di Dio all’avidità e alla spregiudicatezza della nobile stirpe di Aquino.

Le prime fortificazioni, degli aquinati fuggiti in epoca barbarica da Aquino, sorsero in Roccasecca nei pressi della vetta del monte Sant’Angelo in Asprano, non lontano dall’antichissimo maniero di Caprile e Castello. Infatti, nel 590 Aquino fu devastata dai Longobardi e gli abitanti furono costretti a disperdersi sui monti circostanti, dando vita a nuovi insediamenti.

Già dall’antichità, dunque Roccasecca apparteneva alla Signoria Aquinate e restò sotto l’influenza di quella contea fino a quando il feudo fu acquistato dal Principe Boncompagni di Sora nell’anno 1583.

Abbiamo accennato al fatto che San Diodato era nato, appunto nel tenimento Roccaseccano perché i nobili “De Aquino” erano divisi in due Signorie: quella di pianura dove sorge l’abitato di Aquino e quella “montana” di Roccasecca. Infatti, al casato dei “De Aquino” di Roccasecca appartenne anche Rinaldo, successore di Landolfo padre di San Tommaso, strenuo sostenitore di Federico II insieme con i parenti di Aquino.

In verità Aquino, pur essendo stata donata da Carlo Magno al Papa, rimase sempre sotto l’influenza del ducato di Benevento, ma amministrata dai Signori di Sora fino ad oltre la metà del IX secolo, quando a sua volta, assurse alla dignità di Castaldato. Fatto avvenuto, non a caso, a pochissimi anni dalla morte di San Diodato. L’illustre casato, che aveva dovuto subire l’incarcerazione e la conseguente morte del suo Santo Abate, si riconciliava con Benevento, ricevendone, in concreto segno di pace, l’investitura nobiliare. Con ciò furono, in parte, cancellate le lacerazioni prodotte dall’iniquo affronto subito dalla “papalina” Aquino da parte del fiero, ma ormai defunto, Sicardo.

La Valle Roveto passò sotto il dominio dei Longobardi nel 572 ed assoggettata al Ducato di Spoleto, di cui era l’appendice più meridionale, fino all’anno 701 quando il Duca di Benevento Gisulfo II, estese il suo dominio a tutta la campagna romana, la Ciociaria (compresa Sora) e pose l’accampamento delle truppe ad Horrea, da identificarsi con l’odierna nostra vicinissima Morrea, di cui San Giovanni Vecchio ne era casale.

Sta di fatto che al Beneficio Parrocchiale di San Giovanni Valleroveto, da quell’epoca, fu affidata la custodia del Sepolcro dell’Illustre Aquinate i cui parenti furono insigniti del privilegio della relativa Commenda, come appresso vedremo.

Nel 1583, dunque, Giacomo Boncompagni acquistò il possedimento d’Arpino, che comprendeva anche il feudo di Aquino e tale possesso fu conservato dai suoi successori fino alla fine del Settecento, quando passò al demanio regio di Ferdinando IV. Le vicende di detto feudo restarono legate al Regno di Napoli, fino alla metà dell’Ottocento, appunto, quando fu conquistato dall’esercito francese.

Ci preme soffermarci su dette vicende storiche di Aquino perché è certo che il nostro San Giovanni Valleroveto ne ha seguito le sorti fino alla sua decadenza.

In altra parte abbiamo sostenuto che la nostra parrocchia, a differenza delle altre della Valle Roveto, non era soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora. Infatti, in quel millenario “libro Verde” dell’Archivio Vescovile sorano di San Giovanni Valleroveto non vi troviamo alcuna notizia prima del 1609, epoca di una documentata visita pastorale.

Le date, quindi, come si evince chiaramente, coincidono e dimostrano che l’amministrazione del nostro ingente Beneficio Parrocchiale fu appannaggio, a giusto e indicativo titolo, della Signoria Aquinate fino a quando il Principe Boncompagni, di sorana ecclesia, non acquistò i diritti giurisdizionali ed amministrativi.

Perché quest’isola “Aquinate” in Valle Roveto?

La risposta noi l’abbiamo già data in altre pagine, tutte tese a fornire una dimostrazione chiara, logica e definitiva sulla identità di quel personaggio del Corpo Santo Sangiovannese.

Nota

“La divisione in gastaldati, pur rispettando formalmente un tipo comune nei ducati settentrionali, se ne distingue nella funzione specifica e giuridica. Nel Ducato Beneventano il gastaldo non è l’amministratore del demanio regio o comunque il rappresentante degli interessi del Re, ma un funzionario della corte ducale, per conto della quale esercita potere giurisdizionale con obblighi militari sul proprio distretto. È stato detto che al gastaldo a volte si attribuiva il titolo di conte, titolo che in origine rappresentava piuttosto una carica onorifica, estranea all’istituzione del comitatus nel significato introdotto poi dai Franchi. Perciò i due conti di Capua fugacemente apparsi in avvenimenti del 661 e del 663 – non potendosi parlare di Contea nel senso territoriale del termine nel sec. VII – sono probabilmente gastaldi titolari di un supplemento di onore che li poneva ad un gradino superiore della scala gerarchica rispetto agli altri gastaldi e “appaiono i più importanti collaboratori del Duca”. In ogni caso quest’ultimo esempio è una prova di quanto fosse ambita la sede di Capua e come essa, a partire dalla metà del sec. VII, andava riacquistando quel ruolo egemone sulla Campania che già aveva avuto in antico.

Di fondamentale importanza per la Longobardia minore fu anche la conversione al cattolicesimo della corte beneventana avvenuta forse durante il regno di Romualdo I (671 – 687)”.

La zona interna invece dopo un lungo periodo di vuoto storico, improvvisamente ritorna agli onori della cronaca. Verso il 702, o poco prima, il duca Gisulfo I (689 – 706) conquistata Sora, “ROMANORUM CIVITATEM”, e gli “OPPIDIA” di Arce ed Arpino, portando il confine lungo il corso del Liri. Da qui durante il pontificato di Giovanni VI (701 – 705), Gisulfo I avanzò verso Roma fino al luogo “qui Horrea dicitur” dove, raggiunto da emissari del Papa “cum apostolicis donaris”, fu convinto a rilasciare i numerosi prigionieri e a rientrare nei confini del Liri.

La prova di ostilità contro Roma da parte del duca beneventano è vista solo in funzione di estendere il proprio dominio approfittando dei contrasti sorti tra Bizantini e Romani.

Per Scandone, ma sono d’accordo Fabiani ed altri autori locali, “non v’è dubbio” che con l’espansione del 702 il “capoluogo” “dell’importante distretto” del Liri venisse trasferito da Aquino a Sora. Poiché lo studioso non cita alcuna prova a riguardo, si può accettare la proposizione solo come ipotesi, anche in considerazione del fatto che nei diplomi Carolingi dello stesso secolo relativi a Montecassino, Aquino non è mai riportato con titoli o attributi che lascino pensare il contrario, sempre che ciò non derivi da fatto causale o da ragioni di forma giuridico-diplomatica. Certo è che da quel momento Sora rappresentò il più importante caposaldo lungo il confine ed il punto di passaggio obbligato per la continuità delle comunicazioni con il ducato di Spoleto e con il Nord attraverso la cosiddetta “via degli Abruzzi”. Dello stanziamento longobardo nella città non è rimasta traccia, ma si può pensare che esso si sia adattato in qualche settore già fortificato dai Bizantini, forse nella parte occidentale dell’area romana alle pendici di monte S. Casto, nell’attuale rione S. Silvestro, da dove si potevano controllare i due ponti sul Liri.

(Nicosia: Il Lazio Meridionale)

Foto 2.1 Roccasecca: i resti del castello dei conti d’Aquino.

    

Foto 2.2 – 2.3 Resti della casa di San Tommaso d’Aquino nel Castello di Roccasecca.

Il mistico abate

Nei documenti e nelle cronache dell’epoca, noi troviamo San Diodato chiamato col nome latino Deusdedit. È noto che nell’Alto Medio Evo si parlava latino in Italia.

Studiando il significato storico etimologico di questo nome, noi veniamo a scoprire delle bellezze meravigliose. DEUSDEDIT = DIO LO DIEDE, ADEODATUS = DATO DA DIO. È un nome mistico, che vuole esprimere innanzitutto un ringraziamento a Dio, che lo ha dato. Ma se i suoi confratelli vollero denominare così San Diodato, essi lo fecero, per esprimere non solo la grandezza e la sublimità del suo animo, ma anche per manifestare la grandiosità delle opere e la portata eccezionale dell’uomo, che illustrò con la sua santità il celebre Monastero di Montecassino e diffuse il profumo delle sue virtù tra i suoi contemporanei e nei secoli successivi.

San Diodato nacque, dunque, nella seconda metà dell’ottavo secolo, tra il 750 ed il 760, nel Lazio Sud, nelle vicinanze di Aquino, dalla ricca ed illustre famiglia che governava quella grande ed importante contea.

Nella casa paterna trovò una palestra di fede e di pietà. Ricevette un’educazione eccellente. Si avviò per tempo all’ascetica cristiana. In mezzo ad una società tormentata ed inquieta, turbolenta e sanguinaria, contaminata dalla corruzione e dagli intrighi, il santo giovanetto rivolse il suo pensiero a Dio, osservò la sua legge e conquistò le sue compiacenze.

Dio lo attrasse a se e gli diede l’ardore della perfezione e della santità.

San Diodato con mirabile slancio approfondiva la conoscenza di Dio, per poter giungere ad un amore sempre più perfetto.

Ai suoi tempi, come innanzi accennato, tutti gli spiriti grandi, desiderosi di perfezione, di distacco dal mondo, di unione con Dio, guardavano a Montecassino, come a centro di preghiera e di lavoro, di studio e di santità. Il nostro San Diodato volle anch’egli raggiungere quella vetta, che doveva poi ricolmarlo della gloria della santità.

Si distacca dal mondo e dalle sue attrattive, dagli onori e dalle ricchezze, dalla casa e da quel mondo che lo adorava e va nella casa di Dio. Acquista un altissimo concetto cristiano della vita e di tutte le sue espressioni.

Si plasma nel rigido dominio del cuore. Soffoca le esigenze della carne e del sangue con volontarie mortificazioni, con la disciplina. Conserva incorrotto il giglio della sua castità.

Egli fu benedettino. Fu studente, sacerdote superiore, Abate di Montecassino a reggere, a continuare l’alta direzione del Santo Fondatore.

Desideroso di coltivare la sua mente ed il suo cuore saliva su Montecassino, verso la metà del secolo ottavo.

In quel tempo, gli Abati venivano eletti sotto l’influenza dei Pontefici e del Duca di Benevento. Il suo immediato predecessore, Apollinare, era di famiglia principesca. Il predecessore di Apollinare, l’Abate Gisolfo, era della stessa famiglia ducale di Benevento. Non è utopico e scosiderato affermare che il nome dei genitori di San Diodato sono da ricercare tra i personaggi che animano l’”Adelchi” del Manzoni.

Ma non sta qui il motivo della grandezza di San Diodato. “Mal giova illustre sangue ad animo che langue”.

È facile intuire che il giovane aspirante benedettino aveva intelligenza aperta e cuore generoso, ingegno non comune, volontà pronta e somma diligenza.

Nel Seminario monastico acquistò una formazione esemplare nella pietà, nello studio e nella disciplina. Volle essere sacerdote, per consacrarsi alla salute delle anime e alla propria santità nella pratica eroica dei tre voti di povertà, castità, obbedienza. Poté dire con tutta verità a Gesù: “Signore, voi siete la mia eredità; voglio essere tutto vostro e farmi santo”.

Fu modello di sacerdote nella scienza e nello spirito di preghiera. Accompagnò ogni atto del suo ministero con la preghiera. Fu sempre unito al Signore. Da lui, nelle difficili contingenze attingeva forza e lume. Nella celebrazione della S. Messa la sua anima si ritemprava e si ringagliardiva nei santi propositi. Dalla S. Messa ottenne quella forza misteriosa che lo sottrasse alla debolezza della carne, alle passioni, alle tentazioni, alle insidie del mondo che gli circondò il petto come una corazza, contro cui s’infransero i colpi dell’umana nequizia.

Si umilia nell’obbedienza e nella sottomissione. Gioisce nel dipendere in quell’umiltà, che è basso concetto di se ed esaltazione degli altri. Vive la vita comune con tutti gli impegni ed i sacrifici.

Si spiritualizza nella preghiera e nella comunione, nella meditazione e nella contemplazione, nell’imitazione dei santi e nella lotta alla vanagloria.

Si dedica allo studio della teologia e dell’ascetica. Pratica con eroismo tutte le virtù e cerca la sofferenza nell’abbandono nelle mani di Dio, che solo vuol possedere.

Corrisponde alla grazia della vocazione, attendendo al raggiungimento della perfezione. Suo modello è Cristo “fatto da Dio per noi sapienza, giustizia, santificazione, redenzione” (IC. I, 30).

Sua meta è Cristo “perché Dio ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del figlio suo” (R. 8,26).

Da Gesù impara l’umiltà, il fondamento della perfezione religiosa, leva potente per arrivare a Dio.

Da Gesù impara l’amore. Gesù è suo amico inseparabile, la sorgente di grazie e di casti affetti.

Da Gesù impara la mortificazione. Infierisce contro il suo corpo con austerità. Mortifica il gusto, gli occhi, gli orecchi.

San Diodato interpreta e pratica rigidamente la regola benedettina che impone al monaco tre grandi doveri: l’opus Dei, la lectio divina, il labor manualis.

       L’opus Dei non è altro che la recita del divino ufficio per sei o sette ore al giorno: fa del monaco un orante perpetuo. San Diodato desiderava queste ore di preghiera. Era sempre pronto. Troncava bruscamente il sonno, lasciava il tepore del letto, nelle rigide notti invernali ed accorreva al suo posto nel coro. Gustava le intime dolcezze della preghiera.

       La lectio divina è la lettura spirituale, lo studio della Sacra Scrittura e dei Santi Padri. Con lo studio divenne ottimo maestro dispensatore dei misteri di Dio.

       Il labor manualis l’obbliga a sei o sette ore di lavoro, di attività fisica, ogni giorno, specialmente il lavoro agricolo.

Giunse a tanta sublimità di perfezione, ne rifulse agli occhi dei suoi confratelli, diventò Sacerdote e piacque a Dio e agli uomini. “Dilectus Deo et hominibus”. Fu una promozione e fu un nuovo impegno di rinunzia e di donazione. Cessava d’essere padrone di sé e diventava ministro di Cristo, operaio della sua vigna. Per Cristo e per la Chiesa impiegò il suo tempo, l’energie, le fatiche.

Modello di ogni perfezione predicò con la parola e con l’esempio. Predicò il Vangelo e conservò la legge del Signore.

E il Signore premiò la sua fede, il suo zelo, la sua generosità con la stima e la venerazione dei suoi Confratelli e del popolo.

Quando, l’anno 828, moriva l’Abate Apollinare, tutti gli sguardi si volsero a Diodato.

Unanime fu la decisione. Fu eletto Abate di Montecassino, XV successore di San Benedetto.

Dio moltiplicò su di lui i suoi favori, gli concesse la benedizione di tutte le genti, gli diede la corona di gloria, simbolo del potere e della santità, confermò su di lui il suo giuramento, versando le sue misericordie.

La fama della sua santità correva sulle labbra di tutti; tutti volevano vederlo, tutti volevano udirlo. I popoli si inchinavano davanti a lui come al degno rappresentante di Cristo.

Che cosa significava essere Abate?

Significava esercitare il governo spirituale del Monastero e dei popoli ad esso soggetti e significava ancora presiedere il governo ossia l’amministrazione del vasto patrimonio di Montecassino.

Come padre e pastore spirituale Diodato esigeva da tutti la perfetta osservanza della regola. Voleva che i suoi monaci vivessero nella povertà, praticassero la mortificazione, il distacco dal mondo, pregassero giorno e notte. Esigeva il digiuno, per fortificare lo spirito contro la carne.

Ma dei suoi precetti era il primo osservante e tutto faceva con tanta gentilezza, affettuosità e dolcezza, da non far sentire il peso del suo governo.

Accettò la carica per essere il servo di tutti i confratelli. Li guidò con l’esempio e la parola, sempre pronto a scorgere e a provvedere alle altrui necessità. Sempre ilare e sereno precedeva i suoi monaci nell’osservanza della regola. Ricco di cultura e di esperienza, non limitò il suo apostolato al solo ambiente claustrale, ma lo estese al mondo di fuori, che invocava aiuto e conforto. Fu l’Abate, che governò con energia di superiore e tenerezza di padre.

Il Duca longobardo di Benevento, nel secolo VII, aveva dotato Montecassino di un vasto territorio. Ne abbiamo notizia nei “Chronoca Sancti Benedicti Cassinensi” scritti verso l’anno 872, quando il ricordo era vivo e se ne possedeva il documento originale. È detto nel documento: “Il Duca donò a Montecassino quanto di monti e di pianure è nel recinto del monastero”.

Quale il movente di questa donazione? Religioso e politico. Soprattutto politico:

       Politico – Il Duca di Benevento aveva interesse a favorire lo sviluppo della signoria territoriale di Montecassino, perché, posto com’è, al confine tra lo Stato Pontificio e il Ducato di Benevento, manteneva l’amicizia col Papa nei mutui rapporti. Quando, nel 786, Carlo Magno scese per la quarta volta in Italia, confermò la donazione, come pure fecero i successori del donatore, ossia del Duca Gisolfo II;

       Religioso – I Longobardi, che, in un primo momento, avevano distrutto le Chiese, i Monasteri e i Vescovadi, si erano convertiti al Cristianesimo e portavano nella nuova fede lo zelo e l’ardore dei neofiti. Lo dimostravano nella generosità con cui restituivano Chiese e fondavano monasteri, dotandoli di cospicui patrimoni.

San Diodato era un uomo di preghiera, era un contemplativo; non era un sovrano. Vedeva gli avvenimenti alla luce di Dio secondo giustizia e carità, nella fratellanza universale di popoli, fuori dalle lotte e dalle contese.

Ecco il Nostro San Diodato di fronte a un duro cimento! Eccolo innanzi alle pretese ingiuste di Sicardo, principe di Benevento.

Sicardo pose fine al lungo periodo di pace, che Montecassino aveva goduto. Tristi tempi vengono ad amareggiare San Diodato.

Si legge nelle Sacre Scritture che il Signore tenta gli eletti. Anche l’angelo disse a Tobia: “poiché eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti provasse”. Dio non tenta nessuno al male, ma, prima di premiare gli eletti, vuole provarne la virtù, saggiarne la resistenza, toglierne ogni scoria. Una virtù, fatta solo di apparenza, o sarà corrotta dalla prosperità o sarà spezzata dall’avversità. La virtù che, invece nella prosperità e nell’avversità, rimane fedele a Dio, quella è vera virtù.

San Diodato ci appare il vero eletto, perché Dio lo provò con la prosperità e l’avversità; conobbe la magnificenza del trono e lo squallore del carcere. Ma, nella prosperità, non si lasciò lusingare dal miraggio dei beni terreni e dal fasto dell’ammirazione e, nell’avversità, non si depresse. Si conformò alla volontà di Dio e rimase fedele alla sua legge. La sua virtù fu eroica nella prosperità e fu sublime nel dolore.

Vediamo.

Un giorno dell’anno 834, in un salone di Montecassino , sono di fronte due uomini un santo ed un tiranno. Diodato – Abate di Montecassino e Sicardo – Principe di Benevento. Diodato buono, umile, mite; Sicardo ingiusto, prepotente, usurpatore. Diodato inerme, solo fiducioso a Dio; Sicardo munito di soldati, sgherri e fuorilegge. Sicardo avanza all’Abate Diodato una proposta ingiusta, iniqua. Vuole il denaro di Montecassino, frutto del lavoro della Comunità cassinese. Ne ha bisogno. Deve sostenere la sua guerra contro Napoli ed Amalfi. Fermo, energico, risoluto, coraggioso, Diodato oppone un netto rifiuto. Non possiamo, non è lecito – gli disse decisamente. Volano le minacce di rappresaglie, ma né queste, né i tormenti distolsero il santo Abate dal suo dovere di giusto amministratore, dalla sua rettitudine. L’ira del tiranno diviene rabbiosa, quando vede deluse le sue pretese. Accecato dall’ingordigia fa condurre Diodato al carcere di Benevento.

Fu percosso e malmenato, ma nessun tormento lo rimosse dalla sua fedeltà alla giustizia ed al Monastero. Il carcere era una cosa spaventosa! Oggi, anche i più grandi malfattori sono trattati umanamente; nell’antichità non era così. La cella era senza luce, senz’aria, al freddo, con fame e sete; è in tanta sofferenza che sopravvenivano le malattie e si moriva. San Diodato, gettato in quell’oscura, tetra e fredda prigione, soffrì rassegnato. Pregò per il suo Monastero, offrì la sua vita per il trionfo del bene contro il male. Consumato e straziato dalla febbre, il 9 Ottobre 834, fu chiamato alla gloria eterna. Gli angeli discesero dal cielo, per trasportare l’anima di Diodato all’eterno gaudio. Gesù accolse tra le sue braccia il suo servo fedele. Una luce misteriosa, che avvolse l’estinto, rivelò a tutti la sua santità. Dio manifestò la sua gloria, onorandolo con la potenza dei miracoli. Si pregò presso il suo sacro corpo e innumerevoli furono i miracoli e le grazie che dispensò. La Chiesa lo pose subito nel numero dei santi.

Racconta di Lui Pietro Diacono (1107-1159), nella sua opera “Ortus et vita iustorum cenobi Casinensis”, che un infermo, da mortale febbre travagliato, prostratosi sulla tomba di Diodato e quivi preso da sonno, al risveglio fu libero da ogni malore. Infatti, il nostro Santo Protettore è invocato specialmente contro le febbri e le emicranie.

La legge del più forte

A questo punto sorgono spontanee due domande:

       Quale diritto aveva Sicardo di chiedere il denaro di Montecassino?

Abbiamo accennato più avanti che “con l’invasione longobarda, tutto il patrimonio di Montecassino andò perduto e, come appare dagli avvenimenti posteriori, anche la montagna e i suoi dintorni entrarono a far parte del fisco ducale beneventano.

La ricostruzione patrimoniale, al ripristino della comunità, dovette quindi farsi ex novo, ma fu rapida. Principi e re, che sia per devozione ascendessero da pellegrini il monte santo, sia avessero di mira affermazioni politiche, rilasciavano ricchi beni e diplomi di cospicue concessioni territoriali. Aveva aperto la serie il duca di Benevento Gisolfo II (avo di Sicardo, persecutore e carnefice del Nostro Santo); l’avevano continuata, fra gli altri, Desiderio, re dei Longobardi, Carlo Magno, il nuovo imperatore romano, lasciando l’esempio ai potenti che nel corso dei secoli dovevano seguirli nel dominio della regione.

La donazione di Gisolfo, che in un certo modo compensava la distruzione e i danni causati dai suoi antenati, dava alla badia una stabile e indipendente posizione nel ducato beneventano. (NS. purtroppo non hanno fatto così i vincitori dell’ultima guerra che, nonostante impegnati con due divisioni contro un piccolo drappello di tedeschi, con incivile leggerezza non esitarono ad annientare mediante bombardamento un insigne tesoro d’arte quale era l’antica Abbazia).

Con Carlo Magno si iniziano le relazioni tra Montecassino e gli imperatori d’Occidente. Esse, infatti, continuano non solo con i successori Carolingi, ma con gli Ottoni, i quali coerentemente alla loro politica italiana largheggiarono in concessioni alla badia, e con tutti gli altri. Dichiarata camera imperiale, esente ed immune, Montecassino fu così una delle grandi signorie dell’impero. Dall’alto del suo monte, l’Abate “simile ad un piccolo Giove” dirigeva il piccolo stato affidato alle sue cure e, non di rado, interferiva nella politica italiana ed europea.

Nell’ambito di questo dominio gli abati cassinesi non avevano superiori all’infuori delle supreme potestà medievali, il Papa e l’Imperatore, sì che esercitavano liberamente la duplice giurisdizione spirituale e temporale” (Lecisotti: Montecassino)

Sicardo, quindi, oltre all’illecito e nefando scopo della richiesta di denaro, anche sotto il profilo strettamente politico e giuridico, non aveva alcun diritto. Ma si sa che in quei tempi prevaleva la legge del più forte. La giustizia era scritta sulla punta della spada. Non c’era un codice che regolasse le umane vicende.

Esiste oggi, a Benevento, qualche traccia della memoria di San Diodato?

L’ospedale dei “Fate bene fratelli”, che fu distrutto nell’ultimo conflitto bellico, era dedicato a San Diodato. E il popolo lo chiama tuttora l’ospedale di San Diodato.

Nei sotterranei della Cattedrale di quest’antichissima città ducale, vi è una remotissima lapide, con caratteri ( gotici ?), che ricorda la carcerazione patita dal nostro Santo.

Primordio

Nei secoli nono, decimo e undicesimo, la nostra Valle Roveto era rifugio preferito dai Monaci Benedettini. Questo per la gran tranquillità e solitudine, che regnava in questa valle ancora incolta e disabitata. I Monaci preferivano questi luoghi deserti, per attendere alle cose dello spirito e praticare il precetto del Santo Fondatore: “ORA ET LABORA”.

Mentre attendevano alla preghiera, come già detto, dissodavano i campi; per questo, noi oggi, tardi nipoti, agli immensi benefici spirituali dobbiamo aggiungere anche questi d’indole economica e sociale.

Quando sosteniamo che i Monaci Benedettini avevano Monasteri a San Giovanni ed in altre località della Valle Roveto, noi non dobbiamo correre col pensiero alla sontuosità del Monastero di Montecassino. Qui si trattava di povere ed umili abitazioni, di casupole addossate alle grotte e di piccole Chiese, in mezzo ai boschi, alle foreste, per farvi penitenza. Il geografo Strabone, infatti, scriveva: “VIVUNT HAE GENTES FERE IN VICIS” (vivono quasi in villaggi queste genti).

In San Giovanni Valleroveto, dunque, si era costituita una delle cosiddette “domuscultae”, tipiche dei tempi del papato di Zaccaria ed Adriano I, una sorta di fattoria modello, che l’organizzazione ecclesiastica contrappose alla proprietà privata dei signorotti feudatari. Le “domuscultae” ebbero la facoltà, riservata ai Vescovi, di amministrare i sacramenti che poi diventarono funzioni tipiche di ogni parrocchia. Queste, inoltre, furono fulcro di vita sociale e di civile amministrazione.

Quando il sacro Corpo di San Diodato fu portato a San Giovanni, il paese non esisteva ancora. La cronaca dice chiaramente che si trattava di un luogo molto sconosciuto, “valde ignobilis”, Appunto per occultare, per nascondere il sacro deposito e sottrarlo alla profanazione. Questo, d’altra parte, mette in evidenza la grande stima che San Diodato riscuoteva e quanto miracolose e preziose fossero le Sue spoglie mortali.

Nel luogo c’erano monaci che facevano penitenza e lavoravano.

Certamente, la notizia si diffuse rapidamente tra i buoni cristiani dei dintorni e cominciarono a venire a pregare sulla tomba di San Diodato, che si trovava sotto il vecchio campanile, esistente là dove oggi è l’altare di San Diodato.

I prodigi furono inauditi: molti cuori induriti piansero le loro colpe; infermi di ogni specie ricuperarono la sanità. Fu un accorrere di gente bisognosa di aiuto e di conforto. E San Diodato a tutti leniva un dolore, a tutti asciugava le lacrime.

Ut animae salvetur

Il primo anno del suo governo, San Diodato ricevette anche la donazione del chierico Daniele, nobile di Taranto, il quale, trovandosi ad Aquino (sic!) e vedendo avvicinarsi la fine, donò a Montecassino tutti i suoi beni in Aquino e in Taranto, come già aveva fatto il principe Sicone di Benevento nel donargli il fiume Lauro con tutti gli annessi ed i connessi, ivi compreso il diritto di pesca. (vedi nota)

Sotto il governo di San Diodato, per cinque anni durò quel periodo di pace che aveva avuto inizio sotto l’Abate Gisolfo, che si era protratto sotto l’Abate Apollinare. Durante il periodo di pace, i tre Abati Gisolfo Apollinare e Diodato, diedero un primo assetto fondiario alla proprietà. Fecero coltivare il terreno e valorizzare le terre ricevute in dono, perciò, oltre all’apostolato, San Diodato dovette esercitare anche una signoria temporale, dovette sapersi destreggiare tra la forza dei potenti, l’impotenza dei popoli e l’astuzia dei principi. Ebbe davanti a se un principe dominato dall’orgoglio, bramoso di potere. Gli fu difficile muoversi ed operare in mezzo a quella società costituita da fazioni e lotte fratricide. Trascriviamo ancora una pagina dal “Montecassino” di Tommaso Lecisotti:

“Come l’estensione, così variò secondo i tempi l’organizzazione del patrimonio cassinese: Economicamente, Socialmente e Politicamente. Dalla restaurazione dell’VIII sec alla distruzione portata dai Saraceni, l’attività economica è basata sul sistema curtense. La popolazione, il cui sviluppo è stato favorito dai monaci, si trova in massima parte raggruppata intorno ad una Corte , ove è una chiesa o un oratorio con un Xenodochium e, talora, un monastero. Vi risiede un preposito, il quale ha la direzione dell’azienda; nelle immediate vicinanze sono le terre coltivate direttamente dai monaci e dai loro dipendenti, in massima parte schiavi manomessi; più in là, i boschi e le terre dei coloni.

Con questa organizzazione tipica e ben rispondente alle esigenze della Regola, che era apparsa in un’epoca in cui si può dire che si perfeziona il processo della villa romana il Curtis, grandi estensioni di terreno venivano a trovarsi sottoposte ad un regime uniforme con notevoli vantaggi non solo per l’agricoltura e la bonifica delle terre, ma anche per gli uomini che provano i benefici di un dominio paterno ed uguale. Era questo il sistema con cui, così gran parte d’Europa, anche il patrimonio cassinese, e in particolare la Terra S. Benedicti, fu dai monaci dissodato e di nuovo colonizzato, dando origine a città e paesi. L’ascesa economica dei monasteri acquistava quindi in un mondo devastato un’importanza decisiva per la salvezza dei residui della civiltà antica. In tal modo, il popolo, nelle sue plebi di lavoro, per le campagne tolte all’abbandono, per i villaggi ricostruiti, per la sicurezza e l’assistenza ottenute, e specialmente per le eque convenzioni che il monastero concedevagli, onde erano patteggiati e sottratti ad arbitrio i suoi servizi, fattogli certo il frutto della sua fatica, dategli materia e ragione per la cura diretta dei propri interessi e del loro miglioramento; il popolo fu, così, aiutato e quasi sospinto per l’ardua via del suo riscatto e della sua libertà. La quale, a tal modo preparata e fiancheggiata, sbocciò poi fiorente e fu matura nella vita dei Comuni. Ma questo grande patrimonio terriero dalle centinaia di migliaia di ettari, con due sbocchi al mare, con porti, con fondaci ad Amalfi e a Salerno, con una piccola flotta di dieci navi per commerciare con Ancona, Ravenna la Dalmazia e le Puglie, con miniere in Sardegna, tendeva principalmente alla glorificazione di Dio. Non solo, quindi, il fiscalismo vi era quanto mai lieve, in paragone delle altre Signorie feudali, ma lo spirito cristiano lo permeava e vivificava tutto sì che, salvi i diritti della giustizia e le ragioni ultime della proprietà, la carità si effondeva silenziosa ed incessante. Questo balsamo incomparabile e insostituibile si sforzava di lenire tutte le infermità umane, tutti i bisogni sociali. E intorno al monastero, perciò, si venne formando una vasta famiglia di anime, fra cui molte preferivano restargli più intimamente unite col vincolo di Oblati. Ogni monastero ebbe così il suo Ospitale, ove, se negli ospiti si accoglieva ed adorava lo stesso Cristo, lo si vedeva ed accoglieva anche nei poveri, negli orfani e nei malati. Né una simile istituzione si limitava alle grandi badie; ne erano fornite pure le case dipendenti, le quali spesso sorgevano proprio a questo fine, specialmente nei luoghi ove, come lungo le strade, sui valichi (come il nostro monastero di S. Elia), vicino ai santuari, se ne sentiva maggiore il bisogno. Così la Terra S. Benedicti, l’eredità tutta cassinese, nonostante le inevitabili deficienze, ci appare attraverso i secoli come un’unica, grande, patriarcale famiglia, vivente delle stesse tradizioni, stretta idealmente intorno al sepolcro di san Benedetto e governata dal pastorale dei suoi successori (tra i quali il nostro glorioso San Diodato) con quella discrezione caratteristica della Regola, che è una condizione indispensabile per ottenere il fine principale: UT ANIMAE SALVETUR”.

Nota

“Il grande mutamento nella storia del monastero cassinese si ha nel 744 con la donazione del duca beneventano Gisulfo II (742-751) di un territorio che costituì il nucleo originario della Terra S. Benedicti e preparò le basi del dominio temporale di Montecassino. Che si sia trattato anche di un mutamento nei rapporti politici tra Roma e Benevento lo dimostra la invalsa tendenza a vedere nella donazione gisulfiana una concreta manovra di avvicinamento al papato, probabilmente, come avverte Fabiano, in senso antimonarchico e in difesa dell’autonomia ducale.

Il documento originale della donazione era già perduto in antico, tuttavia il fondamento storico dell’atto è generalmente riconosciuto da tutti , anche perché la notizia è stata trasmessa dai Chronica s. Benedicti Casinensis della seconda metà del sec. IX. In questa cronaca si legge che Gisulfo donò cuncta in circuitu montana et planiora, ordinando ai locali di aiutare i monaci durante la semina e la mietitura, e riservò per sé le marchae come rifugio per gli abitanti in caso di incursioni nemiche. La stessa notizia fu ripresa due secoli più tardi da Leone Ostiense il quale vi aggiunse la descrizione dei confini che, giustamente, Falco non prende in considerazione “poiché con ogni probabilità essi sono tolti dai documenti posteriori”. Che nei confini tramandati da Leone Ostiense vi siano delle evidenti trasposizioni temporali lo dimostrano i nomi di alcune località citate che si formarono dopo il 744.

Se per cuncta in circuitu montana et planiora, già di sospetta indeterminatezza, bisogna intendere un’area intorno a Montecassino, comunque meno estesa di quella indicata da Leone Ostiense, non si capisce allora il riferimento alle marchae, quantunque “donate” con riserva militare, se non come anacronismo per magnificare a posteriori la grandezza di Montecassino. Mentre Falco non nasconde i suoi dubbi, è strana la spiegazione di Fabiani, secondo il quale Gisulfo, pur essendo stato intenzionato a donare tutto fino al corso del Liri, avrebbe in seguito ridimensionato l’idea in considerazione dell’importanza militare che rivestiva la zona limitanea.

Nell’abitudine di amplificare la vera consistenza delle donazioni, traspare anche l’aspirazione storica dei monasteri a sottrarsi dalla sovranità temporale e dalla giurisdizione spirituale del vescovo e ad avocare a se quei diritti. Per Montecassino tale aspirazione è tanto palese quanto insistente. In questa prospettiva per completare il progetto cassinese si fece seguire alla donazione temporale di Gisulfo la falsa bolla del 748, con la quale il Papa Zaccaria (741-752) avrebbe inteso svincolare il monastero dalla dipendenza vescovile. Tuttavia l’interesse del papa Zaccaria nei riguardi di Montecassino è indiscutibile visto che è Paolo Diacono a testimoniarlo”.

(Nicosia: IL Lazio Meridionale)

Capitolo III

 Notizie e raffronti storici

In conseguenza dell’inedita fonte storica rinvenuta nel Dizionario Storico Politico della Sansoni nel luglio 1989, scrivemmo subito una lettera alla Casa Editrice di Firenze, chiedendo di poter conoscere le origini della sorprendente notizia della morte del XV Abate di Montecassino nelle carceri di Roccasecca, in contrasto con numerosissime altre fonti storiche, di cui ne enumerammo alcune più note, che indicano Benevento, facendo anche presente che, nell’ 834 in cui si verificarono le controversie tra Montecassino e Sicardo, Benevento stessa non era più contea ma era assurta al rango di principato. La nostra richiesta non ebbe alcun esito fino a quando il 14 agosto 1991 reiterammo la supplica alla Casa Editrice “R.C.S. SANSONI EDITORI”, che con missiva del 27 settembre 1991, che qui di seguito riproduciamo, così ci rispondeva:

R.C.S. SANSONI EDITORE

R. C. S.  Sansoni Editore S.p.A.  –  50132 Firenze, Via Benedetto Varchi 47

Firenze, 27 settembre 1991

Gentile Sig. Degni, ci scusiamo del ritardo nel rispondere alla Sua lettera del 14.8 u.s., ma abbiamo dovuto fare alcune ricerche che purtroppo non si sono rivelate proficue. Il Dizionario storico e Politico non è pù di nostra proprietà (e crediamo che sia stato anche svenduto), in quanto noi già dal 1976 facciamo parte del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Essendo passati ormai tanti anni non possiamo risalire alle fonti delle persone che a suo tempo curarono questo Dizionario. Siamo spiacenti di non esserLe stato di aiuto e ci scusiamo anche per non aver risposto a suo tempo, nel luglio 1989, forse la lettera sarà andata perduta. Di nuovo con tanti cordiali saluti. Ufficio Iconografico f.to Grabriella Pastraldi.

Non migliore sorte ha avuto il nostro intervento presso l’Enciclopedia Italiana Treccani, di cui pubblichiamo la risposta autentica fornitaci:

ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA

Prot. N. 190/mta

Roma, 19.11.1993

Egregio Signore, ci scusiamo del ritardo con cui diamo risposta alla Sua del 14 settembre u.s.

Purtroppo non siamo in grado di stabilire da quale fonte il nostro collaboratore del Dizionario Enciclopedico Italiano, alla voce “Deusdedit”, abate di Montecassino, abbia attinto la notizia della sua morte a Roccasecca, anziché a Benevento come comunemente si ritiene.

Nè dal Dictionnaire d’histoire ed gèographie ecclésiastique né dalla Bibliotheca Sanctorum (della quale le accludiamo la voce relativa, in fotocopia) è dato di precisare il luogo della sua morte.

Pietro Diacono, nella sua opera De ortu et obitu iustorum Casinensium (nella Patrologia latina del Migne, vol. CLXXIII, (col. 1020), al n. 27, in cui tratta appunto di Deusdedit, si esprime nel modo seguente: ” a Beneventano principe causa pecuniae captus atque in custodiam trusus ibique interfectus est”, ove l’ambiquità di ibique, che può riferirsi sia alla vicina parola custodia sia alla città del principe, cioè Benevento, non permette di stabilire la località.

Forse una storia del ducato di Benevento potrebbe fornirle qualche indicazione del luogo ove i principi solevano rinchiudere i loro prigionieri.

Spiacenti di non poterLa soddisfare, le porgiamo distinti saluti.

per La Redazione Angelo Fabi.”

In essa si parla di una fotocopia della Bibliotheca Sanctorum, non pervenutaci, che crea ulteriori dubbi sulla morte di Deusdedit, a causa di un sibillino “ubique” di una citazione bibliografica.

Complicazioni, per modo di dire, dal momento che il Castello (carcere) di Roccasecca fu fatto erigere dall’Abate Mansone tra gli anni 986-996, allorché assoggettò la contea ed il vescovado di Aquino, quando cioè il Nostro Santo era già morto da un secolo. Comunque, è da tenere in particolare considerazione la Chiesa di S. Vito alla Melfa, nei pressi di Roccasecca, in cui è custodita quella tabella marmorea similare a quella di S. Giovanni V.R.-

È un vero peccato non poter risalire a quei superficiali redattori del Dizionario Sansoni e della Treccani, i quali certamente erano in possesso di materiale interessante la figura del Nostro Santo, storicamente prezioso. Una cosa è certa, però, i documenti che noi riteniamo superficiali, una verità certamente la contengono ed è quella relativa all’appartenenza di San Diodato alla contea di Aquino di cui Roccasecca era caposaldo. Noi pensiamo pure ed affermiamo che i compilatori di questi trafiletti abbiano equivocato il luogo di nascita del Personaggio con quello della morte. Oppure, se non certamente, la prima sepoltura di San Diodato avvenne in Roccasecca, suo paese d’origine e traslato a S. Giovanni Valleroveto quando i Saraceni giunsero nei dintorni del Garigliano.

Chi erano i Conti di Aquino, da cui proviene il Deusdedit XV Abate di Montecassino? Non erano di stirpe italica perché Carlo Magno affidando incarichi comitali a uomini che erano tipicamente franchi ed anche legati alla famiglia reale o a “uomini nuovi” la cui fortuna era intimamente connessa alla propria, pensava di assicurarsi sia la fedeltà dell’uomo sia quella della regione conquistata, al quale governo l’aveva posto… Ma queste cariche ufficiali non furono mai monopolio dei Franchi ed ancor meno di un gruppo ristretto di famiglie maggiorenti; all’epoca della morte di Carlo, i conti nel “regno d’Italia erano svevi, bavaresi ed occasionalmente longobardi; al nord delle alpi, si trovano fianco a fianco con franchi, sassoni e goti”.

(Bullough: Carlomagno)

È doveroso ricordare che dalla predetta insigne dinastia proviene anche il mirabile Teologo e Dottore della Chiesa san Tommaso d’Aquino, che certamente è un discendente del Nostro San Diodato. Infatti, anch’egli nacque dal ramo dei Conti di Aquino che avevano posto la loro residenza in Roccasecca.

L’Enciclopedia “Sanctorum” annovera un “Deodatus”, di cui si sconosce l’epoca, che si venererebbe in Sora. Gli scrittori V.Fenicchia e B. Cignitti che in detta enciclopedia hanno dato alle stampe, rispettivamente, gli articoli dai titoli “Deodato” e “Deusdedit”, nulla dicono di San Diodato che possa farlo identificare con il XV Abate di Montecassino.

Il Gattola, nativo di Gaeta, antico archivista di Montecassino, nel volume “Historia” alle pagine 708 e 709, afferma tra l’altro che il Corpo Santo di Deusdedit si troverebbe nei sotterranei di Montecassino, senza però, indicarne il sito, come pure non adduce alcuna prova a sostegno della sua tesi. A parte il fatto che i sotterranei di Montecassino non sono il famoso labirinto del mitico Minosse, non si riesce a comprendere perché il Corpo santo di un celebre abate, assurto agli onori degli Altari, doveva essere tenuto nell’oblio più assoluto. Tutto questo perché? Tutto discende, a nostro avviso, dal fatto che Marco Antonio Scipione Placentino, poco meno di un secolo prima che il Gattola diventasse archivista della celebre Abbazia cassinese, nell’anno 1643, si era permesso il lusso di pubblicare il suo “Elogia Abbatum Sacri Monasterj Casinensis”, senza chiedere l’imprimatur delle illustri autorità dello scibile Benedettino, affermando categoricamente e senza ombra di dubbio, essere il Deusdedit, morto nel carcere Beneventano, il San Diodato della sperduta Abbazia Vallerovetana; senza contare che il benedettino Scipione Placentino, già Ausiliario del Vescovo di Sora e poi Abate in S. Johannes de Collibus (San Giovanni V. R.), aveva negato a Montecassino la restituzione del Corpo santo di  Deusdedit. Come dire, tu non me lo dai e io te lo declasso.

“FAME COACTA VULPES ALTA IN VINEA

UVAM ADPEDEBAT SUMMIS SALIENS VIRIBUS;

QUAM TANGERE UT NON POTUIT, DISCENDES AUT:

NONDUM MATURA EST; NOLO ACERBAM SUMERE.

QUI FACERE QUAE NON POSSUNT VERBIS ELEVANT,

ADSCRIBERE HOC DEBUNT EXEMPLUM SIBI”

(FEDRO)

Questa favoletta, che tanto tempo fa imparammo a memoria, in sostanza vuol farci intendere che molti uomini avidi e presuntuosi agiscono come la volpe: nascondono l’insuccesso con scuse meschine mostrandosi sprezzanti verso ciò che non hanno potuto ottenere.

Professiamo immenso rispetto per il grande studioso ed illustre archivista Don Erasmo Gattola, ma non possiamo astenerci dal contestargli l’eccesso di zelo nella ricostruzione storica di avvenimenti che egli intende volgere sempre verso la gloria ed il fasto dell’Ordine religioso cui appartiene, ma anche della sua prediletta Gaeta che gli diede i natali. Sia i Benedettini sia i Gaetani, comunque, noi riteniamo non hanno bisogno dello stravolgimento di fatti e riscontri storici per affermare ulteriormente la loro conclamata gloria e potenza.

Le nostre argomentazioni sugli scritti apologetici e le pretese assiomatiche dell’illustre personaggio, sono corroborate da diversi scrittori, ma citiamo soltanto Don Pasquale Cayro che nella sua opera “Storia sacra e profana d’Aquino”, sua Diocesi, enumera diversi casi di errate interpretazioni storiche. Egli contesta il Gattola in quanto “ha creduto di far vedere, che il territorio non apparteneva ad Aquino; ma certamente si è ingannato, e piuttosto si è adoperato di difendere le ragioni del suo Monastero” e chiama “carte inventate (quelle del Gattola) per ingrandire la sua famiglia, e la storia di Gaeta sua patria” e che giunsero,  quelle carte, al Ludovico Antonio Muratori come se le avesse scritte il celebre monaco Cassinese Alberico.

Grande ed illustre storico l’Erasmo Gattola, quindi, ma, come tutti noi poveri mortali, soggetti alle umane passioni ed ogni giorno a peccare “settanta volte sette”.

Per quanto poi riguarda la topografia dell’Abbazia, la mole bibliografica è davvero notevole; argomentando sulla locazione del sepolcro del Santo Benedettino non è possibile liquidare il fatto storico con la semplice dizione: “NEL IX SECOLO IL CORPO SANTO DI DEUSDEDIT ERA ANCORA PRESENTE NEL CENOBIO”. Quali le fonti bibliografiche, dal momento che l’affermazione proveniva da personaggio lontano dall’epoca di ben 800 anni? Quale sistemazione specifica del Sacro Deposito all’interno di quel tempio? Oggi dove riposa San Deusdedit ?

Per quanto riguarda la celebre Abbazia, anche il Cardinale Schuster nella sua “Storia di San Benedetto e dei suoi templi”, dedica un intero capitolo alla relativa topografia: “una planimetria medievale del cenobio di San Benedetto”. In detto capitolo, tra l’altro leggiamo: “Nel codice cassinese segnato 175 (al.353) a fianco ad un commento alla Regola trovasi appunto una nota topografica cassinese, più volte edita ed illustrata dal Mobillon, dal Della Noce, dal Gattola (Sic!), dal Tosti, dal Morin, ecc.”.

Contrariamente a quanto risulta a Montecassino, è necessario far presente che a Sora non esiste alcun San Diodato venerato da quella popolazione (la Cattedrale ha una piccola reliquia), la quale è veramente devota di san Diodato, ma quello di San Giovanni Valleroveto (AQ), e tale devozione la estrinseca palesemente ogni anno, portandosi numerosa in pellegrinaggio alla Sua tomba nella ricorrenza festiva del 27 settembre.

E’ opportuno accennare alla gravità di un tale precedente creato in quel millenario archivio relativo ad un santo sorano citato da un ignoto scrittore francese e ripreso dal Fenicchia e dal Cignitti; scrittori che non adducono accettabile e plausibile documento storico sull’identificazione del nostro Santo Protettore. A meno che non si voglia dar credito al fasullo trafiletto di un’Enciclopedia spagnola, che abbiamo rinvenuto alla Biblioteca Nazionale di Roma e che così recita “En 27 de septembre, San Diodato confessor en diocesi de Sora antiquo regno de Naples, viviò en el seclo IV (?). suos reliquias fuerun descubiertas en 1621 en calvi Joannelli obspo de Sora“. Comunque, anche qui si parla di Diocesi di Sora e non della città di Sora.

Qualcuno ci faceva presente che poteva trattarsi di un Santo Abate del secolare monastero Benedettino “San Domenico”, sito a metà strada tra Sora ed Isola Liri (FR), ma gli abbiamo replicato che dalla storica cronologia degli Abati di quel cenobio non figura alcun Diodato-Deusdedit-Adeodato, ecc. che possa dar adito ad una tale ipotesi.

Il Deodato, preposito della cappella di santa Colomba, a metà strada tra Sora e Pescosolido non era Abate e nessuna notizia ci è pervenuta della sua santità, che giustificasse altari, invenzioni o traslazioni. Perché, poi, i suoi resti mortali dovrebbero trovarsi a San Giovanni Valleroveto? L’ipotesi dell’appartenenza del nostro San Diodato al convento di San Domenico è da scartarsi, anche perché la sua fondazione è posteriore all’epoca in cui visse e morì il Deusdedit XV Abate di Montecassino.

In vicinanza di Sora passammo presso il convento, già famoso e ora rovinato, di San Domenico. Sorge in un’isola del Fibreno o Carnello, nome questo, che assume poco prima sboccare nel Liri, in una località bellissima e ricca di piante dove sorgeva la villa che vide nascere Cicerone e suo fratello Quinto. Questo San Domenico fu Santo del X secolo, contemporaneo di San Nilo e di San Romualdo nato a Foligno nel 951, fu monaco benedettino a Montecassino sotto l’Abate Aligerio; fondò parecchi monasteri nella Sabina, e nel 1011 questo, aderendo alle preghiere del Conte Pietro di Sora, di stirpe longobarda, ed esistono tuttora i documenti di quella fondazione”.”Durante il Medioevo si trova ricordata Sora quale città di confine, più volte sorpresa e saccheggiata dai duchi longobardi di Benevento. Probabilmente allora era bizantina. Posseduta da vari duchi di razza longobarda, finì per passare in potere dell’Imperatore Federico II che la distrusse. Più tardi appartenne ai conti di Aquino, divenuti signori della maggior parte del territorio tra il Liri ed il Volturno“.

(Gregorovius:Nella Valle del Liri)

Abbiamo voluto trascrivere i brani di cui innanzi non solo per le notizie inerenti ai Conti di Aquino, discendenti della famiglia di San Diodato, ma anche perché da essi si evince che, quasi certamente, il San Romualdo fondatore di numerosi Monasteri abbia avuto a che fare anche con i nostri denominati Sant’Elia e Santa Maria posto alle falde del monte Colubrico.

Altra verità è che Sora era dominata, a quei tempi, da principi longobardi, bizantini ed anche dai conti di Aquino che anch’essi erano di stirpe longobarda.

La connessione stretta, dei castaldati di Sora e di Aquino, è stata, infatti, illustrata con sufficiente dovizia nel precedente capitolo.

Incarichi giurisdizionali

La tradizione popolare, antiche novene e scritti contenuti nell’Archivio parrocchiale di San Giovanni Valleroveto, ci fanno sapere che San Deusdedit, XV Abate di Montecassino, nacque nei pressi di Aquino (FR); per la precisione, a Roccasecca.

Se pensiamo che dall’Alto Medioevo fino ad epoche non molto remote, le più alte cariche civili e religiose erano appannaggio delle casate nobili e principesche, dobbiamo ribadire che il Nostro Santo nacque, senza ombra di dubbio, nel ramo della dinastia dei Conti di Aquino.

Esaminiamo un preziosissimo documento conservato nell’Archivio Segreto del Vaticano al Registro 138, fol. 206, datato 26/05/1358 a Villeneuve – diocesi di Avignone (Francia). In esso leggiamo che la chiesa secolare e Collegiata di San Johannes de Collibus e la Chiesa, anch’essa abbaziale (v.n.11), di Sant’Elia, dipendente dall’Abbazia di San Giovanni stesso, retta fino a quel momento dall’Abate Maestro Calcedonio di Ceprano (scrittore pontificio), veniva affidata al nuovo Abbate Marcuzio Maleozio de Castro Fractarum (ora Ausonia). Entrambe le località citate, della provincia di Frosinone, sono ubicate nelle immediate adiacenze dell’antica giurisdizione della Contea (Castaldato) di Aquino. Ma altri Abati provenivano da quella Contea; basta indagare attraverso gli antichi testi.

È solo una casuale circostanza che personaggi della Contea di Aquino venissero investiti di una carica Abbaziale ed amministrativa nella Valleroveto, avente come confine a nord la Contea dei Marsi ed a sud la Contea di Sora? Perché, poi, occorreva una bolla del pontefice per l’investitura dell’Abbate di San Johannes de Collibus?

Nel Concilio Cartaginese, verso il 535, si stabilisce il principio che alcuni monasteri possono essere esentati dalla giurisdizione del Vescovo Diocesano ed essere soggetti direttamente al Papa di Roma; i presbiteri di quei Monasteri venivano consacrati, non dal Vescovo, ma dal Pontefice. In conseguenza di ciò, in detti Monasteri, nel canone della Messa si commemorava semplicemente il Pontefice consacrante e non più il Vescovo. (Mabillon: Annales O.S.B.)

L’estensore di queste note, una risposta al sopra posto interrogativo l’ha trovata non solo nella logicità dei fatti storici, ma nell’intimo del suo animo educato al culto ed alla venerazione di San Diodato sin dalla tenera età.

Il Pontefice ed i Conti di Aquino (Famiglia d’origine del santo) erano perfettamente a conoscenza che nella sperduta Abazia di San Giovanni Valleroveto erano nascosti i gloriosi resti mortali di Deusdedit il quale, per difendere i diritti sacrosanti del suo Monastero contro la prepotenza e le barbarie, non aveva esitato a sacrificare eroicamente la sua vita. Sapevano anche che quel Deusdedit non era un personaggio qualsiasi; sapevano che alla Sua tomba erano accorse subito processioni di gente del Cassinate, dell’Aquinate e del circondario che lo avevano già apprezzato in vita; sapevano pure sia il Pontefice che i familiari del Santo che su quella tomba si erano verificati miracoli tanto da far annoverare l’Abbate Diodato nel Martirologio Romano e di averne fatto celebrare la memoria con il duplice rito.

Perché questo discorso?

Il motivo è semplice; vogliamo dire che gli Abbati Calcedonio e Marcuzio Maleozio, di cui alla bolla pontificia altri non erano che i pronipoti del Deusdedit – XV Abate di Montecassino – provenienti dallo stesso casato patrizio.

Riteniamo che la casa Aquinate, durante un lungo periodo storico, ha avuto l’esclusiva nella nomina degli Abati dell’Ecclesia di San Johannes de Collibus, che era alle dipendenze di Montecassino e che per questo motivo, detto Monastero, non è mai menzionato nell’Archivio Vescovile di Sora prima della metà del sec. XVII.

Non è, quindi, indulgere alla fantasia affermare che il santo di San Giovanni Valleroveto non è uno sconosciuto personaggio locale, sia pure in “odore di santità”.

Per meglio capire il contesto storico da cui discendono le osservazioni di cui sopra trascriviamo, da “Ludwig Hertling – Storia della Chiesa”, il seguente stralcio:

“In particolare, Giovanni XXII volse la sua attenzione all’aspetto finanziario. Alla base delle finanze della Santa Sede stava il “census”,e cioè le entrate statali provenienti dai territori pontifici, come pure i tributi feudali dei principi che avevano ricevuto le terre in feudo dal Papa, primo fra essi il Re di Napoli. Al census appartenevano inoltre le tasse di cancelleria che venivano corrisposte per la stesura di decreti d’ogni specie, a cominciare dal conferimento del pallio agli arcivescovi fino ai più comuni privilegi e alle dispense. Tutto ciò esisteva ancor prima del periodo avignonese.così pure non era nuova la tassazione dei benefici ecclesiastici; essa venne però ampliata sistematicamente e rielaborata dai papi avignonesi e, in special modo, da Giovanni XXII. C’erano i fructus medii temporis, i proventi cioè d’un beneficio ecclesiastico dopo la morte o la rinuncia del titolare fino al nuovo conferimento, che fluivano di diritto alla Camera Apostolica; le “annate”, ossia i frutti del primo anno, che anche dopo il conferimento il nuovo beneficiario aveva l’obbligo di versare in parte alla Camera Apostolica; infine le “spettanze”, una specie di imposta anticipata mediante la quale un aspirante poteva prenotarsi per una prebenda non ancora libera.

Tutte queste fonti di denaro ed altre simili, introdotte per la prima volta al tempo di Avignone o qui riorganizzate su basi più solide che in passato, presentavano naturalmente anche i loro lati discutibili. Quando, come per molti canonicati, si trattava di semplici fondazioni senza obblighi pastorali, non c’era nulla da eccepire se uno veniva in possesso, dietro pagamento, d’una rendita destinata a durare per tutta la vita; altra cosa era invece se si trattava di uffici a cui era legata la cura d’anime.

Allorché però in molti libri di storia si torna di continuo sulle “manovre finanziarie” e sul traffico dei benefici della curia avignonese, dobbiamo dire che questo modo di considerare i fatti è per lo meno assai superficiale. Come ogni grande amministrazione centralizzata, la curia doveva avere una base finanziaria. Le entrate provenienti dagli Stati della Chiesa in quel tempo erano quasi nulle. Inoltre non si riesce a capire perché un piccolo territorio in Italia avrebbe dovuto sostenere tutto il peso del governo della Chiesa. Le “manovre finanziarie” di Avignone non erano altro che una tassazione sui possessi ecclesiastici nei singoli paesi. Tale tassazione non colpiva il popolo, ma i prelati e gli altri beneficiari dei beni ecclesiastici, e in un certo modo anche i principi, almeno indirettamente.

Le somme che riguardano quest’epoca vengono spesso enormemente esagerate nei libri di storia. La notizia del Villani, secondo cui Giovanni XXII avrebbe lasciato alla sua morte un tesoro di 25 milioni di scudi d’oro, continuò per molto tempo ad essere presentata ora con stupore ora con indignazione. Oggi noi sappiamo che erano appena tre quarti di milione. Ad influire sul giudizio dei posteri, è stato in gran parte il Petrarca, dipingendo coi colori più cupi l’avarizia e l’ingordigia della curia avignonese. Ma il Petrarca fu lui stesso un cacciatore accanito di prebende, e il molto che gli venne concesso in Avignone non lo lasciò mai soddisfatto: di qui il suo dispetto.

Questi cacciatori di prebende ecclesiastiche, che non mancarono mai ad Avignone come più tardi anche a Roma, e che scomparvero solo all’epoca del concilio tridentino, sono uno di quei tipici fenomeni secondari, ma spiacevoli, che compaiono in genere dovunque esiste un’amministrazione curiale. Si trattava in quel tempo di ecclesiastici che, in qualche caso, rimanevano per anni presso la curia al solo scopo di attendere dei benefici, non appena si fossero resi vacanti. E questo indica, del resto, che le cose non erano poi messe tanto male con le pressioni finanziarie della curia se, malgrado tutti i tributi, tasse e imposte, valeva pur sempre la pena di farsi conferire un beneficio.”

Da detta lettura si evince l’altro aspetto significativo sulle Commende; esse venivano estese alle abbazie importanti perché fonti di inesauribili benefici.

Dunque all’epoca di cui andiamo scrivendo San Giovanni Valleroveto era considerato importantissimo centro della Valle e della “Terra di San Benedetto”. I beni della chiesa locale erano immensi ed estesi.

Cosa è rimasto di essi? Quousque tandem abutere patientia nostra?

La storia si ripete in eterno; sul Golgota, in attesa che il Cristo Crocifisso spirasse, i soldati romani si misero a giocare a dadi e con essi tirarono a sorte anche le vesti del Condannato.

I sodati romani, almeno, avevano una scusante non conoscendo ancora con quale immenso fatto storico e trascendentale stavano confrontandosi.

Perché meravigliarsi? ……Giuda Iscariota docet!

Non crediamo di essere disfattisti o qualunquisti, se affermiamo con assoluta decisione che i ministranti non sono migliori degli amministrati o, se meno indigesto, pensiamo che le due componenti hanno enorme bisogno di perdono misericordioso dell’Onnipotente, che potranno ottenere, possibilmente, con l’intercessione di San Diodato.

Autonomia

Vogliamo ancora insistere sul deliberato del Concilio Cartaginese sul principio della esenzione dalla giurisdizione del vescovo diocesano di alcuni monasteri, perché quello di San Johannes de Collibus è stato uno di questi fino al secolo XVII. Anche se non abbiamo un documento specifico attestante l’origine del privilegio, tutto ci fa supporre e dedurre quest’affermata verità: NULLIUS !

Nel vol. 97 di Studi e testi “Rationes decimarum Italae” Ediz. Città del Vaticano, 1942) che riporta le decime degli anni 1308 – 310 alle pagg. 15 – 16 si ha ” SORA – Castra diocesis Soranae et Primo in Castro Vallis Soranae: n° 134 Ecclesia S. Georgi solvit Tar. 1 et grana IV: n° 135 Ecclesia S. Andreae gr. VIII; n° 136 Ecclesia S. Patris gr. X; n° 139 Ecclesia S. Maria de Sacsis, tar II; n° 140 Ecclesia S. Benedicti de Pescassino et Eccl. S. Nicolai, tar. VI; n° 141 Monasterium S. Angeli de Valle Sorana, tar. XII; n° 142 Prepositura S. Nicolai de Valle Sorana, tar VI” (Ved. Archivio Vaticano, Collector. 161, f. 187 – 190).

Perché non anche l’Abbazia di San Johannes de Collibus, che dista dalle Chiese di Balsorano meno di due chilometri ? Non aveva quell’Abbazia proprietà terriera immensa (come vedremo) che si estendeva dall’opposta riva del fiume Liri (Clanis a quei tempi) fino al territorio del lago del Fucino ?

Ancora all’inizio di questo secolo, San Giovanni si differenzia da altre frazioni del comune di San Vincenzo Valleroveto (Roccavivi – San Vincenzo Vecchio – Morrea – Rendinara) sulla natura dei relativi benefici parrocchiali; ne è un documento una lettera autografa che il parroco dell’epoca indirizzava all’Economato della Curia Vescovile per scongiurare la soppressione dei benefici legati ad alcune Cappelle, in virtù di una legge emanata dal Governo in carica.

Lo scritto autografo che pubblichiamo di seguito integralmente, ci conferma, purtroppo, altra amara verità sulla continua spoliazione dell’immensa eredità Benedettina: “… per intrighi, o per interessi parrocchiali, addivenuti puranche prepotenti per la vacanza del titolare, si vollero foggiare diverse denominazioni e creare nuove tavole catastali smembrando così a capriccio la Prebenda della Parrocchia”.

L’immensa proprietà mobiliare ed immobiliare che la Chiesa Parrocchiale era orgogliosa di annoverare “ab immemorabili”, si poteva riscontrare negli inventari catastali del 1585 e del 1816 che quell’abate affermava essere disponibili in quell’archivio e che ora è vano cercarli.

Comunque, attraverso altre fonti storiche sappiamo di certo che l’estesissima proprietà terriera, della secolare Abbazia Benedettina, sconfinava nell’opposta sponda del fiume Liri (tra le terre di san Vincenzo Nuovo e Roccavivi) e travalicava la catena montuosa, ove aveva possedimenti anche nell’agro di Collelongo e di Villa.

Dei possedimenti oltre il fiume, che forma il letto della Valle Roveto, è testimonianza il corposo carteggio intercorso tra il Genio Civile e la Parrocchia per ottenere l’indennizzo dei danni e degli espropri causati in occasione della costruzione della ferrovia Roccasecca – Avezzano, mentre per i possedimenti dell’opposta Valle del Fucino c’è la Bolla di Alessandro III del 1170, conservata nell’archivio di Casamari: “Una grancia di detta Chiesa di San Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la Chiesa del quale è roinata, però sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et Villa, siccome appare nel proprio inventario“.

Nel 1583 Giacomo Boncompagni, Signore di Sora, acquistò il possedimento di Arpino che comprendeva anche il feudo di Aquino e tale possesso fu conservato dai suoi successori fino alla fine del Settecento, quando passò al demanio regio di Ferdinando IV. Le vicende di detto feudo restarono legate al Regno di Napoli fino alla metà dell’Ottocento, appunto, quando si verificò la conquista da parte dell’Esercito Francese.

Ci preme soffermarci su queste vicende storiche di Aquino perché riteniamo che il nostro San Giovanni Valleroveto ne ha seguito le sorti fino alla sua decadenza.

In virtù di queste risultanze storiche sosteniamo che la nostra parrocchia, a differenza delle altre di Valleroveto, non era soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora. Infatti, in quel millenario “Libro Verde” dell’Archivio Vescovile, di San Giovanni non vi troviamo alcuna notizia prima dell’anno 1609, epoca di una documentata visita pastorale da parte di quel Presule titolate.

Le date come si evince chiaramente, coincidono e dimostrano che l’amministrazione del nostro ingente Beneficio Parrocchiale fu appannaggio della Signoria Aquinate fino a quando il Principe Giacomo Boncompagni non ne acquistò i diritti giurisdizionali ed amministrativi.

Perché una “isola Aquinate” in Valleroveto?

Prostriamoci umilmente davanti all’urna di quell’Altare di San Giovanni Vecchio Valleroveto, che custodisce il millenario Corpo Santo, e avremo convincente e persuasiva risposta.

Dal Parroco di San Giovanni all’amministrazione diocesana:

Ill.mo Signore,

dalla sanzione e promulgazione della Legge che colpisce l’Opere Pie a questa parte, questa Parrocchia di S. Giovanni Valleroveto in due diverse volte ha tollerato il tentativo, che ebbe ed ha lo scopo di sopprimere talune Cappelle prive di fondazione, appartenenti a questo Beneficio Curato.

La prima volta si sostenne la difesa e si salvarono, mentre quelle di Roccavivi, S. Vincenzo, Morrea, Rendinara ecc. caddero disfatte, sebbene furono convertite. E veramente dovevano cadere; perché erano sotto altre istituzioni e da altri tutelate ed amministrate, di forma che direttamente erano ferite dalla legge. Non così le Cappelle di questa Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni, le quali affatto hanno relazione a quegli articoli sanzionati sulle Opere Pie.

Queste Cappelle, che impropriamente così sono state chiamate, fanno parte del Beneficio Parrocchiale. Che sia così apparisce chiaramente dalle seguenti ragione e prova, che militano al riscatto.

Questa Chiesa Parrocchiale possiede tra gli altri un antichissimo Catasto, o più precisamente un Inventario, che rimonta al 1585; in esso sono notati tutti gli stabili costituenti il Beneficio Curato e le rispettive prestazioni in più modi accomodate. Delle Cappelle non si fa parola alcuna, mentre i beni attuali di queste pretese Cappelle sono riportati nel detto Catasto. Le Cappelle cominciarono ad apparire nel principio di questo secolo; allora precisamente, quando si venne alla formazione del nuovo Catasto, nel quale o per intrighi, o per interessi particolari, addivenuti puranche prepotenti per la vacanza del Titolare, si vollero fogiare diverse denominazioni e creare nuove tavole catastali smembrando così a capriccio la Prebenda della Parrocchia.

Provveduta poi la Chesa in persona di D. Domenico Urbani, o si trascurasse o si reclamasse invano contro l’arbitrio commesso, le cose si lasciarono come stavano, tanto più che nulla soffrirono nel percepire amministrandole come prima senza disturbo veruno e senza restrizione od opposizione di sorta, rimanendo solo là in Catasto la differenza e non altro. E che in realtà questi stabili figurati nella tavola delle Cappelle in questione erano né più né meno quegli stessi che già possedeva Ab immemorabili la Chiesa Parrocchiale, si dimostra col confronto dei due Catasti, cioè del 1585 e del 1816. Inoltre a meglio afforzare le suddette ragioni e prove bisogna anche osservare che da quando capricciosamente si volle far sottrazione di beni stabili a questo Beneficio Parrocchiale fino a questo momento il tutore ed amministratore ne è stato sempre il Parroco protempore come appunto viene provato da vetuste e probe persone.

Le suddette ragioni e prove sono palpabili e contrastano, anzi abbattono il tentativo, voglio dire il Decreto di soppressione.

In conclusione: allora sarebbero soggette a soppressione le Cappelle, quando avessero tutte le condizioni volute da quella Legge; ma le Cappelle in contesa ne sono del tutto sfornite; dunque è da ritenersi non essere affatto soggette.

Di tutto questo ho voluto far partecipe cotesta onorevole Amministrazione, perché V.S. porga il suo braccio, che, son sicuro, sarà efficace mettendosi, come io, in relazione con Ricevitore di Avezzano.

S. Giovanni 10 Dicembre 1893

Il Parroco

(Ns. nota)

Il Beneficio Parrocchiale di S. Giovanni V:R: è (era) donazione imperiale e, quindi, da considerarsi inalienabile da parte di chicchesia!

Chiesa collegiata e abbaziale

Che San Giovanni Vecchio avesse un tempio elevato alla dignità di Collegiata e di Abbazia è storicamente inconfutabile, e ne parleremo in seguito compiutamente.

Sia Squilla, sia Antonelli, nelle loro opere letterarie, osannano Morrea come una specie di capitale del circondario e, quindi, molto più importante di tutti gli altri centri abitati. Senza nulla togliere alla storia di Morrea e scevri da ragioni campanilistiche, c’è da dire che l’importanza di quell’antico castello discendeva dal fatto che nell’Alto Medioevo, i vari signorotti fossero essi principi, conti, duchi e via discorrendo, vivevano in continua lotta per accrescere i loro territori ed anche perché il tema inerente alla giustizia ed al diritto era scritto sulla punta della spada. Il titolato signorotto, quindi, aveva bisogno di arroccarsi per motivi di difesa e d’incolumità. Morrea era, appunto, il promontorio più alto e scosceso, il più inaccessibile e, di conseguenza, il più difendibile.

Ma, torniamo al discorso della Collegiata. I dizionari storici ci dicono che altro non era che un Collegio di chierici, detto anche “capitolo collegiale”; provvedeva al servizio divino conferendogli maggiore solennità. I capitoli collegiali sorti tra l’XI e il XII secolo, erano organizzati in modo analogo ai capitoli cattedrali, ma senza funzione di giurisdizione. Le collegiate furono soppresse nel 1867.

Vediamo ora perché noi Sangiovannesi, fin dalla nascita abituati ad invocare e fortemente venerare San Diodato, crediamo che egli sia il XV Abate di Montecassino.

Don Gaetano Squilla, a proposito del Monastero di Sant’Elia, si chiede “non è la tradizione, ripetuta negli anni attraverso alle generazioni, una fonte di storia? Non si inventa nulla di sana pianta; il documento non ci sarà più, ma una memoria, ripetuta nel corso di secoli di bocca in bocca, di padre in figlio, è destinata a sopravvivere in una gente che, superba del suo passato, conservò quei ricordi nel cuore”.

Ma mentre per Sant’Elia c’è la tradizione, per il XV Abate di Montecassino, san Deusdedit, oltre alla tradizione ci sono tanti fatti storici correlati con essa.

San Deusdedit, morì il 9 ottobre 834 vittima dei soprusi del Principe Sicardo di Benevento. In quella stessa epoca, orde di Saraceni venuti da Palermo sulle coste napoletane e su quelle più vicine di Gaeta, saccheggiando basiliche, monasteri e chiese, si approssimavano a Montecassino famoso per le sue ricchezze. Vi giunsero il 4 settembre 883 e dopo averla depredata distrussero e incendiarono la gloriosa casa di San Benedetto.

San Diodato era morto da appena 49 anni (quindi, detto prosaicamente era un santo molto in voga) e il suo corpo, che intorno a quest’epoca (40 – 50 anni dopo la morte) era stato portato nel sepolcro Sangiovannese era fonte di miracolose guarigioni, come ci dicono Leone Marsicano e Pietro Diacono nel “Chronicon Monasterii Casinensis” con questo inciso: “Deusdedit, Abbas a Benevento Principe, causa pecuniae captus atque in custodiam trusus ibique interfectus est. Qui dum in Monasterio Beati Benedicti sepultus fuisset, quidam vir gravissimo febris ardore fluctuans: in ipso febris ardore super eius quiescens obdormivit sepulcrum. Evigilans autem gratias referre caepit voce magna dicens: benedictus es, Domine Deus Patrum Nostrum, qui me sanum facisti meritis Deusdedit famuli tui. Dum igitur hoc ad aures populorum pervenisset, ingens ad eius sepulcrum aegrotantium turba coepit concurrere, et pro sua sospitate illic redemptori omnium supplicare: quorum vota Deus advertens, multos febre detentos diversique langoribus oppressos ex fide poscentes pristinae ibidem sanati restituit“.

L’abate governava sempre un monastero indipendente, per cui quando una cella voleva essere autonoma, il suo preposito assumeva il titolo di abate. Ogni Abbazia Benedettina non aveva rapporti gerarchici e di supremazia sulle altre consimili; era una completa isola monastica, che trovava nel suo seno il proprio capo; dipendeva economicamente dalle oblazioni dei fedeli. Però nella Terra di San Benedetto e nei territori vicino alle abbazie conservavano rapporti gerarchici con Montecassino, che nominava i loro prepositi ed esigeva la loro pensione annua.

Che in San Giovanni Vecchio, già dall’800, epoca della morte di san Diodato, fosse presente la realtà del Monachesimo Benedettino ce lo dice comunque la storia.

I dati incancellabili dell’epoca sono anche rappresentati dall’arcosolio della cripta della Chiesa di Santa Restituta ed il relativo affresco del sec. IX; dalla formella di “DEODATUS”, in caratteri onciali, rinvenuta sotto l’Altare di San Giovanni Vecchio; dalla vicenda scritta e documentata della chiesa di San Vincenzo Vecchio che nel 972, alle dipendenze di Montecassino venne ceduta dall’Abate Aligerno a Rinaldo, conte dei Marsi. Detto Rinaldo, all’epoca era anche conte del castello di Morrea. I centri sopra nominati, attuali frazioni di un unico comune San Vincenzo Valleroveto, sono ad un tiro di schioppo l’uno dall’altro. Da notare, inoltre, che la citata vicenda storica si verificava a solo un chilometro di distanza dal San Johannes de Collibus, appena 14 anni dopo la morte di San Diodato.

Perché, dunque, sarebbe peregrino et utopico pensare che la nobile famiglia Aquinate, dovendo mettere al sicuro dalle sacrileghe invasioni saracene i santi resti mortali del suo Santo Abate, avesse scelto come luogo l’arcisicura Valle Roveto, custodita dai suoi santi eremiti e dai Suoi Santi Abati?

Le orde saracene, infatti, si spinsero nella Valle di Comino e nella conca del Sorano e vi permasero, ma soltanto attraversarono, a fondo valle, le impervie gole e le munite roccaforti della Valle Roveto (Vallis Orbeti aut Urbeti).

È a San Giovanni che San Diodato volle e tuttora vuole dispensare le grazie e i favori; soprattutto liberando dalla febbre e dai dolori coloro che lo invocano con fede.

DEVOTI TUTTI DI SAN DIODATO, CONSERVATE

QUESTO GRAN SANTO, AMATELO SEMPRE, INVOCATELO IMITATELO.

RICORDATE SEMPRE CHE SAN DIODATO HA SOFFERTO SEMPRE PER
LA GIUSTIZIA E LA VERITÁ, VIRTÙ SEMPRE BAGNATE DI SANGUE.

IMPARIAMO DA LUI A VIVERE CON COSCIENZA, CORAGGIO E FEDE

FERMA E FRANCA. E, TU MIRABILE ABATE ESTENDI LA TUA

BENEDIZIONE A TUTTI QUELLI CHE PER RAGIONI DI LAVORO E DI

VITA HANNO DOVUTO LASCIARE LA TERRA D’ORIGINE,

NON TI DIMENTICANO MAI, PENSANO A TE, INVOCANO TE.

 

Foto 3.1 Italia intorno al Mille: il Sacro Romano Impero di nazione germanica, la dinastia di Sassonia.

Foto 3.2 – L’Italia alla metà del sec. XIV.

 

Deodatus: uno sconosciuto?

Perché, poi, un Abate di Pescosolido, come afferma lo stimatissimo professor Antonelli, avrebbe potuto trovarsi a San Giovanni Valleroveto?

Pescosolido (in quei tempi “Pescolusulo”) apparteneva alla contea di Sora, mentre San Giovanni era nella giurisdizione di quella dei Marsi. Si potrebbe accampare l’ipotesi che essendo morto l’Abate di Pescosolido “in odore di santità”, si rendeva necessario preservare i suoi resti mortali in un luogo solitario. Ma egli stesso,  Don Dionigio Antonelli, descrive, nella sua imponente opera letteraria, il Pescolosulo dell’epoca come un luogo impervio ed ancestrale, frequentato dai lupi e da altre belve. Quindi il Deodato di Pescolosulo quale tomba più solitaria e protetta avrebbe potuto avere se non nel luogo dove in vita aveva officiato? Inoltre, di tale Deodato l’Antonelli non parla neanche di “odore di santità”, ma soltanto di “Preposito al cenobio volturnese di Santa Colomba ai confini tra Sora e Pescosolido, vissuto nel 1040”.

Se tale ipotesi fosse vera, come giustificare l’asserito gotico “Deodatus” della lapide sepolcrale, non essendo ancora in auge tale scrittura?

Ve lo immaginate voi il popolo di San Giovanni Valleroveto che si innamora del preposito di Santa Colomba sita nella campagna tra Sora e Pescosolido; che alla sua morte ne reclama la salma; lo promuove “ipso facto” alla dignità di vescovo e santo, tanto da dedicargli un altare, farne scolpire la sua effigie recante il pallio ed il pastorale? Poi siccome il personaggio, di cui Don Antonelli ha scovato il nome nel ” CHRONICON VOLTURNENSE”, è così importante, si rende necessario, il 4 giugno 1618, da parte del Vescovo di Sora Mons. Giovannelli, recarsi in San Johannes de Collibus con tutto il seguito protocollare e mettere in atto “ACTA INVENTIONIS ET TRANSLAZIONI SAN DEODATI”. Ma c’è di più; essendo ormai tanto santo e celebre il Deodato di santa Colomba (chissà per quali cose o per quali gesta), lo stesso Don Dionigio ci dice che:” il 9 aprile 1636, con l’assenso e l’autentica del Vescovo di Sora Paolo Benzoni, una insigne reliquia di san Diodato, venne, a scopo devozionale, traslata a Montecassino e conservata nel sacrario dell’Abbazia”.

Non vi pare una bella, edificante e convincente storia quella che vi abbiamo appena raccontato?

Per secoli, le generazioni di San Giovanni Valleroveto, che ci hanno preceduto, hanno cantato:

“Inebriata o gran Santo, tu avesti

sempre l’alma d’amore divino

e tra frati di Montecassino

rifulgesti di chiare virtù“.

Da oggi in avanti dovremmo dunque cantare ” e tra i frati di santa Colomba”; lasciamo perdere la rima di questa strofa, ma come la mettiamo con la seguente?

“Al tapino chiedente un sollievo

dolce sempre volgesti lo sguardo;

le sevizie del fiero Sicardo

sopportasti imitando Gesù”

D’ora in avanti, dovete dirci chi dobbiamo mettere al posto del fiero Sicardo con le sue sevizie? Noi poveri estensori di queste note avremmo in mente una soluzione, ma ce la teniamo gelosamente per noi.

Al nono giorno delle antiche novene in onore di San Diodato, propedeutiche alla solenne festività del 27 settembre di ogni anno, troviamo scritto: “Allorquando i Cassinesi qua si portano con gente armata per riprendere il Corpo del loro santo Abate, San Diodato li respinse col suo potente Braccio, senza condiscendere ai loro benché santi desideri. Concesse, però, al Padre Abate don Zaccaria Petronio una reliquia della sua gamba, a Mons. Giovannelli una parte del suo Braccio“.

Chi fosse Mons. Giovannelli già lo sappiamo, mentre il padre Abate don Zaccaria Petronio ce lo fa conoscere don Tommaso Lecisotti, quando nella sua già citata opera dice: “Nel 1608 Paolo V sceglieva due monaci di Montecassino, don Felice Passero e don Benedetto Sangrino, a visitatori della congregazione di Meleda in Dalmazia, che da quegli stessi monaci venivano eletti presidenti. Oltre poi ad otto arcivescovi e vescovi alla Chiesa, Montecassino dava al cielo numerose anime sante, fra cui don Zaccaria Petronio, in vita e dopo morte arricchito del dono dei miracoli sì che ne era già stato introdotto il processo di beatificazione” e “La face si ravvivò ancor più quando, nel nuovo ordinamento, la badia riprese la sua quiete operosa. Da don Angelo Sangrino, in cui i contemporanei veneravano, priscae caenobitarum sanctitatis redivivum exemplar, a don Zaccaria Petronio, mirabile per le virtù e le grazie singolari narrateci nella vita pubblicatane dal monaco don Casimiro Chrzarnowski“.

Perché queste citazioni? Perché esse affermano la veridicità e il valore storico del carteggio della Chiesa di san Giovanni Valleroveto.

Gli Abati di Montecassino conservavano e conservano memoria storica dei loro santi e dei loro sepolcri; sarebbe sciocco pensare altrimenti. La reliquia di un santo miracoloso viene reclamata da altro santo dello stesso ordine monastico e altrettanto miracoloso.

Quando Mons. Giovannelli, nel 1617, mise in atto l’invenzione e la traslazione del Corpo Santo di Diodato era perfettamente a conoscenza dell’importanza del personaggio e della sua provenienza; da questo fatto appunto, nasce l’esigenza da parte delle Autorità di Montecassino, di riappropriarsi del Corpo del loro Santo Abate. Se la riappropriazione non avvenne, qualche fatto straordinario dovette pur succedere, come accennato al nono giorno della Novena. Don Zaccaria Petronio ebbe, come chiesto compenso la preziosa reliquia di San Diodato e della relativa traslazione a Montecassino esiste un atto redatto dal notaio Pollicillo da San Vittore (ST) in originale pergamena, mm. 430X340, menzionata in “Abbazia di Montecassino, (VII pag. 193, n. 1256”), da non molto pubblicata a cura del Ministero dell’Interno, come già citato innanzi.

Ragioni d’amore e di disamore

Ci preme tornare a disquisire ancora sull’identità di San Diodato custodito nell’urna di san Giovanni Valleroveto.

Vi pare possibile che per un monaco del luogo, chiamato Diodato, sia pure dotato di elette virtù cristiane (come si vuol far credere), si instaurano commissioni e si procede alla stesura di “Acta inventionis et traslationis”? Per tale sconosciuto frate si erigono altari, si scolpiscono formelle marmoree con la di lui effigie, e per tale frate sorge un contenzioso, tra il vescovado di Sora ed il potente e famoso Montecassino, per stabilire l’appartenenza dei relativi resti mortali?

Quale interesse spinse il venerabilissimo Abate don Zaccaria Petronio a chiedere, per conto dell’Abbazia di Montecassino, il 9 aprile 1637 al vescovo di Sora don Paolo Benzoni, la preziosissima reliquia di San Diodato, dalla chiesa di San Giovanni Valleroveto; procedendo contemporaneamente alla solenne traslazione, per conservarla in quel prestigioso sacrario?

Diciamo che la prodigiosa e benefica opera dei monaci di San Benedetto, nella Valle Roveto ed anche in buona parte del resto dell’Abruzzo, durata quasi un millennio, per le vicende storiche innanzi illustrate, nel secolo XVII andò a cessare. Lo stesso don Antonelli, nella sua citata opera letteraria dice: “I Benedettini a poco a poco, dove prima e dove dopo, si ritirarono dalla Valle Roveto, come dalle altre valli della Diocesi di Sora, lasciando l’una dopo l’altra le celle che avevano costruito, le chiese che avevano officiato, i campi che avevano rimesso a coltura“.

Non vi pare naturale che un’istituzione come quella Benedettina, gelosa custode dei suoi Santi e dei loro sepolcri, apprestandosi a lasciare la secolare officiatura di un’Abbazia, non pensi quanto meno a recuperare i resti mortali dei suoi più celebri personaggi? Lo avrebbe fatto se si trattava di un santo locale, come, appunto, era san Romito (o San Ermete), venerato in Rendinara, dello stesso comune, e contemporaneamente “inventato” da Mons. Giovannelli?

Purtroppo, la partenza dei santi padri Benedettini lasciò orfano il popolo di San Giovanni Valleroveto e diede inizio alla lenta ed inarrestabile decadenza; sparirono uno alla volta i mestieri e le arti; sparirono poco alla volta gli ovini ed i caprini e le varie mandrie; le terre furono in massima parte alienate dal patrimonio ecclesiastico e per le rimanenti furono instaurati nuovi patti agrari. La nostra gente, non più stimolata ed assistita, non trovò più le convenienti ragioni di vita nel natio suolo e, poco alla volta, cominciò ad emigrare in città e paesi ove era possibile vivere e progredire.

Stiamo parlando della diaspora di un popolo che, alla data del presente scritto è ridotto ad un centinaio di anime residenti; numerosa rappresentanza ora la troviamo a Tivoli (Roma), a Roma, nell’agro Pontino, ad Avezzano (AQ) ed in altri centri bonificati della conca del Fucino, come pure a Pescara; altro originario numeroso nucleo lo troviamo a Milano ed, infine, sarebbe ingiusto non citare la rappresentanza degli emigrati nei paesi europei ed oltre oceano.

L’agiatezza e l’alto tenore di vita raggiunti dalla quasi totalità degli oriundi Sangiovannesi nelle varie professioni, nelle arti e mestieri o commercio che sia, sta a dimostrare la laboriosità e la tenacia della nostra gente, apprezzata e stimata in tutti i posti in cui ha posto la sua residenza.

A San Giovanni Valleroveto, però, è rimasto e rimarrà sempre il cuore, i pensieri e l’anima dei Sangiovannesi e dei loro discendenti perché ivi c’è il loro Padre e Protettore San Diodato; a Lui si rivolgono per ogni necessità della vita; Lui invocano in caso di pericolo e di malattia; a Lui affidano l’avvenire e i bisogni dei figli.

È per questo che ogni anno, il 27 settembre, la Sua festa è affollatissima; si ritorna da ogni dove per far visita all’amico Diodato che ivi riposa; si torna a lui perché è il catalizzatore dell’anima Sangiovannese che a Lui chiede di far tramite con il Cielo e riconciliarla con l’Altissimo.

Sarebbe interessante, per chi non crede alla identificazione di quel Corpo Santo in quello di Deusdedit XV Abate di Montecassino, fare un pellegrinaggio nel giorno della Sua festa, ascoltare la folla di pellegrini, unirsi alle loro preghiere per avvertire i fremiti degli animi e la voglia di una conversione sincera ad una fede povera, semplice, ma genuina.

Non è forse un miracolo che attraverso San Diodato un popolo ritrova le sue radici e si converte a Dio?

Se quelle ossa non appartenessero a quel Santo Abate vorrebbe dire che il popolo di San Giovanni ha venerato per oltre un millennio uno sconosciuto, nemmeno santo.

Vi imploriamo, in ginocchio, voi sapienti e letterati, affinché i vostri scritti siano prudenti e ponderati; non ci tolgano ciò che è più caro e trascendente.

Viene in mente un antico detto popolare romano, che per San Giovanni Valleroveto vale sia in senso fisico e materiale che in quello morale: “Ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini” = “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”.

I nostri contadini, senza più protezione, senza alcun peso politico e sociale; ridotti a condurre vita grama a guisa di “servi della gleba”, sudando l’anima sulle terre dei padroni per averne in cambio qualche sacco di frumento e malversazioni ed angherie d’ogni genere, diventarono forza d’urto (o carne da macello) da usare nelle interminabili lotte che opponevano una città all’altra, una contea ad un pricipato, una signoria all’altra: “I superbi e gli avari di questo mondo a guisa di torchi schiacciano e spremono i poveri e i bisognosi. Di costoro il Profeta dice: strappano la pelle e la carne dalle ossa, loro che si cibano della carne del mio popolo e svelgono la pelle e fiaccano le ossa … né la parola flette la durezza del loro cuore, né le lacrime riescono a spegnere il fuoco della loro cupidigia“.

Alla maniera degli odierni “Vu’ cumprà” le nostre genti furono costrette, per motivi di sopravvivenza, a cercare i lavori più umili e bestiali in terre lontane dal “suolo natio”; andarono nelle miniere pericolose e malsane; nell’Agro Romano a mondare e sarchiare le messi dei vasti latifondi; pernottando in caverne-capanne, stalle e locali comunque, fatiscenti, ove impietosi ed incoscienti energumeni, che fungevano da caporali, non esitavano ad usare anche violenza allorquando la spossatezza faceva piegare le ginocchia.

Soltanto in avanzata stagione, i nostri lontani antenati, facevano ritorno a San Giovanni Valleroveto, all’affetto dei loro congiunti.

Un popolo diseredato e ramingo

Questi nostri scritti vi sembreranno troppo crudi ed astiosi, ma interpretano il sentimento del popolo Sangiovannese, amareggiato per l’inarrestabile decadenza del “suolo natio”; c’erano tutte le condizioni per una sfolgorante crescita ed invece si rischia l’estinzione.

Di chi la colpa? Non certamente della nostra gente laboriosa, volutamente condannata, in epoca antica, all’ignoranza ed all’analfabetismo.

Sentite che bella prosa è contenuta nel documento che pure pubblichiamo in integrale forma autografa: “Questo bravo ed immutabile popolo del non mai abbastanza lodato San Giovanni, famoso nei casellari giudiziari, ad istigazione del sacerdote paesano, Don Pasquale Taddei, iniziò contro il parroco d’allora, Don Pietro Villa da Balsorano, una guerra spietata a base di mistificazioni, di falsità, d’intrighi spudorati e di velenosi attentati“.

Che ve ne pare! Sembra una cronaca siciliana dal più crudele sentore mafioso.

Come si può essere pastore di un popolo e, nello stesso tempo, avere così poca stima ed innata avversità nei suoi confronti?

La carità, la pazienza, la tolleranza, di cui parla il Santo Vangelo, che quei preti dovevano predicare al nostro popolo, che fine hanno fatto?

Quale esempio davano il prete di San Giovanni e quello di Balsorano animati l’uno contro l’altro da tanto velenoso odio?

Quale esempio dava nel corso degli anni (quanto durò la vicenda giudiziaria) l’estensore (parroco) del documento che pubblichiamo, nella guerra scatenata contro la famiglia Taddei, nel cui seno erano usciti due precedenti parroci, rea di essersi appropriata con artifici e raggiri di terre appartenenti alla Chiesa? I due parroci della famiglia Taddei, a loro volta, erano stati in guerra con il parroco di altra famiglia di San Giovanni, del casato degli Urbani. Quest’ultimo a sua volta, a quanto pare, sembra abbia avuto modo di bisticciare con certo Blasetti, altro antico reggitore di questo “rognoso” gregge di San Giovanni.

Ci vuole una bella faccia tosta per prendersela con il tartassato e vessato popolo di San Giovanni!

Queste che abbiamo citate non sono storie fantasiose, create ad arte per alimentare contrarietà o giustificare chissà che cosa, sono esattamente il sunto di voluminosa documentazione conservata nel nostro archivio parrocchiale.

Per inciso, diciamo che della famiglia Taddei e di quella degli Urbani, non esistono più eredi, né terreni, né immobili: SIC TRANSIT GLORIA MUNDI”. Ora le famiglie non hanno più neanche una tomba: quella degli Urbani sappiamo che fine ha fatto con l’ultimo restauro della chiesa parrocchiale; quella dell’ultimo erede dei Taddei, costituita da tumulo terragnolo, è stata eliminata per far posto a loculi più moderni e le sue ossa sono state gettate nella fossa comune degli obliati. Comunque , un Taddei (Bortolo) è stato personaggio illustrissimo in Brasile; vi è in atto un processo di beatificazione per le sue altissime doti di carità cristiana verso le classi più umili ridotte in schiavitù; era nato in S. Giovanni Vecchio; in una importante piazza della capitale del Brasile vi è una sua statua con dedica.

Nella lettera autografa, che di seguito pubblichiamo, indirizzata al Vescovo di Sora, il nostro parroco afferma che: “È impossibile dare una notizia esatta dell’epoca in cui fu elevata a parrocchia questa chiesa; è assodato però che i suoi beni le pervennero a dote dai frati di Montecassino”.

Per farne cosa? Non certamente per impinguare le casse e le rendite delle famiglie dei parroci, ma certamente per la sussistenza dei sacerdoti, per le necessità dei fedeli più poveri e per il decoro della Casa di Dio e la solennità dei suoi riti.

Quanto detto non è mai avvenuto, se da altro documento, a proposito del Cimitero che da tempo era stato realizzato all’esterno della chiesa, leggiamo la seguente triste ed orrida storia:

Il Cimitero è posto sopra una spianata, distante dall’abitato circa m. 500. E’ recinto a muro, parte di cui fu rovesciato dal terremoto. Perfettamente occupato; da parecchi anni si seppellisce fuori a casaccio non essendovi neppure una corda di ferro spinato per la difesa. Orrore !.. Lo scrivente più volte ha fatto ricorso alle autorità: promesse assicurazioni senza effetto trovandosi il Comune carico di debiti. Nel 1928 fu costruita una cappellina con apposito ossario voluto dal parroco, che versò col consenso del popolo £ 1.200, frutto di residuo di festa, sperando che il Municipio avesse provveduto al resto. Delusione ! L’ossario è completo; la cappellina, coperta a tegole con in cima una piccola croce è rimasta grezza e senza volta. All’uopo di sgombrare la zona occupata due volte sono stati emanati ordini di disumare a carico delle rispettive famiglie, le quali si sono opposte per ribrezzo e i poveri morti sono lasciati a non cale.”

Come si vede per le esigenze più sacrosante del popolo si aspetta sempre la manna dal cielo e quando questa non scende, si mette mano al ricavato delle collette dei poveri Sangiovannesi che si tassano per solennizzare la festa del loro Grande Protettore. Non si faceva così solo in quei tempi; la storia non ha mai avuto soluzione di continuità.

Ed intanto pezzo dopo pezzo, donazioni e lasciti continuano a dileguarsi nel corso di anni, mentre “le stelle stanno a guardare”.

Nella visita pastorale del 1/11/1969, in verità, il Vescovo Biagio Musto constatò l’ammanco di un pesante calice d’argento datato 1750, proveniente dalla rinomata arte Sulmonese o Guardiagrele; chi l’ha più visto? È solo un esempio.

Si dice che il rapporto dei Sangiovannesi con l’autorità Vescovile, dopo la reggenza Benedettina, è stato sempre improntato a conflittualità. Ma che cosa è stato fatto per eliminare questa brutta storia? O meglio, che cosa non è stato fatto per non alimentarla?

Cominciamo un po’ da lontano, chiedendoci se era il caso di fomentare il nostro popolo, contro l’avanzata di truppe garibaldine, nella guerra per l’Unità d’Italia. Non è vero, forse, che a capo dei ribelli c’erano tutte le autorità ecclesiastiche e che i luoghi sacri erano diventati vere e proprie armerie?

Come si fa a dimenticare l’occupazione del nostro paesello da intere compagnie di truppe piemontesi e la tremenda repressione culminata in una orrenda carneficina?

In bell’altro modo si sarebbero comportati i, non abbastanza, ringraziati e lodati Benedettini; ne sono un esempio l’intelligente azione diplomatica adottata nella delicata vicenda italica, dalle alte autorità del Grande Ordine Monastico.

I metodi Benedettini, anche per quanto riguarda la pacifica convivenza, non avrebbero mai potuto incrinare la fiducia che il popolo di San Giovanni, nonostante tutto, ripone in Santa Madre Chiesa .

Quali erano i metodi? Erano tutti racchiusi nel loro celebre motto: “ORA ET LABORA”. Vuol dire che quei Santi frati, in numerosa compagnia, pensavano a pregare insieme al loro popolo e con esso e per esso si procuravano il pane quotidiano con il sudore della fronte. Quei santi uomini non avevano tempo a riempire gli scaffali delle loro chiese di scartoffie di tribunali e a rodersi e far rodere il fegato ai loro simili ed amministrati.

Non avevano bisogno neanche di pensare a furbi accaparramenti, perché nel loro convento, secondo lo spirito evangelico, tutti erano uguali e tutto era di tutti.

Pensate che, per le ricorrenti beghe tra preti, la nostra parrocchia rimase priva di parroco per ben 22 anni ininterrotti, mentre per molti altri periodi venne, e viene retta ancora, da amministratori pro tempore. La Prebenda Parrocchiale frutto di donazioni alla nostra Abbazia Benedettina da parte di Regnanti dell’alto Medioevo, che riusciva a soddisfare il sostentamento di schiere di frati, con l’amministrazione della Curia di Sora, non riesce a soddisfare le esigenze di un parroco e l’aspirazione della popolazione ad avere un parroco residente.

Nella monografia parrocchiale si parla di una donazione di terre al Beneficio dell’Abbazia di San Giovanni Valleroveto da parte di Carlo III, ma questa è una notazione certamente errata perché Carlo III di Borbone fu Re di Spagna (Madrid 1716 – 1788) quando i Benedettini ormai non erano più presenti a San Giovanni;  trattasi, invece, di Carlo il Calvo del IX secolo, come specificato in altra parte del nostro lavoro.

Il colombiano Dario Castrillon Hoyos, prefetto della Sacra Congregazione del Clero ha ricordato recentemente la piaga dei “preti laicizzati nella loro maniera di pensare e di vestirsi, preti che ignorano l’autentica teologia del sacerdozio”.

Dietro l’abbandono della tonaca, ha detto il prefetto del Clero c’è spesso “una visione unica e piatta della funzione del sacerdote, la riduzione a una funzione di assistenza sociale, utile soltanto a chi pensa ad un Cristo riposto nella nicchia di un Pantheon di filantropi, a chi vuole ridurre la Chiesa a una qualche società di mutuo soccorso, branca di una sorta di Croce Rossa internazionale o di un’ONU”. Il prefetto del Clero vede infatti – nel “cedere alle mode dei tempi” – il pericolo di una perdita dell’”identità” del prete, il rischio che “non si possano più comprendere né il celibato sacerdotale, né la disciplina, né il senso del sacro con il primato del culto divino, né la passione missionaria, né l’abito ecclesiastico regolare e completo“.

Per Bacco, ci siamo detti ! …quanto ottimismo da parte del prefetto della Sacra Congregazione del Clero.

Quale “assistenza sociale”, “Pantheon di filantropi”, “società di mutuo soccorso”, “Croce Rossa”, “ONU” in San Giovanni Valleroveto?

Volesse Iddio che ciò fosse! Non avremmo più vedovi e vedove, scapoli, zitelle e vecchi soli, abbandonati, sofferenti e dimenticati da tutti.

Sarebbe sufficiente che quella villetta “vecchia canonica”, non gradita ad alcun prete, perciò messa in vendita, fosse trasformata in centro di accoglienza e di socializzazione per lenire le immense sofferenze. Oltre tutto si risparmierebbero tanti milioni occorrenti per continui ricoveri in ospedali e negli ospizi della “umanità obliata”; per l’occorrenza, un’infermiera ed una cuoca, sarebbero più che sufficienti. Si pensi che, al momento in cui scriviamo, una sola giornata di ricovero in ospedale costa alla Regione più di mezzo milione di lire.

Contro il presunto canonicato:

ABAZIA PARROCCHIALE

di S. GIOVANNI VALLE ROVETO

Eccellenza Rev.dissima,

Mi prendo la libertà di sottoporre a V.E. Rev.dma alcune osservazioni relative al canonicato, che si asserisce di esistere in questa Parrocchia. L’esistenza di detto canonicato viene contraddetta da moltissime ragioni che possono restringersi alle seguenti:

1°) E’ contradetto dagli antichi documenti. E’ impossibile dare una notizia esatta dell’epoca, in cui fu elevata a Parrocchia questa Chiesa. E’ assodato però, che i suoi beni le pervennero a dote dai frati di Montecassino ed in modo perfettamente assoluto per la sussistenza parrocchiale, niente altro compreso; e, che sia così, eccone la prova. Detta parrocchia possiede tre catasti di diverse epoche; il più antico rimonta al 1586 ed ha questa intestazione “Inventario delli beni stabili e mobili della venerabile Chiesa de Santo Giovanni de colli casal di Morreo, fatto per ordine del Rev.do Don Benedetto Masio della terra di Morreo et Abbate d’essa Chiesa prefata scritto di mano del Egregio Notar Albentio Testa et copiato per mano Martio Penna d’Avezzano”. Gli altri due non meno pregevoli, del 1754 – 1816, che fanno capo dal primo, tranne per ciò che riguarda il regio tributo, sono tra di essi sempre concordi ed invariabili, anzi mettono in maggior rilievo che l’Ente è puramente ed assolutamente parrocchiale, e, come tale, unico e solo è il beneficio.

2°) E’ contradetto dalla testimonianza dei parroci. Il primo parroco, che noi conosciamo, è il prelato D. Benedetto Masio, al quale uniti gli altri fino a tutto oggi, si ha il N. 15. Ora in questa lunga serie di anni e di Abati parroci mai trovasi ai lati di costoro il Canonico e tanto più è vero e convincente, quanto più si riflette, che negli interregni costantemente hanno governata la parrocchia i rispettivi Economi, come apparisce chiaro nel presente depositato albero genealogico.

3°) E’ contradetto dalla procedura dell’erezione. Ecco per la prima volta una pergamena ! Siamo in obbligo di vedere quando, in che tempo essa venne vergata e quale fu il modo di procedere. Era il 19 gennaio 1776, quando Sisto y Britto, come per sorpresa, in atto di S. Visita fa il Decreto di erezione. Tre giorni dopo mette insieme tutta quella roba ed il 6 febbraio di detto anno lo manda in effetto ! Ma quando ciò si faceva ? Quando, giusto il dire della Bolla 1776, la parrocchia era vacante “ad praesui vacanti… e parochus eligendus”; ossia quando la parrocchia era priva del suo pastore, che poteva alto levare la voce contro la inopportuna erezione. Oh ! nell’assenza del pastore (mi si permetta il paragone) anche il lupo può liberamente azzannare e distruggere tutto un gregge !….Dunque mancava il parroco, l’oppugnatore, il necessario contradittorio ! Si risponderà: vi era l’Economo. Questo dice un bel niente, poiché che cosa importa ad uno che ha veste precaria ? A questo potrebbe bellamente aggiustarsi la spensieratezza e la noncuranza del mercenario del Vangelo, appunto quia mercenarius est. Ora se mancava il parroco può ciò ritenersi per ben fatto ?

4°) E’ contradetto dalla mancanza d’investizione e questa è prova irrefragabile, poiché se quello fosse stato un vero, reale e possessorio beneficio, si sarebbe riprovvisto nella prima e in tutte le vacanze. Si dirà presto: E’ stato occupato una seconda volta. Ma quando ? Dopo un lungo giro di anni 59 dalla prima investitura e quando per lo appunto la parrocchia trovavasi anche vacante. E dopo ? Sepolto nell’oblio per un periodo non men corto di anni 66 !..Ora se in tutti quegli e questi anni, che accumulati insieme danno la rispettabile cifra di 125, non venne mai più conferito, è da ritenersi che Parroci e Vescovi giudicarono quella bolla d’erezione non altro che un edificio di carta ed è questa una verità lampante, suffragata dalla testimonianza degli ultimi due Abati Pasquale e Raffaele Taddei quando hanno detto e scritto che unico e solo è il beneficio.

A proposito della seconda collocazione avvenuta nel 1835 è buono che V.E. sappia un po’ di storia esilarante.

Questo bravo ed immutabile popolo del non mai abbastanza lodato S. Giovanni, famoso nei casellarii giudiziarii, ad istigazione del Sacerdote paesano, D. Pasquale Taddei, iniziò contro il parroco d’allora, D. Pietro Villa da Balsorano, una guerra spietata a base di mistificazioni, di falsità, d’intrighi spuderati e di velenosi attentati. Il contrariato Abate, rifuggendo dalle ignobili persecuzioni, a sette mesi di lodevole cura, affardellò le cose sue e si restituì in seno della famiglia. Tali fatti allarmarono tutto il mondo della Diocesi per guisa, che al Vescovo Lucibello fu difficoltoso trovare un prete che assumesse sul momento la Economia della Parrocchia. Il vincitore Sacerdote, al quale fu mestiere ricorrere, dettò leggi alla Curia, talchè sdegnata la proposta Economica, fu d’uopo conferirgli il presunto Beneficio Canonicale. Conseguenza fatale, poicè nei preti della Diocesi crebbe vieppiù quel senso di abborrimento. Ciononostante a successore del Villa si andò a prendere un prete inconscio alla Diocesi di Aquino, D. Raffaele Scafi. Poveretto, quel pane, che, sibbene, scarso, pur credeva suo, dovevalo dare al Canonico e, ridotto in breve a pitoccare a prestito il rotolo di farina per sfamarsi, prese anche lui il volo alla volta di sua casa e la Parrocchia restò vedovata del suo pastore per ben 22 anni, poiché non si trovò più becco di prete, che abbracciasse questa Cura. Per tali cose ai Vescovi Lucibello, Montieri e De Liquosa non valsero più i concorsi, e proposte di vie bonarie, le più splendide assicurazioni e le garanzie: nessuno volle affrontare e la Rev.dma Curia, sedendo Vescovo Paolo De Liquosa, non volendo, pur dovette conferire la Cura Parrocchiale al Canonico D. Pasquale Taddei, il quale realizzati gli aurei sogni cui mirava, si affrettò a disdire e negare quel che ieri aveva posseduto !… Dopo 66 anni torna in campo la pergamena con accentuazione di maggiore persecuzione. Allora per il prete, ora per i nipoti e compagnia. E chi nega che è suonata anche per me l’ora di prendere il volo ? ! Se quelli scomparvero di notte io me ne andrò di giorno.

5°) E’ contradetto infine dalla mancanza delle rendite. La pila non è grassa, come la si dice e sul riguardo non faccio verbo. Gli uniti presenti quadri di questi ultimi tre anni pongono in evidenza i fatti nell’introito e nell’esito.

Tutto questo per ora dovevo rispettosamente sottoporre allo studio e considerazione della E.V.Revdma riserbandomi, se del caso, di produrre altre difese.

Prostrato quindi al bacio del sacro Anello ho il bene di dichiararmi di V.E. Illma e Revdma umilissimo suddito

S. Giovanni Valleroveto ! luglio 1901

Ernesto Abate Ferrante

Capitolo IV

Storia e patrimonio

(dell’Ecclesia San Johannes de Collibus et San Deusdedit)

 

I Piccolomini

Nel 1629, periodo compreso nella famosa guerra dei Trent’anni, l’imperatore emanò l’editto di restituzione, in base al quale tutti i principati ecclesiastici e i beni della diocesi, delle parrocchie e dei monasteri, che dopo il 1552 erano stati aboliti, contrariamente al diritto di riserva ecclesiastica concordato in precedenza, dovevano essere nuovamente ricostituiti. (Hertling: Storia della Chiesa)

È l’epoca in cui il nostro San Giovanni Valleroveto ed il suo immenso beneficio parrocchiale ricadevano sotto il casato nobiliare dei Piccolomini, come si evince dalla carta geografica che pubblichiamo, fatta realizzare dalle Autorità Ecclesiastiche nell’anno 1693; epoca del passaggio di proprietà del feudo di Arpino e di Aquino al casato dei Boncompagni di Sora e dell’Invenzione e Traslazione del Corpo Santo di Diodato da parte del Vescovo Giovannelli.

Tutta la Valleroveto apparteneva ai Colonna; perché solo Morrea e San Giovanni ai Piccolomini? Anche questo è un importante fatto storico correlato alla nostra indagine millenaria.

I Piccolomini erano una famiglia Senese di mercanti ai quali Federico III, Imperatore del Sacro Romano Impero, concesse il titolo comitale.

Dal nobile casato furono eletti due Papi: Pio II (1458) e Pio III (1053). Il personaggio che ci interessa da vicino fu Ottavio Piccolomini (Pisa 1600 – Vienna 1656), generale dell’Impero, che si distinse nella guerra dei Trent’anni; ebbe il titolo di duca di Amalfi (sic!) e di principe dell’Impero.

Abbiamo già detto che la chiesa di San Giovanni Valle Roveto, nel Medioevo e fino alla metà del XVII secolo, era ad una navata e che fu ampliata e resa degna di una vera Abbazia nel 1650, con relativo organico della gerarchia ecclesiastica, come l’abate, il cerimoniere, il tesoriere, l’elemosiniere, il sacrista, ecc. in numero di almeno quindici, così come era prescritto dagli ordinamenti dell’epoca ed anche ai giorni nostri con l’istituto del canonicato.

Orbene, i nobili signori di San Giovanni V. R. e Morrea, despoti assoluti dell’ordinamento e dell’amministrazione dei beni terrieri ed immobiliari, erano, appunto, i Piccolomini che avevano il titolo comitale del Sacro Romano Impero, il Principato di Amalfi (antichi nemici di Banevento); due componenti della famiglia furono eletti Papa:  Pio II  (della nobile famiglia di Pienza) e  Pio III  senese.

Nel 1629 i Piccolomini, come tutti i principati dell’Impero, che avevano abolito i beni delle chiese e dei monasteri, confiscandoli, in base all’editto emanato dall’Imperatore  Federico II,  dovettero restituire all’Abbazia di San Giovanni Valle Roveto gli antichi benefici ricevuti dalla donazione di  Carlo il Calvo.  Dopo 21 anni dal citato editto, i  signori Piccolomini provvidero anche ad ampliare il tempio e a dotarlo di suppellettili preziose;  fecero scolpire la statua del Santo in legno pesante di quercia, i cui paramenti pontificali laminati d’oro zecchino e pietre preziose, come il  busto con al centro del petto una fibbia con rubino della grandezza di un mandarino, come pure la reliquia del braccio benedicente.

Il tempio, fino alla metà del  XX  secolo, è rimasto intatto, come voluto dai Piccolomini: con pavimentazione di mattoni cotto, altari con colonne e capitelli barocchi, affreschi nell’alto della volta, che provvidenzialmente ancora possono essere ammirati e da noi documentati fotograficamente,  come pure i grandi quadri – olio su tela – di Santa Caterina e Santa Filomena che ancora esistono, ma non anche quello grande raffigurante San Diodato che copriva quasi interamente la parete vicina all’urna del Santo stesso.

Le pareti della parte ampliata erano interamente affrescate, come quel grande quadro che si può ammirare nell’abside del tempio, unico esemplare scampato allo scempio praticato da sprovveduti e ignoranti praticoni improvvisatisi, nel corso degli anni, restauratori.

Il Corpo  Santo di Diodato, nella sua antica urna, era rivestito, così come ammirato per secoli, da un piviale in pesante seta, ricamato con lamine d’oro e pietre preziose, così come la mitria contornata di rubini.

Tutto quanto sopra fu voluto dai Piccolomini,  non per obbligo derivante dall’editto imperiale (la famiglia rivestiva le più alte cariche dell’Impero e della Chiesa) ma perché si erano imparentati con la Signoria di Equino, discendenti del Casato nobile di San Diodato.

San Giovani Valleroveto, in sostanza, era diventato la sede della Cappella patrizia dei nobili di Equino e loro associati, con tutto il fasto e la doviziosa dotazione che ad un tal luogo si addice: Croce astile, in oro ed argento, turibolo,  navicella,  secchiello e pistillo aspersorio in argento (celebre arte orafa di Sulmona e Guardiagrele), così come i candelabri, gli ostensori ed i lampadari con gocce di cristallo provenienti (a quanto ci è stato riferito) da un casato della nobiltà inglese.  Come pure i messali,  graduali con gli “incipit” miniati provenienti dalla Chiesa Beneventana.

Tutto quanto sopra elencato, ed altro, fa parte della memoria della nostra tenera infanzia e del praticantato da chierichetto e del racconto degli avi.

Della prodigalità dei Piccolomini (Conti di Celano – Morrea  e San Giovanni Valleroveto) vi è riscontro nel libro “LE REGIONI D’ ITALIA” Vol. Abruzzi e Molise – alle pagine 52 e 78 ( (Franco Reiteri – Editore – Milano):

i Piccolomini stessi successero al Conte Lionello Acclozzamora nemico degli Aragonesi.  Antonio Piccolomini (illustre benefattore) nipote del Papa Pio II (Pienza – Siena), arricchì la sua Contea di monumenti (anche il castello di Celano), affreschi e dipinti e sculture realizzati da artisti fatti venire appositamente da Siena.

Tutto quanto sopra elencato e molto altro ancora figurava in un inventario del 1650, fatto redigere dai Piccolomini e Signori di Aquino, una copia del quale era conservata nell’archivio parrocchiale e che ai giorni nostri è invano cercarla.

Foto 4.1 – San Giovanni dei Piccolomini da una cartografia di Domenico de Rossi dell’anno 1693

Bolle papali

“ECCLESIA SANCTORUM HELYE ET JOHANNES DE COLLIBUS, QUIA DEBITIS TEMPORIBUS NON FUIT PROMOTUS NEC ADHUC DICITUR PROMOTUS”

Trattasi del titolo di una Bolla pontificia del periodo in cui il papato si trovava in esilio ad Avignone (1305 – 1377).

In quel periodo il Papa Giovanni XXII elesse l’abbazia Cassinese ad episcopato immediatamente soggetto all’autorità della Chiesa Romana (2 maggio 1322). Ma questa norma venne spesso disattesa dalle Autorità Avignonesi che posero al governo di Montecassino anche degli Abati non monaci, i quali, tra l’altro di frequente, indifferenti alle necessità della celebre abbazia, la governavano a mezzo di vicari.

È in questo contesto storico che bisogna porre anche la Bolla Papale che riguarda la nostra Chiesa di San Giovanni Valleroveto, datata a Villeneuve “diocesi di Avignone” il 26-05-1358, anno sesto del Pontificato di Clemente VI.

Nella Bolla si parla dell’accettazione, da parte del Papa, della rinuncia del Maestro Calcedonio di Ceprano, scrittore pontificio, che era stato fino a quel momento Abate della chiesa secolare (teniamo ben presente questo aggettivo) e Collegiata di San Johannes de Collibus e della Chiesa di Sant’Elia. Nello stesso tempo, l’Abbazia di San Johannes de Collibus con la Chiesa di Sant’Elia, dipendente dall’Abbazia di San Giovanni (ab eadem Ecclesia San Johannis dependens), veniva conferita a Marcuzio Maleozio di Castro Fractarum, oggi Ausonia (FR).

Come volevasi dimostrare, i predetti due personaggi non erano nemmeno monaci. Ed a maggior dimostrazione dell’andazzo di quei tempi, c’è l’altro documento Pontificio con il quale si dava mandato all’Arciprete di Balsorano (de valle Sorana) e a quello di Morrea (de Morejo) di dare il possesso dell’Abbazia e della Chiesa di Sant’Elia al suddetto Marcuzio, sia che fosse venuto personalmente, sia che fosse stato rappresentato dal suo procuratore (sic!).

Comunque, nulla da eccepire sulla condotta morale e mistica, nonché sulla laboriosità dei nostri Santi Monaci Benedettini, che non si lasciavano condizionare e fuorviare dalle strane imposizioni dall’alto, né tanto meno dalle persistenti lotte dei signorotti locali, tendenti ad espandere sempre più i loro possedimenti; la regola di San Benedetto era loro di guida perenne “Ora et Labora“.

Loro cura fu sempre il miglioramento della condizione del nostro popolo nel lavoro dei campi ed in quello delle arti e mestieri, come l’adozione di migliori finimenti per la trazione degli aratri, come l’adozione degli erpici e dei veicoli agricoli; miglioramenti in tutti i singoli rami della tecnologia (lavorazione del legno, del rame, delle erbe medicinali, in edilizia ecc.). Basti ricordare il trattato dell’XI secolo, del monaco Benedettino Teofilo dal titolo “Diversorum artium schedula“, documento tra i più preziosi che ci illumina sulle principali tecniche usate nell’epoca.

Ma chi era il Papa Giovanni XXII, che dalla Francia emetteva degli ordini e si interessava anche dell’amministrazione di un’Abbazia sperduta e decentrata come quella di san Giovanni Valleroveto? Era il Papa di quel periodo in cui il grande teologo Guglielmo di Occam fu sottoposto, dalle autorità Pontificie, a procedimento inquisitoriale per eresia. Essendo Guglielmo da Occam un monaco francescano, tutto il suo Ordine era con lui, tanto che il Generale dei Francescani, Michele di Cesena, dovette sostenere con il Pontefice un procedimento che durò circa due anni e che si concluse con la censura di alcune posizioni del citato teologo.

Il contrasto tra i Francescani ed il Papato riguardava l’assoluta povertà di Cristo e degli Apostoli, sostenuta come articolo di fede da Michele da Occam (e da noi poveri estensori di queste pagine, dal momento che lo stiamo raccontando) e negata dal Pontefice Giovanni XXII. Nella disputa intervenne anche l’Imperatore Ludovico il Bavaro che permise al Generale dei Francescani di proclamare Giovanni XXII apostata, nemico di Cristo e degli Apostoli, e pertanto considerarlo deposto. Ma, la fortuna e la gloria dell’Imperatore Ludovico ebbe breve durata in quanto, nel 1329, si scontrò con il guelfo Roberto D’Angiò, che lo costrinse ad abbandonare l’Italia e a ritirarsi in Baviera. Michele da Cesena e Guglielmo da Occam dovettero seguirlo, mentre l’Ordine Francescano, per poter sopravvivere in Italia dovette indire una solenne sezione del Capitolo Generale in cui si elesse un nuovo Superiore che accettò la sottomissione a Giovanni XXII.

Per capire meglio le questioni sopra enunciate e come la storia minima dell’Abbazia di San Johannes de Collibus fosse legata e risentisse in tutto e per tutto delle vicende storiche dell’epoca, si deve per forza di cose capire anche il pensiero del grande teologo Occam. Egli, strenuo difensore delle idee filosofico – politiche ghibelline, giunse all’enunciazione di tesi generali tanto ardite che precorrono i tempi di un millennio, sulla completa indipendenza del potere laico nei confronti di quello ecclesiastico.

Questa tesi, fatta propria dal grande uomo politico liberale, il Conte di Cavour, intrigante artefice dell’indipendenza Italiana, con il celebre motto “Libero Stato in libera Chiesa“, è stata ribadita e sancita, dopo il Concilio Vaticano Secondo, dai nuovi Patti intercorsi tra l’Italia ed il Vaticano.

Se il Papa possedesse, per precetto e disposizione del Cristo, un’assoluta pienezza di potere tale da avere il diritto di disporre di tutte le cose temporali e spirituali, nessuna eccettuata (perché sempre non agisca contro la legge naturale e divina), dovremmo dire che la legge cristiana implica un’orrenda schiavitù, molto peggiore di quella della antica legge. Tutti i cristiani, gli imperatori ed i re sarebbero infatti schiavi del Papa, nel significato più stretto del termine

(Pensiero del Geymonat).

Sentiamo finalmente, cosa pensa in proposito l’uomo più illuminato e fattivo del XX Secolo, il Pontefice Wojtyla felicemente e provvidenzialmente regnante, sul problema ultrasecolare del clericalismo:

“È un fatto evidente che un’interferenza diretta da parte di ecclesiastici o religiosi nella prassi politica, o l’eventuale pretesa d’imporre, in nome della Chiesa una linea unica nelle questioni che Dio ha lasciato al libero dibattito degli uomini, costituirebbe un inaccettabile clericalismo. Ma è anche ovvio che incorrerebbero in un’altra forma non meno pregiudiziale di clericalismo quei fedeli laici che, nelle questioni temporali, pretendessero di agire, senza alcuna ragione o titolo, in nome della Chiesa, come suoi portavoce, o sotto la protezione della gerarchia ecclesiastica“.

Beni mobili e immobili

Il patrimonio terriero della Parrocchia, in passato, era immenso. Nessuna famiglia Sangiovannese era priva di appezzamento agricolo, concessole in enfiteusi dalla Chiesa, in cambio di modesta misura del ricavato dei vari raccolti, quali ad esempio, grano, olive, uva, granoturco, ecc. Ora sono rimaste piccole proprietà, quasi tutte incolte, per le quali si pagano simbolici canoni annui.

Altro discorso problematico e difficile andrebbe fatto sui beni artistici e storici di cui era dotata l’Abbazia.

Come figli devoti di questa terra, vorremmo accennare, con rimpianto e mnemonicamente a quello che da fanciullo e chierichetto ammiravamo ed ora non c’è più.

Ricordiamo con nostalgia il suono melodioso e celestiale dell’organo, del 1700, dalle molte canne e trombe in piombo, dai numerosi registri manuali riproducenti i suoni di un’intera orchestra ed il mantice, pur esso manuale, fatto di pelle d’animale, che noi fanciulletti ci contendevamo nel “tirarlo” durante le solenni funzioni. Uno strumento quello, capolavoro artigianale, che ormai non se ne producono più perché spazzati via da quelli elettronici.

Ricordiamo i preziosi paramenti, anche laminati in oro, in pura seta, come pure i lampadari, con gocce di cristallo, che pendevano dalle arcate della volta.

Ricordiamo l’argentea e sbalzata Croce astile, l’Ostensorio argenteo anch’esso sbalzato e con angioletti in rilievo, l’argenteo turibolo, l’argentea navicella per incenso, la vaschetta e pistillo aspersorio, tutti oggetti provenienti dalla famosa, rinomata e antichissima arte orafa abruzzese (Sulmona – Guardagrele).

Ricordiamo le “Viæ Crucis” (1600-1700), olio su rame, ogni pezzo autentica opera d’arte pittorica; come pure ricordiamo altri dipinti, quale quello di san Giovanni, del Sacro Cuore di Gesù, del Sacro Cuore di Maria, ed anche quella splendida scultura lignea raffigurante l’infante Gesù (sec. XVII).

Ricordiamo il coro ligneo ove prendevano posto i canonici della Confraternita del SS. Sacramento per cantare i vespri; essi, naturalmente, avevano sostituito i veri canonici dell’epoca benedettina.

Come pure ricordiamo le credenze lignee della Sagrestia, i messali, gli evangeliari, gli epistolari, i candelabri, la raggiera ricoperta di oro zecchino occorrente per l’esposizione solenne del Santissimo Sacramento, ecc.

Poi si sono succeduti i vari restauratori, per adeguare il tempio, per ultimo secondo i dettami del Concilio Vaticano II; quindi, via l’altare maggiore marmoreo con balaustra; via gli altri altari laterali dedicati a Sant’Antonio, a Sant’Andrea, a Santa Caterina , a San Gioacchino.

A proposito di San Gioacchino, la Parrocchia possiede una stupenda statua lignea; di essa solo la testa è dello scorso secolo (1800), mentre tutto il resto è recente, in quanto il corpo era costituito, prima del restauro voluto dal popolo, di un semplice telaio.

Il Santo ha costituito, come meritava, nel presente volume, un capitolo a parte.

Con il restauro è stato fatto sparire anche il coro ove era sito il monumentale organo di cui si è fatto cenno. Come pure è sparito l’antichissimo pavimento in mattoni di terracotta, sul quale (nei corridoi laterali delle navate) si aprivano le botole delle tombe, tra le quali una patrizia con lapide marmorea, recante, incisa in latino, l’appartenenza alla famiglia degli Urbani.

Le altre tombe erano così dislocate:

Ai piedi dell’altare di Sant’Andrea, dunque, vi era la tomba della famiglia di Francesco Urbani; davanti all’altare del Corpo Santo, c’era la tomba del clero; all’altare di San Gioacchino c’era la tomba dei morti per disgrazia; all’altare di Sant’Antonio venivano sepolti i bambini; nella cappella della congregazione delle Figlie di Maria c’era la tomba delle associate; nell’antro del campanile c’è tuttora altra tomba, quindi separata dai battezzati: si dice che risalga all’epoca pagana ed imperiale ed interessante sarebbe una ricognizione; nell’Oratorio, inoltre, c’era la tomba dei Fratelli della Confraternita del SS. Sacramento.

Questi “preti moderni” che preferiscono pagare l’affitto in centri abitati “popolosi” e “sfolgoranti” di “mondanità”, rifiutando la gratuita casa parrocchiale (canonica) nel silenzioso e poco o affatto mondano San Giovanni, hanno pavimentato la chiesa con piastrelle levigate e di grande effetto visivo, come pure di grande effetto scenico sono i fari applicati alle navate.

Che meraviglia!… esclama il neofita pellegrino al suo primo impatto con il rinnovato Monastero. A noi, personalmente, ha fatto subito pensare ad una magnifica discoteca.

Non si avvertono più gli effluvi muffiti del millenario passato storico e non avverti più l’incanto di monastiche processioni avvolte dalla melodiosa e trascendentale propagazione di salmodie gregoriane.

Questo discorso vale anche per l’intero paese. Cosa è rimasto di medievale in San Giovanni?

La pavimentazione dei vicoli, che era in pietra viva andava restaurata con quel materiale; le facciate delle abitazioni, anch’esse in pietra sono state calcificate e cementate; porte e finestre in legno sono state modificate e metallizzate, gli artistici portali sono stati alienati; ecc. ecc. Esiste in provincia una Sovrintendenza?!!

N.B. Le “Viae Crucis”, di cui innanzi è cenno, furono donate alla nostra parrocchia da un altro illustrissimo Personaggio nativo di S. Giovanni Vecchio, il Reverendissimo Monsignore MORICONI, teologo e stimato predicatore presso il Soglio Pontificio di Pio IX. Di lui è stato tramandato un ricordo altissimo di cultura, fede cristiana, umanità e carità. I suoi frequenti ritorni al paesello nativo si tramutavano in una solenne festa della comunità parrocchiale che andava ad attenderlo nella strada carrozzabile (fondovalle) con cavalcature ed addobbi.

Opportuno ed inopportuno

Certamente, il Monastero era da restaurare in quanto gli stucchi in oro del soffitto e delle arcate delle navate erano anneriti o lesionati dalle infiltrazioni di umidità; ma era veramente necessario tanto radicale mutamento?

Chi scrive non è tanto competente da affermare o negare, ma in altri templi restaurati ed aggiornati secondo i dettami canonici più recenti, si continua ancora ad ammirare quello che andiamo rimpiangendo.

Non c’è dubbio, però, che il restauro avrebbe dovuto riguardare anche il tetto, munendolo di copertura in cemento armato, e non il solo rattoppo delle tegole e l’inchiodatura di qualche travetta lignea già corrosa e vetusta. Infatti, a non molti anni dal tanto declamato restauro, le volte dell’Abbazia sono in più parti lesionate dalle estese e vistose macchie d’umidità; se non si corre ai ripari, come da diverso tempo si va predicando, fra una diecina d’anni ricorderemo lo splendido gioiello d’arte in fotografia, come già avvenuto per l’altra chiesa, l’Annunziata, che era ornata da affreschi murari, che il paese si onorava di possedere nella sommità dell’abitato, ai piedi della montagna, ora ridotta a ruderi sbriciolati. In quel tempio oltre agli affreschi, è andato perduto anche uno stupendo organo antico come quello della chiesa – madre e tutti i suoi ricchi arredi sacri. (vedi nota sotto)

L’eccessiva smania di restauro (o altro?) ha fatto sì che si giungesse a fare scempio persino del Corpo Santo del Nostro glorioso Diodato, custodito nella Sua urna ultrasecolare. Il restauro, forse, era necessario, ma l’imperizia del restauratore, per quanto riguarda la Sacra Urna, ha fatto in modo che l’integrità del Corpo Santo stesso, si sfaldasse e s’incrinasse vistosamente. È da tempo che il popolo devoto chiede d’intervenire per arrestare il disfacimento; la Curia fa sapere di aver provveduto ad informare le competenti autorità del Vaticano e di essere in attesa del placet per intervenire.

Anche su questo fatto ci si chiede quale è la verità; ma quale verità e quale placet se si mette in dubbio la santità di quel Corpo nell’urna?

È il caso, inoltre, di parlare del tesoro di San Diodato, fatto di cospicue donazioni di devoti riconoscenti, attraverso i secoli?

Diciamo, soltanto, per carità di patria, che esso nel presente storico è pressoché nullo. Si dice che l’alienazione sarebbe avvenuta per poter far fronte ai lavori di restauro in più riprese. Ci si chiede, allora, se qualcuno possiede la documentazione delle spese e se qualcuno conosce i nominativi dei componenti delle commissioni o comitati, che in queste circostanze si renderebbero opportuni, e che decisero la qualità e la necessità degli interventi e che esaminarono la congruità dei relativi costi.

Quali necessità spinsero ad alienare buona parte della lussureggiante proprietà terriera del capitolo parrocchiale?

Qualcuno, inoltre, conosce l’entità delle somme erogate, negli anni passati, dall’apposito Ente per il Culto istituito presso il Ministero dell’Interno, per sovvenire alle impellenti necessità delle Chiese, dei Monasteri e delle Collegiate?

La vendita di due degli ultimi appezzamenti di terreno, effettuata di recente, fiancheggianti la SS.82 “Valle del Liri”, ove sono sorte due fabbriche; una per materiale edilizio ed altra manifatturiera, secondo quanto ci riferiscono, ha fruttato alla Curia Vescovile di Sora, la sommetta di £ 500 milioni (di ciò non abbiamo la diretta cognizione, ma ne abbiamo sentito parlare nella pubblica piazza del paese).

Come si vede, la miniera d’oro rappresentata dall’Ecclesia di San Johannes de Collibus, continua a sfornare le sue pepite, ma non si trova il modo ed il tempo di riparare il tetto; si lascia andare in malora la canonica, costituita da una deliziosa villetta con giardino alberato e recintato, sita nel punto più confortevole del piccolo borgo, fatta costruire, negli anni d’infanzia di chi scrive, dalla buon anima dell’Abate Don Amedeo Martucci con tanto entusiasmo unito a notevoli sacrifici. Parliamo di quell’abate che seppe insegnare teatro e far recitare contadini pastori, far praticare sport, per la prima volta, a quei poveri giovani derelitti, nel campo sportivo da lui realizzato sul terreno del beneficio ecclesiastico.

In quella canonica, tanti ricordi, del giovane seminarista, vanno alla dedizione con cui il “Sor’Abate” si prodigava nel dispensare la sua cultura, che era di notevole spessore senza mai pretendere ricompense di sorta. Conosceva tutto e l’esigenze di tutti; figuriamoci se avrebbe potuto ignorare l’esatto nominativo di una sua fedele defunta nella celebrazione del funerale.

Era una generosità quella del “Sor’Abate” Martucci che faceva da contraltare alla carità pelosa dell’apparato dirigente del Seminario Sorano, degli anni quaranta e cinquanta, che aveva dovuto accogliere, obtorto collo, quell’infante dell’indigente famiglia Sangiovannese, con retta mensile estremamente simbolica imposta dal monsignore economo di estrazione Vallerovetana. Quell’adolescente che, non potendosi permettere l’acquisto di testi scolastici aggiornati, era stato fornito di quelli con i quali si era erudito il suo zio arciprete un quarto di secolo prima, per compensare la carità offertagli dovette sobbarcarsi nel compito di sacrista ed in tutti i doveri conseguenti: pulire e lucidare i pavimenti della cappella; curare le piante ed i fiori dell’altare; approntare tutto l’occorrente alle funzioni liturgiche. Tutto ciò nelle ore in cui i suoi coetanei si dedicavano allo studio ed ai compiti loro assegnati. La “camerata” di appartenenza di quel piccolo seminarista sapete come si chiamava? Siberia; il nome dice tutto. Le “camerate” esposte a mezzogiorno erano riservate ai figli di papà. La vera carità cristiana c’impone di non andare oltre.

Ma, forse, sarebbe pretendere troppo, nel volersi far restaurare un’abitazione o un tetto.

Il popolo di San Giovanni non è stato mai ad aspettare il miracolo della manna che scende dal cielo. Tanto è vero che, solo grazie alla generosità, alla fede e alla profonda devozione dei Sangiovannesi fu possibile che, l’11 luglio 1965, la venerata statua di San Diodato rientrasse nella sua Chiesa artisticamente restaurata, dopo il doloroso incendio del 28 settembre 1964.

La gioia e l’entusiasmo provocato dall’avvenimento fu tale (come sempre avviene quando trattasi di cose riguardanti San Diodato) che lo si volle celebrare con festa solenne, civile e religiosa.

Ecco come si esprimeva, la buon anima di Don Augusto Fracassi nativo di San Giovanni, chiamato appositamente, dal Comitato, per la solenne celebrazione religiosa:

Il grido “EVVIVA SAN DIODATO”, che è sgorgato dai vostri cuori, allorché la sua venerata statua è rientrata in questa Chiesa, mette in evidenza, o popolo di San Giovanni, la vostra esultanza, la vostra fede, la vostra profonda devozione.

Quando in quel pomeriggio del 28 settembre 1964, la notizia dell’incendio che aveva devastato la statua di San Diodato, passò fulminea di bocca in bocca e una indicibile tristezza invase gli animi non solo del popolo di San Giovanni, ma tutti i devoti di San Diodato, residenti in paesi vicini e lontani, la volontà unanime fu questa: sia restaurata la statua senza frapporre indugi, sia rifatta bella come prima.

E, dopo mesi di attesa, l’artistica statua, magnificamente restituita alla sua primitiva bellezza, eccola oggi tornata nella sua Chiesa in mezzo al suo popolo giulivo e festante.

Guardatela quanto è bella! Quanto fascino esercita nei nostri animi!

È sempre stata bella! Lo scultore aveva avuto una divina ispirazione, quando – secoli fa – scolpì quella statua di San Diodato.

Miratela nelle sue splendide vesti pontificali rilucenti d’oro e di colori belli.

Osservate quello sguardo modesto e penetrante! Quegli occhi assorti nella meditazione del soprannaturale rivelano tutto il motivo della sua vita. Dall’alto attinge l’ispirazione, l’energia, la volontà, la decisione. È lo sguardo del superiore pio, del prelato santo, del governatore saggio, che dall’alto riceve la luce, che riversa nei fratelli.

Giustamente noi ora ci rallegriamo. La secolare, espressiva statua è tornata al suo primitivo splendore, è ancora e sarà per sempre nella sua Chiesa custodita dalla pietà e dall’affetto del popolo di San Giovanni Valle Roveto.

Questa esaltazione della statua non deve essere fraintesa. Noi conosciamo la dottrina cattolica. Noi onoriamo il Santo nella statua. Non siamo idolatri. A noi piace vedere San Diodato così. Siamo abituati fin da ragazzi. Quando i nostri occhi si dischiusero alla luce e la nostra intelligenza fu capace di discernere, avemmo modo di vederla così onorata dalla precedenti generazioni.

Ma la statua di San Diodato è bella soprattutto perché ha rapporto con Dio. Nel mondo non vi è niente di bello e di buono che non abbia rapporto con Dio. Tutto può e deve portare a Dio. Per questo la chiesa ha utilizzato le arti nei suoi templi. L’arte nel tempio si coltiva perché porta a Dio.

La bellezza è stata definita come lo splendore dell’ordine. I colori devono essere complementari gli uni degli altri e intonarsi tutti fra loro e devono confluire in una unità che si chiama armonia. E se l’ordine termina in Dio, allora la bellezza è suprema.

L’arte, per essere apprezzata, deve far rivivere il santo nella sua realtà.

Questo è avvenuto nella statua di San Diodato. L’artista ha saputo crearci il ritratto, la figura di un uomo dedito alla preghiera ed al lavoro, di un asceta.

Ecco perché voi non avete potuto resistere al potente fascino, che esercita su di voi, che commuove i vostri cuori e siete accorsi tutti in questa chiesa. È San Diodato che vi ha chiamati. E la vostra perfetta armonia di cuori, la vostra gara d’amore è l’atto più gradito a San Diodato, che occupa tanta parte del cuore, che fa splendere il sorriso sul vostro volto, che vi procura oggi tanta gioia ed entusiasmo.

Eccoci ora davanti ad essa. Cosa dice al cuore? Egli dice: io sono giunto all’eterna felicità attraverso una vita vissuta in unione con Dio e sacrificata per lui. Non vi ingannate, non vi fate illusioni con miraggi terreni. Non sarà coronato se non colui che avrà combattuto la sua battaglia. Ricordate che la patria è il cielo.

Io vi attendo tutti. Siate miei imitatori come io ha imitato Cristo. Vi raccomando la carità, che è il distintivo dei seguaci di Gesù.

Amate la Chiesa, stringetevi sempre più a questa madre di Santi, per la quale io ho dato la vita.

Dinanzi ai suoi sublimi esempi, non dobbiamo limitarci ad invocare la sua protezione, a chinare la fronte, ma dobbiamo apprendere da lui quella generosità, quella fermezza, quel coraggio che portano alla sincera professione di vita cristiana.

Soltanto allora egli con tutta l’effusione del suo cuore, ci benedice dal cielo.

Prostrati davanti alla sua sacra statua e ai suoi venerati resti mortali, con tutto l’ardore della fede e con tutta tenerezza salutate in San Diodato l’angelo tutelare di questa terra, il grande benefattore.

Unite le vostre voci per invocare il suo patrocinio; deponete davanti a lui fiori e ceri della vostra devozione e gratitudine e ditegli con confidenza: tu sei il nostro diletto; la tua memoria è in benedizione. Portate al suo altare il tributo dell’onore e il sospiro ardente della preghiera.

“O grande eroe della Chiesa, non dimenticare

il tuo popolo dinanzi a Dio.

Continua ad essere il suo benefattore e

difendilo, sostienilo nella lotta del male

contro il bene.

Sii propizio a chi t’invoca; sii a tutti di

consolazione nei dolori della vita, di sollievo

nelle angosce.

Proteggi questo popolo, questi devoti,

che hanno l’onore di possedere i tuoi resti mortali.

Guarda sempre con tenerezza a questo paese,

che oggi, come nel passato, si abbraccia

alla tua urna e t’invoca.”

 

E voi, o cittadini di san Giovanni,

 rallegratevi,

perché San Diodato scintilla come luce fulgidissima su questa terra.”

Nota

Per quanto riguarda il tetto dobbiamo correggere quanto scritto nella prima stesura perché, tornando al paesello per la tradizionale festività del 27 settembre (1995), abbiamo notato che (era ora!) si è messo mano affinché la pioggia arresti la sua opera demolitrice. Trattasi di altro rattoppo, seppure con qualche accorgimento di natura impermeabilizzante, che procrastinerà di qualche decina di anni il ripetersi delle infiltrazioni pluviali. Abbiamo chiesto perché non si è provveduto a dotare il tempio di una copertura in cemento armato. Risposta: “Era troppo costoso, il popolo (80 residenti) ha dato solo otto milioni e quelli della provincia erano pochi”.

  1. Vincenzo Valle Roveto Superiore. Nel pomeriggio del 25 Aprile, durante una solenne celebrazione, il parroco di San Rocco, Don Nicola Tocci ha benedetto un artistico e grande crocifisso donato dalla locale Pro Loco.

Il simbolo religioso adornerà il santuario della madonna del Romitorio, i cui restauri saranno inaugurati dal Vescovo Mons. Luca Brandolini il prossimo 13 Agosto.

(Avvenire, domenica 12/05/1995)

Sarebbe interessante sapere quanti milioni, oltre quel rustico Crocifisso, ha sborsato il contiguo popolo di San Vincenzo Valleroveto Superiore per farsi restaurare la Chiesa Parrocchiale ed il Romitorio.

In quanto ad importanza artistica e storica, poi! …….. Vuoi mettere!?

Prova della faziosità e dell’acredine riservata, non solo verso il popolo di San Giovanni Vecchio Valle Roveto, ma sulla sua antichissima tradizione religiosa e culturale, ci è pervenuta recentemente attraverso l’esame di un opuscolo dal titolo “COMUNITA’ MONTANA VALLE ROVETO” – Pro. As. Professionisti associati – Aprile 1996 – tipolitografia dell’Abbazia di Casamari (FR), in vendita a Civitella Roveto al prezzo di £ 4.000, a cui è allegata la cartina topografica, che pubblichiamo nel presente volume, che intenderebbe illustrare tutto il comprensorio della Comunità Montana in Valle Roveto, ma senza l’indicazione grafica delle frazioni di San Giovanni Valleroveto (Alto e Basso) che, tra l’altro, quello Alto, è servito da ben tre strade carrozzabili; vi figurano invece, oltre ai capoluoghi, le frazioni: “Meta” – “Pero dei Santi” – “Morrea Vecchio” – “Morrea” – “S: Vincenzo Valle Roveto Superiore” – “Balsorano Vecchio”. Comunque Balsorano ha un appellativo “Vecchio” e San Giovanni non è degno di apparire nemmeno come “Vecchio“, ma deve essere cancellato definitivamente dalla faccia della terra per volere di qualche mente eccelsa che per volontà divina regge le sorti ed i destini dei Vallerovetani.

Nel dovizioso opuscolo, inoltre, vi sono riportati degli “ITINERARI TURISTICI“, tra i quali quello n° 19 dal titolo “S. VINCENZO VECCHIO (questa volta è Vecchio non Superiore) – Madonna del Romitorio (625 m s.m.)”: “Nei recessi più suggestivi delle foreste o tra i dirupi remoti e selvaggi, giunge la scoperta inaspettata di eremi solitari, espressione di quell’intensa religiosità medievale che indusse tanti asceti ad isolarsi nel grande silenzio della montagna”. Con questa prosa la mente va subito al Monastero di Sant’Elia con il suo fontanile, oggetto di una pubblicazione del tanto compianto storico indigeno Prof. Mons. Don Gaetano Squilla, oppure ai resti del Monastero alto medievale della conca “Santa Maria” sul Monte Colubrico, oppure a “Je Casteglie” aut Castello “AD LACUM FUCINUM” di lontana memoria storica, ma niente di tutto questo per la mente eccelsa della Comunità Montana; trattasi di “robetta” legata alla memoria del non degno di menzione San Giovanni Valleroveto.

Foto 4.2 – Cartina Topografica della Comunità Montana Valle Roveto

DOLMEN  MITOLOGICO

(Il campanile e le pietre)

La chiesa dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista è fornita di robusto campanile; esso è ciò che resta della antica e maestosa torre campanaria, costruita con pietre scolpite e la cui sommità era sovrastata da deliziosa cupola che venne danneggiata intorno agli anni venti da un fulmine e successivamente annientata da evento tellurico.

Nel basamento del campanile, tra le altre pietre ve n’è una in cui vi è incisa la seguente epigrafe, dedicata ad un semidio del II secolo a.C. (certamente Ercole), del dialetto romano – italico: “N. GAVI C.F. = CAS = H.D.D.L. = M = N.F.C. FII”, fatta realizzare dalla gens Gavia, come afferma lo studioso G. Grossi in: “L’Alta Valle del Liri dalla prima età del ferro alla guerra sociale ( IX – I secolo aC.), in Antinum e la Valle Roveto nell’antichità. Atti del I° convegno di archeologia, Civita d’Antino, 16 settembre 1990, Civita d’Antino 1992, pag. 85″.

L’interpretazione dovrebbe essere la seguente: “N(ucius) – GAVI(dius) = C(ai) = F(ecit) = CAS(sio) = H(erculei) = D(ono) = D(edet) = L(iber) = Mereto) = N(ucius) = F(ili) = C(ano) =FII(it)”. Traduzione in italiano: “Nucio Gavidio, figlio di Caio Cassio, fece ad Ercole questo libero dono per merito, il figlio di Nucio Caio realizzò.”

È risaputo che sotto l’antico campanile vi era la primitiva tomba di San Diodato; da quella antica dimora è stata estratta una pietra con scolpita la sagoma di un leone e ornamenti floreali;  costituisce, attualmente, parte dell’altare maggiore, realizzato in occasione del restauro postconciliare.

Altra pietra, proveniente dallo stesso sepolcro, raffigurante il busto di San Diodato, con l’esplicita epigrafe onciale “Deodatus”, fa da sostegno al leggio dell’Evangelo.

Altra pietra ancora, a forma di colonnina, con riquadro scolpito a finiture intrecciate, tipiche del IX secolo, sorregge la custodia del Santissimo Sacramento.

Quell’antico sepolcro era stato realizzato, dai seguaci di San Benedetto, nello stesso sito in cui sorgeva il millenario dolmen, dedicato al dio pagano Ercole, che gli stessi avevano distrutto, con la stessa tipica architettura, ma con ornamenti artistici assenti ovviamente nella preistoria. Infatti il termine  dolmen o dolmenno, di derivazione celtica, sta a significare un monumento sepolcrale, dell’età della pietra, formato da blocchi costituenti una cripta o casetta bassa.

Quella pietra che vediamo nella foto (Foto 4.23), pubblicata in altro capitolo raffigurante la facciata del tempio  e lo stesso campanile, di forma rotondeggiante era situata a circa tre metri da quella murata alla base del campanile con la dedica sopra esplicata.

Altra pietra dell’antico dolmen era quella che, fino ad un quanto di secolo circa, era situata all’angolo nord della parete della chiesa. Specie d’estate, facevamo a gara per accaparrarci un posto in quel lastrone situato in zona molto ombrosa e ventilata; era il coperchio del monumento al dio Ercole e testimonianza dell’antichissima civiltà del nostro amato borgo.

Queste nostre indagini e considerazioni non vogliono essere uno scrivere “intorno al monumento”, immaginando tipologie formali, ma ricercare “il linguaggio delle pietre”, i materiali, gli elementi costruttivi, le misurazioni  (vedi l’abbazia di Sant’ Elia e Santa Maria), gli spazi ancora misteriosi e mai indagati per rendere meno aleatorie le ipotesi.

Ma, tornando ad indagare sull’antichissimo sito archeologico, sorge spontaneo chiedersi con quale logica è possibile accostare una grossa sfera di pietra in un dolmen; se riflettiamo, però, sulla eterogeneità  delle rappresentazioni mitologiche, dobbiamo ammettere che nel tempietto in esame non poteva essere contenuto lo scheletro o reliquia alcuna del soggetto della dedica; il dio Ercole esisteva solo nelle fantasiose credenze dei nostri remotissimi antenati. Era necessario, quindi, collocarvi qualcosa che ricordasse significativamente le gesta del personaggio che si voleva onorare.

Ercole, eroe figlio di Alemena e di Giove; ancora in culla, quando Giunone, gelosa, mandò due serpenti perché lo uccidessero li strangolò; ebbe Chirone come maestro e dopo le dodici fatiche impostegli da euristeo, sposò Deiamira; uccise Nesso per gelosia, ma poi, avendo Deiamira fattogli indossare la tunica intrisa di sangue del centauro, colto da atroci dolori, si fece erigere un rogo e morì. Le fatiche che dovette affrontare prima della morte, dunque sono: lotta con il leone Nemeo;  uccisione dell’idra di Lerna;  cattura del cinghiale di Erimanto; cattura della cerva di Cerinea; caccia agli uccelli della palude di stinfalo; conquista del cinto di Ippolita; pulitura delle stalle di Angia; cattura del toro di Creta; cattura delle cavalle di Diomede; cattura dei buoi di Gerione; cattura di Cerbero ed, infine, l’oggetto della simboleggia del monumento sangiovannese “conquista dei pomi d’ora delle esperidi”.Le Esperidi, figlie di Atlante e della Notte, vivevano al confine del mondo in un meraviglioso giardino ove cresceva l’albero dei pomi d’oro, appunto, custodito da un mostro che Ercole uccise. Secondo un’altra versione, Atlante stesso avrebbe porto i pomi ad Ercole che lo aveva sostituito a sorreggere il mondo (che è tondo naturalmente, come quella pietra sparita misteriosamente).

È giustificabile il furore che animava i frati benedettini nel distruggere tutti i monumenti delle credenze pagane, ma non riusciamo a comprendere la smania di stritolare e alienare tutto ciò che ricorda il nostro retaggio archeologico, storico ed artistico da parte degli indigeni e loro associati: profanazione di siti di remotissime abbazie e conventi, alienazione di sculture e dipinti antichi, annientamento di pavimentazioni di ogni genere; facciate e  portali di edifici alto-medioevali, reperti archeologici, ecc.

Dopo milleduecento anni ed oltre, siamo arrivati noi sapienti e acculturati; i nostri avi erano ignoranti ..!!!!

Foto 4.3 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Muro del campanile. Documento fotografico, non buono, della pietra con epigrafe di epoca romana dedicata alla divinità pagana. Detta pietra, utilizzata nella costruzione della torre campanaria, certamente faceva parte di una della tante “are pagane” che i Benedettini, ovunque ponevano la loro dimora, provvedevano ad abbattere o distruggere.

Capitolo V

Sant’Elia e il fontanile

“Je scif(e) d(e) Sant(e) Glin(e)”

 

Fonti Storiche

Il 26 maggio 1359, Innocenzo VI, quando la sede del Papa, per i noti avvenimenti storici, si trovava ad Avignone (Francia) confermò con una Bolla, in altro capitolo evidenziata, la nomina dell’Abate di San Johannes de Collibus (oggi San Giovanni Valle Roveto) e della “Chiesa di Sant’Elia”.

La conferma dell’appartenenza del Convento di Sant’Elia, con i relativi beni, all’abbazia di San Giovanni, è evidenziato anche dal celebre “Libro Verde” dell’Archivio Vescovile di Sora, iniziato dal Vescovo Giovannelli nel 1612, in cui è detto: “San Giovanni di Morrea, chiesa curata, è trascritto l’Inventario delli beni stabili, et immobili della venerabile chiesa di Santo Giovanni dei Colli, Casale di Morrea, fatto per ordine del Rev. Don Benedetto Masio della Terra di Morrea et Abate di essa chiesa prefata, scritto per mano del Notaio Abbentio Testa”.

Nell’inventario del citato Archivio Vescovile, al primo posto del voluminoso elenco vi è l’appartenenza del cenobio di Sant’Elia alla parrocchia di San Giovanni de Collibus: “Una Grancia di detta Chiesa di San Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la chiesa del quale è roinata, però sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et Villa, siccome appare nel proprio inventario”.

Lassù, dunque, esisteva una Grancia Benedettina; fattoria del Monastero con dotazione di estesi terreni e poderi i cui raccolti e rendite venivano amministrati dall’Abbazia (Casa Madre) di San Giovanni Valleroveto.

Dunque, negli anni poco posteriori al Mille, anche Collelongo e Villa ricadevano sotto la giurisdizione dell’Abbazia di San Giovanni Valleroveto.

“Villa” è l’attuale Villavallelonga (1005m. s.l.m.), distante soltanto 5 km da Collelongo.

Tra le appartenenze, oltre alla Grancia citata, c’era: “un Prato nella montagna di Morreo detto, il prato di Santo Helia, dove sotto il detto Prato ci appaiono le vestigia della medesima Chiesa di Sant’Elia”.

Nel secolo XVII, secondo il documento dell’Archivio Vescovile di Sora, la chiesa di Sant’Elia non era più in piedi; nei secoli che vanno dal XIV al XVII, al pari dell’intera Valle Roveto, soffrì danni e sventure enormi cui deve aggiungersi anche il fenomeno del brigantaggio e l’ignobile trascuratezza delle umane generazioni.

Dette vicende storiche e, più propriamente, quegli antichissimi documenti potrebbero servire come punto di partenza per disquisire sulla secolare vertenza giudiziaria, intercorsa (non siamo sicuri se sia ancora finita) tra i comuni di San Vincenzo Valleroveto e Collelongo, circa l’appartenenza della fontana di Sant’Elia e sugli esatti confini della catena montuosa. Ci asteniamo dal farlo, non soltanto, perché non è questa la sede per emettere giudizi, ma anche perché non conosciamo gli esatti termini del contendere.

L’archeologia

Su Sant’Elia non crediamo sia stata detta l’ultima parola, come vorrebbe far credere, in buona fede, la buonanima del Prof. Don Gaetano Squilla quando scrive: “Il Monastero è una semplice memoria e della chiesetta sarebbe vana fatica ricostruire la pianta” ed ancora: “delle pareti forse spoglie, certamente disadorne e non affrescate“.

Siamo fermamente dissenzienti sulle conclusioni di Squilla e fortemente critici sulle tesi svianti di Don Dionigio Antonelli, citato nelle presenti note, per diversi ed importanti motivi che, se Iddio vuole, cercheremo di chiarire ed illustrare.

Negli elaborati dei predetti letterati tutto è riduttivo, sia sotto il profilo storico ed artistico, che su quello più specifico riguardante le dimensioni della struttura abbaziale.

Affermiamo questo perché in nostro possesso vi sono dei dati di fatto; materiale murario e fotografico che dimostrano l’esatto contrario di quanto è stato scritto.

Il buon Prof. Squilla, che prima di accingersi alla redazione dell’opuscolo sul “Fontanile di Sant’Elia” si recò personalmente sul posto, aveva l’animo sviato dalla precedente lettura del “Compilatio Decretorum Visitationum” dell’Archivio Vescovile di Sora e la sua gita fu, quindi, superficiale. Il documento citato, parla di una visita che il Vescovo Girolamo Giovannelli (quello che scoprì e traslò il Corpo di San Diodato) fece a San Giovanni de Collibus il 18 settembre 1617. Nella relazione che fece, il Giovannelli tra l’altro scriveva: “poiché la Chiesa di Sant’Elia sta sulla cima della montagna, e la via è aspra, il Reverendissimo sig. Vescovo nominò come visitatore Don Tomeo Gizzi, Arciprete di Balsorano, con tutte le facoltà, col mandato di riferire al più presto sulle condizioni della chiesa“.

Ve lo immaginate voi con quale animo il Gizzi, costretto dallo “scarica barile” del Vescovo Giovannelli, si accinge ad obbedire sobbarcandosi nell’impervia ascesa della montagna, che va dai 337 m. di Balsorano agli oltre 1500 m. di Sant’Elia?

Il risultato della visita e della conseguente relazione poteva darsi per scontata già in partenza: “La Chiesa di Sant’Elia è situata nel territorio di San Giovanni (grande scoperta!); è completamente diruta (perché), e appena è possibile vederne delle vestigia; vi sono cinque faggi, a capo della chiesa anzidetta, verso occidente sono visibili le vestigia di tre casette, tra le quali sono ora molti faggi (ma non erano cinque?) e all’intorno molti alberi. Vedendo la chiesa, risulta che essa fu lunga dodici passi e larga sei. La porta guarda occidente, mentre i muri sono rasi al suolo“:

Non vi pare splendido questo verbale di sopralluogo custodito nell’Archivio Vescovile di Sora?

Ma non è ancora più splendida la decisione del Vescovo, dopo aver letto lo scritto del visitatore Don Gizzi? “nel luogo ove si vedono le fondamenta della chiesa, com’è stato sopra descritto, sia collocata una Croce di legno, decorosa e molto alta (… tanto, mica pagava lui!), perché possa essere venerata dai passanti e possa restare il ricordo del Sacro Luogo, a spese del Curato ossia dell’Abbate di San Giovanni, a cui è unita la suddetta Chiesa di Sant’Elia, ecc.”

Noi aggiungiamo: “REQUIESCAT IN PACE AMEN”

Se solo fosse stato fatto il minimo sforzo che abbiamo fatto noi il 4 luglio 1991, nella gita molto motivata e interessata fatta a Sant’Elia, insieme all’ottantaduenne genitore, dopo 374 anni da quella visita famosa, sarebbe stata documentata una realtà molto diversa.

Bastava prendere un semplice bastone, rimuovere lo strato di foglie accumulatosi nei secoli e accorgersi che le “vestigia di tre casette” non erano altro che le tombe del cimitero del Convento, sito, appunto, ad est. Noi di casette di Don Gizzi ne abbiamo localizzate altre cinque, ma, purtroppo, molto prima di noi altri interessati visitatori avevano rovistato e fatto scempio degli antichissimi resti.

Si parla, infatti, dell’asportazione di teschi e stinchi umani da parte di studiosi (?) di Collelongo, ma l’omertà o il timore di guai giudiziari non ci hanno permesso di saperne di più. Come pure sarebbe stato possibile recuperare in mezzo a quell’ossario preziosissime monete d’oro (di quale epoca?), finite, purtroppo, nelle mani di ignari pastori della nostra terra d’origine San Giovanni Vecchio, che volgarmente se ne disfecero in cambio di chincaglieria propinata dal noto “Antonie je cioppe” di Sora. Ad Antonio “lo zoppo” nell’immediato dopoguerra, in cambio di profumate stecche di sigarette americane (è nostro personale ricordo d’infanzia), furono pure consegnati preziosi oggetti d’oro provenienti da “significative” soffitte rimaste in balia di “sciagurati nipoti”.

Tornando al cimitero di Sant’Elia, ci siamo chiesti ed i lettori certamente si chiederanno che cosa ci facessero delle monete nelle tombe. La spiegazione, forse, come sostiene il vecchio genitore dell’estensore di queste note, è da ricercarsi nell’usanza, ultramillenaria, di quelle genti di porre nelle tasche del defunto, prima della tumulazione, una certa quantità di denaro. Per pagarsi l’ingresso nel Regno dei Cieli?!!.

Non facevano, forse, altrettanto gli antichi Romani, gli Etruschi, gli Aztechi, gli Incas, ecc. sia pure con diverse modalità?

Altra domanda viene spontanea; com’è possibile in un cimitero di monaci una così smaccata forma di superstizione?

Una prima spiegazione potrebbe essere, come appresso accenneremo, che i conventi a quei tempi erano frequentati da personaggi diversi, ed anche dalla mentalità meridionale ed “Eduardiana”: NON È VERO MA CI CREDO.

Ancora adesso i nostri vecchi, sia pure molto furtivamente, prima che il becchino chiuda ed inchiodi la bara, depongono nelle tasche del caro estinto qualche spicciolo simbolico; l’abbiamo visto fare in occasione della dipartita dei nostri avi paterni e materni.

Ma, poi, perché stupirsi di tanto? Sentite cosa ci racconta in “Carlomagno” Donald Bullough: “da una parte vi erano le nozioni e le pratiche che erano ancora sopravvivenze pagane o pervertite superstizioni delle esigenze della Chiesa. Vi era, per esempio, l’uso longobardo pagano di mettere un guscio d’uovo fra le gambe dei morti, uso questo che ancora nel XVI secolo sollevava l’ira di San Carlo Borromeo, le rituali bevute nelle chiese o la circolazione di lettere che si dicevano cadute dal cielo, abitudine che fu violentemente attaccata in molti capitolari Carolingi. Il maggior livello raggiunto dal clero ordinario poté salvare i fedeli da questi o da altri errori simili, ma non poté certo eliminarli completamente“.

In altra parte abbiamo accennato all’uso dell’Oratorio della Chiesa di san Giovanni, come deposito di botti di vino ricavato dalle “terre del Sacramento”; uso rimasto in voga fino ad epoche relativamente recenti. Ci siamo chiesti e ci chiediamo ancora, se il deposito di vino era un’esigenza di spazio oppure un’esigenza rituale; propendiamo più per la seconda ipotesi che per la prima. Quale rimedio più efficace e più sicuro, di un fiasco di buon vino, alle sofferenze, alle ingiustizie e alle sopraffazioni?

L’uso spregiudicato degli edifici ecclesiastici, nell’epoca che andiamo raccontando, da parte degli uomini di chiesa, siano essi secolari o monastici, era una caratteristica costante. Gli officianti per accattivarsi l’assemblea dei fedeli si trasformavano in giullari raccontando barzellete, spesso oscene ed anche sceneggiate; tipica era la messa di Pasqua. La norma del “monacus, is qui luget” veniva di sovente dimenticata per trasformarla in “ioca monachorum” che comprendeva indovinelli, lazzi e licenziosità. Le autorità cercavano di eliminare il malvezzo con continue deliberazioni disciplinari; ne fa testo la “Collectio Hibernensis” dell’VIII secolo (anno 710) e centocinquanta anni dopo, nell’852 , il Vescovo di Reims (Francia) Hincmaro che diffidava i suoi preti dall’ubriacarsi e dal fare i buffoni. Ma le encicliche e le diffide delle autorità venivano allegramente disattese, se cinque secoli dopo (nel 1300) Dante si permise la reprimenda contro i preti buffoneschi:

“andate e predicate al mondo ciance […]

Ora si va con motti e con iscede

A predicare, e pur che ben si rida,

gonfia il cappuccio e più non si richiede”

(Paradiso, XXIX, vv. 109; 114-117).

Il fenomeno che andiamo citando, comune a tutta l’Europa, ebbe una durata impressionante nei secoli con le “jaculatores, scurrae, buffones” e con il titolo riassuntivo “risus paschalis”.

Figurarsi se S. Johannes del Collibus, patria dell’eccellente moscato, poteva sottrarsi all’allegra e spensierata usanza, che – tra l’altro – per usare una moderna citazione, funzionava come un buon “ammortizzatore sociale”.

Non si creda che tutto ciò sono ciance, è storia vera se andiamo a spulciare gli atti della Sacra inquisizione del 1500, zeppi di processi per “sollecitazione ad turpia dei fedeli da parte dei preti”.

E le sofferenze d’ordine materiale e morale erano enormi in quei tempi. Stiamo parlando dell’epoca in cui vigeva, tra l’altro, la legge della “corvée” (prestazione lavorativa gratuita) e la “JUS PRIMAE NOCTIS”: diritto che sarebbe spettato al signore feudale di passare la prima notte can la moglie del suddito, la quale non doveva essere stata violata, ma olezzante del fiore verginale e, pertanto, come si usa dire, non deflorata.

Abbiamo un po’ divagato; torniamo a parlare del Monastero di Sant’Elia e delle sue dimensioni che non erano così ridotte come si vorrebbe far credere.

Sempre col bastone di legno ed anche con le nude mani, abbiamo scavato e rovistato; oltre alle cinque tombe sopra menzionate, abbiamo trovato delle mura perimetrali larghe circa 75 cm., distanti tra loro, in senso orizzontale, circa 45 passi, mentre nel senso della profondità abbiamo contato 35 passi. Ma crediamo che non è tutto circoscritto in queste misure quello che si può trovare mediante un auspicabile scavo da parte della competente Soprintendenza Archeologica dell’Aquila.

Si dice che la storia dell’Alto Medioevo è oscura e non ben documentata, ma cosa si fa per progredire nelle conoscenze?

Perché un monastero a Sant’Elia

Un intero capitolo della Regola di San Benedetto è dedicato all’istituzione ed organizzazione di ospizi, o come si diceva in quei tempi “xenodochia”, nei valichi dei luoghi più impervi e solitari per dare ospitalità e rifugio ai pellegrini ed ai viandanti stanchi ed affamati. Il concetto di “sacer” è tipicamente benedettino, in quanto, per detto Ordine Monastico, nell’ospite e nel bisognoso si identifica il Cristo.

Sant’Elia, sia per la dislocazione geografica, per l’impervietà che per l’importanza del valico, risponde all’esigenza dettata dalla Regola Benedettina.

Il valico della montagna di San Giovanni, prima della costruzione della SS. 82 “Valle del Liri”, inaugurata dal Governo Borbonico (per scopi prevalentemente militari) nel 1844, e prima del prosciugamento della Conca del Fucino ad opera del Principe Torlonia fra il 1854 ed il 1878 (un primo prosciugamento, durato 11 anni di lavoro ed ultimato nel 52 d.C., fu compiuto dall’imperatore Claudio, ma nel IV secolo si ostruì il tunnel, lungo 5700m., fatto scavare sotto il Monte Salviano, per il deflusso delle acque nel fiume Liri, e le fertili pianure furono nuovamente sommerse) era l’unica via, per le genti della Valleroveto e delle Valle Sorana, che consentiva di raggiungere i paesi della Marsica, come Collelongo, Villa Vallelongo – Trasacco, Ortucchio, ecc.. Erano e sono, questi paesi molto importanti sotto il punto di vista commerciale, perché produttori di cereali, di patate rinomate, di fagioli, di ceci, di barbabietole, ecc..

Non era, quindi, un eremitaggio come vorrebbe far intendere il compianto professor Villa ed i suoi emuli successori, anche perché San Benedetto

“aveva fatto esperienza di vita eremitica, ma ne aveva avvertito presto la sterilità e ritrovando se stesso, aveva compreso quanto arbitrario fosse il virtuosismo degli asceti e quanto più utile potesse essere l’accoglienza dei bisognosi del proprio tempo, la salvezza dei valori umani creando nella tempesta del mondo alcune oasi di pace, meditazione e lavoro. Ad un eremita che aveva escogitato la penitenza di starsene incatenato ad un sasso, Benedetto diede questo consiglio: se sei servo di Dio, legati alla catena di Cristo, non ad una di ferro”.

(Brezzi: La Civiltà del Medioevo Europeo)

Qui di seguito narriamo un episodio molto significativo e rivelatore dell’importanza del Monastero – Abbazia di Sant’Elia; per esempio della millenaria storia del Monachesimo Benedettino in terra d’Abruzzo e che abbiamo cercato di illustrare (nei suoi resti) con documentazione fotografica sia pure dilettantesca.

Contrariamente a quanto scriveva Don Gaetano Squilla, diciamo che il Monastero era affrescato nelle pareti ed aveva dei marmi artisticamente scolpiti. Affermiamo questo per cognizione diretta. Il genitore di chi scrive fu testimone oculare, anni fa, dello scempio operato da una ruspa, manovrata da un abitante del luogo, sulle pareti o volta del tempio, nel tentativo, forse, di trovare qualche tesoro. Il tesoro, ovviamente storico – artistico, l’aveva sotto gli artigli dell’escavatore, ma quel signore, che pare abbia subìto qualche guaio giudiziario per l’insano gesto, era ben lungi dall’immaginarlo.

Nella casa paterna dello scrivente si trovano repertati (uno dei quali è frutto della ricerca effettuata nella recente gita del 4 luglio 1991) alcuni frammenti degli stucchi stritolati; essi sono affrescati con dei colori simili a quelli ammirati negli scavi di Pompei, come appunto il rosso pompeiano, il turchino ed il celeste. Sempre il genitore di chi scrive, affermava di aver avuto scrupolo a raccogliere, a quanto pare, un’acquasantiera o la cima di un capitello finemente scolpito.

Il lettore si chiederà cosa ci facesse il signor Degni Anacleto in quel posto, mentre si consumava un misfatto e se questi non era complice. Niente di tutto questo. Nei mesi estivi gli abitanti dei paesi che gravitano intorno al massiccio montuoso di Sant’Elia, di Serralonga e di Monte Cornacchia, portano al libero pascolo le mucche ed i cavalli, avvalendosi di quei famosi “usi civici”. Poi, in forma cooperativistica, si sottopongono a quei turni di vigilanza che, di solito, hanno la durata di 24 ore. Esiste ancora un rifugio fatto approntare dalla Guardia Forestale per trascorrervi la notte e per ripararsi dalle ricorrenti intemperie. I sorveglianti o pastori, nell’occasione, portavano in montagna anche l’asino che nell’ascesa serviva come cavalcatura e nel ritorno come mezzo di trasporto di una soma di legna da ardere. Il Degni nell’occasione, svolgeva il proprio turno di vigilanza alla mandria di mucche e, mentre l’escavatore era all’opera, si era portato al fontanile di Sant’Elia per abbeverare le bestie.

Ci si chiede come mai, se è vera la notizia dell’intervento dell’Autorità Giudiziaria nell’accaduto, la Sovrintendenza ai Beni Archeologici dell’Aquila non abbia sentito il bisogno di intervenire con i suoi mezzi e con i suoi esperti per portare alla luce un giacimento che risale ad oltre un millennio e che potrebbe aggiungere altro importante tassello all’oscura storia dell’Alto Medioevo. Quanto meno, si poteva recuperare il materiale venuto alla luce in occasione del misfatto. Ed i politici, più di uno nato nei paesi limitrofi alla zona di Sant’Elia, con incarichi (che avevano ed hanno) di notevole caratura nell’apparato statale, cosa ne pensano? Che cosa aspettano a far valere il loro prestigio per far giustizia storica e dare lustro alla loro terra natia?

Ecologia e ambientalismo

Hanno fatto realizzare una comoda strada asfaltata, ma per quali esigenze di ordine sociale? Per distruggere la fauna, la flora e gli antichi giacimenti archeologici.

Nella bella stagione i lussureggianti prati e gli antichi resti archeologici vengono invasi da autovetture di ogni tipo e cilindrata, mettendo la nostra ridente montagna in concorrenza con il Carnevale di Rio de Janeiro con i suoi canti, i suoi balli e le sue sagre di abbacchi, di castrati e chi più ne ha ne metta!

Altra strada carrozzabile, nel versante vallerovetano, è stata realizzata sventrando le balze del monte Colubrico in cui si rinvengono i millenari resti del Monastero di Santa Maria, ma non per arrivare ad essi. Dopo anni dalla sua realizzazione è ancora evidente la ferita inferta al patrimonio boschivo e sta a testimoniare quale danno di ordine naturalistico, ambientale ed economico può produrre l’insipiente megalomania di politicanti da strapazzo, per non dire altro.

La strada di Sant’Elia, se pur deleteria e da condannare, una sua logica l’ha perché porta ad una meta; quella che si diparte dall’abitato di San Vincenzo Vecchio dove porta? … nel “nulla”.

L’azione distruttrice dell’uomo ha stravolto il prezioso ambiente botanico di un tempo, come pure la permanenza in loco di specie animali rare che bisognava ad ogni costo proteggere per la straordinaria importanza naturalistica che questi monti rappresentavano e rappresentano nel contesto abruzzese; soprattutto nella considerazione della collocazione del massiccio ai margini del Parco Nazionale della nostra regione.

La notevole pressione antropica creata dalla via carrozzabile ha, infatti, distrutto la notevole ricchezza faunistica e la significativa presenza di uccelli stazionari e di passo: il picchio, l’upupa, il codibugnolo, la ghiandaia (“pica”), il rigogolo, l’averla e, in particolare, i rapaci notturni e diurni, che attualmente invano cercheresti, come pure il falco pellegrino, il gheppio, il biancone (aquila di media grandezza con apertura di ali oltre 150 cm.), lo sparviero, la poiana, il barbagianni, l’allocco, la civetta, l’assiolo, il picchio rosso ed il picchio verde.

Chi non ricorda, inoltre, in quelle radure ed in quelle sporgenze rocciose la presenza di starne e della splendida pernice e coturnice dal collare rosso?

I nostri pastori sono anche testimoni di incontri ravvicinati, in tempi che furono, con i lupi ed anche con l’orso bruno. Non esiste più ai nostri tempi, tale pericolo.

Come non pensare anche al corvo imperiale che esegue mulinelli nel cielo come in una danza gioiosa e spettacolare per poi picchiare improvvisamente ad ali chiuse?

Vi erano anche, ai tempi della nostra infanzia, le istrici, i ghiri, i tassi, le volpi, le donnole, le martore e le lepri selvatiche. Per quanto riguarda la flora, il ricordo va a quella abbondanza di lamponi, di more di rovo, di cornioli, di mirtilli e profumate fragoline, nonché fiori stupendi e preziosi come le peonie, gli agrifogli, gli anemoni, ivi comprese rare specie di orchidee.

Chi non ricorda l’abbondante produzione di piante medicinali, quali ad esempio la Belladonna, la Genziana lutea, la Valeriana, la Malva, l’Aconito, il Ginepro, il Vischio, il Sambuco, la Salvia, il Rosmarino, ecc.?

A proposito di piante medicinali, ricordiamo che esse costituirono, un tempo, fonte di lauto guadagno per le nostre genti, in quanto industrie farmaceutiche ne avevano propiziato il raccolto e l’acquisto.

Ricchi e gonfi sacchi di tela – juta venivano fatti ruzzolare a valle, attraverso gli scoscesi pendii delle balze montuose.

Ma, a che vale recriminare?

Le moderne culture ambientaliste fondano le loro radici in filosofie giacobine e roussoniane che, sotto il pretesto pseudoprogressista, hanno inquinato l’uomo moderno, l’ambiente, il territorio e, quindi, l’intero “orbe terraqueo” con le loro ideologie di ordine storico e politico.

Il territorio deve essere governato in un rapporto reversibile di rispetto, affinché il popolo possa fruirne nell’armonia di tutti i suoi bioritmi, privilegiando i valori della tradizione e della conservazione.

Figuriamoci se uomini legati a sterili sindacalismi ambientalisti sinistroidi, possono recepire il concetto filosofico della “pulchritüdo” culturale e scientifica in campo biologico e, allo stesso tempo, trascendentale.

Capitolo VI

Monastero di Santa Maria dell’Ecclesia

San Johannes De Collibus e “Je Casteglie”

Archeologia e Via Crucis

Oltre a Sant’Elia, di cui è oggetto il capitolo precedente ed il trattato del Rev. Don Gaetano Squilla, esistevano altri due conventi alle dipendenze dell’Abbazia “San Johannes de Collibus” e precisamente, uno nella località Santa Maria, del monte Colubrico, a metà strada tra l’abitato di san Giovanni e Sant’Elia stesso, ad est degli abitati di san Vincenzo e Morrea. Vi si accede attraverso la mulattiera che si dipana nel letto di un vallone, che parte dalle falde e porta alla sommità del monte “Mattone”, e alla fontana di Sant’Elia.

È sito sul versante sinistro del canalone; dopo una breve ascesa, tra sterpi e pietrame, ci si trova in una radura in cui sono ancora visibili i basamenti di un altare e le formelle, scavate nella viva roccia, in cui venivano infisse le “stazioni” della Via Crucis.

L’altro convento, invece, sorgeva a fondo valle, nei pressi dell’alveo del fiume Liri e della SS. 82 “Valle del Liri”, in località Santa Caterina. Di detto convento c’è solo la memoria della tradizione popolare e, a quanto pare, anche qualche mattone e pietra dissepolti dagli aratri. Pietre squadrate sono visibili ove adesso hanno creato un deposito di rifiuti urbani.

Alla stessa stregua di quanto praticato per il Monastero di Sant’Elia, il 5 luglio 1991, questa volta non in macchina, ma con il “cavallo di San Francesco” (a piedi … per intenderci) di buon mattino, imprudentemente in compagnia dell’82enne genitore quasi completamente cieco e sordo, ci siamo inerpicati per circa 950 m. dell’altra collina che sovrasta gli abitati di San Giovanni, San Vincenzo e di Morrea.

A mezza costa, sbuffando e sudando maledettamente, finalmente ci apparve la conca, una volta fertile, di Santa Maria; e ora ricoperta di alte siepi e robuste ginestre, meravigliosamente fiorite in occasione della nostra visita, mentre i pendii a nord, a est ed a ovest sono ricoperti da una fitta macchia di piante di leccio.

Avanzando carponi, simili a cinghiali (le cui visibili tracce erano evidenziate da freschi scavi per la ricerca di tuberi) nelle direzioni preziosamente indicateci dal vegliardo “cicerone”, abbiamo potuto rinvenire i millenari resti archeologici costituiti dalle formelle della Via Crucis e dai resti murari dell’altrettanto millenario Monastero, le cui misure approssimativamente da noi documentate sono: lunghezza 28 passi, larghezza 12 passi.

Le formelle della Via Crucis, per chi volesse avventurarsi per la loro ricerca, sono rintracciabili a metà percorso della china del monte, a sinistra di chi guarda la conca della località Santa Maria, mentre le mura del Monastero, nascoste da fitte piante di leccio, sono visibili in località dirimpettaia. Le buche della Via Cricis sono state ricavate, mediante scalpelli, nelle gobbe emergenti di una lunga teoria rocciosa.

Intorno al Monastero, in un raggio di 50 mq. circa, abbiamo notato qualche pietra ben squadrata (che abbiamo anche fotografata) ed anche qualche frammento di mattone, d’impasto rosso, cotto in fornace, di modeste dimensioni (10 cm. circa) consunto dalle intemperie dei secoli trascorsi.

“VESTIUM VEPRIBUS ET DUMETIS INDAGAVI SEPULCRUM”: riuscii a rintracciare un sepolcro ricoperto da rovi e da cespugli (Cicerone).

Anche questi ritrovamenti dimostrano che la Chiesa “San Johannes de Collibus” aveva un’importanza superiore alle altre chiese del circondario. Essa, infatti, aveva un ordinamento ed uno statuto a se stante; dal fatto che non è menzionata nell’Archivio Vescovile di Sora prima del 1591 (ACVS); dal fatto che prima della suddetta data non vi è alcuna notizia storica che faccia presumere che dipendesse giurisdizionalmente da Sora, come invece lo erano le vicinissime chiese di San Nicola di Balsorano, san Pietro di Morrea, San Benedetto di Civitella, ecc..

(AMC: REGISTRUM CONVENTUS)

Se il Vescovo di Sora aveva il diritto di esigere i canoni ed i censi annui delle chiese del circondario, mentre ne era esclusa quella di San Giovanni Vecchio, una ragione plausibile ci deve pur essere. Qual è questa ragione, se non quella relativa alla sua completa autonomia religiosa ed amministrativa, sulla quale solo il Papa poteva interloquire?

A comprova di quanto andiamo argomentando dobbiamo ancora una volta citare i documenti relativi ai “FRUCTUS MALE PERCEPTI” dell’Ecclesia Sanctorum Helye et Johannis de Collibus. ce monastica attribuita a Sant’Elia di San Giovanni Vecchio, vogliamo dire che dalla cima del monte che sovrasta il Prato di Sant’Elia, si domina la Valle del Fucino e, ad occhi nudi, si può ammirare la benedettina Santa Maria di Luco. Il Leone Marsicano che sapeva tutto di S. Maria di Luco, che è ad un tiro di schippo dall’antico convento di Sant’Elia, vi pare possibile che avesse ignorato l’esistenza di un Santo Eremita vissuto in quella montagna?

Notizie storiche

Quale notizia storica abbiamo del Monastero della montana località Sangiovannese “Santa Maria”, che con tanto puntiglio abbiamo voluto documentare individuandone i resti archeologici?

Nell’Archivio di Montecassino è detto che nel 1089, alla presenza del vescovo sorano Roffrido, Gentile e Trasmundo (Conti dei Marsi) donavano a Montecassino la chiesa di San Nicola di Balsorano, la chiesa di Santo Stefano in Rivo vivo (Roccavivi) e le chiese di Santa Restituta e di Santa Maria in Morrea. All’epoca, il nominato Gentile, era anche conte della vicina Balsorano).

Non c’è da stupirsi se Santa Maria viene localizzata in Morrea, perché il suo territorio era così vasto che fino a tre secoli fa i paesi di San Vincenzo e di San Giovanni Valleroveto venivano chiamati casali di Morrea.

Sempre Don Gaetano Squilla scrive:

le chiese di San Nicola, di Santo Stefano, di Santa Restituta e di Santa Maria hanno avuto una tradizione ed una storia nei secoli posteriori: di esse solo Santa Restituta in Morrea resta ancora in piedi, le altre sono oggi un lontano ricordo…, purtroppo le notizie non sono sempre chiare e i piccoli documenti a nostra disposizione non ci danno la possibilità di meglio illustrare quell’epoca lontana; ma è certo che una grande fede fu alla base di quella società e che la nostra Valle, pur risonante continuamente di armati in cerca di preda e di conquiste, scrisse pagine di intenso fervore religioso, fiduciosa in tempi migliori”.

Santa Maria, che è alla sommità di quel monte alle cui falde c’è lo storico Romitorio di san Vincenzo Vecchio, è quella chiesa (anch’essa Romitorio) che il Don Gaetano Squilla, dichiara essere impossibile individuare, ma che è menzionata da Ferdinando Ughelli in “Italia Sacra“:

privilegio di Pasquale II al Vescovo sorano Goffredo, del 9 febbraio 1110, con queste testuali parole… In valle sorana Ecclesiam S. Petri et S. Donati, plebem S.Mariae (sic!) ecc. . Santa Maria, sarà, nei secoli posteriori, riscontrabile in tanti privilegi pontifici ed imperiali“.

La tradizione popolare e qualche antica pergamena non compiutamente decifrata per la sua collocazione geografica, ci parlano di convento prettamente femminile, retto da una Badessa; molti conventi e monasteri del periodo longobardo erano retti, infatti, da nobildonne quasi sempre

Come è possibile, quindi, condividere la tesi secondo cui il fenomeno eremitico, intorno al mille era “circoscritto al Sorano e al Verolano”? Non è vero, forse, che i nomi delle chiese di San Nicola di Valle Sorana (Balsorano), di San Benedetto a Pascusano di Civitella Roveto e di Sant’Angelo di Pescocanale, figuravano incisi nelle porte di bronzo del Monastero di Montecassino già dall’anno 1066, periodo in cui governava l’Abate Desiderio? Cos’erano dette chiese se non delle grancie eremitiche della vasta provincia Benedettina?

(Gattola : Ad Historiam Abbate Casinensis ..)

Don Gaetano Squilla, nella sua opera “Valle Roveto”, parlando della seconda metà del secolo X in relazione alle prime chiese della Valle Roveto e del ricco Monastero Benedettino di Santa Maria di Luco, così come risulta da Leone Marsicano, scrive:

L’esistenza di non poche chiese e la presenza dei Benedettini con numerose grancie in Valle Roveto ci confermano che il sentimento religioso prima del mille era già profondo nella nostra popolazione …“.

A proposito, poi, dell’ignota “matri di provenienza patrizia.

Quell’epoca tanto lontana e poco documentata potrebbe essere meno confusa e più leggibile solo se lo si volesse, mediante scavi archeologici e rilievi fotografici, da affidare, possibilmente, ad organizzazioni giovanili, in possesso di titoli di studio specifici, i quali, ai nostri giorni, vegetano in attesa di qualche occupazione che poi, se verrà, non avrà forse, alcuna attinenza con la loro specifica competenza culturale.

“Je casteglie” (Il castello)

TITO LIVIO riferisce che nel 346 a.C. Publio Cornelio, nella guerra condotta dai romani contro i Volsci, espugnò un forte in Valleroveto, da lui definito “Castellum ad lacum Fucinum“, facendo tremila prigionieri.

Secondo lo scrittore G. Grossi detta località è da ubicarsi nella parte abitata dai Volsci in Valleroveto, nel territorio compreso tra San Giovanni e Sora.

Se così stanno le cose, il “Castellum ad lacum Fucinum“, non può che identificarsi nel nostro castello o meglio “Je Casteglie”, monte dirimpettaio della località Santa Maria, che sovrasta il nostro abitato di San Giovanni Vecchio.

All’epoca in cui si svolsero i fatti, l’unica strada in Valleroveto che giungeva a Sora e ad Atina, passava a mezza costa del versante orientale collegando Balsorano Vecchio, San Giovanni, San Vincenzo Superiore, Morrea, Civita d’Antino, Casale di Civitella Roveto, e Capistrello.

Per chi voleva raggiungere le città della Marsica e quelle Eque (Alba Fucens) il percorso più breve e logico era quello che da San Giovanni, passando per il castello, raggiungeva la cima del monte “Mattone” con la Fonte di Sant’Elia, e da qui il versante opposto della Marsica (ad lacum).

Nella cima della montagna, in località Sant’Elia, dove vi è, appunto, una sorgente di acqua ristoratrice, molti secoli dopo, la grandiosa e munifica organizzazione Benedettina edificò il suo Monastero aut “XENODOCHIUM” (oggetto del precedente capitolo), allo scopo di assistere e rifocillare gli stremati viandanti come prescrive la relativa Santa Regola.

Sono, queste, fonti storiche certe, come è certo che solo nell’anno 100 d.C., una strada di fondovalle fu fatta costruire da Traiano.

Tornando a “Je Casteglie”, ai nostri giorni, si scorgono ancora tracce di antiche fortificazioni a quota 1105 posta a nord del paese di San Giovanni, sotto Colle Mattone, lungo il vallone che porta alla fontana e prati di Sant’Elia ed al valico della guardiola di Collelongo.

L’episodio della battaglia in cui i Romani, nel 346 a.C., espugnarono il castello “AD LACUM FUCINUM“, di cui parla Tito Livio, è stato oggetto di varie e contrapposte interpretazioni di diversi storici, ivi compreso il De Santis e, per ultimo, il compianto Prof. Don Gaetano Squilla nell’opera: “Valle Roveto”

Tra l’altro, Don Gaetano, memore di quanto aveva già scritto nell’altra opera “Il Fontanile di Sant’Elia”:

Il Fontanile di Sant’Elia si trova a circa 1500 metri. Ci troviamo ad uno dei punti più bassi della catena orientale della Valleroveto: era la zona montuosa che poteva dare un passaggio meno difficile a chi intendeva da Balsorano o da san Vincenzo Valleroveto valicare i monti e recarsi a Collelongo, a Villavallelongo o al Fucino… In quella gola, attraversata da un’erta e scoscesa mulattiera, ecc.”, per il remotissimo episodio storico così si esprime: “e quale difficoltà vi sarebbe se il castello fosse collocato più a sud di Civitella Roveto? (tesi del De Santis). Forse in località non troppo lontana da Balsorano? Si tenga fermo che Balsorano è la corruzione di “Valle Sorana”, che Sora fu una città Volsca e che il territorio di Balsorano poteva benissimo appartenere ai Volsci“.

Infatti, Balsorano confina con San Giovanni Vecchio, le cui località sono raggiungibili a piedi in poco tempo e “Je Casteglie” che sovrasta l’abitato di San Giovanni è posto all’imboccatura di quel canalone, in cui si dipana quella mulattiera per raggiungere Sant’Elia, dalla cui cima si scopre tutta la conca del Fucino. Altro sentiero, dal Castello di San Giovanni porta al Castello di Balsorano Vecchio

 

 

Foto 6.1-2 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Resti dell’abside del millenario monastero Benedettino, rintracciabili nella località montana “Santa Maria”. Questo  monastero alto-medioevale era riservato alle sole donne ed era retto da una badessa di casato nobiliare.

Foto 6.3-4 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Località Montana “Santa Maria” – Millenari resti murari del Monastero Benedettino.

Foto 6.5-6 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Località Montana “Santa Maria” – Resti dell’antichissima Via Crucis, le cui formelle sono state scavate nella viva roccia.

Foto 6.7 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Veduta parziale della radura di “Santa Maria”, sulla cui sinistra sono rintracciabili le formelle della millenaria Via Crucis e sulla cui destra sono visibili i resti murari dell’altrettanto millenario Monastero. Tra i ginepri carichi di bacche rosse, si noti più lontano, al centro della conca, la stupenda fioritura delle ginestre.

Foto 6.8 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Colle Santa Maria – sullo sfondo si erge “Colle Mattone”, sul cui versante sinistro vi sono i ruderi del Monastero di Sant’Elia ed il relativo fontanile.

Capitolo VII

San Gioacchino

Foto 7.1 – San Giovanni vecchio (AQ) – Statua di San Gioacchino che è comprotettore unitamente a San Diodato.

Perchè patrono

È comprotettore unitamente a San Diodato il veneratissimo San Gioacchino per i motivi che appresso illustreremo.

Nel 1867 in San Giovanni Vecchio Valleroveto scoppiò una tremenda epidemia di colera. Una donna di nome Neri Katia (chissà come mai un nome così sofisticato in un borgo dalle tradizioni tanto semplici) sognò che mentre si recava in campagna e giunta in località “Chiuse” ebbe l’incontro con un signore al cui braccio pendeva un cesto di vimini; lo stesso sconosciuto si chinava e dopo aver raccolto dei fiori ne sceglieva i più belli depositandoli nel cesto, mentre i rimanenti li gettava via.

Tale sogno si ripetette per ben tre notti, fino a quando la buona Katia chiese al personaggio il motivo del suo agire così misterioso. Lo stesso le rispose che i fiori più belli erano le anime candide destinate al Regno dei Cieli, mentre i fiori non belli erano le anime impure destinate all’eterna dannazione. La donna udendo parole così tremende, chiese al viandante chi fosse. Senza esitazione l’interpellato le rispose: “IO SONO GIOACCHINO. Se volete che il colera cessi raccomandatevi alla protezione di San Gioacchino, facendo penitenza ed organizzando una grande processione per le vie del paese”.

Appena sveglia la signora Katiuccia si recò immediatamente alla canonica e raccontò al parroco e a tutti i vicini il sogno delle tre precedenti notti.

Il popolo di San Giovanni diede subito vita ad una solenne processione penitenziale ed il colera, come d’incanto, cessò nel giro di qualche giorno e la notizia della guarigione di tutti i malati si diffuse in tutta la Valleroveto.

Su iniziativa della famiglia Moro, si fece una colletta e, da un artista napoletano fu fatta scolpire la statua raffigurante il Santo, a cui fu anche dedicato un altare.

Sia la statua che l’altare sono ancora venerati al lato destro dell’ingresso principale della Chiesa.

Inoltre, fu deciso di celebrare solennemente la ricorrenza, fissandone i festeggiamenti alla terza Domenica di Ottobre di ogni anno. Tale festa, da quell’epoca, è stata sempre rispettata e solennizzata.

Il miracolo, di cui abbiamo fatto cenno, è illustrato nella lapide marmorea posta sul piedistallo in cui è sita la statua di San Gioacchino.

Il colera fu di tali proporzioni che il Governo inviò sul posto una compagnia di soldati, per la sepoltura dei cadaveri e per l’assistenza agli ammorbati. Il comandante delle truppe, che era stato accompagnato dalla consorte, ebbe la sventura di perderla perché era rimasta contagiata dal morbo e la salma venne tumulata nel cimitero approntato nelle vicinanze, o meglio, attiguo al lato ovest della Chiesa Parrocchiale.

È da notare come anticamente non esistevano cimiteri distanti dai centri abitati. Originariamente vennero utilizzate apposite tombe scavate nei sotterranei delle chiese e, successivamente, in luoghi a stretto contatto con il luogo sacro. Altro dato, questo, che colloca il nostro tempio come data di nascita in tempi lontanissimi e ultra millenari.

Molte volte, infatti, in occasione di lavori pubblici relativi alla pavimentazione della piazza antistante la chiesa parrocchiale, sono affiorate ossa umane anch’esse rivelanti precisa datazione.

A proposito del colera, sentite cosa scrive nella sua tesi di laurea il Dr. Danilo Vernarelli nostro parente e compaesano:

Il 1867 però, anche se poco operativo per quanto attiene ai briganti, fu tristemente ricordato come “l’anno del colera”. Questa epidemia si sviluppò tanto rapidamente che il numero degli abitanti della valle diminuì sensibilmente in poco tempo. In un rapporto di un medico militare si riportava, per esempio, che la popolazione di San Giovanni che negli anni precedenti “ammontava a circa 700 abitanti è scesa ora a circa 300, gli altri chi morti chi fuggiti in paesi distanti. Lo stesso vale anche per altri paesi. Il dottore nel rapporto esprimeva dure critiche sull’inerzia delle autorità civili che lasciavano la gente indigente e malata senza aiuto. Mi sembra opportuno riportare un documento che, a mio avviso, illustra tutta la drammaticità della terribile epidemia:

“Non bastava il brigantaggio, non bastava la guerra da poco cessata, doveva sopraggiungere anche questo flagello a mietere altre vittime. E ben più tremenda era questa morte che arrivava inaspettata, fra spasmi atroci, senza alcuna speranza di poterla scongiurare. (…) La desolazione in quella valle era al colmo e non solo la gente dello stesso paese negava soccorso, ma gli individui della stessa famiglia s’abbandonavano in preda al male, e i genitori agonizzanti erano dimenticati dai propri figli per il timore del contagio. Per le strade, nelle case, vi erano cadaveri abbandonati, e i contadini fuggivano dai loro tuguri (…). Ma non era così per i soldati; fermi al loro posto accorrevano ovunque richiedeva il bisogno, porgevano le cure agli infermi e seppellivano i morti”.

Il contagio durò sino al 1868.

San Gioacchino è anche protettore unico di San Giovanni Nuovo, sorto a valle, vicino alla strada statale ed al fiume Liri, in seguito al terremoto del 13/01/1915; lo festeggia contemporaneamente alle solennità celebrative di San Giovanni Vecchio.

In proposito ci vorremmo permettere di fare una proposta, che susciterà polemiche, tendenti ad eliminare antipatici ed inutili campanilismi da sempre esistenti tra le due consanguinee popolazioni.

Premesso che è giusto e doveroso che entrambi i centri abitati continuino a ricordarsi con gratitudine di San Gioacchino, ci si chiede perché non farlo in date diverse. L’antico calendario liturgico fissa la solennità del Santo il 16 Agosto. Anche se questa non è la luttuosa data del colera che afflisse il nostro popolo, potrebbe essere una data adatta a San Giovanni Vecchio, non solo perché essa eliminerebbe i su accennati attriti e campanilismi, ma anche perché:

  1. permetterebbe la partecipazione reciproca e scambievole alle due popolazioni;
  2. la data del 16 Agosto sarebbe più congeniale alle caratteristiche dei festeggiamenti del vecchio paese; caratteristiche che qui di seguito illustreremo;
  3. si avrebbe la partecipazione più numerosa degli oriundi Sangiovannesi perché la festa cadrebbe nel periodo delle ferie e non verrebbe “vanificata”, come spesso accade, dalle avversità atmosferiche.

Festeggiamenti

La festa è caratterizzata da due diversi svolgimenti; uno di carattere religioso e l’altro più strettamente ricreativo e mitologico.

Si inizia con i divertimenti della serata del sabato. Essi si svolgono non nella piazza “grande” antistante la chiesa parrocchiale, ove si celebrano i festeggiamenti in onore di San Diodato, ma nella caratteristica piazzetta, poco più a monte, che si trasforma per l’occasione in un vero e proprio salotto.

Un’orchestra folcloristica allieta la serata mentre tutto il popolo partecipa con balli di liscio, tarantelle e quadriglie.

Alla fine della serata, come d’incanto, appare tra la folla la cosiddetta “Mammoccia” che rappresenta una rozza signora, il cui scheletro formato da stecche è rivestito da carta colorata e da policromi bengala.

Nell’interno della “Mammoccia”, catalizzatrice della serata, si nasconde un provetto ballerino che guadagna il centro della piazzetta e, accompagnato dall’orchestra, inizia una solitaria danza sfrenata, mentre il popolo forma intorno ad essa un cerchio, tenendosi per mano e accompagnandone festoso le movenze.

Quelli che non partecipano al cerchio danzante fanno da corona tenendo in mano torce con bengala, fino a quando qualcuno non da inizio all’accensione delle micce sporgenti dalla “Mammoccia”, preludio all’incendio definitivo della stessa. Il temerario ballerino, all’interno della brutta signora, continua il suo ritmo forsennato fino a quando le fiamme ed i botti non lo costringono alla precipitosa fuga. Intanto la “Mammoccia”, abbandonata al suolo priva di “anima”, brucia e muore in mezzo ad una nuvola di fumo che ha invaso l’intera piazzetta; il fuochista da inizio all’accensione di mortaretti che inviano in aria festosissime e colorate “granate”.

Gli involucri cartacei attorcigliati esplodono la loro rabbiosa furia abbagliante e sfavillante, sfrigolando, furoreggiando ed imbizzarrendosi. Poi, un’esplosione più potente delle altre pone fine ai giochi pirotecnici (il cosiddetto “colpo scuro”).

Tra l’invadente ed acre nuvola di fumo, dal sapore di pece e polvere bruciata, è palpabile l’ilare soddisfazione degli spettatori, i quali esclamano ed applaudono dando segno di consenso ed approvazione.

I ragazzi, invece, quasi giocando a rimpiattino, si rincorrono a vedere i mozziconi fumiganti e la spettrale armatura dell’agonizzante “Mammoccia”.

A questo punto un interrogativo: quale attinenza ha la “Mammoccia” con la festa di San Gioacchino?

Abbiamo accennato poco innanzi al risvolto di carattere mitologico e così è infatti. “Mammoccia” equivale a “Mammona”: idolo siriano della ricchezza e del demonio? “Non si può servire Dio e Mammona

San Gioacchino liberò San Giovanni Valleroveto dal terribile morbo della peste. Cos’è il peccato se non la peste dell’anima e l’espressione del demonio sotto le vesti di “Mammona”?

Si brucia così ogni afflizione di carattere morale e materiale, ivi compresa la scalogna, o come usa esprimersi l’attuale gioventù, la perfida “sfiga”.

In buona sostanza, la corale adunanza dell’intera popolazione nella piazzetta – salotto del piccolo borgo è quel “Sabato del villaggio” dai caratteri esorcistici particolari, implicanti un itinerario di fede lastricato di mistero e magia.

Esorcismo era un rito lustratorio tra le antiche genti, con il quale, servendosi appunto di formule, gesti ed oggetti usati all’occorrenza dal santone di turno, si scongiuravano i malefici influssi spiritici. L’esorcismo è praticato anche, in modo consono e salvifico, nella Chiesa Cattolica; esso si estrinseca in quei scongiuri che il ministro, debitamente autorizzato, fa in nome di Dio autoritariamente contro il demonio affinché abbandoni le persone da esso possedute e cessi d’infestare cose animate ed inanimate.

Risulta evidente, dopo questo discorso sui risvolti di una festa, lo splendido equilibrio, posto in essere dal popolo Sangiovannese tra sacro e profano, in assenza di una profittevole e santificante gestione parrocchiale atta ad evitare che la fede non restasse nel solco dell’ortodossia teologica e si appannasse nel corso dei secoli.

L’usanza della “mammoccia” non è in Abruzzo esclusiva di San Giovanni Valleroveto; in Civitaquana (PE), paese nei pressi del massiccio della Maiella, ad esempio, in occasione della festa del patrono Sant’Egidio del primo settembre, si ripete il nostro rito. Si tratta del ballo di una pupa alla finestra, che è di cartapesta ed alta addirittura tre metri, con in capo un girello di fuochi artificiali ed altri intorno alla cornice. La pupa che porta le braccia sui fianchi, veste una gonna con un cerchio all’interno, ma a differenza della nostra, ha un volto bellissimo.

Dunque così si svolge la festa civile, in San Giovanni Vecchio, mentre quella religiosa ha inizio di buon’ora all’indomani con mortaretti o “colpi scuri”; si prosegue con la Santa Messa mattutina e confessioni; arrivo della Banda Musicale che fa il giro del paese; Santa Messa solenne con panegirico a mezzogiorno; solenne processione con San Gioacchino e conclusione con gli immancabili e formidabili fuochi artificiali.

Sarebbe in armonia, l’aspetto civile della festa con quello religioso, se, a nostro modesto parere, negli ultimi tempi non fossimo andati un poco fuori del seminato, con qualche propensione al becero. In particolare, c’è sembrata fuori luogo l’esibizione della deteriore volgarità cabarettistica da parte di qualche sedicente “presentatore”, oltretutto, profumatamente remunerato.

Non siamo bigotti o moralisti, ma certe amenità fuori luogo vorremmo vederle, sperimentate e profferite in ben altri contesti.

La nostra non vuole essere una critica distruttiva o un rimprovero, ci mancherebbe altro; per prima cosa non ne abbiamo il titolo, ma, soprattutto, perché la disinteressata abnegazione degli organizzatori va lodata e ringraziata. Ci permettiamo dare soltanto qualche consiglio costruttivo, dettato dall’amore a quelle radici che ci legano e ci coinvolgono appassionatamente a questo amato “suol natio”.

Chi è San Gioacchino

San Gioacchino, marito di Sant’Anna, è il padre di Maria Vergine, la Madonna e, quindi, il nonno di Nostro Signore Gesù Cristo e, quindi, suocero di San Giuseppe.

San Gioacchino, comunque, non ebbe la fortuna di vezzeggiare e godersi su questa terra le soavi carezze ed i trastulli dell’Onnipotente suo nipote, fattosi uomo fra gli uomini, perché non ne ebbe il tempo. Da che cosa deduciamo tutto questo? “Gioacchino ed Anna trascorsero in casa loro circa vent’anni di casto matrimonio, senza creazione di figli”.

Quindi se è vera la notizia dei due successivi matrimoni di Sant’Anna, la morte di San Gioacchino dovrebbe essere avvenuta in età relativamente giovane. Infatti, Sant’Anna, che è protettrice delle gravide, degli educatori, delle lavandaie, delle vedove, dei muratori e dei naviganti, dopo aver partorito la Vergine Santissima rimase vedova, una prima volta di Cleofa da cui ebbe una seconda Maria (madre di Giacomo, Simone, Giuseppe e Giuda) e si rimaritò una terza volta con Soloma da cui ebbe una terza Maria, Madre di Giovanni e Giacomo.

Il sommo poeta Dante, nella sua opera “Convivio” così si esprime: “…Cristo, figliuolo del sovrano Dio e figliuolo di Maria Vergine (femmina veramente e figlia di Joacchino e d’Adam)”; ed ancora, in altra parte della stessa opera letteraria, là dove contesta la definizione che della nobiltà aveva dato Federico II, aprendo una digressione in cui raffigurava con espressioni solenni la necessità e la provvidenzialità dell’Impero, tra l’altro, scrive: “…e però che anche l’albergo dove il celestiale rege intrar dovea, convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima ne la quale (……) nascesse una femmina ottima di tutte le altre, la quale fosse camera del figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David …”. Perché figlia di Adamo? Il poeta voleva rafforzare il concetto di persona appartenente veramente al genere umano.

San Gioacchino è quindi della stirpe di Davide dell’Antico Testamento, “mondissima”, “purissima” e “santissima”.

Nei secoli passati, il culto di san Gioacchino è stato di notevole spessore, se si considerano i tantissimi personaggi che si sono onorati nel portarne il nome. Ecco qui di seguito qualche significativo esempio:

  1. Gioacchino Pecci che il 20/02/1878 veniva eletto Papa prendendo il nome di Leone XIII; era nato a Carpineto Romano nel 1810 e morì a Roma nel 1903.
  2. Gioacchino da Fiore (Celico, Cosenza c. 1140 – San Giovanni in Fiore 1202), monaco cistercense, profeta ed esegeta; eremita nella Sila, dove fondò un eremo ed un ordine detto “Florense”; profetizzò una terza epoca, l’epoca dello Spirito, antecedente la venuta dell’Anticristo e il giudizio finale di Dio. I suoi seguaci si chiamarono “Gioachimiti”.
  3. Gioacchino Murat (Labastide-Fortniére 1767 – Pizzo Calabro 1815) Fu re di Napoli, aiutante di Napoleone nelle Campagne d’Italia e d’Egitto, nel 1800 sposò Carolina Bonaparte, fu Presidente della Repubblica Cisalpina dopo, Marengo, nonché governatore di Parigi e Maresciallo dell’Impero. A Pizzo Calabro fu catturato dai Borboni e fucilato.
  4. Gioacchino Rossini (Pesaro 1792 – Passy 1868), musicista. Cominciò giovanissimo a comporre, diventando in pari tempo famoso in tutto il mondo, dominando tutta l’opera lirica della sua epoca. Fu il rinnovatore dell’opera settecentesca, con il suo stile brioso fatto di slancio e dinamismo che trasfuse e permeò il melodramma dell’ottocento. Famose le sue opere: TANCREDI(1813) – L’ITALIANA IN ALGERI (1813) – IL BARBIERE DI SIVIGLIA (1816) – CENERENTOLA (1817) – LA GAZZA LADRA (1817) – MOSÈ IN EGITTO (1818) – SEMIRAMIDE (1823) – IL CONTE ORY (1828) – GUGLIELMO TELL (1829) – Compose anche uno STABAT MATER (1848) ed una piccola MESSA SOLENNE (1864).
  5. Gioacchino Belli (Roma 1791 – 1863), poeta dialettale, impiegato del governo pontificio. Ammiratore del Porta rappresentò con tratti amari e sarcastici la vita ed i costumi del popolo romano del suo tempo, pur scrivendo contemporaneamente, in lingua, poesie di stile accademico “SONETTI ROMANESCHI” (1819 – 47).

È difficile trovare notizie di San Gioacchino nei testi ufficiali della storia della Chiesa Cattolica, né tanto meno nei quattro Evangeli, nelle Lettere degli Apostoli o nell’Apocalisse.

Le uniche fonti le rinveniamo ne “I vangeli Apocrifi” curato da Marcello Craveri; in primo luogo su quello di San Giacomo e, quindi, su quello dello Pseudo-Matteo, su quello dello Pseudo-Tommaso “Libro sulla Natività di Maria” e, infine, sul “Vangelo dell’infanzia Armeno” riportiamo gli stralci più significativi con le relative note bibliografiche, soltanto per quanto riguarda il testo di San Giacomo.

Il protovangelo di Giacomo è uno scritto apocrifo, cioè non riconosciuto ufficialmente dalla tradizione della Chiesa ma scritto assai antico fra il II ed il III secolo d.C.. In questo scritto i genitori della Madonna compaiono con i nomi Gioacchino ed Anna. Altri vangeli apocrifi indicano Gioacchino con il nome di Sadoc, oppure Gionachir, oppure Liagim.

Il culto di San Gioacchino è antichissimo in Grecia. Nel IV secolo, in Gerusalemme fu costruita una chiesa sul luogo dove presumibilmente furono sepolti Lui e Sant’Anna. In oriente il suo culto è fissato al 9 di settembre giorno successivo alla Natività di Maria. In occidente solo a partire dal XV secolo si inizia a festeggiare San Gioacchino prima alla data del 16 Settembre, poi il 9 Dicembre ed infine il 16 Agosto.

Il protovangelo di Giacomo, molto vivo nella tradizione popolare, attribuisce a San Gioacchino e a Sant’Anna il nome della Madonna che è Maria anzi Mariam, corrispondente all’ebraico Miriam.

“Si legge nel manoscritto del Gamurrini, del 1884, relativo al Vangelo segreto di Maria e conservato nella biblioteca di Santa Maria d’Arezzo: San Gioacchino, infatti, è il primo a comunicare a San Giuseppe l’importanza di assumere la paternità adottiva di Gesù e, nonostante i giusti timori verso una società che non comprendeva il valore dellImmacolata Concezione, lo convince”.

Foto 7.2 – San Giovanni vecchio (AQ) – Chiesa Parrocchiale – Piedistallo in pietra viva della statua di San Gioacchino, in cui vi è incorniciata la marmorea lapide che i Sangiovannesi hanno voluto dedicargli, memori del suo salvifico inter

Capitolo VIII

San Giovanni Valleroveto

(Nella geografia e nella storia)

Foto 8.1 – San Giovanni Valle Roveto (AQ) (519 m s.l.m.) – Veduta

Ameno paesino sulle balze del Monte Cornacchia (m. 2003), frazione del Comune di San Vincenzo Valleroveto. Conta un centinaio di abitanti. In passato era molto più popolato poiché vi erano migliori condizioni di vita; vi prosperava la pastorizia ed erano fiorenti le arti ed i mestieri, quali ad esempio la concia delle pelli, la lavorazione del ferro, la lavorazione delle polveri piriche per spettacoli pirotecnici, la produzione artigianale di calzature, la filatura e tessitura dell’abbondante produzione di lana di pecora, la produzione di formaggi e latticini in genere ecc. . Vi era anche uno dei pochi mulini della Valleroveto, come pure una farmacia ed un’esattoria. Traccia della fioritura di arti e mestieri si può intuire dalle diverse insegne poste sulle chiavi di volta degli antichi portali in pietra scalpellata (quelli che sono rimasti, naturalmente, perché molti sono stati alienati per ricavarne poche migliaia di lire).

La Valleroveto fa parte dell’Appennino Abruzzese; è attraversata dall’alto corso del fiume Liri. Ha inizio tra i Monti Simbruini ed il Fucino e si allunga verso Sud – Sud Est fino al suo sbocco in Ciociaria. La natura selvaggia ed aspra sprigiona, in tutti i suoi aspetti, primitive suggestioni.

Nelle vicinanze, a qualche chilometro da San Giovanni, si erge il castello di Balsorano, che per lungo tempo fu sede baronale.

La valle, che è contigua a Nord Est al Parco Nazionale d’Abruzzo, secondo recenti proposte politiche e amministrative, dovrebbe entrarne a far parte integrante.

Mnemosine

Il paese, vecchio abitato medievale, case di pietra poste sul crinale roccioso della falda dei sovrastanti monti appenninici e in lunga fila concatenate e protese verso valle, è in profonda agonia a causa dell’incredibile emigrazione e per l’inevitabile ed inarrestabile invecchiamento dei pochissimi rimasti. Vicoli, dove, per la maggior parte del giorno o dei giorni, non transita alcuno e il cui segno di vita è dato da qualche annoiato e sonnolento gatto spelacchiato. I soli rumori sono il vento, i passeri cinguettanti sui tetti dai cocci antichi ed i nostri passi sull’acciottolato.

“…null’altro che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso stridir del falco, o l’aquila, dall’erto nido spiccata sul mattin, rombando passar sovra il mio capo, o, sul meriggio, tocchi dal sole, crepitar del pino silvestre i coni.”

(A. Manzoni “Adelchi”)

Quindi, la sfida per la sopravvivenza di questo paese è affidata ad un pugno di persone, tra le quali degli emigrati di ritorno, e, dobbiamo confessarlo, anche alla lungimiranza delle ultime amministrazioni comunali che stanno cercando di rendere più vivibile e godibile l’abitato mediante “moderne” pavimentazioni, fognature, illuminazione, panchine. Quando qualche soluzione per l’occupazione lavorativa delle giovani generazioni? I soldi c’erano, i progetti pure, a quanto si dice in giro … “Intelligenti pauca”.

La lunga festa di San Giovanni Valleroveto inizia soltanto con il ritorno della bella stagione; le case si riempiono di vecchi emigrati e di parenti acquisiti, fino all’apoteosi del mese di settembre con le Novene e la solenne festa del protettore San Diodato.

Oltre all’appuntamento col Santo e con le ferie estive, perché si è indotti a tornare tanto volentieri in un così solatio ma eremitico ambiente? Perché vi si respira l’aria e l’atmosfera dei primi vagiti dell’innocente infanzia con la sua odissea di sentimenti legata alla cronaca infinita del lasciarsi e ritrovarsi delle amicizie più vere e più candide. Ma, forse, questo è un discorso e un prodotto inadatto ai tempi che viviamo, perché implica grandi emozioni, gli stupori più forti, le speranze più irragionevoli del tempo degli alti valori caduti in disuso.

Lasciare il caos e il vivere frenetico della città per tornare a casa, accade che la terra, la “solida” terra ti affascina riprendendo il suo naturale sopravvento. T’immergi di colpo in quella magica silente poesia della natura solo interrotta da brusii d’invisibili insetti, da fruscii di fronde, in un magico caleidoscopio di colori che incanta la vista e riaccende i sensi legati ad antiche pulsioni. La mente s’inebria nei ricordi e come un filmato che scorre riappropriandosi delle obliate visioni di magici orizzonti, delle rutilanti acque limpide, di nuvole vaganti in un cielo terso, del canto degli uccelli e del lontano luccichio di invernali montagne innevate; di quella neve che, a volte, viene giù fitta, a grandi fiocchi, quasi ad appannare ed oscurare i vetri delle finestre; di quella legna odorosa d’ulivo e di ginepro delle nostre montagne che scoppietta e sfavilla nel camino di pietra, mentre i fiocchi nevosi sempre più fitti formano fuori uno strato soffice ed immacolato. E poi, “rimembri ancora” il risveglio della natura in primavera, con le sue immense tonalità di verde, con le viole, con i ciclamini, con le mammole, con gli anemoni, e con l’immensa varietà di rose; e poi ancora il fiorire dei ciliegi, dei peschi, dei mandorli e dei susini.

Questi ritorni periodici, alla ricerca del senso della vita e del mondo, dunque, nascono prepotenti dal profondo dell’anima, per cercare di ingabbiare sprazzi di luce, per rapire paesaggi e personaggi e consegnarli vivi alla nostalgica melanconia dell’età più bella umanamente impossibile recuperare.

Ti assale e ti afferra, dunque, il tempo remoto, persino quello legato ai primi elementari anni di scuola; a quel modo di affacciarsi alla vita crescendo nel medesimo tempo, nella medesima occasione, cementando il medesimo senso di quell’amicizia sedimentata dai timidi approcci, da un calvario di piccoli litigi, di piccoli inganni, di disperati tradimenti: gioco metamorfico di sentimenti e di destini nel pulsare intimo dell’infanzia.

Quasi evocati dal profondo subconscio, lì nell’urbe, sei assalito da orde di parole, di suoni, da clamori che assordano i tuoi giorni e le tue notti; qui trovi il silenzio che non vuol dire vuoto, ma sorgente di parole interiori originarie, che riconducono al senso della vita e ti fanno consapevole dei tuoi limiti nell’infinito mistero del margine esistenziale.

Le tue paure e le tue ansie si dissolvono e puoi apprezzare il gusto del silenzio lontano dalla civiltà ove regna il rumore. Quasi in monacale ritiro, lontani dal caos delle passioni terrene, memoria ed emozione si fondono in afflato armonioso e ti fanno assaporare le gioie nate dalle cose minime, riflesse nella beata serenità di limpidi sguardi.

…IMPAREREMO

LE PRIVATE VIRTÙ; E A CAMMINARE

TRA OMBRE E PIANURE, LUNGO I DOLCI RIVI

DELLA CAMPAGNA; O DA SPEME RAPITI,

SCRUTANDO I VAGHI SPAZI DEL FUTURO

CON SGUARDO GRAVE, PREDIREMO SCENE

DI GIOIA E MERAVIGLIA, OVE LA MENTE,

NEL PROGRESSO INFINITO DELL’ASCESA,

SALGA DI STATO IN STATO, AD ALTRI MONDI.

(Thomson)

La “Ntossa”

Evocando la pianta di ginepro, ci è tornata in mente la “ntossa”. Essa era il simbolo più significativo del Natale della nostra povera infanzia; surrogato dei sontuosi presepi, dei pittoreschi alberi delle case agiate, ed anche nel nostro buio paesello, privo di pubblica illuminazione, delle luminarie sfavillanti nelle strade e delle vetrine dei negozi delle città, oppure del metropolitano Babbo Natale che spesso ignora l’indirizzo delle modeste dimore.

Con l’approssimarsi dell’autunno ed in previsione dell’avvento della più poetica e sentita delle cristiane festività, ogni capo famiglia era solerte nel recarsi in montagna per procurare ad ogni figliolo un bel tronchetto di ginepro da cui ricavare la “ntossa”.

Il tronchetto di ginepro, dopo essere stato sottoposto ad un’operazione di torsione che ne provocava la sfilacciatura, veniva posto ad essiccare nell’interno dei capienti camini, fino a quando non fosse diventato una torcia infiammabile.

Me mea paupertas vita traducat inerti dum meus adsiduo luceat igne focus

(Tibullo)

La sera di Natale, in attesa della nascita del Bambin Gesù, ogni bimbo impugnava il suo “trofeo” costituito dalla “ntossa” fiammeggiante e, con essa rischiarando i bui e sconnessi vicoli dell’abitato, quasi in mistica “Via Crucis”, bussava ad ogni uscio e con obliate nenie porgeva i suoi voti augurali. In cambio si ricevevano fichi secchi, noci, biscotti ed in qualche propizia ma rara occasione, anche qualche arancia o caramella.

Sciusci ammì jèrue_attì” espressione ricorrente di quelle nenie che solo gli indigeni possono comprendere. Per i “foresti” il motto significa: “Dolci, balocchi, e frutta a me, erba a te”.

Ecco, quindi, come le “ntosse” costituivano nel Nostro Natale l’unica nota lieta e gioiosa, in assenza delle luminarie nelle buie vie, e rappresentassero l’arrivo, anche per noi poveri bimbi derelitti, una parodia del nobile Babbo Natale. Ad Agnone, nel Molise, la nostra “ntossa” si chiama “ndoccia” e ad essa, nel periodo natalizio, viene dedicata una giornata di spettacoli folcloristici. Essa ricorda le faci accese dalla gente della campagna e della montagna per farsi luce nel buio e così giungere alla messa di mezzanotte. Infatti, in quei tempi, non esisteva luce elettrica, ma soltanto lampade ad olio, petrolio ed acetilene. Le tenebre, nella nostra storia, sono le potenze del male che si oppongono all’avvento del Salvatore e, più esplicitamente, l’incarnazione della malvagità; la nostra “‘Ntossa” le esorcizzava. Infatti, Gesù Bambino è la luce che da’ la vita e splende nelle tenebre per rischiarare il mondo degli infingardi.

IN LUI ERA LA VITA

E LA VITA ERA LA LUCE DEGLI UOMINI;

LA LUCE SPLENDE NELLE TENEBRE,

MA LE TENEBRE NON L’HANNO ACCOLTA

(Giov. 1,4)

VERRÀ A VISITARCI DALL’ALTO UN SOLE CHE SORGE

PER RISCHIARARE QUELLI CHE STANNO NELLE TENEBRE

E NELL’OMBRA DELLA MORTE

E DIRIGERE I NOSTRI PASSI SULLA VIA DELLA PACE

(Luca 1,78)

E IL GIUDIZIO È QUESTO: LA LUCE È VENUTA NEL MONDO,

MA GLI UOMINI HANNO PREFERITO LE TENEBRE ALLA LUCE,

PERCHÉ LE LORO OPERE ERANO MALVAGIE.

CHIUNQUE INFATTI FA IL MALE, ODIA LA LUCE E NON VIENE ALLA

LUCE PERCHÉ NON SIANO SVELATE LE SUE OPERE.

MA CHI OPERA LA VERITÀ VIENE ALLA LUCE PERCHÉ APPAIA

CHIARAMENTE CHE LE SUE OPERE SONO STATE FATTE DA DIO

(Giov. 3,19-21)

BADA DUNQUE CHE LA LUCE CHE È IN TE NON SIA

TENEBRA. SE IL TUO CORPO È TUTTO LUMINOSO, SENZA

AVERE ALCUNA PARTE NELLE TENEBRE, TUTTO SARÀ

LUMINOSO COME QUANDO LA LUCERNA TI ILLUMINA

CON IL SUO BAGLIORE

(Luca 11,35)

Natale nella tradizione abruzzese

“Iabruzz – me”

La festa del santo Natale che è la più poetica e solenne ricorrenza del cristianesimo riveste anche una grandissima importanza dal punto di vista storico e cronologico.

Le cerimonie dei riti natalizi, nei tempi antichi dalla semplicità delle fraterne “agapi” che degradavano in scandalose gozzoviglie, in baraonde scostumate, in licenziose feste dell’asino, nelle quali una povera bestia, riccamente bardata, veniva condotta processionalmente in chiesa fatta salire sull’altare con solenni benedizioni e con il canto: “Orientis partibus / Adventavit asinus / Pulcher et fortissimus / Sarcinis Asotissimus…“.

Queste cerimonie, per le quali le comunità e le corporazioni d’arte e mestieri spendevano ingenti somme di denaro, dettero luogo a tali enormità che ne fu decretata l’abolizione; ma la tradizione era così ormai radicata che occorse l’impiego della forza armata per ottenere l’osservanza del divieto. Tant’è vero che, a quanto risulta, per molto tempo ancora i fedeli, durante la messa di mezzanotte, solevano rispondere con un raglio sonoro al “Dominus vobiscum” e all’”Orate frates” pronunciati dal sacerdote celebrante, e ciò in omaggio all’asinello che riscaldò con il suo fiato le membra del Bambino Gesù nella mangiatoia di Betlemme.

Secondo un’antica superstizione, durante la Notte di Natale è possibile conoscere ogni cosa segreta e futura perché gli oggetti e gli animali acquistano straordinarie proprietà e sono in grado di compiere qualsiasi rivelazione. Pronostici e predizioni si possono trarre dai frutti o dal sale ed ogni avvenimento può assumere particolare significato. Eccone qualche esempio tratto dalle innumerevoli credenze popolari:

I tesori nascosti nelle viscere della terra affiorano dal suolo e, a mezzanotte precisa, ma per pochi istanti soltanto, è possibile scorgerne il bagliore sotto il lume delle stelle. Se la notte è buia basterà tenere in mano una manciata di grano benedetto per godere ugualmente della straordinaria visione

All’una, dopo la mezzanotte, gli animali si fanno irrequieti, si alzano in piedi per rendere omaggio al Bambino Gesù e non è probabile che parlino con voce umana esprimendo profezie.

A Lanciano, si trae l’oroscopo di una buona annata appoggiando l’orecchio ad una botte, mentre battono i rintocchi della mezzanotte, per udire il fischio del mosto. Diffusa è anche l’usanza del taglio di una mela con un coltello affilato: se si taglia anche il seme durante l’anno si subirà una ferita per mezzo di falce o di un falcetto.

A Tocco Casauria è consuetudine far mangiare al bestiame uno speciale dolce e tre gherigli di noce liberati dal guscio; ritenendo questo semplice sortilegio capace di proteggere i bovini, i cavalli, le pecore ed i maiali da stregonerie e malefici.

In molte altre località abruzzesi si crede che sedendo durante la Messa di mezzanotte su una panca costruita con nove tipi di diverso legno si potranno vedere le streghe che, al momento dell’Elevazione, abbandonano la chiesa in tutta fretta volando sopra l’altare. Si ritiene pure che spiando nel mezzo di nove trucioli di legno di pino esattamente sovrapposti, sarà possibile scorgere molte cose occulte.

Dodici mucchietti di sale disposti sopra un piatto a rappresentare i dodici mesi dell’anno fornirebbero alle genti rurali un sicuro pronostico sull’andamento stagionale: infatti, i mucchietti, che durante la Santa Notte, si impregnano di umidità indicano altrettanti periodi di pioggia e maltempo.

Altrove è diffusa l’usanza secondo la quale chi, tornando dalla Messa di mezzanotte, scorgerà la propria ombra, non morirà entro l’anno seguente.

A Roccacasale, la vigilia di Natale, dopo le sette minestre ancora d’uso nella maggior parte delle famiglie, si chiacchiera. Al primo suono delle campane, l’allegria non è molto raffinata: sfido io, con lo stomaco così ripieno! Dunque continua il chiasso intorno al focolare. Suonano le campane una seconda ed una terza volta. Già le donnine hanno occupato il loro posto nella chiesa. Chi ha sentito il rumore di un mulino a quattro macine, può anche immaginarsi il rumore del devoto femmineo sesso in quella notte beata. Campane di nuovo. Organista che strimpella. Nel coro si canta di cuore per digerire. Seguita a venire gente: la chiesa non può più contenerne. Le donne non sono sole: i poveri non sono soli. I residui della cena non sono estranei all’allegria chiesastica: ogni bocca si vede masticare.

Esce la Messa: organo, campanelli, canti e fischi … Oh! I fischi?

Qui non si tratta di teatro: mi avranno ingannato le orecchie?

Ma no, i fischi continuano, o artificiali con zufoli o lavoro assoluto di bocca. Sì, signori, di qua e di là si fischia. È naturale che un povero forestiero, che non sa perché si fischia, si affatichi a trovarne le cause; e la prima cosa che gli si presenta è il fiasco; e dice: si fischia in chiesa, perché si è fischiato in cucina!

Si fa un po’ di silenzio fino al Gloria: e, poi, daccapo i fischi e le emozioni. Silenzio di nuovo. All’elevazione dell’Ostia le dimostrazioni sibilanti giungono al colmo, seguono a balzi e a singhiozzi sino alla fine. Ma perché questi fischi?

È un pio ricordo dei suoni pastorali, quando nacque nostro Signore?

Peccato che non si sentano anche le voci del bue e dell’asino!

I Sangiovannesi non si scandalizzeranno di certo leggendo queste cronache. In epoca non molto remota, legata alla nostra adolescenza, chi non ricorda cosa avveniva durante i Vespri della Settimana Santa?

Si attendeva spasmodicamente il culmine della passione di Cristo in cui è detto: “Il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra, il velo del tempio si squarciò. Gesù, gridando a gran voce consegnò il suo spirito al Padre e spirò“.

Il terremoto che nella nostra chiesa ne seguiva faceva più paura di quello di duemila anni orsono. “Tric e Trac”, “raganelle”, calci alle porte, banchi e sedili violentemente scossi, accensione di mortaretti, urla, fischi e chi più ne ha più ne metta. Chi non ricorda la disperazione di Don Amedeo Martucci, il buon parroco da noi brevemente ricordato in altro capitolo, che abbandonava l’altare per correre a calmare i forsennati parrocchiani che sarebbero stati capaci di ridurre in frantumi tutte le sacre suppellettili?

Nota

Da che cosa può derivare il termine dialettale “‘ntossa”?

Abbiamo pensato all’aggettivo latino: “Entheus”, ma se quest’ipotesi fosse veritiera, dovremmo costatare che anche in questo caso la connessione della religiosità del popolo Sangiovannese con i fenomenali fatti mitologici è una costante insospettata e insostituibile. Infatti, “Entheus”, aggettivo della lingua latina, significa “ispirato dalla divinità”, MART: enthea mater, la dea invasatrice (cioè Cibele).

Cibele era dea della fecondità della terra, molto onorata in Frigia; il suo culto di carattere orgiastico, penetrò in Grecia ove fu considerata madre degli dei e degli uomini col nome di Rea. A Roma il suo culto si diffuse intorno al 250 a.C. e le furono consacrate le feste dette “Megalasie”, in onore, appunto, della dea Cibele.

Inoltre non va sottintesa la simbologia fallica nella “‘ntossa”, come nel culto a Dioniso (di cui dissertiamo nelle pagine seguenti, cui i Greci dedicarono la figura del ventilabro: “Pala di legno con cui sulle aie veniva sparsa al vento la pula”). Non si dimentichi, infatti, che Dioniso veniva considerato dai Romani il “liberatore”

LUCE, QUINDI, CHE PENETRA, INVADE, FECONDA E POI SI SPRIGIONA.

Una festa pagana cristianizzata

Tempo di natale, tempo di freddo che avvolge tutto, ma dotato di una struggente bellezza. Proprio per vincere il freddo, alle notti intorno al solstizio d’inverno è stato dato il valore di celebrazione del sole.

Le prefigurazioni precristiane ne sono ricche. Si va dai culti come quello del Sol Comes Invictus, il Sole compagno invincibile, a quello dello Helios di Emesa, che erano ufficiali dello stato. A Roma i recenti restauri di Anna Ramieri al mitreo del Circo Massimo hanno confermato la coincidenza delle celebrazioni del Mitra – Sole con quelle del Sol Invictus, a prefigurare appunto il Natale Cristiano. All’Ara Coeli, dove tradizione colloca l’annuncio ad Augusto del Cristo – Sole di Giustizia da parte della Sibilla capitolina, c’è una colonna forata attraverso cui passava il primo sole del solstizio. Sotto il gelo, si prepara l’attesa del fuoco dell’estate: spirituale e materiale.

 

L’abbazia

Il 26 maggio 1358, Innocenzo VI, uno dei Papi avignonesi, confermava con una Bolla la nomina del nuovo Abate di San Giovanni de Collibus (oggi San Giovanni Valleroveto) e della chiesa di Sant’Elia.

Innanzi tutto, soffermiamoci a considerare il fatto storico importantissimo e cioè che già prima del 1358 in San Giovanni Valleroveto esisteva un Abate di un’Abbazia in Chiesa collegiale e Collegiata. È noto che Abbazia sottintende un Monastero governato da Monaci o canonici regolari, in numero di almeno 12 che professino la “stabilitas loci” e siano perciò inamovibili. Il Monastero è eretto canonicamente come persona giuridica, è quindi ente “sui juris”, autonomo, indipendente da altri superiori. Tale concetto informa la Regola di San Benedetto e si fonda su quello romano della famiglia, riconoscendo l’Abate come il “pater familias” ed i monaci come suoi figli, donde il loro voto “stabilitatis” nel monastero della loro professione.

Costituitesi prestissimo sotto l’impulso monacale caratteristico del cristianesimo primitivo, principalmente orientale, le Abbazie si moltiplicarono durante i secoli IV e V, e furono ben definite e disciplinate sulla Regola di San Benedetto. Quali enti “sui juris”, esse divennero necessariamente titolari di proprietà costituite da donazioni o lasciti, e alcune di esse divennero famose per la vastità e la ricchezza dei possedimenti (vedi ad esempio quella di Montecassino cui innanzi abbiamo accennato).

Anche l’Abbazia di San Giovanni Valleroveto aveva cospicui beni mobili ed immobili, come appunto la Chiesa di Sant’Elia con i suoi annessi e connessi. Parlando di Sant’Elia, sulla scorta dell’opera di Don Gaetano Squilla “Il Fontanile di Sant’Elia”, abbiamo appreso l’importanza che rivestivano in quei tempi i monasteri. Infatti, quelli più antichi prendevano il nome dal luogo dove sorgevano o dal loro fondatore; più tardi vennero posti sotto la protezione di un Santo di cui possedevano le reliquie, e, generalizzando l’uso, si giunse all’erezione di Abbazie in onore di Santo particolarmente venerato. Le Abbazie dell’epoca più antica, come San Giovanni Valleroveto, furono dei veri e propri “eremi”, siti in luoghi solitari; più tardi ne sorsero altre nelle maggiori città. Esse hanno una grande importanza nella storia della civiltà in quanto, durante i secoli di oscurantismo e di barbarie dell’Alto Medioevo, rappresentarono le sole isole di civiltà e di cultura. Copisti, postillatori, commentatori di testi antichi, questi monaci conservarono e moltiplicarono il prezioso materiale, restituito all’umanità dal Rinascimento. Varie furono le attività cui ciascuna di tali Abbazie : quella di Cluny (Francia) è famosa per gli studi teologici; quella di Montecassino (luogo di provenienza del nostro San Diodato) per gli studi di cultura generale; quella di Fossanova (LT), sulla Via Appia vicino Priverno, per la squisita attività alberghiera e ospedaliera. Per necessità composte in località lontane dai centri abitati, come appunto San Giovanni “in Collibus” dei primordi, furono costrette ad attrezzarsi convenientemente, e per questo sorsero in esse laboratori d’ogni genere da cui spesso uscirono prodotti eccellenti di un artigianato molto pregevole.

Se nella Bolla Pontificia del 1358 si parla di Chiesa – Collegiata secolare, è facile affermare che i Benedettini giunsero in San Giovanni Valleroveto già prima dell’anno mille, e quasi certamente, sin dall’epoca della permanenza di San Benedetto nell’eremo di Subiaco.

Come abbiamo già innanzi accennato, l’operosità, l’ingegno, la saggezza dei Santi Frati, riscattarono la plebe dalla schiavitù in cui era stata ridotta dalle varie invasioni barbariche e dalle ingiustizie e prepotenze del potere feudale, dandole dignità di popolo e di figli di Dio, anche attraverso i famosi “LIBELLATICI” costituiti da certificati imperiali che preservavano i Cristiani che ne erano forniti dalla schiavitù e dalle persecuzioni.

Dai Benedettini i Sangiovannesi appresero le arti e i mestieri e progredirono sotto la protezione di uno dei più grandi Benedettini, il Nostro Protettore San Diodato che in San Giovanni ha posto il Suo sacello.

Il progresso fu lento, ma efficace, se le poverissime capanne e spelonche di pastori poterono diventare paese e se la sperduta grancia fu promossa al rango di Abbazia (per un certo periodo anche sede municipale) con potere giurisdizionale sulle altre chiese e sui terreni di altri paesi circondariali e di quelli dell’altro versante della catena appenninica come, appunto, di Collelongo e di Villavallelonga.

Chi è Sangiovannese può testimoniare che da tempo antichissimo, per tradizione, i parroci non vengono chiamati, come avviene nei paesi limitrofi, con l’appellativo proclitico DON, ma con quello di SOR seguito da Abate. Infatti, noi diciamo “SOR’ABATE“; almeno per quanto riguarda gli anziani.

 

Giovanni e Diodato

Dionigi il Piccolo mette in rilievo la particolare devozione dei Benedettini verso la figura di San Giovanni Battista e così pure, nel MIGNE leggiamo: “Et idem Johannes … prophetarum culmen omnium, institutorque monachorum, sicut primus se monachis ostendit … item monacus se declaravit, ita nunc officio monachorum, quamvis humilium, hanc de se Romanis historiam manifestare dignatus est”.

La dedicazione della Chiesa e la denominazione del piccolo borgo al nome di San Giovanni risalgono all’epoca anteriore l’anno mille, come abbiamo cercato di dimostrare in altra parte, ad opera dei Santi Benedettini. Se il nostro Santo fosse stato un personaggio del luogo, conoscendo il carattere ed il campanilismo delle nostre genti, la parrocchia sarebbe stata certamente intitolata a San Diodato. Ma se ciò non è avvenuto lo si deve unicamente al rispetto, da parte del popolo Sangiovannese, della peculiare devozione dell’Ordine Benedettino verso la figura del Battista e dell’Evangelista.

Lo stesso grande fondatore dell’Ordine, già in vita, volle farsi preparare il sepolcro nell’edicola di San Giovanni Battista che si trova nella parte centrale dell’Abbazia di Montecassino.

Diodato è nome certamente di origine Gotico – Bizantina; bizantino era il re Teodato che nel 535 troviamo con le sue truppe nei pressi delle mura di Roma, come pure di famiglia bizantina era quell’Abate Adeodato che, ai tempi della permanenza di San Benedetto a Subiaco, governava un monastero situato alla periferia di quella città; re gotico era Teodorico. Signoria Bizantino – Longobarda era quella che governava l’importantissima contea di Aquino, famiglia d’origine del Nostro Taumaturgo.

I nomi Diodato, Deodato, Adeodato, Teodato, Teodorico, Teodosio, ecc. ecc., non sono certamente e facilmente riscontrabili, in quelle epoche, nelle “anagrafi” abruzzesi e, pertanto, anche sotto questo punto di vista etimologico non è pensabile che il San Diodato dell’Ecclesia San Johannes de Collibus, possa identificarsi in un Santo monaco eremita indigeno; veniva da altra contrada. Teodora si chiamava la nobile madre di San Tommaso d’Aquino, pronipote del Nostro San Diodato, nato a Roccasecca (FR).

Nomi simili a quelli sopra elencati erano diffusi, e lo sono ancora in minor misura, nei territori dell’antica contea aquinate, in quella beneventana e nel napoletano; negli antichi atti notarili, come pure in atti nobiliari ed accademici sono ricorrenti nomi come Deodato, Diodato,  Adeodato ecc. Persino alcuni cognomi, nella contea di Aquino e nel rimanente frusinate, si rifanno all’origine del salvifico San Diodato. Si può citare come esempio il cognome del presidente della squadra di calcio di Frosinone, che al momento in cui stendiamo queste pagine è appunto Deodati.

Al tempo in cui San Benedetto si ritirò a vita eremitica sui monti di Subiaco, il monastero sublacense era retto dall’Abate Adeodato e, successivamente, quando il Santo Eremita si andò a stabilire a Montecassino portò con sé il ricordo del suo superiore e lo tramandò ai suoi successori. Tutto quindi viene da Montecassino: toponomastica, anagrafe, cultura, tradizioni, beni morali e materiali.

Bizantino è aggettivo di Bisanzio che anticamente fu capitale di un grandissimo Impero, sorto dalla divisione di quello romano, che governò anche l’Italia fino all’anno 1453, epoca della sconfitta subita ad opera dei turchi. Detto Impero comprendeva l’Asia Minore, la penisola balcanica e le isole dell’Egeo.

Nel 568 i Bizantini furono sconfitti ad opera dei Longobardi guidati da Alboino, nei pressi di Pavia.

La dominazione Longobarda si estese progressivamente verso il sud d’Italia fino ai ducati