Capitolo X

Conclusione

 (Dell’indagine di un Carabiniere)

«Nemo Me Impune Lacessit»

PREMESSO CHE

della «VOX POPULI DEI» nessuno può non tenere conto, nemmeno i potenti addottorati;

  1. chi  sfida una millenaria e documentata tradizione e si illude di poter stare dantescamente «come torre, che non crolla giammai la cima per soffiar di venti» non tiene conto di quanto possa essere furibonda e schiacciante la inerziale forza dell’opinione pubblica;
  2. ristabilire, o meglio confermare, la verità di un evento storico richiede uno sforzo critico, un’indagine attenta, un confronto impegnativo tra DICTUM ET FACTUM per accertare il VERUM.

 

CONSTATATO CHE

  1. la datazione delle pietre scolpite, rinvenute nel sepolcro del DEODATUS Sangiovannese, sono sicuramente e scientificamente databili al sec. IX;
  2. la figura vescovile incisa in una di quelle pietre non è munita della dignitaria insegna della mitra, concessa agli Abati Cassinesi a partire dal 1059;
  3. la scritta DEODATUS in caratteri «onciali» e non «gotici»
  4. le grate del primitivo sepolcro, purtroppo annientato, indicavano allegoricamente “miro modo” il carcere subito dal Santo in esso custodito;
  5. le vicende storiche di San Giovanni Valleroveto sono parallele al Castaldato di Aquino, in cui nacque DEUSDEDIT,  XV Abate di Montecassino;
  6. dal Castaldato di Aquino provenivano gli Abati Commendatari, inviati direttamente dal Papa,  per amministrare l’immenso patrimonio della Chiesa di San Johannes de Collibus;
  7. nell’Archivio della Diocesi di Sora non c’è notizia dell’antica Abbazia di San Giovanni Valleroveto prima della metà del XVII secolo;
  8. se quel Corpo Santo fosse appartenuto ad un eremita del luogo non avrebbe avuto le insegne dignitarie vescovili. L’edificazione del Monastero di S. Elia è posteriore alla datazione del sepolcro di S. Diodato;
  9. dopo una quarantina d’anni dalla morte di DEUSDEDIT  Montecassino fu distrutto dai Saraceni; la famiglia originaria del Santo prima del loro arrivo aveva provveduto a mettere in salvo le Sue Spoglie mortali in luogo impervio e sconosciuto;
  10. negli scritti di Leone Marsicano, uno dei più documentati storici dell’Alto Medioevo, non vi è traccia di un suo conterraneo assurto agli onori dell’Altare;
  11. che il nome di DIODATO aut  “DEUSDEDIT” viene dalla tradizione Benedettino-Cassinense.

 

VISTO CHE

Il destino di San Giovanni Valleroveto, dopo un’alba radiosa è diventato altrettanto avverso, dipanandosi su sentieri ammaccati dalle mille curve della storia perennemente in faticosa ascesa; la popolazione,  inserita in una delle fasce più deboli della Nazione; appartenente socialmente ad un contesto di carenza di beni non riscontrabili in ambiti sia pure a carattere localistico; famiglie senza copertura assicurativa; pensionati sociali al minimo; situazioni di difficoltà in cui le «reti» di solidarietà famigliari, sconosciute in queste terre completamente obliate, non concorrono ad ammortizzare i problemi delle carenze e delle quotidiane impellenze; famiglie di coniugi anziani soli; persone anziane sole e con gravi handicap; servizi socio – sanitari inesistenti per lenire i bisogni degli anziani cronici non autosufficienti: a chi rivolgersi in mezzo a tanto sfacelo, con scenari così pietosi e dolorosi? C’è ancora qualcuno disposto ad immedesimarsi nelle esigenze materiali e spirituali di San Giovanni? Per chi servono le curiali adunanze in cui si sentenzia, in bello stile, su solidarietà e fratellanza?

 

HOC IGITUR PROBE STABILITO ET FIXO

Senza alcuna vergogna dobbiamo ammettere che la razza Sangiovannese discende da rustica famiglia di cui si circondava e ne disponeva l’Abbazia Benedettina; razza che un po’ alla volta, amorevolmente assistita e istruita dai frati sulle arti e mestieri, da serva della gleba, venne affrancata dalla condizione di schiavitù e avviata alla piena dignità di creatura di Dio e partecipe con pieno diritto, di uno Stato e di una società civilmente in evoluzione. Non è pertanto, una razza dalla discendenza nobile o cavalleresca, ma proprio per questo sa stare con i piedi ben piantati al suolo; temprata dalle antiche e presenti avversità riservatele dal «fato», sa apprezzare i doni ordinari e straordinari che la Divina Provvidenza, attraverso i suoi Santi, non manca di somministrarle.

Il paese però appare agonizzante; se si procede al censimento degli abitanti, attualmente ben al di sotto delle cento unità, in maggioranza di media e tarda età, dovremmo concludere che nel giro di due generazioni, così perdurando l’andamento demografico e quello sociale, tutto dovrebbe ritenersi estinto in San Giovanni Valleroveto, ma certamente non è così. La diaspora ha certamente sparpagliato ovunque gli abitanti del piccolo borgo, ma certamente non ne ha arrestato la proliferazione le cui radici sono ben piantate in questo suolo in apparenza avaro, ma dalle insospettabili risorse di laboriosità e d’intelletto.

Qualcuno non ha creduto opportuno rispettare il grande bisogno di questo popolo aspirante alla dignità dei fatti più spirituali e trascendenti.

Non è detto che il problema, per esso di vitale importanza, possa chiudersi semplicisticamente. Quel bisogno di riconoscersi nella tradizione e nel credo degli antichi progenitori potrà mettere in moto le genti Sangiovannesi in un meraviglioso afflato, che solo in nome di San Diodato  può verificarsi ed esplicarsi.

Le emergenze prodigiose che, in speciali circostanze scaturiscono dal cuore, non piacciono a quella immensa schiera dei cosiddetti uomini di scienza, tra i quali si nascondono spesso protervi euclidi che non esitano, all’occorrenza, a trovare il modo di spaccare il capello in quattro.

San Diodato sarebbe sepolto, secondo l’antico archivista, nei sotterranei di Montecassino.  Ma come è possibile?  I sotterranei non sono immensi e pertanto, se ciò  fosse vero il sepolcro sarebbe rintracciabile.

I testi ci dicono che, dopo la morte, numerosi pellegrini accorsero alla Sua tomba a chiedere miracoli, specialmente contro la febbre e le emicranie; uno dei detti miracoli è conclamato in antichissimi documenti.

Dov’è quel sepolcro, in quei tempi accessibile al grande pubblico? La dislocazione e la planimetria della celeberrima Abbazia non è mai cambiata; perché non si trova più quel Santo Deposito? È ovvio: è da cercare lontano in luogo sicuro, per i seri motivi di quel tremendo periodo storico.

Quel luogo sicuro è San Giovanni Vecchio in provincia dell’Aquila.

In un mondo ancora lontanissimo dai mass – media, quale è l’Alto Medioevo, le notizie, in un mondo che ha dell’incredibile, circolavano rapidamente di bocca in bocca diffondendosi attraverso i canali dei racconti riportati dai mercanti e dai pellegrini lungo le strade dei santuari, delle fiere e dei mercati; attraverso i monasteri, le abbazie e le cattedrali.

Se si diffuse la storica notizia del DEODATUS Sangiovannese quale XV Abate di Montecassino perché non lo è stato per le altre ipotesi recentemente proposte?

Chi avrebbe avuto interesse a propagare una falsa notizia ecclesiastica in un ambito così poco aristocratico e tanto circoscritto qual è San Giovanni Valleroveto?

Prima di emettere temerarie sentenze letterarie su questioni di capitale importanza per un popolo o per una etnia chicchessia, sarebbe necessario, a nostro avviso, esperire tutte le ricerche ed effettuare tutti gli esperimenti scientifici sull’oggetto della disputa. Sarebbe, infatti, importante eseguire la comparazione dei nostri reperti archeologici con quelli del IX° secolo rinvenuti a Roccasecca dei Volsci e quelli dell’antica Fregellae. Come pure sarebbe necessario, se non di più, ricercare lo stile, la bottega d’arte, l’autorità ed il casato patrizio che commissionò la realizzazione del Sepolcro con l’antichissima epigrafe,attraverso il costituito processo di tipizzazione.

Se si facesse tutto quanto accennato, ogni cosa sarebbe più chiara e definitiva; si scoprirebbe l’arte Benedettina-Cassinense dell’Alto Medioevo e con essa la decisiva identificazione, se pur ce ne fosse bisogno, di quel tanto martoriato Corpo Santo.

Il permanere dell’incertezza suona, per i Sangiovannesi e per la numerosa schiera dei devoti di San Diodato, come profonda offesa e sgomento.

Chi di dovere rifletta seriamente e provveda per il bene nostro e per quello della sua anima.

San Diodato aut Deusdedit – XV Abate di Montecassino è nostro «usque ad aeternum» vi piaccia o non vi piaccia; guai a chi ce lo tocca: «nemo me impune lacessit». Le vicissitudini della vita, i governi, le rivoluzioni possono cambiare l’ordinamento delle regioni e dello stesso Stato, nonché le giurisdizioni ecclesiastiche; non potranno però, mai cancellare le tracce indelebili dell’influenza Benedettina nella regione Abruzzo, nella Valle Roveto e a San Giovanni in particolare che continuerà a considerare Montecassino come sua «prima capitale».

Advèsperascit

Sera incombente,

in antico borgo

paradisiaca quiete

evoca ricordo

d’infanzia rovente.

 

Silenzio assoluto,

immenso sgomento

le cose più care

l’inopinato evento,

giunse a turbare.

 

Impercettibili brividi

di rumori sospetti

la pioggia infittisce

sui tetti di cocci

antichi e rotti

 

Sbriciolati muri

in vicoli aspri,

pietre riarse

di case vetuste

evocano

memorie moleste

 

 

Miagolio triste

del domestico gatto

nel desco deserto

dell’ultimo scomparso

rimembra premuroso pasto.

 

I canti gioviali

nei timidi approcci

dei vichi i cicalecci

il tempo ha sepolto;

tutto è scomparso !

 

… et advèsperascit !!!

 

 Nino Degni

(Novembre 1997 – dopo la morte del padre avvenuta il 21 agosto 1997)

«Dagli atrii muscosi, dai Fòri cadenti,

dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

dai solchi bagnati di servo sudor,

un volgo disperso, repente si desta,

intende l’orecchio, solleva la testa,

percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

qual raggio di sole da nuvoli folti,

traluce de’ padri la fiera virtù:

ne’ guardi, ne’  volti  confuso  ed  incerto

si mesce e discorda lo spregio sofferto

col misero orgoglio d’un tempo che fu» 

Alessandro Manzoni «Adelchi»

Viva San Diodato