Capitolo VIII

San Giovanni Valleroveto

(Nella geografia e nella storia)

Foto 8.1 – San Giovanni Valle Roveto (AQ) (519 m s.l.m.) – Veduta

Ameno paesino sulle balze del Monte Cornacchia (m. 2003), frazione del Comune di San Vincenzo Valleroveto. Conta un centinaio di abitanti. In passato era molto più popolato poiché vi erano migliori condizioni di vita; vi prosperava la pastorizia ed erano fiorenti le arti ed i mestieri, quali ad esempio la concia delle pelli, la lavorazione del ferro, la lavorazione delle polveri piriche per spettacoli pirotecnici, la produzione artigianale di calzature, la filatura e tessitura dell’abbondante produzione di lana di pecora, la produzione di formaggi e latticini in genere ecc. . Vi era anche uno dei pochi mulini della Valleroveto, come pure una farmacia ed un’esattoria. Traccia della fioritura di arti e mestieri si può intuire dalle diverse insegne poste sulle chiavi di volta degli antichi portali in pietra scalpellata (quelli che sono rimasti, naturalmente, perché molti sono stati alienati per ricavarne poche migliaia di lire).

La Valleroveto fa parte dell’Appennino Abruzzese; è attraversata dall’alto corso del fiume Liri. Ha inizio tra i Monti Simbruini ed il Fucino e si allunga verso Sud – Sud Est fino al suo sbocco in Ciociaria. La natura selvaggia ed aspra sprigiona, in tutti i suoi aspetti, primitive suggestioni.

Nelle vicinanze, a qualche chilometro da San Giovanni, si erge il castello di Balsorano, che per lungo tempo fu sede baronale.

La valle, che è contigua a Nord Est al Parco Nazionale d’Abruzzo, secondo recenti proposte politiche e amministrative, dovrebbe entrarne a far parte integrante.

Mnemosine

Il paese, vecchio abitato medievale, case di pietra poste sul crinale roccioso della falda dei sovrastanti monti appenninici e in lunga fila concatenate e protese verso valle, è in profonda agonia a causa dell’incredibile emigrazione e per l’inevitabile ed inarrestabile invecchiamento dei pochissimi rimasti. Vicoli, dove, per la maggior parte del giorno o dei giorni, non transita alcuno e il cui segno di vita è dato da qualche annoiato e sonnolento gatto spelacchiato. I soli rumori sono il vento, i passeri cinguettanti sui tetti dai cocci antichi ed i nostri passi sull’acciottolato.

“…null’altro che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso stridir del falco, o l’aquila, dall’erto nido spiccata sul mattin, rombando passar sovra il mio capo, o, sul meriggio, tocchi dal sole, crepitar del pino silvestre i coni.”

(A. Manzoni “Adelchi”)

Quindi, la sfida per la sopravvivenza di questo paese è affidata ad un pugno di persone, tra le quali degli emigrati di ritorno, e, dobbiamo confessarlo, anche alla lungimiranza delle ultime amministrazioni comunali che stanno cercando di rendere più vivibile e godibile l’abitato mediante “moderne” pavimentazioni, fognature, illuminazione, panchine. Quando qualche soluzione per l’occupazione lavorativa delle giovani generazioni? I soldi c’erano, i progetti pure, a quanto si dice in giro … “Intelligenti pauca”.

La lunga festa di San Giovanni Valleroveto inizia soltanto con il ritorno della bella stagione; le case si riempiono di vecchi emigrati e di parenti acquisiti, fino all’apoteosi del mese di settembre con le Novene e la solenne festa del protettore San Diodato.

Oltre all’appuntamento col Santo e con le ferie estive, perché si è indotti a tornare tanto volentieri in un così solatio ma eremitico ambiente? Perché vi si respira l’aria e l’atmosfera dei primi vagiti dell’innocente infanzia con la sua odissea di sentimenti legata alla cronaca infinita del lasciarsi e ritrovarsi delle amicizie più vere e più candide. Ma, forse, questo è un discorso e un prodotto inadatto ai tempi che viviamo, perché implica grandi emozioni, gli stupori più forti, le speranze più irragionevoli del tempo degli alti valori caduti in disuso.

Lasciare il caos e il vivere frenetico della città per tornare a casa, accade che la terra, la “solida” terra ti affascina riprendendo il suo naturale sopravvento. T’immergi di colpo in quella magica silente poesia della natura solo interrotta da brusii d’invisibili insetti, da fruscii di fronde, in un magico caleidoscopio di colori che incanta la vista e riaccende i sensi legati ad antiche pulsioni. La mente s’inebria nei ricordi e come un filmato che scorre riappropriandosi delle obliate visioni di magici orizzonti, delle rutilanti acque limpide, di nuvole vaganti in un cielo terso, del canto degli uccelli e del lontano luccichio di invernali montagne innevate; di quella neve che, a volte, viene giù fitta, a grandi fiocchi, quasi ad appannare ed oscurare i vetri delle finestre; di quella legna odorosa d’ulivo e di ginepro delle nostre montagne che scoppietta e sfavilla nel camino di pietra, mentre i fiocchi nevosi sempre più fitti formano fuori uno strato soffice ed immacolato. E poi, “rimembri ancora” il risveglio della natura in primavera, con le sue immense tonalità di verde, con le viole, con i ciclamini, con le mammole, con gli anemoni, e con l’immensa varietà di rose; e poi ancora il fiorire dei ciliegi, dei peschi, dei mandorli e dei susini.

Questi ritorni periodici, alla ricerca del senso della vita e del mondo, dunque, nascono prepotenti dal profondo dell’anima, per cercare di ingabbiare sprazzi di luce, per rapire paesaggi e personaggi e consegnarli vivi alla nostalgica melanconia dell’età più bella umanamente impossibile recuperare.

Ti assale e ti afferra, dunque, il tempo remoto, persino quello legato ai primi elementari anni di scuola; a quel modo di affacciarsi alla vita crescendo nel medesimo tempo, nella medesima occasione, cementando il medesimo senso di quell’amicizia sedimentata dai timidi approcci, da un calvario di piccoli litigi, di piccoli inganni, di disperati tradimenti: gioco metamorfico di sentimenti e di destini nel pulsare intimo dell’infanzia.

Quasi evocati dal profondo subconscio, lì nell’urbe, sei assalito da orde di parole, di suoni, da clamori che assordano i tuoi giorni e le tue notti; qui trovi il silenzio che non vuol dire vuoto, ma sorgente di parole interiori originarie, che riconducono al senso della vita e ti fanno consapevole dei tuoi limiti nell’infinito mistero del margine esistenziale.

Le tue paure e le tue ansie si dissolvono e puoi apprezzare il gusto del silenzio lontano dalla civiltà ove regna il rumore. Quasi in monacale ritiro, lontani dal caos delle passioni terrene, memoria ed emozione si fondono in afflato armonioso e ti fanno assaporare le gioie nate dalle cose minime, riflesse nella beata serenità di limpidi sguardi.

…IMPAREREMO

LE PRIVATE VIRTÙ; E A CAMMINARE

TRA OMBRE E PIANURE, LUNGO I DOLCI RIVI

DELLA CAMPAGNA; O DA SPEME RAPITI,

SCRUTANDO I VAGHI SPAZI DEL FUTURO

CON SGUARDO GRAVE, PREDIREMO SCENE

DI GIOIA E MERAVIGLIA, OVE LA MENTE,

NEL PROGRESSO INFINITO DELL’ASCESA,

SALGA DI STATO IN STATO, AD ALTRI MONDI.

(Thomson)

La “Ntossa”

Evocando la pianta di ginepro, ci è tornata in mente la “ntossa”. Essa era il simbolo più significativo del Natale della nostra povera infanzia; surrogato dei sontuosi presepi, dei pittoreschi alberi delle case agiate, ed anche nel nostro buio paesello, privo di pubblica illuminazione, delle luminarie sfavillanti nelle strade e delle vetrine dei negozi delle città, oppure del metropolitano Babbo Natale che spesso ignora l’indirizzo delle modeste dimore.

Con l’approssimarsi dell’autunno ed in previsione dell’avvento della più poetica e sentita delle cristiane festività, ogni capo famiglia era solerte nel recarsi in montagna per procurare ad ogni figliolo un bel tronchetto di ginepro da cui ricavare la “ntossa”.

Il tronchetto di ginepro, dopo essere stato sottoposto ad un’operazione di torsione che ne provocava la sfilacciatura, veniva posto ad essiccare nell’interno dei capienti camini, fino a quando non fosse diventato una torcia infiammabile.

Me mea paupertas vita traducat inerti dum meus adsiduo luceat igne focus

(Tibullo)

La sera di Natale, in attesa della nascita del Bambin Gesù, ogni bimbo impugnava il suo “trofeo” costituito dalla “ntossa” fiammeggiante e, con essa rischiarando i bui e sconnessi vicoli dell’abitato, quasi in mistica “Via Crucis”, bussava ad ogni uscio e con obliate nenie porgeva i suoi voti augurali. In cambio si ricevevano fichi secchi, noci, biscotti ed in qualche propizia ma rara occasione, anche qualche arancia o caramella.

Sciusci ammì jèrue_attì” espressione ricorrente di quelle nenie che solo gli indigeni possono comprendere. Per i “foresti” il motto significa: “Dolci, balocchi, e frutta a me, erba a te”.

Ecco, quindi, come le “ntosse” costituivano nel Nostro Natale l’unica nota lieta e gioiosa, in assenza delle luminarie nelle buie vie, e rappresentassero l’arrivo, anche per noi poveri bimbi derelitti, una parodia del nobile Babbo Natale. Ad Agnone, nel Molise, la nostra “ntossa” si chiama “ndoccia” e ad essa, nel periodo natalizio, viene dedicata una giornata di spettacoli folcloristici. Essa ricorda le faci accese dalla gente della campagna e della montagna per farsi luce nel buio e così giungere alla messa di mezzanotte. Infatti, in quei tempi, non esisteva luce elettrica, ma soltanto lampade ad olio, petrolio ed acetilene. Le tenebre, nella nostra storia, sono le potenze del male che si oppongono all’avvento del Salvatore e, più esplicitamente, l’incarnazione della malvagità; la nostra “‘Ntossa” le esorcizzava. Infatti, Gesù Bambino è la luce che da’ la vita e splende nelle tenebre per rischiarare il mondo degli infingardi.

IN LUI ERA LA VITA

E LA VITA ERA LA LUCE DEGLI UOMINI;

LA LUCE SPLENDE NELLE TENEBRE,

MA LE TENEBRE NON L’HANNO ACCOLTA

(Giov. 1,4)

VERRÀ A VISITARCI DALL’ALTO UN SOLE CHE SORGE

PER RISCHIARARE QUELLI CHE STANNO NELLE TENEBRE

E NELL’OMBRA DELLA MORTE

E DIRIGERE I NOSTRI PASSI SULLA VIA DELLA PACE

(Luca 1,78)

E IL GIUDIZIO È QUESTO: LA LUCE È VENUTA NEL MONDO,

MA GLI UOMINI HANNO PREFERITO LE TENEBRE ALLA LUCE,

PERCHÉ LE LORO OPERE ERANO MALVAGIE.

CHIUNQUE INFATTI FA IL MALE, ODIA LA LUCE E NON VIENE ALLA

LUCE PERCHÉ NON SIANO SVELATE LE SUE OPERE.

MA CHI OPERA LA VERITÀ VIENE ALLA LUCE PERCHÉ APPAIA

CHIARAMENTE CHE LE SUE OPERE SONO STATE FATTE DA DIO

(Giov. 3,19-21)

BADA DUNQUE CHE LA LUCE CHE È IN TE NON SIA

TENEBRA. SE IL TUO CORPO È TUTTO LUMINOSO, SENZA

AVERE ALCUNA PARTE NELLE TENEBRE, TUTTO SARÀ

LUMINOSO COME QUANDO LA LUCERNA TI ILLUMINA

CON IL SUO BAGLIORE

(Luca 11,35)

Natale nella tradizione abruzzese

“Iabruzz – me”

La festa del santo Natale che è la più poetica e solenne ricorrenza del cristianesimo riveste anche una grandissima importanza dal punto di vista storico e cronologico.

Le cerimonie dei riti natalizi, nei tempi antichi dalla semplicità delle fraterne “agapi” che degradavano in scandalose gozzoviglie, in baraonde scostumate, in licenziose feste dell’asino, nelle quali una povera bestia, riccamente bardata, veniva condotta processionalmente in chiesa fatta salire sull’altare con solenni benedizioni e con il canto: “Orientis partibus / Adventavit asinus / Pulcher et fortissimus / Sarcinis Asotissimus…“.

Queste cerimonie, per le quali le comunità e le corporazioni d’arte e mestieri spendevano ingenti somme di denaro, dettero luogo a tali enormità che ne fu decretata l’abolizione; ma la tradizione era così ormai radicata che occorse l’impiego della forza armata per ottenere l’osservanza del divieto. Tant’è vero che, a quanto risulta, per molto tempo ancora i fedeli, durante la messa di mezzanotte, solevano rispondere con un raglio sonoro al “Dominus vobiscum” e all’”Orate frates” pronunciati dal sacerdote celebrante, e ciò in omaggio all’asinello che riscaldò con il suo fiato le membra del Bambino Gesù nella mangiatoia di Betlemme.

Secondo un’antica superstizione, durante la Notte di Natale è possibile conoscere ogni cosa segreta e futura perché gli oggetti e gli animali acquistano straordinarie proprietà e sono in grado di compiere qualsiasi rivelazione. Pronostici e predizioni si possono trarre dai frutti o dal sale ed ogni avvenimento può assumere particolare significato. Eccone qualche esempio tratto dalle innumerevoli credenze popolari:

I tesori nascosti nelle viscere della terra affiorano dal suolo e, a mezzanotte precisa, ma per pochi istanti soltanto, è possibile scorgerne il bagliore sotto il lume delle stelle. Se la notte è buia basterà tenere in mano una manciata di grano benedetto per godere ugualmente della straordinaria visione

All’una, dopo la mezzanotte, gli animali si fanno irrequieti, si alzano in piedi per rendere omaggio al Bambino Gesù e non è probabile che parlino con voce umana esprimendo profezie.

A Lanciano, si trae l’oroscopo di una buona annata appoggiando l’orecchio ad una botte, mentre battono i rintocchi della mezzanotte, per udire il fischio del mosto. Diffusa è anche l’usanza del taglio di una mela con un coltello affilato: se si taglia anche il seme durante l’anno si subirà una ferita per mezzo di falce o di un falcetto.

A Tocco Casauria è consuetudine far mangiare al bestiame uno speciale dolce e tre gherigli di noce liberati dal guscio; ritenendo questo semplice sortilegio capace di proteggere i bovini, i cavalli, le pecore ed i maiali da stregonerie e malefici.

In molte altre località abruzzesi si crede che sedendo durante la Messa di mezzanotte su una panca costruita con nove tipi di diverso legno si potranno vedere le streghe che, al momento dell’Elevazione, abbandonano la chiesa in tutta fretta volando sopra l’altare. Si ritiene pure che spiando nel mezzo di nove trucioli di legno di pino esattamente sovrapposti, sarà possibile scorgere molte cose occulte.

Dodici mucchietti di sale disposti sopra un piatto a rappresentare i dodici mesi dell’anno fornirebbero alle genti rurali un sicuro pronostico sull’andamento stagionale: infatti, i mucchietti, che durante la Santa Notte, si impregnano di umidità indicano altrettanti periodi di pioggia e maltempo.

Altrove è diffusa l’usanza secondo la quale chi, tornando dalla Messa di mezzanotte, scorgerà la propria ombra, non morirà entro l’anno seguente.

A Roccacasale, la vigilia di Natale, dopo le sette minestre ancora d’uso nella maggior parte delle famiglie, si chiacchiera. Al primo suono delle campane, l’allegria non è molto raffinata: sfido io, con lo stomaco così ripieno! Dunque continua il chiasso intorno al focolare. Suonano le campane una seconda ed una terza volta. Già le donnine hanno occupato il loro posto nella chiesa. Chi ha sentito il rumore di un mulino a quattro macine, può anche immaginarsi il rumore del devoto femmineo sesso in quella notte beata. Campane di nuovo. Organista che strimpella. Nel coro si canta di cuore per digerire. Seguita a venire gente: la chiesa non può più contenerne. Le donne non sono sole: i poveri non sono soli. I residui della cena non sono estranei all’allegria chiesastica: ogni bocca si vede masticare.

Esce la Messa: organo, campanelli, canti e fischi … Oh! I fischi?

Qui non si tratta di teatro: mi avranno ingannato le orecchie?

Ma no, i fischi continuano, o artificiali con zufoli o lavoro assoluto di bocca. Sì, signori, di qua e di là si fischia. È naturale che un povero forestiero, che non sa perché si fischia, si affatichi a trovarne le cause; e la prima cosa che gli si presenta è il fiasco; e dice: si fischia in chiesa, perché si è fischiato in cucina!

Si fa un po’ di silenzio fino al Gloria: e, poi, daccapo i fischi e le emozioni. Silenzio di nuovo. All’elevazione dell’Ostia le dimostrazioni sibilanti giungono al colmo, seguono a balzi e a singhiozzi sino alla fine. Ma perché questi fischi?

È un pio ricordo dei suoni pastorali, quando nacque nostro Signore?

Peccato che non si sentano anche le voci del bue e dell’asino!

I Sangiovannesi non si scandalizzeranno di certo leggendo queste cronache. In epoca non molto remota, legata alla nostra adolescenza, chi non ricorda cosa avveniva durante i Vespri della Settimana Santa?

Si attendeva spasmodicamente il culmine della passione di Cristo in cui è detto: “Il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra, il velo del tempio si squarciò. Gesù, gridando a gran voce consegnò il suo spirito al Padre e spirò“.

Il terremoto che nella nostra chiesa ne seguiva faceva più paura di quello di duemila anni orsono. “Tric e Trac”, “raganelle”, calci alle porte, banchi e sedili violentemente scossi, accensione di mortaretti, urla, fischi e chi più ne ha più ne metta. Chi non ricorda la disperazione di Don Amedeo Martucci, il buon parroco da noi brevemente ricordato in altro capitolo, che abbandonava l’altare per correre a calmare i forsennati parrocchiani che sarebbero stati capaci di ridurre in frantumi tutte le sacre suppellettili?

Nota

Da che cosa può derivare il termine dialettale “‘ntossa”?

Abbiamo pensato all’aggettivo latino: “Entheus”, ma se quest’ipotesi fosse veritiera, dovremmo costatare che anche in questo caso la connessione della religiosità del popolo Sangiovannese con i fenomenali fatti mitologici è una costante insospettata e insostituibile. Infatti, “Entheus”, aggettivo della lingua latina, significa “ispirato dalla divinità”, MART: enthea mater, la dea invasatrice (cioè Cibele).

Cibele era dea della fecondità della terra, molto onorata in Frigia; il suo culto di carattere orgiastico, penetrò in Grecia ove fu considerata madre degli dei e degli uomini col nome di Rea. A Roma il suo culto si diffuse intorno al 250 a.C. e le furono consacrate le feste dette “Megalasie”, in onore, appunto, della dea Cibele.

Inoltre non va sottintesa la simbologia fallica nella “‘ntossa”, come nel culto a Dioniso (di cui dissertiamo nelle pagine seguenti, cui i Greci dedicarono la figura del ventilabro: “Pala di legno con cui sulle aie veniva sparsa al vento la pula”). Non si dimentichi, infatti, che Dioniso veniva considerato dai Romani il “liberatore”

LUCE, QUINDI, CHE PENETRA, INVADE, FECONDA E POI SI SPRIGIONA.

Una festa pagana cristianizzata

Tempo di natale, tempo di freddo che avvolge tutto, ma dotato di una struggente bellezza. Proprio per vincere il freddo, alle notti intorno al solstizio d’inverno è stato dato il valore di celebrazione del sole.

Le prefigurazioni precristiane ne sono ricche. Si va dai culti come quello del Sol Comes Invictus, il Sole compagno invincibile, a quello dello Helios di Emesa, che erano ufficiali dello stato. A Roma i recenti restauri di Anna Ramieri al mitreo del Circo Massimo hanno confermato la coincidenza delle celebrazioni del Mitra – Sole con quelle del Sol Invictus, a prefigurare appunto il Natale Cristiano. All’Ara Coeli, dove tradizione colloca l’annuncio ad Augusto del Cristo – Sole di Giustizia da parte della Sibilla capitolina, c’è una colonna forata attraverso cui passava il primo sole del solstizio. Sotto il gelo, si prepara l’attesa del fuoco dell’estate: spirituale e materiale.

 

L’abbazia

Il 26 maggio 1358, Innocenzo VI, uno dei Papi avignonesi, confermava con una Bolla la nomina del nuovo Abate di San Giovanni de Collibus (oggi San Giovanni Valleroveto) e della chiesa di Sant’Elia.

Innanzi tutto, soffermiamoci a considerare il fatto storico importantissimo e cioè che già prima del 1358 in San Giovanni Valleroveto esisteva un Abate di un’Abbazia in Chiesa collegiale e Collegiata. È noto che Abbazia sottintende un Monastero governato da Monaci o canonici regolari, in numero di almeno 12 che professino la “stabilitas loci” e siano perciò inamovibili. Il Monastero è eretto canonicamente come persona giuridica, è quindi ente “sui juris”, autonomo, indipendente da altri superiori. Tale concetto informa la Regola di San Benedetto e si fonda su quello romano della famiglia, riconoscendo l’Abate come il “pater familias” ed i monaci come suoi figli, donde il loro voto “stabilitatis” nel monastero della loro professione.

Costituitesi prestissimo sotto l’impulso monacale caratteristico del cristianesimo primitivo, principalmente orientale, le Abbazie si moltiplicarono durante i secoli IV e V, e furono ben definite e disciplinate sulla Regola di San Benedetto. Quali enti “sui juris”, esse divennero necessariamente titolari di proprietà costituite da donazioni o lasciti, e alcune di esse divennero famose per la vastità e la ricchezza dei possedimenti (vedi ad esempio quella di Montecassino cui innanzi abbiamo accennato).

Anche l’Abbazia di San Giovanni Valleroveto aveva cospicui beni mobili ed immobili, come appunto la Chiesa di Sant’Elia con i suoi annessi e connessi. Parlando di Sant’Elia, sulla scorta dell’opera di Don Gaetano Squilla “Il Fontanile di Sant’Elia”, abbiamo appreso l’importanza che rivestivano in quei tempi i monasteri. Infatti, quelli più antichi prendevano il nome dal luogo dove sorgevano o dal loro fondatore; più tardi vennero posti sotto la protezione di un Santo di cui possedevano le reliquie, e, generalizzando l’uso, si giunse all’erezione di Abbazie in onore di Santo particolarmente venerato. Le Abbazie dell’epoca più antica, come San Giovanni Valleroveto, furono dei veri e propri “eremi”, siti in luoghi solitari; più tardi ne sorsero altre nelle maggiori città. Esse hanno una grande importanza nella storia della civiltà in quanto, durante i secoli di oscurantismo e di barbarie dell’Alto Medioevo, rappresentarono le sole isole di civiltà e di cultura. Copisti, postillatori, commentatori di testi antichi, questi monaci conservarono e moltiplicarono il prezioso materiale, restituito all’umanità dal Rinascimento. Varie furono le attività cui ciascuna di tali Abbazie : quella di Cluny (Francia) è famosa per gli studi teologici; quella di Montecassino (luogo di provenienza del nostro San Diodato) per gli studi di cultura generale; quella di Fossanova (LT), sulla Via Appia vicino Priverno, per la squisita attività alberghiera e ospedaliera. Per necessità composte in località lontane dai centri abitati, come appunto San Giovanni “in Collibus” dei primordi, furono costrette ad attrezzarsi convenientemente, e per questo sorsero in esse laboratori d’ogni genere da cui spesso uscirono prodotti eccellenti di un artigianato molto pregevole.

Se nella Bolla Pontificia del 1358 si parla di Chiesa – Collegiata secolare, è facile affermare che i Benedettini giunsero in San Giovanni Valleroveto già prima dell’anno mille, e quasi certamente, sin dall’epoca della permanenza di San Benedetto nell’eremo di Subiaco.

Come abbiamo già innanzi accennato, l’operosità, l’ingegno, la saggezza dei Santi Frati, riscattarono la plebe dalla schiavitù in cui era stata ridotta dalle varie invasioni barbariche e dalle ingiustizie e prepotenze del potere feudale, dandole dignità di popolo e di figli di Dio, anche attraverso i famosi “LIBELLATICI” costituiti da certificati imperiali che preservavano i Cristiani che ne erano forniti dalla schiavitù e dalle persecuzioni.

Dai Benedettini i Sangiovannesi appresero le arti e i mestieri e progredirono sotto la protezione di uno dei più grandi Benedettini, il Nostro Protettore San Diodato che in San Giovanni ha posto il Suo sacello.

Il progresso fu lento, ma efficace, se le poverissime capanne e spelonche di pastori poterono diventare paese e se la sperduta grancia fu promossa al rango di Abbazia (per un certo periodo anche sede municipale) con potere giurisdizionale sulle altre chiese e sui terreni di altri paesi circondariali e di quelli dell’altro versante della catena appenninica come, appunto, di Collelongo e di Villavallelonga.

Chi è Sangiovannese può testimoniare che da tempo antichissimo, per tradizione, i parroci non vengono chiamati, come avviene nei paesi limitrofi, con l’appellativo proclitico DON, ma con quello di SOR seguito da Abate. Infatti, noi diciamo “SOR’ABATE“; almeno per quanto riguarda gli anziani.

 

Giovanni e Diodato

Dionigi il Piccolo mette in rilievo la particolare devozione dei Benedettini verso la figura di San Giovanni Battista e così pure, nel MIGNE leggiamo: “Et idem Johannes … prophetarum culmen omnium, institutorque monachorum, sicut primus se monachis ostendit … item monacus se declaravit, ita nunc officio monachorum, quamvis humilium, hanc de se Romanis historiam manifestare dignatus est”.

La dedicazione della Chiesa e la denominazione del piccolo borgo al nome di San Giovanni risalgono all’epoca anteriore l’anno mille, come abbiamo cercato di dimostrare in altra parte, ad opera dei Santi Benedettini. Se il nostro Santo fosse stato un personaggio del luogo, conoscendo il carattere ed il campanilismo delle nostre genti, la parrocchia sarebbe stata certamente intitolata a San Diodato. Ma se ciò non è avvenuto lo si deve unicamente al rispetto, da parte del popolo Sangiovannese, della peculiare devozione dell’Ordine Benedettino verso la figura del Battista e dell’Evangelista.

Lo stesso grande fondatore dell’Ordine, già in vita, volle farsi preparare il sepolcro nell’edicola di San Giovanni Battista che si trova nella parte centrale dell’Abbazia di Montecassino.

Diodato è nome certamente di origine Gotico – Bizantina; bizantino era il re Teodato che nel 535 troviamo con le sue truppe nei pressi delle mura di Roma, come pure di famiglia bizantina era quell’Abate Adeodato che, ai tempi della permanenza di San Benedetto a Subiaco, governava un monastero situato alla periferia di quella città; re gotico era Teodorico. Signoria Bizantino – Longobarda era quella che governava l’importantissima contea di Aquino, famiglia d’origine del Nostro Taumaturgo.

I nomi Diodato, Deodato, Adeodato, Teodato, Teodorico, Teodosio, ecc. ecc., non sono certamente e facilmente riscontrabili, in quelle epoche, nelle “anagrafi” abruzzesi e, pertanto, anche sotto questo punto di vista etimologico non è pensabile che il San Diodato dell’Ecclesia San Johannes de Collibus, possa identificarsi in un Santo monaco eremita indigeno; veniva da altra contrada. Teodora si chiamava la nobile madre di San Tommaso d’Aquino, pronipote del Nostro San Diodato, nato a Roccasecca (FR).

Nomi simili a quelli sopra elencati erano diffusi, e lo sono ancora in minor misura, nei territori dell’antica contea aquinate, in quella beneventana e nel napoletano; negli antichi atti notarili, come pure in atti nobiliari ed accademici sono ricorrenti nomi come Deodato, Diodato,  Adeodato ecc. Persino alcuni cognomi, nella contea di Aquino e nel rimanente frusinate, si rifanno all’origine del salvifico San Diodato. Si può citare come esempio il cognome del presidente della squadra di calcio di Frosinone, che al momento in cui stendiamo queste pagine è appunto Deodati.

Al tempo in cui San Benedetto si ritirò a vita eremitica sui monti di Subiaco, il monastero sublacense era retto dall’Abate Adeodato e, successivamente, quando il Santo Eremita si andò a stabilire a Montecassino portò con sé il ricordo del suo superiore e lo tramandò ai suoi successori. Tutto quindi viene da Montecassino: toponomastica, anagrafe, cultura, tradizioni, beni morali e materiali.

Bizantino è aggettivo di Bisanzio che anticamente fu capitale di un grandissimo Impero, sorto dalla divisione di quello romano, che governò anche l’Italia fino all’anno 1453, epoca della sconfitta subita ad opera dei turchi. Detto Impero comprendeva l’Asia Minore, la penisola balcanica e le isole dell’Egeo.

Nel 568 i Bizantini furono sconfitti ad opera dei Longobardi guidati da Alboino, nei pressi di Pavia.

La dominazione Longobarda si estese progressivamente verso il sud d’Italia fino ai ducati