Capitolo VII

San Gioacchino

Foto 7.1 – San Giovanni vecchio (AQ) – Statua di San Gioacchino che è comprotettore unitamente a San Diodato.

Perchè patrono

È comprotettore unitamente a San Diodato il veneratissimo San Gioacchino per i motivi che appresso illustreremo.

Nel 1867 in San Giovanni Vecchio Valleroveto scoppiò una tremenda epidemia di colera. Una donna di nome Neri Katia (chissà come mai un nome così sofisticato in un borgo dalle tradizioni tanto semplici) sognò che mentre si recava in campagna e giunta in località “Chiuse” ebbe l’incontro con un signore al cui braccio pendeva un cesto di vimini; lo stesso sconosciuto si chinava e dopo aver raccolto dei fiori ne sceglieva i più belli depositandoli nel cesto, mentre i rimanenti li gettava via.

Tale sogno si ripetette per ben tre notti, fino a quando la buona Katia chiese al personaggio il motivo del suo agire così misterioso. Lo stesso le rispose che i fiori più belli erano le anime candide destinate al Regno dei Cieli, mentre i fiori non belli erano le anime impure destinate all’eterna dannazione. La donna udendo parole così tremende, chiese al viandante chi fosse. Senza esitazione l’interpellato le rispose: “IO SONO GIOACCHINO. Se volete che il colera cessi raccomandatevi alla protezione di San Gioacchino, facendo penitenza ed organizzando una grande processione per le vie del paese”.

Appena sveglia la signora Katiuccia si recò immediatamente alla canonica e raccontò al parroco e a tutti i vicini il sogno delle tre precedenti notti.

Il popolo di San Giovanni diede subito vita ad una solenne processione penitenziale ed il colera, come d’incanto, cessò nel giro di qualche giorno e la notizia della guarigione di tutti i malati si diffuse in tutta la Valleroveto.

Su iniziativa della famiglia Moro, si fece una colletta e, da un artista napoletano fu fatta scolpire la statua raffigurante il Santo, a cui fu anche dedicato un altare.

Sia la statua che l’altare sono ancora venerati al lato destro dell’ingresso principale della Chiesa.

Inoltre, fu deciso di celebrare solennemente la ricorrenza, fissandone i festeggiamenti alla terza Domenica di Ottobre di ogni anno. Tale festa, da quell’epoca, è stata sempre rispettata e solennizzata.

Il miracolo, di cui abbiamo fatto cenno, è illustrato nella lapide marmorea posta sul piedistallo in cui è sita la statua di San Gioacchino.

Il colera fu di tali proporzioni che il Governo inviò sul posto una compagnia di soldati, per la sepoltura dei cadaveri e per l’assistenza agli ammorbati. Il comandante delle truppe, che era stato accompagnato dalla consorte, ebbe la sventura di perderla perché era rimasta contagiata dal morbo e la salma venne tumulata nel cimitero approntato nelle vicinanze, o meglio, attiguo al lato ovest della Chiesa Parrocchiale.

È da notare come anticamente non esistevano cimiteri distanti dai centri abitati. Originariamente vennero utilizzate apposite tombe scavate nei sotterranei delle chiese e, successivamente, in luoghi a stretto contatto con il luogo sacro. Altro dato, questo, che colloca il nostro tempio come data di nascita in tempi lontanissimi e ultra millenari.

Molte volte, infatti, in occasione di lavori pubblici relativi alla pavimentazione della piazza antistante la chiesa parrocchiale, sono affiorate ossa umane anch’esse rivelanti precisa datazione.

A proposito del colera, sentite cosa scrive nella sua tesi di laurea il Dr. Danilo Vernarelli nostro parente e compaesano:

Il 1867 però, anche se poco operativo per quanto attiene ai briganti, fu tristemente ricordato come “l’anno del colera”. Questa epidemia si sviluppò tanto rapidamente che il numero degli abitanti della valle diminuì sensibilmente in poco tempo. In un rapporto di un medico militare si riportava, per esempio, che la popolazione di San Giovanni che negli anni precedenti “ammontava a circa 700 abitanti è scesa ora a circa 300, gli altri chi morti chi fuggiti in paesi distanti. Lo stesso vale anche per altri paesi. Il dottore nel rapporto esprimeva dure critiche sull’inerzia delle autorità civili che lasciavano la gente indigente e malata senza aiuto. Mi sembra opportuno riportare un documento che, a mio avviso, illustra tutta la drammaticità della terribile epidemia:

“Non bastava il brigantaggio, non bastava la guerra da poco cessata, doveva sopraggiungere anche questo flagello a mietere altre vittime. E ben più tremenda era questa morte che arrivava inaspettata, fra spasmi atroci, senza alcuna speranza di poterla scongiurare. (…) La desolazione in quella valle era al colmo e non solo la gente dello stesso paese negava soccorso, ma gli individui della stessa famiglia s’abbandonavano in preda al male, e i genitori agonizzanti erano dimenticati dai propri figli per il timore del contagio. Per le strade, nelle case, vi erano cadaveri abbandonati, e i contadini fuggivano dai loro tuguri (…). Ma non era così per i soldati; fermi al loro posto accorrevano ovunque richiedeva il bisogno, porgevano le cure agli infermi e seppellivano i morti”.

Il contagio durò sino al 1868.

San Gioacchino è anche protettore unico di San Giovanni Nuovo, sorto a valle, vicino alla strada statale ed al fiume Liri, in seguito al terremoto del 13/01/1915; lo festeggia contemporaneamente alle solennità celebrative di San Giovanni Vecchio.

In proposito ci vorremmo permettere di fare una proposta, che susciterà polemiche, tendenti ad eliminare antipatici ed inutili campanilismi da sempre esistenti tra le due consanguinee popolazioni.

Premesso che è giusto e doveroso che entrambi i centri abitati continuino a ricordarsi con gratitudine di San Gioacchino, ci si chiede perché non farlo in date diverse. L’antico calendario liturgico fissa la solennità del Santo il 16 Agosto. Anche se questa non è la luttuosa data del colera che afflisse il nostro popolo, potrebbe essere una data adatta a San Giovanni Vecchio, non solo perché essa eliminerebbe i su accennati attriti e campanilismi, ma anche perché:

  1. permetterebbe la partecipazione reciproca e scambievole alle due popolazioni;
  2. la data del 16 Agosto sarebbe più congeniale alle caratteristiche dei festeggiamenti del vecchio paese; caratteristiche che qui di seguito illustreremo;
  3. si avrebbe la partecipazione più numerosa degli oriundi Sangiovannesi perché la festa cadrebbe nel periodo delle ferie e non verrebbe “vanificata”, come spesso accade, dalle avversità atmosferiche.

Festeggiamenti

La festa è caratterizzata da due diversi svolgimenti; uno di carattere religioso e l’altro più strettamente ricreativo e mitologico.

Si inizia con i divertimenti della serata del sabato. Essi si svolgono non nella piazza “grande” antistante la chiesa parrocchiale, ove si celebrano i festeggiamenti in onore di San Diodato, ma nella caratteristica piazzetta, poco più a monte, che si trasforma per l’occasione in un vero e proprio salotto.

Un’orchestra folcloristica allieta la serata mentre tutto il popolo partecipa con balli di liscio, tarantelle e quadriglie.

Alla fine della serata, come d’incanto, appare tra la folla la cosiddetta “Mammoccia” che rappresenta una rozza signora, il cui scheletro formato da stecche è rivestito da carta colorata e da policromi bengala.

Nell’interno della “Mammoccia”, catalizzatrice della serata, si nasconde un provetto ballerino che guadagna il centro della piazzetta e, accompagnato dall’orchestra, inizia una solitaria danza sfrenata, mentre il popolo forma intorno ad essa un cerchio, tenendosi per mano e accompagnandone festoso le movenze.

Quelli che non partecipano al cerchio danzante fanno da corona tenendo in mano torce con bengala, fino a quando qualcuno non da inizio all’accensione delle micce sporgenti dalla “Mammoccia”, preludio all’incendio definitivo della stessa. Il temerario ballerino, all’interno della brutta signora, continua il suo ritmo forsennato fino a quando le fiamme ed i botti non lo costringono alla precipitosa fuga. Intanto la “Mammoccia”, abbandonata al suolo priva di “anima”, brucia e muore in mezzo ad una nuvola di fumo che ha invaso l’intera piazzetta; il fuochista da inizio all’accensione di mortaretti che inviano in aria festosissime e colorate “granate”.

Gli involucri cartacei attorcigliati esplodono la loro rabbiosa furia abbagliante e sfavillante, sfrigolando, furoreggiando ed imbizzarrendosi. Poi, un’esplosione più potente delle altre pone fine ai giochi pirotecnici (il cosiddetto “colpo scuro”).

Tra l’invadente ed acre nuvola di fumo, dal sapore di pece e polvere bruciata, è palpabile l’ilare soddisfazione degli spettatori, i quali esclamano ed applaudono dando segno di consenso ed approvazione.

I ragazzi, invece, quasi giocando a rimpiattino, si rincorrono a vedere i mozziconi fumiganti e la spettrale armatura dell’agonizzante “Mammoccia”.

A questo punto un interrogativo: quale attinenza ha la “Mammoccia” con la festa di San Gioacchino?

Abbiamo accennato poco innanzi al risvolto di carattere mitologico e così è infatti. “Mammoccia” equivale a “Mammona”: idolo siriano della ricchezza e del demonio? “Non si può servire Dio e Mammona

San Gioacchino liberò San Giovanni Valleroveto dal terribile morbo della peste. Cos’è il peccato se non la peste dell’anima e l’espressione del demonio sotto le vesti di “Mammona”?

Si brucia così ogni afflizione di carattere morale e materiale, ivi compresa la scalogna, o come usa esprimersi l’attuale gioventù, la perfida “sfiga”.

In buona sostanza, la corale adunanza dell’intera popolazione nella piazzetta – salotto del piccolo borgo è quel “Sabato del villaggio” dai caratteri esorcistici particolari, implicanti un itinerario di fede lastricato di mistero e magia.

Esorcismo era un rito lustratorio tra le antiche genti, con il quale, servendosi appunto di formule, gesti ed oggetti usati all’occorrenza dal santone di turno, si scongiuravano i malefici influssi spiritici. L’esorcismo è praticato anche, in modo consono e salvifico, nella Chiesa Cattolica; esso si estrinseca in quei scongiuri che il ministro, debitamente autorizzato, fa in nome di Dio autoritariamente contro il demonio affinché abbandoni le persone da esso possedute e cessi d’infestare cose animate ed inanimate.

Risulta evidente, dopo questo discorso sui risvolti di una festa, lo splendido equilibrio, posto in essere dal popolo Sangiovannese tra sacro e profano, in assenza di una profittevole e santificante gestione parrocchiale atta ad evitare che la fede non restasse nel solco dell’ortodossia teologica e si appannasse nel corso dei secoli.

L’usanza della “mammoccia” non è in Abruzzo esclusiva di San Giovanni Valleroveto; in Civitaquana (PE), paese nei pressi del massiccio della Maiella, ad esempio, in occasione della festa del patrono Sant’Egidio del primo settembre, si ripete il nostro rito. Si tratta del ballo di una pupa alla finestra, che è di cartapesta ed alta addirittura tre metri, con in capo un girello di fuochi artificiali ed altri intorno alla cornice. La pupa che porta le braccia sui fianchi, veste una gonna con un cerchio all’interno, ma a differenza della nostra, ha un volto bellissimo.

Dunque così si svolge la festa civile, in San Giovanni Vecchio, mentre quella religiosa ha inizio di buon’ora all’indomani con mortaretti o “colpi scuri”; si prosegue con la Santa Messa mattutina e confessioni; arrivo della Banda Musicale che fa il giro del paese; Santa Messa solenne con panegirico a mezzogiorno; solenne processione con San Gioacchino e conclusione con gli immancabili e formidabili fuochi artificiali.

Sarebbe in armonia, l’aspetto civile della festa con quello religioso, se, a nostro modesto parere, negli ultimi tempi non fossimo andati un poco fuori del seminato, con qualche propensione al becero. In particolare, c’è sembrata fuori luogo l’esibizione della deteriore volgarità cabarettistica da parte di qualche sedicente “presentatore”, oltretutto, profumatamente remunerato.

Non siamo bigotti o moralisti, ma certe amenità fuori luogo vorremmo vederle, sperimentate e profferite in ben altri contesti.

La nostra non vuole essere una critica distruttiva o un rimprovero, ci mancherebbe altro; per prima cosa non ne abbiamo il titolo, ma, soprattutto, perché la disinteressata abnegazione degli organizzatori va lodata e ringraziata. Ci permettiamo dare soltanto qualche consiglio costruttivo, dettato dall’amore a quelle radici che ci legano e ci coinvolgono appassionatamente a questo amato “suol natio”.

Chi è San Gioacchino

San Gioacchino, marito di Sant’Anna, è il padre di Maria Vergine, la Madonna e, quindi, il nonno di Nostro Signore Gesù Cristo e, quindi, suocero di San Giuseppe.

San Gioacchino, comunque, non ebbe la fortuna di vezzeggiare e godersi su questa terra le soavi carezze ed i trastulli dell’Onnipotente suo nipote, fattosi uomo fra gli uomini, perché non ne ebbe il tempo. Da che cosa deduciamo tutto questo? “Gioacchino ed Anna trascorsero in casa loro circa vent’anni di casto matrimonio, senza creazione di figli”.

Quindi se è vera la notizia dei due successivi matrimoni di Sant’Anna, la morte di San Gioacchino dovrebbe essere avvenuta in età relativamente giovane. Infatti, Sant’Anna, che è protettrice delle gravide, degli educatori, delle lavandaie, delle vedove, dei muratori e dei naviganti, dopo aver partorito la Vergine Santissima rimase vedova, una prima volta di Cleofa da cui ebbe una seconda Maria (madre di Giacomo, Simone, Giuseppe e Giuda) e si rimaritò una terza volta con Soloma da cui ebbe una terza Maria, Madre di Giovanni e Giacomo.

Il sommo poeta Dante, nella sua opera “Convivio” così si esprime: “…Cristo, figliuolo del sovrano Dio e figliuolo di Maria Vergine (femmina veramente e figlia di Joacchino e d’Adam)”; ed ancora, in altra parte della stessa opera letteraria, là dove contesta la definizione che della nobiltà aveva dato Federico II, aprendo una digressione in cui raffigurava con espressioni solenni la necessità e la provvidenzialità dell’Impero, tra l’altro, scrive: “…e però che anche l’albergo dove il celestiale rege intrar dovea, convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima ne la quale (……) nascesse una femmina ottima di tutte le altre, la quale fosse camera del figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David …”. Perché figlia di Adamo? Il poeta voleva rafforzare il concetto di persona appartenente veramente al genere umano.

San Gioacchino è quindi della stirpe di Davide dell’Antico Testamento, “mondissima”, “purissima” e “santissima”.

Nei secoli passati, il culto di san Gioacchino è stato di notevole spessore, se si considerano i tantissimi personaggi che si sono onorati nel portarne il nome. Ecco qui di seguito qualche significativo esempio:

  1. Gioacchino Pecci che il 20/02/1878 veniva eletto Papa prendendo il nome di Leone XIII; era nato a Carpineto Romano nel 1810 e morì a Roma nel 1903.
  2. Gioacchino da Fiore (Celico, Cosenza c. 1140 – San Giovanni in Fiore 1202), monaco cistercense, profeta ed esegeta; eremita nella Sila, dove fondò un eremo ed un ordine detto “Florense”; profetizzò una terza epoca, l’epoca dello Spirito, antecedente la venuta dell’Anticristo e il giudizio finale di Dio. I suoi seguaci si chiamarono “Gioachimiti”.
  3. Gioacchino Murat (Labastide-Fortniére 1767 – Pizzo Calabro 1815) Fu re di Napoli, aiutante di Napoleone nelle Campagne d’Italia e d’Egitto, nel 1800 sposò Carolina Bonaparte, fu Presidente della Repubblica Cisalpina dopo, Marengo, nonché governatore di Parigi e Maresciallo dell’Impero. A Pizzo Calabro fu catturato dai Borboni e fucilato.
  4. Gioacchino Rossini (Pesaro 1792 – Passy 1868), musicista. Cominciò giovanissimo a comporre, diventando in pari tempo famoso in tutto il mondo, dominando tutta l’opera lirica della sua epoca. Fu il rinnovatore dell’opera settecentesca, con il suo stile brioso fatto di slancio e dinamismo che trasfuse e permeò il melodramma dell’ottocento. Famose le sue opere: TANCREDI(1813) – L’ITALIANA IN ALGERI (1813) – IL BARBIERE DI SIVIGLIA (1816) – CENERENTOLA (1817) – LA GAZZA LADRA (1817) – MOSÈ IN EGITTO (1818) – SEMIRAMIDE (1823) – IL CONTE ORY (1828) – GUGLIELMO TELL (1829) – Compose anche uno STABAT MATER (1848) ed una piccola MESSA SOLENNE (1864).
  5. Gioacchino Belli (Roma 1791 – 1863), poeta dialettale, impiegato del governo pontificio. Ammiratore del Porta rappresentò con tratti amari e sarcastici la vita ed i costumi del popolo romano del suo tempo, pur scrivendo contemporaneamente, in lingua, poesie di stile accademico “SONETTI ROMANESCHI” (1819 – 47).

È difficile trovare notizie di San Gioacchino nei testi ufficiali della storia della Chiesa Cattolica, né tanto meno nei quattro Evangeli, nelle Lettere degli Apostoli o nell’Apocalisse.

Le uniche fonti le rinveniamo ne “I vangeli Apocrifi” curato da Marcello Craveri; in primo luogo su quello di San Giacomo e, quindi, su quello dello Pseudo-Matteo, su quello dello Pseudo-Tommaso “Libro sulla Natività di Maria” e, infine, sul “Vangelo dell’infanzia Armeno” riportiamo gli stralci più significativi con le relative note bibliografiche, soltanto per quanto riguarda il testo di San Giacomo.

Il protovangelo di Giacomo è uno scritto apocrifo, cioè non riconosciuto ufficialmente dalla tradizione della Chiesa ma scritto assai antico fra il II ed il III secolo d.C.. In questo scritto i genitori della Madonna compaiono con i nomi Gioacchino ed Anna. Altri vangeli apocrifi indicano Gioacchino con il nome di Sadoc, oppure Gionachir, oppure Liagim.

Il culto di San Gioacchino è antichissimo in Grecia. Nel IV secolo, in Gerusalemme fu costruita una chiesa sul luogo dove presumibilmente furono sepolti Lui e Sant’Anna. In oriente il suo culto è fissato al 9 di settembre giorno successivo alla Natività di Maria. In occidente solo a partire dal XV secolo si inizia a festeggiare San Gioacchino prima alla data del 16 Settembre, poi il 9 Dicembre ed infine il 16 Agosto.

Il protovangelo di Giacomo, molto vivo nella tradizione popolare, attribuisce a San Gioacchino e a Sant’Anna il nome della Madonna che è Maria anzi Mariam, corrispondente all’ebraico Miriam.

“Si legge nel manoscritto del Gamurrini, del 1884, relativo al Vangelo segreto di Maria e conservato nella biblioteca di Santa Maria d’Arezzo: San Gioacchino, infatti, è il primo a comunicare a San Giuseppe l’importanza di assumere la paternità adottiva di Gesù e, nonostante i giusti timori verso una società che non comprendeva il valore dellImmacolata Concezione, lo convince”.

Foto 7.2 – San Giovanni vecchio (AQ) – Chiesa Parrocchiale – Piedistallo in pietra viva della statua di San Gioacchino, in cui vi è incorniciata la marmorea lapide che i Sangiovannesi hanno voluto dedicargli, memori del suo salvifico inter