Capitolo VI

Monastero di Santa Maria dell’Ecclesia

San Johannes De Collibus e “Je Casteglie”

Archeologia e Via Crucis

Oltre a Sant’Elia, di cui è oggetto il capitolo precedente ed il trattato del Rev. Don Gaetano Squilla, esistevano altri due conventi alle dipendenze dell’Abbazia “San Johannes de Collibus” e precisamente, uno nella località Santa Maria, del monte Colubrico, a metà strada tra l’abitato di san Giovanni e Sant’Elia stesso, ad est degli abitati di san Vincenzo e Morrea. Vi si accede attraverso la mulattiera che si dipana nel letto di un vallone, che parte dalle falde e porta alla sommità del monte “Mattone”, e alla fontana di Sant’Elia.

È sito sul versante sinistro del canalone; dopo una breve ascesa, tra sterpi e pietrame, ci si trova in una radura in cui sono ancora visibili i basamenti di un altare e le formelle, scavate nella viva roccia, in cui venivano infisse le “stazioni” della Via Crucis.

L’altro convento, invece, sorgeva a fondo valle, nei pressi dell’alveo del fiume Liri e della SS. 82 “Valle del Liri”, in località Santa Caterina. Di detto convento c’è solo la memoria della tradizione popolare e, a quanto pare, anche qualche mattone e pietra dissepolti dagli aratri. Pietre squadrate sono visibili ove adesso hanno creato un deposito di rifiuti urbani.

Alla stessa stregua di quanto praticato per il Monastero di Sant’Elia, il 5 luglio 1991, questa volta non in macchina, ma con il “cavallo di San Francesco” (a piedi … per intenderci) di buon mattino, imprudentemente in compagnia dell’82enne genitore quasi completamente cieco e sordo, ci siamo inerpicati per circa 950 m. dell’altra collina che sovrasta gli abitati di San Giovanni, San Vincenzo e di Morrea.

A mezza costa, sbuffando e sudando maledettamente, finalmente ci apparve la conca, una volta fertile, di Santa Maria; e ora ricoperta di alte siepi e robuste ginestre, meravigliosamente fiorite in occasione della nostra visita, mentre i pendii a nord, a est ed a ovest sono ricoperti da una fitta macchia di piante di leccio.

Avanzando carponi, simili a cinghiali (le cui visibili tracce erano evidenziate da freschi scavi per la ricerca di tuberi) nelle direzioni preziosamente indicateci dal vegliardo “cicerone”, abbiamo potuto rinvenire i millenari resti archeologici costituiti dalle formelle della Via Crucis e dai resti murari dell’altrettanto millenario Monastero, le cui misure approssimativamente da noi documentate sono: lunghezza 28 passi, larghezza 12 passi.

Le formelle della Via Crucis, per chi volesse avventurarsi per la loro ricerca, sono rintracciabili a metà percorso della china del monte, a sinistra di chi guarda la conca della località Santa Maria, mentre le mura del Monastero, nascoste da fitte piante di leccio, sono visibili in località dirimpettaia. Le buche della Via Cricis sono state ricavate, mediante scalpelli, nelle gobbe emergenti di una lunga teoria rocciosa.

Intorno al Monastero, in un raggio di 50 mq. circa, abbiamo notato qualche pietra ben squadrata (che abbiamo anche fotografata) ed anche qualche frammento di mattone, d’impasto rosso, cotto in fornace, di modeste dimensioni (10 cm. circa) consunto dalle intemperie dei secoli trascorsi.

“VESTIUM VEPRIBUS ET DUMETIS INDAGAVI SEPULCRUM”: riuscii a rintracciare un sepolcro ricoperto da rovi e da cespugli (Cicerone).

Anche questi ritrovamenti dimostrano che la Chiesa “San Johannes de Collibus” aveva un’importanza superiore alle altre chiese del circondario. Essa, infatti, aveva un ordinamento ed uno statuto a se stante; dal fatto che non è menzionata nell’Archivio Vescovile di Sora prima del 1591 (ACVS); dal fatto che prima della suddetta data non vi è alcuna notizia storica che faccia presumere che dipendesse giurisdizionalmente da Sora, come invece lo erano le vicinissime chiese di San Nicola di Balsorano, san Pietro di Morrea, San Benedetto di Civitella, ecc..

(AMC: REGISTRUM CONVENTUS)

Se il Vescovo di Sora aveva il diritto di esigere i canoni ed i censi annui delle chiese del circondario, mentre ne era esclusa quella di San Giovanni Vecchio, una ragione plausibile ci deve pur essere. Qual è questa ragione, se non quella relativa alla sua completa autonomia religiosa ed amministrativa, sulla quale solo il Papa poteva interloquire?

A comprova di quanto andiamo argomentando dobbiamo ancora una volta citare i documenti relativi ai “FRUCTUS MALE PERCEPTI” dell’Ecclesia Sanctorum Helye et Johannis de Collibus. ce monastica attribuita a Sant’Elia di San Giovanni Vecchio, vogliamo dire che dalla cima del monte che sovrasta il Prato di Sant’Elia, si domina la Valle del Fucino e, ad occhi nudi, si può ammirare la benedettina Santa Maria di Luco. Il Leone Marsicano che sapeva tutto di S. Maria di Luco, che è ad un tiro di schippo dall’antico convento di Sant’Elia, vi pare possibile che avesse ignorato l’esistenza di un Santo Eremita vissuto in quella montagna?

Notizie storiche

Quale notizia storica abbiamo del Monastero della montana località Sangiovannese “Santa Maria”, che con tanto puntiglio abbiamo voluto documentare individuandone i resti archeologici?

Nell’Archivio di Montecassino è detto che nel 1089, alla presenza del vescovo sorano Roffrido, Gentile e Trasmundo (Conti dei Marsi) donavano a Montecassino la chiesa di San Nicola di Balsorano, la chiesa di Santo Stefano in Rivo vivo (Roccavivi) e le chiese di Santa Restituta e di Santa Maria in Morrea. All’epoca, il nominato Gentile, era anche conte della vicina Balsorano).

Non c’è da stupirsi se Santa Maria viene localizzata in Morrea, perché il suo territorio era così vasto che fino a tre secoli fa i paesi di San Vincenzo e di San Giovanni Valleroveto venivano chiamati casali di Morrea.

Sempre Don Gaetano Squilla scrive:

le chiese di San Nicola, di Santo Stefano, di Santa Restituta e di Santa Maria hanno avuto una tradizione ed una storia nei secoli posteriori: di esse solo Santa Restituta in Morrea resta ancora in piedi, le altre sono oggi un lontano ricordo…, purtroppo le notizie non sono sempre chiare e i piccoli documenti a nostra disposizione non ci danno la possibilità di meglio illustrare quell’epoca lontana; ma è certo che una grande fede fu alla base di quella società e che la nostra Valle, pur risonante continuamente di armati in cerca di preda e di conquiste, scrisse pagine di intenso fervore religioso, fiduciosa in tempi migliori”.

Santa Maria, che è alla sommità di quel monte alle cui falde c’è lo storico Romitorio di san Vincenzo Vecchio, è quella chiesa (anch’essa Romitorio) che il Don Gaetano Squilla, dichiara essere impossibile individuare, ma che è menzionata da Ferdinando Ughelli in “Italia Sacra“:

privilegio di Pasquale II al Vescovo sorano Goffredo, del 9 febbraio 1110, con queste testuali parole… In valle sorana Ecclesiam S. Petri et S. Donati, plebem S.Mariae (sic!) ecc. . Santa Maria, sarà, nei secoli posteriori, riscontrabile in tanti privilegi pontifici ed imperiali“.

La tradizione popolare e qualche antica pergamena non compiutamente decifrata per la sua collocazione geografica, ci parlano di convento prettamente femminile, retto da una Badessa; molti conventi e monasteri del periodo longobardo erano retti, infatti, da nobildonne quasi sempre

Come è possibile, quindi, condividere la tesi secondo cui il fenomeno eremitico, intorno al mille era “circoscritto al Sorano e al Verolano”? Non è vero, forse, che i nomi delle chiese di San Nicola di Valle Sorana (Balsorano), di San Benedetto a Pascusano di Civitella Roveto e di Sant’Angelo di Pescocanale, figuravano incisi nelle porte di bronzo del Monastero di Montecassino già dall’anno 1066, periodo in cui governava l’Abate Desiderio? Cos’erano dette chiese se non delle grancie eremitiche della vasta provincia Benedettina?

(Gattola : Ad Historiam Abbate Casinensis ..)

Don Gaetano Squilla, nella sua opera “Valle Roveto”, parlando della seconda metà del secolo X in relazione alle prime chiese della Valle Roveto e del ricco Monastero Benedettino di Santa Maria di Luco, così come risulta da Leone Marsicano, scrive:

L’esistenza di non poche chiese e la presenza dei Benedettini con numerose grancie in Valle Roveto ci confermano che il sentimento religioso prima del mille era già profondo nella nostra popolazione …“.

A proposito, poi, dell’ignota “matri di provenienza patrizia.

Quell’epoca tanto lontana e poco documentata potrebbe essere meno confusa e più leggibile solo se lo si volesse, mediante scavi archeologici e rilievi fotografici, da affidare, possibilmente, ad organizzazioni giovanili, in possesso di titoli di studio specifici, i quali, ai nostri giorni, vegetano in attesa di qualche occupazione che poi, se verrà, non avrà forse, alcuna attinenza con la loro specifica competenza culturale.

“Je casteglie” (Il castello)

TITO LIVIO riferisce che nel 346 a.C. Publio Cornelio, nella guerra condotta dai romani contro i Volsci, espugnò un forte in Valleroveto, da lui definito “Castellum ad lacum Fucinum“, facendo tremila prigionieri.

Secondo lo scrittore G. Grossi detta località è da ubicarsi nella parte abitata dai Volsci in Valleroveto, nel territorio compreso tra San Giovanni e Sora.

Se così stanno le cose, il “Castellum ad lacum Fucinum“, non può che identificarsi nel nostro castello o meglio “Je Casteglie”, monte dirimpettaio della località Santa Maria, che sovrasta il nostro abitato di San Giovanni Vecchio.

All’epoca in cui si svolsero i fatti, l’unica strada in Valleroveto che giungeva a Sora e ad Atina, passava a mezza costa del versante orientale collegando Balsorano Vecchio, San Giovanni, San Vincenzo Superiore, Morrea, Civita d’Antino, Casale di Civitella Roveto, e Capistrello.

Per chi voleva raggiungere le città della Marsica e quelle Eque (Alba Fucens) il percorso più breve e logico era quello che da San Giovanni, passando per il castello, raggiungeva la cima del monte “Mattone” con la Fonte di Sant’Elia, e da qui il versante opposto della Marsica (ad lacum).

Nella cima della montagna, in località Sant’Elia, dove vi è, appunto, una sorgente di acqua ristoratrice, molti secoli dopo, la grandiosa e munifica organizzazione Benedettina edificò il suo Monastero aut “XENODOCHIUM” (oggetto del precedente capitolo), allo scopo di assistere e rifocillare gli stremati viandanti come prescrive la relativa Santa Regola.

Sono, queste, fonti storiche certe, come è certo che solo nell’anno 100 d.C., una strada di fondovalle fu fatta costruire da Traiano.

Tornando a “Je Casteglie”, ai nostri giorni, si scorgono ancora tracce di antiche fortificazioni a quota 1105 posta a nord del paese di San Giovanni, sotto Colle Mattone, lungo il vallone che porta alla fontana e prati di Sant’Elia ed al valico della guardiola di Collelongo.

L’episodio della battaglia in cui i Romani, nel 346 a.C., espugnarono il castello “AD LACUM FUCINUM“, di cui parla Tito Livio, è stato oggetto di varie e contrapposte interpretazioni di diversi storici, ivi compreso il De Santis e, per ultimo, il compianto Prof. Don Gaetano Squilla nell’opera: “Valle Roveto”

Tra l’altro, Don Gaetano, memore di quanto aveva già scritto nell’altra opera “Il Fontanile di Sant’Elia”:

Il Fontanile di Sant’Elia si trova a circa 1500 metri. Ci troviamo ad uno dei punti più bassi della catena orientale della Valleroveto: era la zona montuosa che poteva dare un passaggio meno difficile a chi intendeva da Balsorano o da san Vincenzo Valleroveto valicare i monti e recarsi a Collelongo, a Villavallelongo o al Fucino… In quella gola, attraversata da un’erta e scoscesa mulattiera, ecc.”, per il remotissimo episodio storico così si esprime: “e quale difficoltà vi sarebbe se il castello fosse collocato più a sud di Civitella Roveto? (tesi del De Santis). Forse in località non troppo lontana da Balsorano? Si tenga fermo che Balsorano è la corruzione di “Valle Sorana”, che Sora fu una città Volsca e che il territorio di Balsorano poteva benissimo appartenere ai Volsci“.

Infatti, Balsorano confina con San Giovanni Vecchio, le cui località sono raggiungibili a piedi in poco tempo e “Je Casteglie” che sovrasta l’abitato di San Giovanni è posto all’imboccatura di quel canalone, in cui si dipana quella mulattiera per raggiungere Sant’Elia, dalla cui cima si scopre tutta la conca del Fucino. Altro sentiero, dal Castello di San Giovanni porta al Castello di Balsorano Vecchio

 

 

Foto 6.1-2 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Resti dell’abside del millenario monastero Benedettino, rintracciabili nella località montana “Santa Maria”. Questo  monastero alto-medioevale era riservato alle sole donne ed era retto da una badessa di casato nobiliare.

Foto 6.3-4 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Località Montana “Santa Maria” – Millenari resti murari del Monastero Benedettino.

Foto 6.5-6 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Località Montana “Santa Maria” – Resti dell’antichissima Via Crucis, le cui formelle sono state scavate nella viva roccia.

Foto 6.7 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Veduta parziale della radura di “Santa Maria”, sulla cui sinistra sono rintracciabili le formelle della millenaria Via Crucis e sulla cui destra sono visibili i resti murari dell’altrettanto millenario Monastero. Tra i ginepri carichi di bacche rosse, si noti più lontano, al centro della conca, la stupenda fioritura delle ginestre.

Foto 6.8 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Colle Santa Maria – sullo sfondo si erge “Colle Mattone”, sul cui versante sinistro vi sono i ruderi del Monastero di Sant’Elia ed il relativo fontanile.