Capitolo V

Sant’Elia e il fontanile

“Je scif(e) d(e) Sant(e) Glin(e)”

 

Fonti Storiche

Il 26 maggio 1359, Innocenzo VI, quando la sede del Papa, per i noti avvenimenti storici, si trovava ad Avignone (Francia) confermò con una Bolla, in altro capitolo evidenziata, la nomina dell’Abate di San Johannes de Collibus (oggi San Giovanni Valle Roveto) e della “Chiesa di Sant’Elia”.

La conferma dell’appartenenza del Convento di Sant’Elia, con i relativi beni, all’abbazia di San Giovanni, è evidenziato anche dal celebre “Libro Verde” dell’Archivio Vescovile di Sora, iniziato dal Vescovo Giovannelli nel 1612, in cui è detto: “San Giovanni di Morrea, chiesa curata, è trascritto l’Inventario delli beni stabili, et immobili della venerabile chiesa di Santo Giovanni dei Colli, Casale di Morrea, fatto per ordine del Rev. Don Benedetto Masio della Terra di Morrea et Abate di essa chiesa prefata, scritto per mano del Notaio Abbentio Testa”.

Nell’inventario del citato Archivio Vescovile, al primo posto del voluminoso elenco vi è l’appartenenza del cenobio di Sant’Elia alla parrocchia di San Giovanni de Collibus: “Una Grancia di detta Chiesa di San Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la chiesa del quale è roinata, però sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et Villa, siccome appare nel proprio inventario”.

Lassù, dunque, esisteva una Grancia Benedettina; fattoria del Monastero con dotazione di estesi terreni e poderi i cui raccolti e rendite venivano amministrati dall’Abbazia (Casa Madre) di San Giovanni Valleroveto.

Dunque, negli anni poco posteriori al Mille, anche Collelongo e Villa ricadevano sotto la giurisdizione dell’Abbazia di San Giovanni Valleroveto.

“Villa” è l’attuale Villavallelonga (1005m. s.l.m.), distante soltanto 5 km da Collelongo.

Tra le appartenenze, oltre alla Grancia citata, c’era: “un Prato nella montagna di Morreo detto, il prato di Santo Helia, dove sotto il detto Prato ci appaiono le vestigia della medesima Chiesa di Sant’Elia”.

Nel secolo XVII, secondo il documento dell’Archivio Vescovile di Sora, la chiesa di Sant’Elia non era più in piedi; nei secoli che vanno dal XIV al XVII, al pari dell’intera Valle Roveto, soffrì danni e sventure enormi cui deve aggiungersi anche il fenomeno del brigantaggio e l’ignobile trascuratezza delle umane generazioni.

Dette vicende storiche e, più propriamente, quegli antichissimi documenti potrebbero servire come punto di partenza per disquisire sulla secolare vertenza giudiziaria, intercorsa (non siamo sicuri se sia ancora finita) tra i comuni di San Vincenzo Valleroveto e Collelongo, circa l’appartenenza della fontana di Sant’Elia e sugli esatti confini della catena montuosa. Ci asteniamo dal farlo, non soltanto, perché non è questa la sede per emettere giudizi, ma anche perché non conosciamo gli esatti termini del contendere.

L’archeologia

Su Sant’Elia non crediamo sia stata detta l’ultima parola, come vorrebbe far credere, in buona fede, la buonanima del Prof. Don Gaetano Squilla quando scrive: “Il Monastero è una semplice memoria e della chiesetta sarebbe vana fatica ricostruire la pianta” ed ancora: “delle pareti forse spoglie, certamente disadorne e non affrescate“.

Siamo fermamente dissenzienti sulle conclusioni di Squilla e fortemente critici sulle tesi svianti di Don Dionigio Antonelli, citato nelle presenti note, per diversi ed importanti motivi che, se Iddio vuole, cercheremo di chiarire ed illustrare.

Negli elaborati dei predetti letterati tutto è riduttivo, sia sotto il profilo storico ed artistico, che su quello più specifico riguardante le dimensioni della struttura abbaziale.

Affermiamo questo perché in nostro possesso vi sono dei dati di fatto; materiale murario e fotografico che dimostrano l’esatto contrario di quanto è stato scritto.

Il buon Prof. Squilla, che prima di accingersi alla redazione dell’opuscolo sul “Fontanile di Sant’Elia” si recò personalmente sul posto, aveva l’animo sviato dalla precedente lettura del “Compilatio Decretorum Visitationum” dell’Archivio Vescovile di Sora e la sua gita fu, quindi, superficiale. Il documento citato, parla di una visita che il Vescovo Girolamo Giovannelli (quello che scoprì e traslò il Corpo di San Diodato) fece a San Giovanni de Collibus il 18 settembre 1617. Nella relazione che fece, il Giovannelli tra l’altro scriveva: “poiché la Chiesa di Sant’Elia sta sulla cima della montagna, e la via è aspra, il Reverendissimo sig. Vescovo nominò come visitatore Don Tomeo Gizzi, Arciprete di Balsorano, con tutte le facoltà, col mandato di riferire al più presto sulle condizioni della chiesa“.

Ve lo immaginate voi con quale animo il Gizzi, costretto dallo “scarica barile” del Vescovo Giovannelli, si accinge ad obbedire sobbarcandosi nell’impervia ascesa della montagna, che va dai 337 m. di Balsorano agli oltre 1500 m. di Sant’Elia?

Il risultato della visita e della conseguente relazione poteva darsi per scontata già in partenza: “La Chiesa di Sant’Elia è situata nel territorio di San Giovanni (grande scoperta!); è completamente diruta (perché), e appena è possibile vederne delle vestigia; vi sono cinque faggi, a capo della chiesa anzidetta, verso occidente sono visibili le vestigia di tre casette, tra le quali sono ora molti faggi (ma non erano cinque?) e all’intorno molti alberi. Vedendo la chiesa, risulta che essa fu lunga dodici passi e larga sei. La porta guarda occidente, mentre i muri sono rasi al suolo“:

Non vi pare splendido questo verbale di sopralluogo custodito nell’Archivio Vescovile di Sora?

Ma non è ancora più splendida la decisione del Vescovo, dopo aver letto lo scritto del visitatore Don Gizzi? “nel luogo ove si vedono le fondamenta della chiesa, com’è stato sopra descritto, sia collocata una Croce di legno, decorosa e molto alta (… tanto, mica pagava lui!), perché possa essere venerata dai passanti e possa restare il ricordo del Sacro Luogo, a spese del Curato ossia dell’Abbate di San Giovanni, a cui è unita la suddetta Chiesa di Sant’Elia, ecc.”

Noi aggiungiamo: “REQUIESCAT IN PACE AMEN”

Se solo fosse stato fatto il minimo sforzo che abbiamo fatto noi il 4 luglio 1991, nella gita molto motivata e interessata fatta a Sant’Elia, insieme all’ottantaduenne genitore, dopo 374 anni da quella visita famosa, sarebbe stata documentata una realtà molto diversa.

Bastava prendere un semplice bastone, rimuovere lo strato di foglie accumulatosi nei secoli e accorgersi che le “vestigia di tre casette” non erano altro che le tombe del cimitero del Convento, sito, appunto, ad est. Noi di casette di Don Gizzi ne abbiamo localizzate altre cinque, ma, purtroppo, molto prima di noi altri interessati visitatori avevano rovistato e fatto scempio degli antichissimi resti.

Si parla, infatti, dell’asportazione di teschi e stinchi umani da parte di studiosi (?) di Collelongo, ma l’omertà o il timore di guai giudiziari non ci hanno permesso di saperne di più. Come pure sarebbe stato possibile recuperare in mezzo a quell’ossario preziosissime monete d’oro (di quale epoca?), finite, purtroppo, nelle mani di ignari pastori della nostra terra d’origine San Giovanni Vecchio, che volgarmente se ne disfecero in cambio di chincaglieria propinata dal noto “Antonie je cioppe” di Sora. Ad Antonio “lo zoppo” nell’immediato dopoguerra, in cambio di profumate stecche di sigarette americane (è nostro personale ricordo d’infanzia), furono pure consegnati preziosi oggetti d’oro provenienti da “significative” soffitte rimaste in balia di “sciagurati nipoti”.

Tornando al cimitero di Sant’Elia, ci siamo chiesti ed i lettori certamente si chiederanno che cosa ci facessero delle monete nelle tombe. La spiegazione, forse, come sostiene il vecchio genitore dell’estensore di queste note, è da ricercarsi nell’usanza, ultramillenaria, di quelle genti di porre nelle tasche del defunto, prima della tumulazione, una certa quantità di denaro. Per pagarsi l’ingresso nel Regno dei Cieli?!!.

Non facevano, forse, altrettanto gli antichi Romani, gli Etruschi, gli Aztechi, gli Incas, ecc. sia pure con diverse modalità?

Altra domanda viene spontanea; com’è possibile in un cimitero di monaci una così smaccata forma di superstizione?

Una prima spiegazione potrebbe essere, come appresso accenneremo, che i conventi a quei tempi erano frequentati da personaggi diversi, ed anche dalla mentalità meridionale ed “Eduardiana”: NON È VERO MA CI CREDO.

Ancora adesso i nostri vecchi, sia pure molto furtivamente, prima che il becchino chiuda ed inchiodi la bara, depongono nelle tasche del caro estinto qualche spicciolo simbolico; l’abbiamo visto fare in occasione della dipartita dei nostri avi paterni e materni.

Ma, poi, perché stupirsi di tanto? Sentite cosa ci racconta in “Carlomagno” Donald Bullough: “da una parte vi erano le nozioni e le pratiche che erano ancora sopravvivenze pagane o pervertite superstizioni delle esigenze della Chiesa. Vi era, per esempio, l’uso longobardo pagano di mettere un guscio d’uovo fra le gambe dei morti, uso questo che ancora nel XVI secolo sollevava l’ira di San Carlo Borromeo, le rituali bevute nelle chiese o la circolazione di lettere che si dicevano cadute dal cielo, abitudine che fu violentemente attaccata in molti capitolari Carolingi. Il maggior livello raggiunto dal clero ordinario poté salvare i fedeli da questi o da altri errori simili, ma non poté certo eliminarli completamente“.

In altra parte abbiamo accennato all’uso dell’Oratorio della Chiesa di san Giovanni, come deposito di botti di vino ricavato dalle “terre del Sacramento”; uso rimasto in voga fino ad epoche relativamente recenti. Ci siamo chiesti e ci chiediamo ancora, se il deposito di vino era un’esigenza di spazio oppure un’esigenza rituale; propendiamo più per la seconda ipotesi che per la prima. Quale rimedio più efficace e più sicuro, di un fiasco di buon vino, alle sofferenze, alle ingiustizie e alle sopraffazioni?

L’uso spregiudicato degli edifici ecclesiastici, nell’epoca che andiamo raccontando, da parte degli uomini di chiesa, siano essi secolari o monastici, era una caratteristica costante. Gli officianti per accattivarsi l’assemblea dei fedeli si trasformavano in giullari raccontando barzellete, spesso oscene ed anche sceneggiate; tipica era la messa di Pasqua. La norma del “monacus, is qui luget” veniva di sovente dimenticata per trasformarla in “ioca monachorum” che comprendeva indovinelli, lazzi e licenziosità. Le autorità cercavano di eliminare il malvezzo con continue deliberazioni disciplinari; ne fa testo la “Collectio Hibernensis” dell’VIII secolo (anno 710) e centocinquanta anni dopo, nell’852 , il Vescovo di Reims (Francia) Hincmaro che diffidava i suoi preti dall’ubriacarsi e dal fare i buffoni. Ma le encicliche e le diffide delle autorità venivano allegramente disattese, se cinque secoli dopo (nel 1300) Dante si permise la reprimenda contro i preti buffoneschi:

“andate e predicate al mondo ciance […]

Ora si va con motti e con iscede

A predicare, e pur che ben si rida,

gonfia il cappuccio e più non si richiede”

(Paradiso, XXIX, vv. 109; 114-117).

Il fenomeno che andiamo citando, comune a tutta l’Europa, ebbe una durata impressionante nei secoli con le “jaculatores, scurrae, buffones” e con il titolo riassuntivo “risus paschalis”.

Figurarsi se S. Johannes del Collibus, patria dell’eccellente moscato, poteva sottrarsi all’allegra e spensierata usanza, che – tra l’altro – per usare una moderna citazione, funzionava come un buon “ammortizzatore sociale”.

Non si creda che tutto ciò sono ciance, è storia vera se andiamo a spulciare gli atti della Sacra inquisizione del 1500, zeppi di processi per “sollecitazione ad turpia dei fedeli da parte dei preti”.

E le sofferenze d’ordine materiale e morale erano enormi in quei tempi. Stiamo parlando dell’epoca in cui vigeva, tra l’altro, la legge della “corvée” (prestazione lavorativa gratuita) e la “JUS PRIMAE NOCTIS”: diritto che sarebbe spettato al signore feudale di passare la prima notte can la moglie del suddito, la quale non doveva essere stata violata, ma olezzante del fiore verginale e, pertanto, come si usa dire, non deflorata.

Abbiamo un po’ divagato; torniamo a parlare del Monastero di Sant’Elia e delle sue dimensioni che non erano così ridotte come si vorrebbe far credere.

Sempre col bastone di legno ed anche con le nude mani, abbiamo scavato e rovistato; oltre alle cinque tombe sopra menzionate, abbiamo trovato delle mura perimetrali larghe circa 75 cm., distanti tra loro, in senso orizzontale, circa 45 passi, mentre nel senso della profondità abbiamo contato 35 passi. Ma crediamo che non è tutto circoscritto in queste misure quello che si può trovare mediante un auspicabile scavo da parte della competente Soprintendenza Archeologica dell’Aquila.

Si dice che la storia dell’Alto Medioevo è oscura e non ben documentata, ma cosa si fa per progredire nelle conoscenze?

Perché un monastero a Sant’Elia

Un intero capitolo della Regola di San Benedetto è dedicato all’istituzione ed organizzazione di ospizi, o come si diceva in quei tempi “xenodochia”, nei valichi dei luoghi più impervi e solitari per dare ospitalità e rifugio ai pellegrini ed ai viandanti stanchi ed affamati. Il concetto di “sacer” è tipicamente benedettino, in quanto, per detto Ordine Monastico, nell’ospite e nel bisognoso si identifica il Cristo.

Sant’Elia, sia per la dislocazione geografica, per l’impervietà che per l’importanza del valico, risponde all’esigenza dettata dalla Regola Benedettina.

Il valico della montagna di San Giovanni, prima della costruzione della SS. 82 “Valle del Liri”, inaugurata dal Governo Borbonico (per scopi prevalentemente militari) nel 1844, e prima del prosciugamento della Conca del Fucino ad opera del Principe Torlonia fra il 1854 ed il 1878 (un primo prosciugamento, durato 11 anni di lavoro ed ultimato nel 52 d.C., fu compiuto dall’imperatore Claudio, ma nel IV secolo si ostruì il tunnel, lungo 5700m., fatto scavare sotto il Monte Salviano, per il deflusso delle acque nel fiume Liri, e le fertili pianure furono nuovamente sommerse) era l’unica via, per le genti della Valleroveto e delle Valle Sorana, che consentiva di raggiungere i paesi della Marsica, come Collelongo, Villa Vallelongo – Trasacco, Ortucchio, ecc.. Erano e sono, questi paesi molto importanti sotto il punto di vista commerciale, perché produttori di cereali, di patate rinomate, di fagioli, di ceci, di barbabietole, ecc..

Non era, quindi, un eremitaggio come vorrebbe far intendere il compianto professor Villa ed i suoi emuli successori, anche perché San Benedetto

“aveva fatto esperienza di vita eremitica, ma ne aveva avvertito presto la sterilità e ritrovando se stesso, aveva compreso quanto arbitrario fosse il virtuosismo degli asceti e quanto più utile potesse essere l’accoglienza dei bisognosi del proprio tempo, la salvezza dei valori umani creando nella tempesta del mondo alcune oasi di pace, meditazione e lavoro. Ad un eremita che aveva escogitato la penitenza di starsene incatenato ad un sasso, Benedetto diede questo consiglio: se sei servo di Dio, legati alla catena di Cristo, non ad una di ferro”.

(Brezzi: La Civiltà del Medioevo Europeo)

Qui di seguito narriamo un episodio molto significativo e rivelatore dell’importanza del Monastero – Abbazia di Sant’Elia; per esempio della millenaria storia del Monachesimo Benedettino in terra d’Abruzzo e che abbiamo cercato di illustrare (nei suoi resti) con documentazione fotografica sia pure dilettantesca.

Contrariamente a quanto scriveva Don Gaetano Squilla, diciamo che il Monastero era affrescato nelle pareti ed aveva dei marmi artisticamente scolpiti. Affermiamo questo per cognizione diretta. Il genitore di chi scrive fu testimone oculare, anni fa, dello scempio operato da una ruspa, manovrata da un abitante del luogo, sulle pareti o volta del tempio, nel tentativo, forse, di trovare qualche tesoro. Il tesoro, ovviamente storico – artistico, l’aveva sotto gli artigli dell’escavatore, ma quel signore, che pare abbia subìto qualche guaio giudiziario per l’insano gesto, era ben lungi dall’immaginarlo.

Nella casa paterna dello scrivente si trovano repertati (uno dei quali è frutto della ricerca effettuata nella recente gita del 4 luglio 1991) alcuni frammenti degli stucchi stritolati; essi sono affrescati con dei colori simili a quelli ammirati negli scavi di Pompei, come appunto il rosso pompeiano, il turchino ed il celeste. Sempre il genitore di chi scrive, affermava di aver avuto scrupolo a raccogliere, a quanto pare, un’acquasantiera o la cima di un capitello finemente scolpito.

Il lettore si chiederà cosa ci facesse il signor Degni Anacleto in quel posto, mentre si consumava un misfatto e se questi non era complice. Niente di tutto questo. Nei mesi estivi gli abitanti dei paesi che gravitano intorno al massiccio montuoso di Sant’Elia, di Serralonga e di Monte Cornacchia, portano al libero pascolo le mucche ed i cavalli, avvalendosi di quei famosi “usi civici”. Poi, in forma cooperativistica, si sottopongono a quei turni di vigilanza che, di solito, hanno la durata di 24 ore. Esiste ancora un rifugio fatto approntare dalla Guardia Forestale per trascorrervi la notte e per ripararsi dalle ricorrenti intemperie. I sorveglianti o pastori, nell’occasione, portavano in montagna anche l’asino che nell’ascesa serviva come cavalcatura e nel ritorno come mezzo di trasporto di una soma di legna da ardere. Il Degni nell’occasione, svolgeva il proprio turno di vigilanza alla mandria di mucche e, mentre l’escavatore era all’opera, si era portato al fontanile di Sant’Elia per abbeverare le bestie.

Ci si chiede come mai, se è vera la notizia dell’intervento dell’Autorità Giudiziaria nell’accaduto, la Sovrintendenza ai Beni Archeologici dell’Aquila non abbia sentito il bisogno di intervenire con i suoi mezzi e con i suoi esperti per portare alla luce un giacimento che risale ad oltre un millennio e che potrebbe aggiungere altro importante tassello all’oscura storia dell’Alto Medioevo. Quanto meno, si poteva recuperare il materiale venuto alla luce in occasione del misfatto. Ed i politici, più di uno nato nei paesi limitrofi alla zona di Sant’Elia, con incarichi (che avevano ed hanno) di notevole caratura nell’apparato statale, cosa ne pensano? Che cosa aspettano a far valere il loro prestigio per far giustizia storica e dare lustro alla loro terra natia?

Ecologia e ambientalismo

Hanno fatto realizzare una comoda strada asfaltata, ma per quali esigenze di ordine sociale? Per distruggere la fauna, la flora e gli antichi giacimenti archeologici.

Nella bella stagione i lussureggianti prati e gli antichi resti archeologici vengono invasi da autovetture di ogni tipo e cilindrata, mettendo la nostra ridente montagna in concorrenza con il Carnevale di Rio de Janeiro con i suoi canti, i suoi balli e le sue sagre di abbacchi, di castrati e chi più ne ha ne metta!

Altra strada carrozzabile, nel versante vallerovetano, è stata realizzata sventrando le balze del monte Colubrico in cui si rinvengono i millenari resti del Monastero di Santa Maria, ma non per arrivare ad essi. Dopo anni dalla sua realizzazione è ancora evidente la ferita inferta al patrimonio boschivo e sta a testimoniare quale danno di ordine naturalistico, ambientale ed economico può produrre l’insipiente megalomania di politicanti da strapazzo, per non dire altro.

La strada di Sant’Elia, se pur deleteria e da condannare, una sua logica l’ha perché porta ad una meta; quella che si diparte dall’abitato di San Vincenzo Vecchio dove porta? … nel “nulla”.

L’azione distruttrice dell’uomo ha stravolto il prezioso ambiente botanico di un tempo, come pure la permanenza in loco di specie animali rare che bisognava ad ogni costo proteggere per la straordinaria importanza naturalistica che questi monti rappresentavano e rappresentano nel contesto abruzzese; soprattutto nella considerazione della collocazione del massiccio ai margini del Parco Nazionale della nostra regione.

La notevole pressione antropica creata dalla via carrozzabile ha, infatti, distrutto la notevole ricchezza faunistica e la significativa presenza di uccelli stazionari e di passo: il picchio, l’upupa, il codibugnolo, la ghiandaia (“pica”), il rigogolo, l’averla e, in particolare, i rapaci notturni e diurni, che attualmente invano cercheresti, come pure il falco pellegrino, il gheppio, il biancone (aquila di media grandezza con apertura di ali oltre 150 cm.), lo sparviero, la poiana, il barbagianni, l’allocco, la civetta, l’assiolo, il picchio rosso ed il picchio verde.

Chi non ricorda, inoltre, in quelle radure ed in quelle sporgenze rocciose la presenza di starne e della splendida pernice e coturnice dal collare rosso?

I nostri pastori sono anche testimoni di incontri ravvicinati, in tempi che furono, con i lupi ed anche con l’orso bruno. Non esiste più ai nostri tempi, tale pericolo.

Come non pensare anche al corvo imperiale che esegue mulinelli nel cielo come in una danza gioiosa e spettacolare per poi picchiare improvvisamente ad ali chiuse?

Vi erano anche, ai tempi della nostra infanzia, le istrici, i ghiri, i tassi, le volpi, le donnole, le martore e le lepri selvatiche. Per quanto riguarda la flora, il ricordo va a quella abbondanza di lamponi, di more di rovo, di cornioli, di mirtilli e profumate fragoline, nonché fiori stupendi e preziosi come le peonie, gli agrifogli, gli anemoni, ivi comprese rare specie di orchidee.

Chi non ricorda l’abbondante produzione di piante medicinali, quali ad esempio la Belladonna, la Genziana lutea, la Valeriana, la Malva, l’Aconito, il Ginepro, il Vischio, il Sambuco, la Salvia, il Rosmarino, ecc.?

A proposito di piante medicinali, ricordiamo che esse costituirono, un tempo, fonte di lauto guadagno per le nostre genti, in quanto industrie farmaceutiche ne avevano propiziato il raccolto e l’acquisto.

Ricchi e gonfi sacchi di tela – juta venivano fatti ruzzolare a valle, attraverso gli scoscesi pendii delle balze montuose.

Ma, a che vale recriminare?

Le moderne culture ambientaliste fondano le loro radici in filosofie giacobine e roussoniane che, sotto il pretesto pseudoprogressista, hanno inquinato l’uomo moderno, l’ambiente, il territorio e, quindi, l’intero “orbe terraqueo” con le loro ideologie di ordine storico e politico.

Il territorio deve essere governato in un rapporto reversibile di rispetto, affinché il popolo possa fruirne nell’armonia di tutti i suoi bioritmi, privilegiando i valori della tradizione e della conservazione.

Figuriamoci se uomini legati a sterili sindacalismi ambientalisti sinistroidi, possono recepire il concetto filosofico della “pulchritüdo” culturale e scientifica in campo biologico e, allo stesso tempo, trascendentale.