Capitolo IV

Storia e patrimonio

(dell’Ecclesia San Johannes de Collibus et San Deusdedit)

 

I Piccolomini

Nel 1629, periodo compreso nella famosa guerra dei Trent’anni, l’imperatore emanò l’editto di restituzione, in base al quale tutti i principati ecclesiastici e i beni della diocesi, delle parrocchie e dei monasteri, che dopo il 1552 erano stati aboliti, contrariamente al diritto di riserva ecclesiastica concordato in precedenza, dovevano essere nuovamente ricostituiti. (Hertling: Storia della Chiesa)

È l’epoca in cui il nostro San Giovanni Valleroveto ed il suo immenso beneficio parrocchiale ricadevano sotto il casato nobiliare dei Piccolomini, come si evince dalla carta geografica che pubblichiamo, fatta realizzare dalle Autorità Ecclesiastiche nell’anno 1693; epoca del passaggio di proprietà del feudo di Arpino e di Aquino al casato dei Boncompagni di Sora e dell’Invenzione e Traslazione del Corpo Santo di Diodato da parte del Vescovo Giovannelli.

Tutta la Valleroveto apparteneva ai Colonna; perché solo Morrea e San Giovanni ai Piccolomini? Anche questo è un importante fatto storico correlato alla nostra indagine millenaria.

I Piccolomini erano una famiglia Senese di mercanti ai quali Federico III, Imperatore del Sacro Romano Impero, concesse il titolo comitale.

Dal nobile casato furono eletti due Papi: Pio II (1458) e Pio III (1053). Il personaggio che ci interessa da vicino fu Ottavio Piccolomini (Pisa 1600 – Vienna 1656), generale dell’Impero, che si distinse nella guerra dei Trent’anni; ebbe il titolo di duca di Amalfi (sic!) e di principe dell’Impero.

Abbiamo già detto che la chiesa di San Giovanni Valle Roveto, nel Medioevo e fino alla metà del XVII secolo, era ad una navata e che fu ampliata e resa degna di una vera Abbazia nel 1650, con relativo organico della gerarchia ecclesiastica, come l’abate, il cerimoniere, il tesoriere, l’elemosiniere, il sacrista, ecc. in numero di almeno quindici, così come era prescritto dagli ordinamenti dell’epoca ed anche ai giorni nostri con l’istituto del canonicato.

Orbene, i nobili signori di San Giovanni V. R. e Morrea, despoti assoluti dell’ordinamento e dell’amministrazione dei beni terrieri ed immobiliari, erano, appunto, i Piccolomini che avevano il titolo comitale del Sacro Romano Impero, il Principato di Amalfi (antichi nemici di Banevento); due componenti della famiglia furono eletti Papa:  Pio II  (della nobile famiglia di Pienza) e  Pio III  senese.

Nel 1629 i Piccolomini, come tutti i principati dell’Impero, che avevano abolito i beni delle chiese e dei monasteri, confiscandoli, in base all’editto emanato dall’Imperatore  Federico II,  dovettero restituire all’Abbazia di San Giovanni Valle Roveto gli antichi benefici ricevuti dalla donazione di  Carlo il Calvo.  Dopo 21 anni dal citato editto, i  signori Piccolomini provvidero anche ad ampliare il tempio e a dotarlo di suppellettili preziose;  fecero scolpire la statua del Santo in legno pesante di quercia, i cui paramenti pontificali laminati d’oro zecchino e pietre preziose, come il  busto con al centro del petto una fibbia con rubino della grandezza di un mandarino, come pure la reliquia del braccio benedicente.

Il tempio, fino alla metà del  XX  secolo, è rimasto intatto, come voluto dai Piccolomini: con pavimentazione di mattoni cotto, altari con colonne e capitelli barocchi, affreschi nell’alto della volta, che provvidenzialmente ancora possono essere ammirati e da noi documentati fotograficamente,  come pure i grandi quadri – olio su tela – di Santa Caterina e Santa Filomena che ancora esistono, ma non anche quello grande raffigurante San Diodato che copriva quasi interamente la parete vicina all’urna del Santo stesso.

Le pareti della parte ampliata erano interamente affrescate, come quel grande quadro che si può ammirare nell’abside del tempio, unico esemplare scampato allo scempio praticato da sprovveduti e ignoranti praticoni improvvisatisi, nel corso degli anni, restauratori.

Il Corpo  Santo di Diodato, nella sua antica urna, era rivestito, così come ammirato per secoli, da un piviale in pesante seta, ricamato con lamine d’oro e pietre preziose, così come la mitria contornata di rubini.

Tutto quanto sopra fu voluto dai Piccolomini,  non per obbligo derivante dall’editto imperiale (la famiglia rivestiva le più alte cariche dell’Impero e della Chiesa) ma perché si erano imparentati con la Signoria di Equino, discendenti del Casato nobile di San Diodato.

San Giovani Valleroveto, in sostanza, era diventato la sede della Cappella patrizia dei nobili di Equino e loro associati, con tutto il fasto e la doviziosa dotazione che ad un tal luogo si addice: Croce astile, in oro ed argento, turibolo,  navicella,  secchiello e pistillo aspersorio in argento (celebre arte orafa di Sulmona e Guardiagrele), così come i candelabri, gli ostensori ed i lampadari con gocce di cristallo provenienti (a quanto ci è stato riferito) da un casato della nobiltà inglese.  Come pure i messali,  graduali con gli “incipit” miniati provenienti dalla Chiesa Beneventana.

Tutto quanto sopra elencato, ed altro, fa parte della memoria della nostra tenera infanzia e del praticantato da chierichetto e del racconto degli avi.

Della prodigalità dei Piccolomini (Conti di Celano – Morrea  e San Giovanni Valleroveto) vi è riscontro nel libro “LE REGIONI D’ ITALIA” Vol. Abruzzi e Molise – alle pagine 52 e 78 ( (Franco Reiteri – Editore – Milano):

i Piccolomini stessi successero al Conte Lionello Acclozzamora nemico degli Aragonesi.  Antonio Piccolomini (illustre benefattore) nipote del Papa Pio II (Pienza – Siena), arricchì la sua Contea di monumenti (anche il castello di Celano), affreschi e dipinti e sculture realizzati da artisti fatti venire appositamente da Siena.

Tutto quanto sopra elencato e molto altro ancora figurava in un inventario del 1650, fatto redigere dai Piccolomini e Signori di Aquino, una copia del quale era conservata nell’archivio parrocchiale e che ai giorni nostri è invano cercarla.

Foto 4.1 – San Giovanni dei Piccolomini da una cartografia di Domenico de Rossi dell’anno 1693

Bolle papali

“ECCLESIA SANCTORUM HELYE ET JOHANNES DE COLLIBUS, QUIA DEBITIS TEMPORIBUS NON FUIT PROMOTUS NEC ADHUC DICITUR PROMOTUS”

Trattasi del titolo di una Bolla pontificia del periodo in cui il papato si trovava in esilio ad Avignone (1305 – 1377).

In quel periodo il Papa Giovanni XXII elesse l’abbazia Cassinese ad episcopato immediatamente soggetto all’autorità della Chiesa Romana (2 maggio 1322). Ma questa norma venne spesso disattesa dalle Autorità Avignonesi che posero al governo di Montecassino anche degli Abati non monaci, i quali, tra l’altro di frequente, indifferenti alle necessità della celebre abbazia, la governavano a mezzo di vicari.

È in questo contesto storico che bisogna porre anche la Bolla Papale che riguarda la nostra Chiesa di San Giovanni Valleroveto, datata a Villeneuve “diocesi di Avignone” il 26-05-1358, anno sesto del Pontificato di Clemente VI.

Nella Bolla si parla dell’accettazione, da parte del Papa, della rinuncia del Maestro Calcedonio di Ceprano, scrittore pontificio, che era stato fino a quel momento Abate della chiesa secolare (teniamo ben presente questo aggettivo) e Collegiata di San Johannes de Collibus e della Chiesa di Sant’Elia. Nello stesso tempo, l’Abbazia di San Johannes de Collibus con la Chiesa di Sant’Elia, dipendente dall’Abbazia di San Giovanni (ab eadem Ecclesia San Johannis dependens), veniva conferita a Marcuzio Maleozio di Castro Fractarum, oggi Ausonia (FR).

Come volevasi dimostrare, i predetti due personaggi non erano nemmeno monaci. Ed a maggior dimostrazione dell’andazzo di quei tempi, c’è l’altro documento Pontificio con il quale si dava mandato all’Arciprete di Balsorano (de valle Sorana) e a quello di Morrea (de Morejo) di dare il possesso dell’Abbazia e della Chiesa di Sant’Elia al suddetto Marcuzio, sia che fosse venuto personalmente, sia che fosse stato rappresentato dal suo procuratore (sic!).

Comunque, nulla da eccepire sulla condotta morale e mistica, nonché sulla laboriosità dei nostri Santi Monaci Benedettini, che non si lasciavano condizionare e fuorviare dalle strane imposizioni dall’alto, né tanto meno dalle persistenti lotte dei signorotti locali, tendenti ad espandere sempre più i loro possedimenti; la regola di San Benedetto era loro di guida perenne “Ora et Labora“.

Loro cura fu sempre il miglioramento della condizione del nostro popolo nel lavoro dei campi ed in quello delle arti e mestieri, come l’adozione di migliori finimenti per la trazione degli aratri, come l’adozione degli erpici e dei veicoli agricoli; miglioramenti in tutti i singoli rami della tecnologia (lavorazione del legno, del rame, delle erbe medicinali, in edilizia ecc.). Basti ricordare il trattato dell’XI secolo, del monaco Benedettino Teofilo dal titolo “Diversorum artium schedula“, documento tra i più preziosi che ci illumina sulle principali tecniche usate nell’epoca.

Ma chi era il Papa Giovanni XXII, che dalla Francia emetteva degli ordini e si interessava anche dell’amministrazione di un’Abbazia sperduta e decentrata come quella di san Giovanni Valleroveto? Era il Papa di quel periodo in cui il grande teologo Guglielmo di Occam fu sottoposto, dalle autorità Pontificie, a procedimento inquisitoriale per eresia. Essendo Guglielmo da Occam un monaco francescano, tutto il suo Ordine era con lui, tanto che il Generale dei Francescani, Michele di Cesena, dovette sostenere con il Pontefice un procedimento che durò circa due anni e che si concluse con la censura di alcune posizioni del citato teologo.

Il contrasto tra i Francescani ed il Papato riguardava l’assoluta povertà di Cristo e degli Apostoli, sostenuta come articolo di fede da Michele da Occam (e da noi poveri estensori di queste pagine, dal momento che lo stiamo raccontando) e negata dal Pontefice Giovanni XXII. Nella disputa intervenne anche l’Imperatore Ludovico il Bavaro che permise al Generale dei Francescani di proclamare Giovanni XXII apostata, nemico di Cristo e degli Apostoli, e pertanto considerarlo deposto. Ma, la fortuna e la gloria dell’Imperatore Ludovico ebbe breve durata in quanto, nel 1329, si scontrò con il guelfo Roberto D’Angiò, che lo costrinse ad abbandonare l’Italia e a ritirarsi in Baviera. Michele da Cesena e Guglielmo da Occam dovettero seguirlo, mentre l’Ordine Francescano, per poter sopravvivere in Italia dovette indire una solenne sezione del Capitolo Generale in cui si elesse un nuovo Superiore che accettò la sottomissione a Giovanni XXII.

Per capire meglio le questioni sopra enunciate e come la storia minima dell’Abbazia di San Johannes de Collibus fosse legata e risentisse in tutto e per tutto delle vicende storiche dell’epoca, si deve per forza di cose capire anche il pensiero del grande teologo Occam. Egli, strenuo difensore delle idee filosofico – politiche ghibelline, giunse all’enunciazione di tesi generali tanto ardite che precorrono i tempi di un millennio, sulla completa indipendenza del potere laico nei confronti di quello ecclesiastico.

Questa tesi, fatta propria dal grande uomo politico liberale, il Conte di Cavour, intrigante artefice dell’indipendenza Italiana, con il celebre motto “Libero Stato in libera Chiesa“, è stata ribadita e sancita, dopo il Concilio Vaticano Secondo, dai nuovi Patti intercorsi tra l’Italia ed il Vaticano.

Se il Papa possedesse, per precetto e disposizione del Cristo, un’assoluta pienezza di potere tale da avere il diritto di disporre di tutte le cose temporali e spirituali, nessuna eccettuata (perché sempre non agisca contro la legge naturale e divina), dovremmo dire che la legge cristiana implica un’orrenda schiavitù, molto peggiore di quella della antica legge. Tutti i cristiani, gli imperatori ed i re sarebbero infatti schiavi del Papa, nel significato più stretto del termine

(Pensiero del Geymonat).

Sentiamo finalmente, cosa pensa in proposito l’uomo più illuminato e fattivo del XX Secolo, il Pontefice Wojtyla felicemente e provvidenzialmente regnante, sul problema ultrasecolare del clericalismo:

“È un fatto evidente che un’interferenza diretta da parte di ecclesiastici o religiosi nella prassi politica, o l’eventuale pretesa d’imporre, in nome della Chiesa una linea unica nelle questioni che Dio ha lasciato al libero dibattito degli uomini, costituirebbe un inaccettabile clericalismo. Ma è anche ovvio che incorrerebbero in un’altra forma non meno pregiudiziale di clericalismo quei fedeli laici che, nelle questioni temporali, pretendessero di agire, senza alcuna ragione o titolo, in nome della Chiesa, come suoi portavoce, o sotto la protezione della gerarchia ecclesiastica“.

Beni mobili e immobili

Il patrimonio terriero della Parrocchia, in passato, era immenso. Nessuna famiglia Sangiovannese era priva di appezzamento agricolo, concessole in enfiteusi dalla Chiesa, in cambio di modesta misura del ricavato dei vari raccolti, quali ad esempio, grano, olive, uva, granoturco, ecc. Ora sono rimaste piccole proprietà, quasi tutte incolte, per le quali si pagano simbolici canoni annui.

Altro discorso problematico e difficile andrebbe fatto sui beni artistici e storici di cui era dotata l’Abbazia.

Come figli devoti di questa terra, vorremmo accennare, con rimpianto e mnemonicamente a quello che da fanciullo e chierichetto ammiravamo ed ora non c’è più.

Ricordiamo con nostalgia il suono melodioso e celestiale dell’organo, del 1700, dalle molte canne e trombe in piombo, dai numerosi registri manuali riproducenti i suoni di un’intera orchestra ed il mantice, pur esso manuale, fatto di pelle d’animale, che noi fanciulletti ci contendevamo nel “tirarlo” durante le solenni funzioni. Uno strumento quello, capolavoro artigianale, che ormai non se ne producono più perché spazzati via da quelli elettronici.

Ricordiamo i preziosi paramenti, anche laminati in oro, in pura seta, come pure i lampadari, con gocce di cristallo, che pendevano dalle arcate della volta.

Ricordiamo l’argentea e sbalzata Croce astile, l’Ostensorio argenteo anch’esso sbalzato e con angioletti in rilievo, l’argenteo turibolo, l’argentea navicella per incenso, la vaschetta e pistillo aspersorio, tutti oggetti provenienti dalla famosa, rinomata e antichissima arte orafa abruzzese (Sulmona – Guardagrele).

Ricordiamo le “Viæ Crucis” (1600-1700), olio su rame, ogni pezzo autentica opera d’arte pittorica; come pure ricordiamo altri dipinti, quale quello di san Giovanni, del Sacro Cuore di Gesù, del Sacro Cuore di Maria, ed anche quella splendida scultura lignea raffigurante l’infante Gesù (sec. XVII).

Ricordiamo il coro ligneo ove prendevano posto i canonici della Confraternita del SS. Sacramento per cantare i vespri; essi, naturalmente, avevano sostituito i veri canonici dell’epoca benedettina.

Come pure ricordiamo le credenze lignee della Sagrestia, i messali, gli evangeliari, gli epistolari, i candelabri, la raggiera ricoperta di oro zecchino occorrente per l’esposizione solenne del Santissimo Sacramento, ecc.

Poi si sono succeduti i vari restauratori, per adeguare il tempio, per ultimo secondo i dettami del Concilio Vaticano II; quindi, via l’altare maggiore marmoreo con balaustra; via gli altri altari laterali dedicati a Sant’Antonio, a Sant’Andrea, a Santa Caterina , a San Gioacchino.

A proposito di San Gioacchino, la Parrocchia possiede una stupenda statua lignea; di essa solo la testa è dello scorso secolo (1800), mentre tutto il resto è recente, in quanto il corpo era costituito, prima del restauro voluto dal popolo, di un semplice telaio.

Il Santo ha costituito, come meritava, nel presente volume, un capitolo a parte.

Con il restauro è stato fatto sparire anche il coro ove era sito il monumentale organo di cui si è fatto cenno. Come pure è sparito l’antichissimo pavimento in mattoni di terracotta, sul quale (nei corridoi laterali delle navate) si aprivano le botole delle tombe, tra le quali una patrizia con lapide marmorea, recante, incisa in latino, l’appartenenza alla famiglia degli Urbani.

Le altre tombe erano così dislocate:

Ai piedi dell’altare di Sant’Andrea, dunque, vi era la tomba della famiglia di Francesco Urbani; davanti all’altare del Corpo Santo, c’era la tomba del clero; all’altare di San Gioacchino c’era la tomba dei morti per disgrazia; all’altare di Sant’Antonio venivano sepolti i bambini; nella cappella della congregazione delle Figlie di Maria c’era la tomba delle associate; nell’antro del campanile c’è tuttora altra tomba, quindi separata dai battezzati: si dice che risalga all’epoca pagana ed imperiale ed interessante sarebbe una ricognizione; nell’Oratorio, inoltre, c’era la tomba dei Fratelli della Confraternita del SS. Sacramento.

Questi “preti moderni” che preferiscono pagare l’affitto in centri abitati “popolosi” e “sfolgoranti” di “mondanità”, rifiutando la gratuita casa parrocchiale (canonica) nel silenzioso e poco o affatto mondano San Giovanni, hanno pavimentato la chiesa con piastrelle levigate e di grande effetto visivo, come pure di grande effetto scenico sono i fari applicati alle navate.

Che meraviglia!… esclama il neofita pellegrino al suo primo impatto con il rinnovato Monastero. A noi, personalmente, ha fatto subito pensare ad una magnifica discoteca.

Non si avvertono più gli effluvi muffiti del millenario passato storico e non avverti più l’incanto di monastiche processioni avvolte dalla melodiosa e trascendentale propagazione di salmodie gregoriane.

Questo discorso vale anche per l’intero paese. Cosa è rimasto di medievale in San Giovanni?

La pavimentazione dei vicoli, che era in pietra viva andava restaurata con quel materiale; le facciate delle abitazioni, anch’esse in pietra sono state calcificate e cementate; porte e finestre in legno sono state modificate e metallizzate, gli artistici portali sono stati alienati; ecc. ecc. Esiste in provincia una Sovrintendenza?!!

N.B. Le “Viae Crucis”, di cui innanzi è cenno, furono donate alla nostra parrocchia da un altro illustrissimo Personaggio nativo di S. Giovanni Vecchio, il Reverendissimo Monsignore MORICONI, teologo e stimato predicatore presso il Soglio Pontificio di Pio IX. Di lui è stato tramandato un ricordo altissimo di cultura, fede cristiana, umanità e carità. I suoi frequenti ritorni al paesello nativo si tramutavano in una solenne festa della comunità parrocchiale che andava ad attenderlo nella strada carrozzabile (fondovalle) con cavalcature ed addobbi.

Opportuno ed inopportuno

Certamente, il Monastero era da restaurare in quanto gli stucchi in oro del soffitto e delle arcate delle navate erano anneriti o lesionati dalle infiltrazioni di umidità; ma era veramente necessario tanto radicale mutamento?

Chi scrive non è tanto competente da affermare o negare, ma in altri templi restaurati ed aggiornati secondo i dettami canonici più recenti, si continua ancora ad ammirare quello che andiamo rimpiangendo.

Non c’è dubbio, però, che il restauro avrebbe dovuto riguardare anche il tetto, munendolo di copertura in cemento armato, e non il solo rattoppo delle tegole e l’inchiodatura di qualche travetta lignea già corrosa e vetusta. Infatti, a non molti anni dal tanto declamato restauro, le volte dell’Abbazia sono in più parti lesionate dalle estese e vistose macchie d’umidità; se non si corre ai ripari, come da diverso tempo si va predicando, fra una diecina d’anni ricorderemo lo splendido gioiello d’arte in fotografia, come già avvenuto per l’altra chiesa, l’Annunziata, che era ornata da affreschi murari, che il paese si onorava di possedere nella sommità dell’abitato, ai piedi della montagna, ora ridotta a ruderi sbriciolati. In quel tempio oltre agli affreschi, è andato perduto anche uno stupendo organo antico come quello della chiesa – madre e tutti i suoi ricchi arredi sacri. (vedi nota sotto)

L’eccessiva smania di restauro (o altro?) ha fatto sì che si giungesse a fare scempio persino del Corpo Santo del Nostro glorioso Diodato, custodito nella Sua urna ultrasecolare. Il restauro, forse, era necessario, ma l’imperizia del restauratore, per quanto riguarda la Sacra Urna, ha fatto in modo che l’integrità del Corpo Santo stesso, si sfaldasse e s’incrinasse vistosamente. È da tempo che il popolo devoto chiede d’intervenire per arrestare il disfacimento; la Curia fa sapere di aver provveduto ad informare le competenti autorità del Vaticano e di essere in attesa del placet per intervenire.

Anche su questo fatto ci si chiede quale è la verità; ma quale verità e quale placet se si mette in dubbio la santità di quel Corpo nell’urna?

È il caso, inoltre, di parlare del tesoro di San Diodato, fatto di cospicue donazioni di devoti riconoscenti, attraverso i secoli?

Diciamo, soltanto, per carità di patria, che esso nel presente storico è pressoché nullo. Si dice che l’alienazione sarebbe avvenuta per poter far fronte ai lavori di restauro in più riprese. Ci si chiede, allora, se qualcuno possiede la documentazione delle spese e se qualcuno conosce i nominativi dei componenti delle commissioni o comitati, che in queste circostanze si renderebbero opportuni, e che decisero la qualità e la necessità degli interventi e che esaminarono la congruità dei relativi costi.

Quali necessità spinsero ad alienare buona parte della lussureggiante proprietà terriera del capitolo parrocchiale?

Qualcuno, inoltre, conosce l’entità delle somme erogate, negli anni passati, dall’apposito Ente per il Culto istituito presso il Ministero dell’Interno, per sovvenire alle impellenti necessità delle Chiese, dei Monasteri e delle Collegiate?

La vendita di due degli ultimi appezzamenti di terreno, effettuata di recente, fiancheggianti la SS.82 “Valle del Liri”, ove sono sorte due fabbriche; una per materiale edilizio ed altra manifatturiera, secondo quanto ci riferiscono, ha fruttato alla Curia Vescovile di Sora, la sommetta di £ 500 milioni (di ciò non abbiamo la diretta cognizione, ma ne abbiamo sentito parlare nella pubblica piazza del paese).

Come si vede, la miniera d’oro rappresentata dall’Ecclesia di San Johannes de Collibus, continua a sfornare le sue pepite, ma non si trova il modo ed il tempo di riparare il tetto; si lascia andare in malora la canonica, costituita da una deliziosa villetta con giardino alberato e recintato, sita nel punto più confortevole del piccolo borgo, fatta costruire, negli anni d’infanzia di chi scrive, dalla buon anima dell’Abate Don Amedeo Martucci con tanto entusiasmo unito a notevoli sacrifici. Parliamo di quell’abate che seppe insegnare teatro e far recitare contadini pastori, far praticare sport, per la prima volta, a quei poveri giovani derelitti, nel campo sportivo da lui realizzato sul terreno del beneficio ecclesiastico.

In quella canonica, tanti ricordi, del giovane seminarista, vanno alla dedizione con cui il “Sor’Abate” si prodigava nel dispensare la sua cultura, che era di notevole spessore senza mai pretendere ricompense di sorta. Conosceva tutto e l’esigenze di tutti; figuriamoci se avrebbe potuto ignorare l’esatto nominativo di una sua fedele defunta nella celebrazione del funerale.

Era una generosità quella del “Sor’Abate” Martucci che faceva da contraltare alla carità pelosa dell’apparato dirigente del Seminario Sorano, degli anni quaranta e cinquanta, che aveva dovuto accogliere, obtorto collo, quell’infante dell’indigente famiglia Sangiovannese, con retta mensile estremamente simbolica imposta dal monsignore economo di estrazione Vallerovetana. Quell’adolescente che, non potendosi permettere l’acquisto di testi scolastici aggiornati, era stato fornito di quelli con i quali si era erudito il suo zio arciprete un quarto di secolo prima, per compensare la carità offertagli dovette sobbarcarsi nel compito di sacrista ed in tutti i doveri conseguenti: pulire e lucidare i pavimenti della cappella; curare le piante ed i fiori dell’altare; approntare tutto l’occorrente alle funzioni liturgiche. Tutto ciò nelle ore in cui i suoi coetanei si dedicavano allo studio ed ai compiti loro assegnati. La “camerata” di appartenenza di quel piccolo seminarista sapete come si chiamava? Siberia; il nome dice tutto. Le “camerate” esposte a mezzogiorno erano riservate ai figli di papà. La vera carità cristiana c’impone di non andare oltre.

Ma, forse, sarebbe pretendere troppo, nel volersi far restaurare un’abitazione o un tetto.

Il popolo di San Giovanni non è stato mai ad aspettare il miracolo della manna che scende dal cielo. Tanto è vero che, solo grazie alla generosità, alla fede e alla profonda devozione dei Sangiovannesi fu possibile che, l’11 luglio 1965, la venerata statua di San Diodato rientrasse nella sua Chiesa artisticamente restaurata, dopo il doloroso incendio del 28 settembre 1964.

La gioia e l’entusiasmo provocato dall’avvenimento fu tale (come sempre avviene quando trattasi di cose riguardanti San Diodato) che lo si volle celebrare con festa solenne, civile e religiosa.

Ecco come si esprimeva, la buon anima di Don Augusto Fracassi nativo di San Giovanni, chiamato appositamente, dal Comitato, per la solenne celebrazione religiosa:

Il grido “EVVIVA SAN DIODATO”, che è sgorgato dai vostri cuori, allorché la sua venerata statua è rientrata in questa Chiesa, mette in evidenza, o popolo di San Giovanni, la vostra esultanza, la vostra fede, la vostra profonda devozione.

Quando in quel pomeriggio del 28 settembre 1964, la notizia dell’incendio che aveva devastato la statua di San Diodato, passò fulminea di bocca in bocca e una indicibile tristezza invase gli animi non solo del popolo di San Giovanni, ma tutti i devoti di San Diodato, residenti in paesi vicini e lontani, la volontà unanime fu questa: sia restaurata la statua senza frapporre indugi, sia rifatta bella come prima.

E, dopo mesi di attesa, l’artistica statua, magnificamente restituita alla sua primitiva bellezza, eccola oggi tornata nella sua Chiesa in mezzo al suo popolo giulivo e festante.

Guardatela quanto è bella! Quanto fascino esercita nei nostri animi!

È sempre stata bella! Lo scultore aveva avuto una divina ispirazione, quando – secoli fa – scolpì quella statua di San Diodato.

Miratela nelle sue splendide vesti pontificali rilucenti d’oro e di colori belli.

Osservate quello sguardo modesto e penetrante! Quegli occhi assorti nella meditazione del soprannaturale rivelano tutto il motivo della sua vita. Dall’alto attinge l’ispirazione, l’energia, la volontà, la decisione. È lo sguardo del superiore pio, del prelato santo, del governatore saggio, che dall’alto riceve la luce, che riversa nei fratelli.

Giustamente noi ora ci rallegriamo. La secolare, espressiva statua è tornata al suo primitivo splendore, è ancora e sarà per sempre nella sua Chiesa custodita dalla pietà e dall’affetto del popolo di San Giovanni Valle Roveto.

Questa esaltazione della statua non deve essere fraintesa. Noi conosciamo la dottrina cattolica. Noi onoriamo il Santo nella statua. Non siamo idolatri. A noi piace vedere San Diodato così. Siamo abituati fin da ragazzi. Quando i nostri occhi si dischiusero alla luce e la nostra intelligenza fu capace di discernere, avemmo modo di vederla così onorata dalla precedenti generazioni.

Ma la statua di San Diodato è bella soprattutto perché ha rapporto con Dio. Nel mondo non vi è niente di bello e di buono che non abbia rapporto con Dio. Tutto può e deve portare a Dio. Per questo la chiesa ha utilizzato le arti nei suoi templi. L’arte nel tempio si coltiva perché porta a Dio.

La bellezza è stata definita come lo splendore dell’ordine. I colori devono essere complementari gli uni degli altri e intonarsi tutti fra loro e devono confluire in una unità che si chiama armonia. E se l’ordine termina in Dio, allora la bellezza è suprema.

L’arte, per essere apprezzata, deve far rivivere il santo nella sua realtà.

Questo è avvenuto nella statua di San Diodato. L’artista ha saputo crearci il ritratto, la figura di un uomo dedito alla preghiera ed al lavoro, di un asceta.

Ecco perché voi non avete potuto resistere al potente fascino, che esercita su di voi, che commuove i vostri cuori e siete accorsi tutti in questa chiesa. È San Diodato che vi ha chiamati. E la vostra perfetta armonia di cuori, la vostra gara d’amore è l’atto più gradito a San Diodato, che occupa tanta parte del cuore, che fa splendere il sorriso sul vostro volto, che vi procura oggi tanta gioia ed entusiasmo.

Eccoci ora davanti ad essa. Cosa dice al cuore? Egli dice: io sono giunto all’eterna felicità attraverso una vita vissuta in unione con Dio e sacrificata per lui. Non vi ingannate, non vi fate illusioni con miraggi terreni. Non sarà coronato se non colui che avrà combattuto la sua battaglia. Ricordate che la patria è il cielo.

Io vi attendo tutti. Siate miei imitatori come io ha imitato Cristo. Vi raccomando la carità, che è il distintivo dei seguaci di Gesù.

Amate la Chiesa, stringetevi sempre più a questa madre di Santi, per la quale io ho dato la vita.

Dinanzi ai suoi sublimi esempi, non dobbiamo limitarci ad invocare la sua protezione, a chinare la fronte, ma dobbiamo apprendere da lui quella generosità, quella fermezza, quel coraggio che portano alla sincera professione di vita cristiana.

Soltanto allora egli con tutta l’effusione del suo cuore, ci benedice dal cielo.

Prostrati davanti alla sua sacra statua e ai suoi venerati resti mortali, con tutto l’ardore della fede e con tutta tenerezza salutate in San Diodato l’angelo tutelare di questa terra, il grande benefattore.

Unite le vostre voci per invocare il suo patrocinio; deponete davanti a lui fiori e ceri della vostra devozione e gratitudine e ditegli con confidenza: tu sei il nostro diletto; la tua memoria è in benedizione. Portate al suo altare il tributo dell’onore e il sospiro ardente della preghiera.

“O grande eroe della Chiesa, non dimenticare

il tuo popolo dinanzi a Dio.

Continua ad essere il suo benefattore e

difendilo, sostienilo nella lotta del male

contro il bene.

Sii propizio a chi t’invoca; sii a tutti di

consolazione nei dolori della vita, di sollievo

nelle angosce.

Proteggi questo popolo, questi devoti,

che hanno l’onore di possedere i tuoi resti mortali.

Guarda sempre con tenerezza a questo paese,

che oggi, come nel passato, si abbraccia

alla tua urna e t’invoca.”

 

E voi, o cittadini di san Giovanni,

 rallegratevi,

perché San Diodato scintilla come luce fulgidissima su questa terra.”

Nota

Per quanto riguarda il tetto dobbiamo correggere quanto scritto nella prima stesura perché, tornando al paesello per la tradizionale festività del 27 settembre (1995), abbiamo notato che (era ora!) si è messo mano affinché la pioggia arresti la sua opera demolitrice. Trattasi di altro rattoppo, seppure con qualche accorgimento di natura impermeabilizzante, che procrastinerà di qualche decina di anni il ripetersi delle infiltrazioni pluviali. Abbiamo chiesto perché non si è provveduto a dotare il tempio di una copertura in cemento armato. Risposta: “Era troppo costoso, il popolo (80 residenti) ha dato solo otto milioni e quelli della provincia erano pochi”.

  1. Vincenzo Valle Roveto Superiore. Nel pomeriggio del 25 Aprile, durante una solenne celebrazione, il parroco di San Rocco, Don Nicola Tocci ha benedetto un artistico e grande crocifisso donato dalla locale Pro Loco.

Il simbolo religioso adornerà il santuario della madonna del Romitorio, i cui restauri saranno inaugurati dal Vescovo Mons. Luca Brandolini il prossimo 13 Agosto.

(Avvenire, domenica 12/05/1995)

Sarebbe interessante sapere quanti milioni, oltre quel rustico Crocifisso, ha sborsato il contiguo popolo di San Vincenzo Valleroveto Superiore per farsi restaurare la Chiesa Parrocchiale ed il Romitorio.

In quanto ad importanza artistica e storica, poi! …….. Vuoi mettere!?

Prova della faziosità e dell’acredine riservata, non solo verso il popolo di San Giovanni Vecchio Valle Roveto, ma sulla sua antichissima tradizione religiosa e culturale, ci è pervenuta recentemente attraverso l’esame di un opuscolo dal titolo “COMUNITA’ MONTANA VALLE ROVETO” – Pro. As. Professionisti associati – Aprile 1996 – tipolitografia dell’Abbazia di Casamari (FR), in vendita a Civitella Roveto al prezzo di £ 4.000, a cui è allegata la cartina topografica, che pubblichiamo nel presente volume, che intenderebbe illustrare tutto il comprensorio della Comunità Montana in Valle Roveto, ma senza l’indicazione grafica delle frazioni di San Giovanni Valleroveto (Alto e Basso) che, tra l’altro, quello Alto, è servito da ben tre strade carrozzabili; vi figurano invece, oltre ai capoluoghi, le frazioni: “Meta” – “Pero dei Santi” – “Morrea Vecchio” – “Morrea” – “S: Vincenzo Valle Roveto Superiore” – “Balsorano Vecchio”. Comunque Balsorano ha un appellativo “Vecchio” e San Giovanni non è degno di apparire nemmeno come “Vecchio“, ma deve essere cancellato definitivamente dalla faccia della terra per volere di qualche mente eccelsa che per volontà divina regge le sorti ed i destini dei Vallerovetani.

Nel dovizioso opuscolo, inoltre, vi sono riportati degli “ITINERARI TURISTICI“, tra i quali quello n° 19 dal titolo “S. VINCENZO VECCHIO (questa volta è Vecchio non Superiore) – Madonna del Romitorio (625 m s.m.)”: “Nei recessi più suggestivi delle foreste o tra i dirupi remoti e selvaggi, giunge la scoperta inaspettata di eremi solitari, espressione di quell’intensa religiosità medievale che indusse tanti asceti ad isolarsi nel grande silenzio della montagna”. Con questa prosa la mente va subito al Monastero di Sant’Elia con il suo fontanile, oggetto di una pubblicazione del tanto compianto storico indigeno Prof. Mons. Don Gaetano Squilla, oppure ai resti del Monastero alto medievale della conca “Santa Maria” sul Monte Colubrico, oppure a “Je Casteglie” aut Castello “AD LACUM FUCINUM” di lontana memoria storica, ma niente di tutto questo per la mente eccelsa della Comunità Montana; trattasi di “robetta” legata alla memoria del non degno di menzione San Giovanni Valleroveto.

Foto 4.2 – Cartina Topografica della Comunità Montana Valle Roveto

DOLMEN  MITOLOGICO

(Il campanile e le pietre)

La chiesa dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista è fornita di robusto campanile; esso è ciò che resta della antica e maestosa torre campanaria, costruita con pietre scolpite e la cui sommità era sovrastata da deliziosa cupola che venne danneggiata intorno agli anni venti da un fulmine e successivamente annientata da evento tellurico.

Nel basamento del campanile, tra le altre pietre ve n’è una in cui vi è incisa la seguente epigrafe, dedicata ad un semidio del II secolo a.C. (certamente Ercole), del dialetto romano – italico: “N. GAVI C.F. = CAS = H.D.D.L. = M = N.F.C. FII”, fatta realizzare dalla gens Gavia, come afferma lo studioso G. Grossi in: “L’Alta Valle del Liri dalla prima età del ferro alla guerra sociale ( IX – I secolo aC.), in Antinum e la Valle Roveto nell’antichità. Atti del I° convegno di archeologia, Civita d’Antino, 16 settembre 1990, Civita d’Antino 1992, pag. 85″.

L’interpretazione dovrebbe essere la seguente: “N(ucius) – GAVI(dius) = C(ai) = F(ecit) = CAS(sio) = H(erculei) = D(ono) = D(edet) = L(iber) = Mereto) = N(ucius) = F(ili) = C(ano) =FII(it)”. Traduzione in italiano: “Nucio Gavidio, figlio di Caio Cassio, fece ad Ercole questo libero dono per merito, il figlio di Nucio Caio realizzò.”

È risaputo che sotto l’antico campanile vi era la primitiva tomba di San Diodato; da quella antica dimora è stata estratta una pietra con scolpita la sagoma di un leone e ornamenti floreali;  costituisce, attualmente, parte dell’altare maggiore, realizzato in occasione del restauro postconciliare.

Altra pietra, proveniente dallo stesso sepolcro, raffigurante il busto di San Diodato, con l’esplicita epigrafe onciale “Deodatus”, fa da sostegno al leggio dell’Evangelo.

Altra pietra ancora, a forma di colonnina, con riquadro scolpito a finiture intrecciate, tipiche del IX secolo, sorregge la custodia del Santissimo Sacramento.

Quell’antico sepolcro era stato realizzato, dai seguaci di San Benedetto, nello stesso sito in cui sorgeva il millenario dolmen, dedicato al dio pagano Ercole, che gli stessi avevano distrutto, con la stessa tipica architettura, ma con ornamenti artistici assenti ovviamente nella preistoria. Infatti il termine  dolmen o dolmenno, di derivazione celtica, sta a significare un monumento sepolcrale, dell’età della pietra, formato da blocchi costituenti una cripta o casetta bassa.

Quella pietra che vediamo nella foto (Foto 4.23), pubblicata in altro capitolo raffigurante la facciata del tempio  e lo stesso campanile, di forma rotondeggiante era situata a circa tre metri da quella murata alla base del campanile con la dedica sopra esplicata.

Altra pietra dell’antico dolmen era quella che, fino ad un quanto di secolo circa, era situata all’angolo nord della parete della chiesa. Specie d’estate, facevamo a gara per accaparrarci un posto in quel lastrone situato in zona molto ombrosa e ventilata; era il coperchio del monumento al dio Ercole e testimonianza dell’antichissima civiltà del nostro amato borgo.

Queste nostre indagini e considerazioni non vogliono essere uno scrivere “intorno al monumento”, immaginando tipologie formali, ma ricercare “il linguaggio delle pietre”, i materiali, gli elementi costruttivi, le misurazioni  (vedi l’abbazia di Sant’ Elia e Santa Maria), gli spazi ancora misteriosi e mai indagati per rendere meno aleatorie le ipotesi.

Ma, tornando ad indagare sull’antichissimo sito archeologico, sorge spontaneo chiedersi con quale logica è possibile accostare una grossa sfera di pietra in un dolmen; se riflettiamo, però, sulla eterogeneità  delle rappresentazioni mitologiche, dobbiamo ammettere che nel tempietto in esame non poteva essere contenuto lo scheletro o reliquia alcuna del soggetto della dedica; il dio Ercole esisteva solo nelle fantasiose credenze dei nostri remotissimi antenati. Era necessario, quindi, collocarvi qualcosa che ricordasse significativamente le gesta del personaggio che si voleva onorare.

Ercole, eroe figlio di Alemena e di Giove; ancora in culla, quando Giunone, gelosa, mandò due serpenti perché lo uccidessero li strangolò; ebbe Chirone come maestro e dopo le dodici fatiche impostegli da euristeo, sposò Deiamira; uccise Nesso per gelosia, ma poi, avendo Deiamira fattogli indossare la tunica intrisa di sangue del centauro, colto da atroci dolori, si fece erigere un rogo e morì. Le fatiche che dovette affrontare prima della morte, dunque sono: lotta con il leone Nemeo;  uccisione dell’idra di Lerna;  cattura del cinghiale di Erimanto; cattura della cerva di Cerinea; caccia agli uccelli della palude di stinfalo; conquista del cinto di Ippolita; pulitura delle stalle di Angia; cattura del toro di Creta; cattura delle cavalle di Diomede; cattura dei buoi di Gerione; cattura di Cerbero ed, infine, l’oggetto della simboleggia del monumento sangiovannese “conquista dei pomi d’ora delle esperidi”.Le Esperidi, figlie di Atlante e della Notte, vivevano al confine del mondo in un meraviglioso giardino ove cresceva l’albero dei pomi d’oro, appunto, custodito da un mostro che Ercole uccise. Secondo un’altra versione, Atlante stesso avrebbe porto i pomi ad Ercole che lo aveva sostituito a sorreggere il mondo (che è tondo naturalmente, come quella pietra sparita misteriosamente).

È giustificabile il furore che animava i frati benedettini nel distruggere tutti i monumenti delle credenze pagane, ma non riusciamo a comprendere la smania di stritolare e alienare tutto ciò che ricorda il nostro retaggio archeologico, storico ed artistico da parte degli indigeni e loro associati: profanazione di siti di remotissime abbazie e conventi, alienazione di sculture e dipinti antichi, annientamento di pavimentazioni di ogni genere; facciate e  portali di edifici alto-medioevali, reperti archeologici, ecc.

Dopo milleduecento anni ed oltre, siamo arrivati noi sapienti e acculturati; i nostri avi erano ignoranti ..!!!!

Foto 4.3 – San Giovanni Valleroveto (AQ) – Muro del campanile. Documento fotografico, non buono, della pietra con epigrafe di epoca romana dedicata alla divinità pagana. Detta pietra, utilizzata nella costruzione della torre campanaria, certamente faceva parte di una della tante “are pagane” che i Benedettini, ovunque ponevano la loro dimora, provvedevano ad abbattere o distruggere.