Capitolo III

 Notizie e raffronti storici

In conseguenza dell’inedita fonte storica rinvenuta nel Dizionario Storico Politico della Sansoni nel luglio 1989, scrivemmo subito una lettera alla Casa Editrice di Firenze, chiedendo di poter conoscere le origini della sorprendente notizia della morte del XV Abate di Montecassino nelle carceri di Roccasecca, in contrasto con numerosissime altre fonti storiche, di cui ne enumerammo alcune più note, che indicano Benevento, facendo anche presente che, nell’ 834 in cui si verificarono le controversie tra Montecassino e Sicardo, Benevento stessa non era più contea ma era assurta al rango di principato. La nostra richiesta non ebbe alcun esito fino a quando il 14 agosto 1991 reiterammo la supplica alla Casa Editrice “R.C.S. SANSONI EDITORI”, che con missiva del 27 settembre 1991, che qui di seguito riproduciamo, così ci rispondeva:

R.C.S. SANSONI EDITORE

R. C. S.  Sansoni Editore S.p.A.  –  50132 Firenze, Via Benedetto Varchi 47

Firenze, 27 settembre 1991

Gentile Sig. Degni, ci scusiamo del ritardo nel rispondere alla Sua lettera del 14.8 u.s., ma abbiamo dovuto fare alcune ricerche che purtroppo non si sono rivelate proficue. Il Dizionario storico e Politico non è pù di nostra proprietà (e crediamo che sia stato anche svenduto), in quanto noi già dal 1976 facciamo parte del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera. Essendo passati ormai tanti anni non possiamo risalire alle fonti delle persone che a suo tempo curarono questo Dizionario. Siamo spiacenti di non esserLe stato di aiuto e ci scusiamo anche per non aver risposto a suo tempo, nel luglio 1989, forse la lettera sarà andata perduta. Di nuovo con tanti cordiali saluti. Ufficio Iconografico f.to Grabriella Pastraldi.

Non migliore sorte ha avuto il nostro intervento presso l’Enciclopedia Italiana Treccani, di cui pubblichiamo la risposta autentica fornitaci:

ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA

Prot. N. 190/mta

Roma, 19.11.1993

Egregio Signore, ci scusiamo del ritardo con cui diamo risposta alla Sua del 14 settembre u.s.

Purtroppo non siamo in grado di stabilire da quale fonte il nostro collaboratore del Dizionario Enciclopedico Italiano, alla voce “Deusdedit”, abate di Montecassino, abbia attinto la notizia della sua morte a Roccasecca, anziché a Benevento come comunemente si ritiene.

Nè dal Dictionnaire d’histoire ed gèographie ecclésiastique né dalla Bibliotheca Sanctorum (della quale le accludiamo la voce relativa, in fotocopia) è dato di precisare il luogo della sua morte.

Pietro Diacono, nella sua opera De ortu et obitu iustorum Casinensium (nella Patrologia latina del Migne, vol. CLXXIII, (col. 1020), al n. 27, in cui tratta appunto di Deusdedit, si esprime nel modo seguente: ” a Beneventano principe causa pecuniae captus atque in custodiam trusus ibique interfectus est”, ove l’ambiquità di ibique, che può riferirsi sia alla vicina parola custodia sia alla città del principe, cioè Benevento, non permette di stabilire la località.

Forse una storia del ducato di Benevento potrebbe fornirle qualche indicazione del luogo ove i principi solevano rinchiudere i loro prigionieri.

Spiacenti di non poterLa soddisfare, le porgiamo distinti saluti.

per La Redazione Angelo Fabi.”

In essa si parla di una fotocopia della Bibliotheca Sanctorum, non pervenutaci, che crea ulteriori dubbi sulla morte di Deusdedit, a causa di un sibillino “ubique” di una citazione bibliografica.

Complicazioni, per modo di dire, dal momento che il Castello (carcere) di Roccasecca fu fatto erigere dall’Abate Mansone tra gli anni 986-996, allorché assoggettò la contea ed il vescovado di Aquino, quando cioè il Nostro Santo era già morto da un secolo. Comunque, è da tenere in particolare considerazione la Chiesa di S. Vito alla Melfa, nei pressi di Roccasecca, in cui è custodita quella tabella marmorea similare a quella di S. Giovanni V.R.-

È un vero peccato non poter risalire a quei superficiali redattori del Dizionario Sansoni e della Treccani, i quali certamente erano in possesso di materiale interessante la figura del Nostro Santo, storicamente prezioso. Una cosa è certa, però, i documenti che noi riteniamo superficiali, una verità certamente la contengono ed è quella relativa all’appartenenza di San Diodato alla contea di Aquino di cui Roccasecca era caposaldo. Noi pensiamo pure ed affermiamo che i compilatori di questi trafiletti abbiano equivocato il luogo di nascita del Personaggio con quello della morte. Oppure, se non certamente, la prima sepoltura di San Diodato avvenne in Roccasecca, suo paese d’origine e traslato a S. Giovanni Valleroveto quando i Saraceni giunsero nei dintorni del Garigliano.

Chi erano i Conti di Aquino, da cui proviene il Deusdedit XV Abate di Montecassino? Non erano di stirpe italica perché Carlo Magno affidando incarichi comitali a uomini che erano tipicamente franchi ed anche legati alla famiglia reale o a “uomini nuovi” la cui fortuna era intimamente connessa alla propria, pensava di assicurarsi sia la fedeltà dell’uomo sia quella della regione conquistata, al quale governo l’aveva posto… Ma queste cariche ufficiali non furono mai monopolio dei Franchi ed ancor meno di un gruppo ristretto di famiglie maggiorenti; all’epoca della morte di Carlo, i conti nel “regno d’Italia erano svevi, bavaresi ed occasionalmente longobardi; al nord delle alpi, si trovano fianco a fianco con franchi, sassoni e goti”.

(Bullough: Carlomagno)

È doveroso ricordare che dalla predetta insigne dinastia proviene anche il mirabile Teologo e Dottore della Chiesa san Tommaso d’Aquino, che certamente è un discendente del Nostro San Diodato. Infatti, anch’egli nacque dal ramo dei Conti di Aquino che avevano posto la loro residenza in Roccasecca.

L’Enciclopedia “Sanctorum” annovera un “Deodatus”, di cui si sconosce l’epoca, che si venererebbe in Sora. Gli scrittori V.Fenicchia e B. Cignitti che in detta enciclopedia hanno dato alle stampe, rispettivamente, gli articoli dai titoli “Deodato” e “Deusdedit”, nulla dicono di San Diodato che possa farlo identificare con il XV Abate di Montecassino.

Il Gattola, nativo di Gaeta, antico archivista di Montecassino, nel volume “Historia” alle pagine 708 e 709, afferma tra l’altro che il Corpo Santo di Deusdedit si troverebbe nei sotterranei di Montecassino, senza però, indicarne il sito, come pure non adduce alcuna prova a sostegno della sua tesi. A parte il fatto che i sotterranei di Montecassino non sono il famoso labirinto del mitico Minosse, non si riesce a comprendere perché il Corpo santo di un celebre abate, assurto agli onori degli Altari, doveva essere tenuto nell’oblio più assoluto. Tutto questo perché? Tutto discende, a nostro avviso, dal fatto che Marco Antonio Scipione Placentino, poco meno di un secolo prima che il Gattola diventasse archivista della celebre Abbazia cassinese, nell’anno 1643, si era permesso il lusso di pubblicare il suo “Elogia Abbatum Sacri Monasterj Casinensis”, senza chiedere l’imprimatur delle illustri autorità dello scibile Benedettino, affermando categoricamente e senza ombra di dubbio, essere il Deusdedit, morto nel carcere Beneventano, il San Diodato della sperduta Abbazia Vallerovetana; senza contare che il benedettino Scipione Placentino, già Ausiliario del Vescovo di Sora e poi Abate in S. Johannes de Collibus (San Giovanni V. R.), aveva negato a Montecassino la restituzione del Corpo santo di  Deusdedit. Come dire, tu non me lo dai e io te lo declasso.

“FAME COACTA VULPES ALTA IN VINEA

UVAM ADPEDEBAT SUMMIS SALIENS VIRIBUS;

QUAM TANGERE UT NON POTUIT, DISCENDES AUT:

NONDUM MATURA EST; NOLO ACERBAM SUMERE.

QUI FACERE QUAE NON POSSUNT VERBIS ELEVANT,

ADSCRIBERE HOC DEBUNT EXEMPLUM SIBI”

(FEDRO)

Questa favoletta, che tanto tempo fa imparammo a memoria, in sostanza vuol farci intendere che molti uomini avidi e presuntuosi agiscono come la volpe: nascondono l’insuccesso con scuse meschine mostrandosi sprezzanti verso ciò che non hanno potuto ottenere.

Professiamo immenso rispetto per il grande studioso ed illustre archivista Don Erasmo Gattola, ma non possiamo astenerci dal contestargli l’eccesso di zelo nella ricostruzione storica di avvenimenti che egli intende volgere sempre verso la gloria ed il fasto dell’Ordine religioso cui appartiene, ma anche della sua prediletta Gaeta che gli diede i natali. Sia i Benedettini sia i Gaetani, comunque, noi riteniamo non hanno bisogno dello stravolgimento di fatti e riscontri storici per affermare ulteriormente la loro conclamata gloria e potenza.

Le nostre argomentazioni sugli scritti apologetici e le pretese assiomatiche dell’illustre personaggio, sono corroborate da diversi scrittori, ma citiamo soltanto Don Pasquale Cayro che nella sua opera “Storia sacra e profana d’Aquino”, sua Diocesi, enumera diversi casi di errate interpretazioni storiche. Egli contesta il Gattola in quanto “ha creduto di far vedere, che il territorio non apparteneva ad Aquino; ma certamente si è ingannato, e piuttosto si è adoperato di difendere le ragioni del suo Monastero” e chiama “carte inventate (quelle del Gattola) per ingrandire la sua famiglia, e la storia di Gaeta sua patria” e che giunsero,  quelle carte, al Ludovico Antonio Muratori come se le avesse scritte il celebre monaco Cassinese Alberico.

Grande ed illustre storico l’Erasmo Gattola, quindi, ma, come tutti noi poveri mortali, soggetti alle umane passioni ed ogni giorno a peccare “settanta volte sette”.

Per quanto poi riguarda la topografia dell’Abbazia, la mole bibliografica è davvero notevole; argomentando sulla locazione del sepolcro del Santo Benedettino non è possibile liquidare il fatto storico con la semplice dizione: “NEL IX SECOLO IL CORPO SANTO DI DEUSDEDIT ERA ANCORA PRESENTE NEL CENOBIO”. Quali le fonti bibliografiche, dal momento che l’affermazione proveniva da personaggio lontano dall’epoca di ben 800 anni? Quale sistemazione specifica del Sacro Deposito all’interno di quel tempio? Oggi dove riposa San Deusdedit ?

Per quanto riguarda la celebre Abbazia, anche il Cardinale Schuster nella sua “Storia di San Benedetto e dei suoi templi”, dedica un intero capitolo alla relativa topografia: “una planimetria medievale del cenobio di San Benedetto”. In detto capitolo, tra l’altro leggiamo: “Nel codice cassinese segnato 175 (al.353) a fianco ad un commento alla Regola trovasi appunto una nota topografica cassinese, più volte edita ed illustrata dal Mobillon, dal Della Noce, dal Gattola (Sic!), dal Tosti, dal Morin, ecc.”.

Contrariamente a quanto risulta a Montecassino, è necessario far presente che a Sora non esiste alcun San Diodato venerato da quella popolazione (la Cattedrale ha una piccola reliquia), la quale è veramente devota di san Diodato, ma quello di San Giovanni Valleroveto (AQ), e tale devozione la estrinseca palesemente ogni anno, portandosi numerosa in pellegrinaggio alla Sua tomba nella ricorrenza festiva del 27 settembre.

E’ opportuno accennare alla gravità di un tale precedente creato in quel millenario archivio relativo ad un santo sorano citato da un ignoto scrittore francese e ripreso dal Fenicchia e dal Cignitti; scrittori che non adducono accettabile e plausibile documento storico sull’identificazione del nostro Santo Protettore. A meno che non si voglia dar credito al fasullo trafiletto di un’Enciclopedia spagnola, che abbiamo rinvenuto alla Biblioteca Nazionale di Roma e che così recita “En 27 de septembre, San Diodato confessor en diocesi de Sora antiquo regno de Naples, viviò en el seclo IV (?). suos reliquias fuerun descubiertas en 1621 en calvi Joannelli obspo de Sora“. Comunque, anche qui si parla di Diocesi di Sora e non della città di Sora.

Qualcuno ci faceva presente che poteva trattarsi di un Santo Abate del secolare monastero Benedettino “San Domenico”, sito a metà strada tra Sora ed Isola Liri (FR), ma gli abbiamo replicato che dalla storica cronologia degli Abati di quel cenobio non figura alcun Diodato-Deusdedit-Adeodato, ecc. che possa dar adito ad una tale ipotesi.

Il Deodato, preposito della cappella di santa Colomba, a metà strada tra Sora e Pescosolido non era Abate e nessuna notizia ci è pervenuta della sua santità, che giustificasse altari, invenzioni o traslazioni. Perché, poi, i suoi resti mortali dovrebbero trovarsi a San Giovanni Valleroveto? L’ipotesi dell’appartenenza del nostro San Diodato al convento di San Domenico è da scartarsi, anche perché la sua fondazione è posteriore all’epoca in cui visse e morì il Deusdedit XV Abate di Montecassino.

In vicinanza di Sora passammo presso il convento, già famoso e ora rovinato, di San Domenico. Sorge in un’isola del Fibreno o Carnello, nome questo, che assume poco prima sboccare nel Liri, in una località bellissima e ricca di piante dove sorgeva la villa che vide nascere Cicerone e suo fratello Quinto. Questo San Domenico fu Santo del X secolo, contemporaneo di San Nilo e di San Romualdo nato a Foligno nel 951, fu monaco benedettino a Montecassino sotto l’Abate Aligerio; fondò parecchi monasteri nella Sabina, e nel 1011 questo, aderendo alle preghiere del Conte Pietro di Sora, di stirpe longobarda, ed esistono tuttora i documenti di quella fondazione”.”Durante il Medioevo si trova ricordata Sora quale città di confine, più volte sorpresa e saccheggiata dai duchi longobardi di Benevento. Probabilmente allora era bizantina. Posseduta da vari duchi di razza longobarda, finì per passare in potere dell’Imperatore Federico II che la distrusse. Più tardi appartenne ai conti di Aquino, divenuti signori della maggior parte del territorio tra il Liri ed il Volturno“.

(Gregorovius:Nella Valle del Liri)

Abbiamo voluto trascrivere i brani di cui innanzi non solo per le notizie inerenti ai Conti di Aquino, discendenti della famiglia di San Diodato, ma anche perché da essi si evince che, quasi certamente, il San Romualdo fondatore di numerosi Monasteri abbia avuto a che fare anche con i nostri denominati Sant’Elia e Santa Maria posto alle falde del monte Colubrico.

Altra verità è che Sora era dominata, a quei tempi, da principi longobardi, bizantini ed anche dai conti di Aquino che anch’essi erano di stirpe longobarda.

La connessione stretta, dei castaldati di Sora e di Aquino, è stata, infatti, illustrata con sufficiente dovizia nel precedente capitolo.

Incarichi giurisdizionali

La tradizione popolare, antiche novene e scritti contenuti nell’Archivio parrocchiale di San Giovanni Valleroveto, ci fanno sapere che San Deusdedit, XV Abate di Montecassino, nacque nei pressi di Aquino (FR); per la precisione, a Roccasecca.

Se pensiamo che dall’Alto Medioevo fino ad epoche non molto remote, le più alte cariche civili e religiose erano appannaggio delle casate nobili e principesche, dobbiamo ribadire che il Nostro Santo nacque, senza ombra di dubbio, nel ramo della dinastia dei Conti di Aquino.

Esaminiamo un preziosissimo documento conservato nell’Archivio Segreto del Vaticano al Registro 138, fol. 206, datato 26/05/1358 a Villeneuve – diocesi di Avignone (Francia). In esso leggiamo che la chiesa secolare e Collegiata di San Johannes de Collibus e la Chiesa, anch’essa abbaziale (v.n.11), di Sant’Elia, dipendente dall’Abbazia di San Giovanni stesso, retta fino a quel momento dall’Abate Maestro Calcedonio di Ceprano (scrittore pontificio), veniva affidata al nuovo Abbate Marcuzio Maleozio de Castro Fractarum (ora Ausonia). Entrambe le località citate, della provincia di Frosinone, sono ubicate nelle immediate adiacenze dell’antica giurisdizione della Contea (Castaldato) di Aquino. Ma altri Abati provenivano da quella Contea; basta indagare attraverso gli antichi testi.

È solo una casuale circostanza che personaggi della Contea di Aquino venissero investiti di una carica Abbaziale ed amministrativa nella Valleroveto, avente come confine a nord la Contea dei Marsi ed a sud la Contea di Sora? Perché, poi, occorreva una bolla del pontefice per l’investitura dell’Abbate di San Johannes de Collibus?

Nel Concilio Cartaginese, verso il 535, si stabilisce il principio che alcuni monasteri possono essere esentati dalla giurisdizione del Vescovo Diocesano ed essere soggetti direttamente al Papa di Roma; i presbiteri di quei Monasteri venivano consacrati, non dal Vescovo, ma dal Pontefice. In conseguenza di ciò, in detti Monasteri, nel canone della Messa si commemorava semplicemente il Pontefice consacrante e non più il Vescovo. (Mabillon: Annales O.S.B.)

L’estensore di queste note, una risposta al sopra posto interrogativo l’ha trovata non solo nella logicità dei fatti storici, ma nell’intimo del suo animo educato al culto ed alla venerazione di San Diodato sin dalla tenera età.

Il Pontefice ed i Conti di Aquino (Famiglia d’origine del santo) erano perfettamente a conoscenza che nella sperduta Abazia di San Giovanni Valleroveto erano nascosti i gloriosi resti mortali di Deusdedit il quale, per difendere i diritti sacrosanti del suo Monastero contro la prepotenza e le barbarie, non aveva esitato a sacrificare eroicamente la sua vita. Sapevano anche che quel Deusdedit non era un personaggio qualsiasi; sapevano che alla Sua tomba erano accorse subito processioni di gente del Cassinate, dell’Aquinate e del circondario che lo avevano già apprezzato in vita; sapevano pure sia il Pontefice che i familiari del Santo che su quella tomba si erano verificati miracoli tanto da far annoverare l’Abbate Diodato nel Martirologio Romano e di averne fatto celebrare la memoria con il duplice rito.

Perché questo discorso?

Il motivo è semplice; vogliamo dire che gli Abbati Calcedonio e Marcuzio Maleozio, di cui alla bolla pontificia altri non erano che i pronipoti del Deusdedit – XV Abate di Montecassino – provenienti dallo stesso casato patrizio.

Riteniamo che la casa Aquinate, durante un lungo periodo storico, ha avuto l’esclusiva nella nomina degli Abati dell’Ecclesia di San Johannes de Collibus, che era alle dipendenze di Montecassino e che per questo motivo, detto Monastero, non è mai menzionato nell’Archivio Vescovile di Sora prima della metà del sec. XVII.

Non è, quindi, indulgere alla fantasia affermare che il santo di San Giovanni Valleroveto non è uno sconosciuto personaggio locale, sia pure in “odore di santità”.

Per meglio capire il contesto storico da cui discendono le osservazioni di cui sopra trascriviamo, da “Ludwig Hertling – Storia della Chiesa”, il seguente stralcio:

“In particolare, Giovanni XXII volse la sua attenzione all’aspetto finanziario. Alla base delle finanze della Santa Sede stava il “census”,e cioè le entrate statali provenienti dai territori pontifici, come pure i tributi feudali dei principi che avevano ricevuto le terre in feudo dal Papa, primo fra essi il Re di Napoli. Al census appartenevano inoltre le tasse di cancelleria che venivano corrisposte per la stesura di decreti d’ogni specie, a cominciare dal conferimento del pallio agli arcivescovi fino ai più comuni privilegi e alle dispense. Tutto ciò esisteva ancor prima del periodo avignonese.così pure non era nuova la tassazione dei benefici ecclesiastici; essa venne però ampliata sistematicamente e rielaborata dai papi avignonesi e, in special modo, da Giovanni XXII. C’erano i fructus medii temporis, i proventi cioè d’un beneficio ecclesiastico dopo la morte o la rinuncia del titolare fino al nuovo conferimento, che fluivano di diritto alla Camera Apostolica; le “annate”, ossia i frutti del primo anno, che anche dopo il conferimento il nuovo beneficiario aveva l’obbligo di versare in parte alla Camera Apostolica; infine le “spettanze”, una specie di imposta anticipata mediante la quale un aspirante poteva prenotarsi per una prebenda non ancora libera.

Tutte queste fonti di denaro ed altre simili, introdotte per la prima volta al tempo di Avignone o qui riorganizzate su basi più solide che in passato, presentavano naturalmente anche i loro lati discutibili. Quando, come per molti canonicati, si trattava di semplici fondazioni senza obblighi pastorali, non c’era nulla da eccepire se uno veniva in possesso, dietro pagamento, d’una rendita destinata a durare per tutta la vita; altra cosa era invece se si trattava di uffici a cui era legata la cura d’anime.

Allorché però in molti libri di storia si torna di continuo sulle “manovre finanziarie” e sul traffico dei benefici della curia avignonese, dobbiamo dire che questo modo di considerare i fatti è per lo meno assai superficiale. Come ogni grande amministrazione centralizzata, la curia doveva avere una base finanziaria. Le entrate provenienti dagli Stati della Chiesa in quel tempo erano quasi nulle. Inoltre non si riesce a capire perché un piccolo territorio in Italia avrebbe dovuto sostenere tutto il peso del governo della Chiesa. Le “manovre finanziarie” di Avignone non erano altro che una tassazione sui possessi ecclesiastici nei singoli paesi. Tale tassazione non colpiva il popolo, ma i prelati e gli altri beneficiari dei beni ecclesiastici, e in un certo modo anche i principi, almeno indirettamente.

Le somme che riguardano quest’epoca vengono spesso enormemente esagerate nei libri di storia. La notizia del Villani, secondo cui Giovanni XXII avrebbe lasciato alla sua morte un tesoro di 25 milioni di scudi d’oro, continuò per molto tempo ad essere presentata ora con stupore ora con indignazione. Oggi noi sappiamo che erano appena tre quarti di milione. Ad influire sul giudizio dei posteri, è stato in gran parte il Petrarca, dipingendo coi colori più cupi l’avarizia e l’ingordigia della curia avignonese. Ma il Petrarca fu lui stesso un cacciatore accanito di prebende, e il molto che gli venne concesso in Avignone non lo lasciò mai soddisfatto: di qui il suo dispetto.

Questi cacciatori di prebende ecclesiastiche, che non mancarono mai ad Avignone come più tardi anche a Roma, e che scomparvero solo all’epoca del concilio tridentino, sono uno di quei tipici fenomeni secondari, ma spiacevoli, che compaiono in genere dovunque esiste un’amministrazione curiale. Si trattava in quel tempo di ecclesiastici che, in qualche caso, rimanevano per anni presso la curia al solo scopo di attendere dei benefici, non appena si fossero resi vacanti. E questo indica, del resto, che le cose non erano poi messe tanto male con le pressioni finanziarie della curia se, malgrado tutti i tributi, tasse e imposte, valeva pur sempre la pena di farsi conferire un beneficio.”

Da detta lettura si evince l’altro aspetto significativo sulle Commende; esse venivano estese alle abbazie importanti perché fonti di inesauribili benefici.

Dunque all’epoca di cui andiamo scrivendo San Giovanni Valleroveto era considerato importantissimo centro della Valle e della “Terra di San Benedetto”. I beni della chiesa locale erano immensi ed estesi.

Cosa è rimasto di essi? Quousque tandem abutere patientia nostra?

La storia si ripete in eterno; sul Golgota, in attesa che il Cristo Crocifisso spirasse, i soldati romani si misero a giocare a dadi e con essi tirarono a sorte anche le vesti del Condannato.

I sodati romani, almeno, avevano una scusante non conoscendo ancora con quale immenso fatto storico e trascendentale stavano confrontandosi.

Perché meravigliarsi? ……Giuda Iscariota docet!

Non crediamo di essere disfattisti o qualunquisti, se affermiamo con assoluta decisione che i ministranti non sono migliori degli amministrati o, se meno indigesto, pensiamo che le due componenti hanno enorme bisogno di perdono misericordioso dell’Onnipotente, che potranno ottenere, possibilmente, con l’intercessione di San Diodato.

Autonomia

Vogliamo ancora insistere sul deliberato del Concilio Cartaginese sul principio della esenzione dalla giurisdizione del vescovo diocesano di alcuni monasteri, perché quello di San Johannes de Collibus è stato uno di questi fino al secolo XVII. Anche se non abbiamo un documento specifico attestante l’origine del privilegio, tutto ci fa supporre e dedurre quest’affermata verità: NULLIUS !

Nel vol. 97 di Studi e testi “Rationes decimarum Italae” Ediz. Città del Vaticano, 1942) che riporta le decime degli anni 1308 – 310 alle pagg. 15 – 16 si ha ” SORA – Castra diocesis Soranae et Primo in Castro Vallis Soranae: n° 134 Ecclesia S. Georgi solvit Tar. 1 et grana IV: n° 135 Ecclesia S. Andreae gr. VIII; n° 136 Ecclesia S. Patris gr. X; n° 139 Ecclesia S. Maria de Sacsis, tar II; n° 140 Ecclesia S. Benedicti de Pescassino et Eccl. S. Nicolai, tar. VI; n° 141 Monasterium S. Angeli de Valle Sorana, tar. XII; n° 142 Prepositura S. Nicolai de Valle Sorana, tar VI” (Ved. Archivio Vaticano, Collector. 161, f. 187 – 190).

Perché non anche l’Abbazia di San Johannes de Collibus, che dista dalle Chiese di Balsorano meno di due chilometri ? Non aveva quell’Abbazia proprietà terriera immensa (come vedremo) che si estendeva dall’opposta riva del fiume Liri (Clanis a quei tempi) fino al territorio del lago del Fucino ?

Ancora all’inizio di questo secolo, San Giovanni si differenzia da altre frazioni del comune di San Vincenzo Valleroveto (Roccavivi – San Vincenzo Vecchio – Morrea – Rendinara) sulla natura dei relativi benefici parrocchiali; ne è un documento una lettera autografa che il parroco dell’epoca indirizzava all’Economato della Curia Vescovile per scongiurare la soppressione dei benefici legati ad alcune Cappelle, in virtù di una legge emanata dal Governo in carica.

Lo scritto autografo che pubblichiamo di seguito integralmente, ci conferma, purtroppo, altra amara verità sulla continua spoliazione dell’immensa eredità Benedettina: “… per intrighi, o per interessi parrocchiali, addivenuti puranche prepotenti per la vacanza del titolare, si vollero foggiare diverse denominazioni e creare nuove tavole catastali smembrando così a capriccio la Prebenda della Parrocchia”.

L’immensa proprietà mobiliare ed immobiliare che la Chiesa Parrocchiale era orgogliosa di annoverare “ab immemorabili”, si poteva riscontrare negli inventari catastali del 1585 e del 1816 che quell’abate affermava essere disponibili in quell’archivio e che ora è vano cercarli.

Comunque, attraverso altre fonti storiche sappiamo di certo che l’estesissima proprietà terriera, della secolare Abbazia Benedettina, sconfinava nell’opposta sponda del fiume Liri (tra le terre di san Vincenzo Nuovo e Roccavivi) e travalicava la catena montuosa, ove aveva possedimenti anche nell’agro di Collelongo e di Villa.

Dei possedimenti oltre il fiume, che forma il letto della Valle Roveto, è testimonianza il corposo carteggio intercorso tra il Genio Civile e la Parrocchia per ottenere l’indennizzo dei danni e degli espropri causati in occasione della costruzione della ferrovia Roccasecca – Avezzano, mentre per i possedimenti dell’opposta Valle del Fucino c’è la Bolla di Alessandro III del 1170, conservata nell’archivio di Casamari: “Una grancia di detta Chiesa di San Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la Chiesa del quale è roinata, però sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et Villa, siccome appare nel proprio inventario“.

Nel 1583 Giacomo Boncompagni, Signore di Sora, acquistò il possedimento di Arpino che comprendeva anche il feudo di Aquino e tale possesso fu conservato dai suoi successori fino alla fine del Settecento, quando passò al demanio regio di Ferdinando IV. Le vicende di detto feudo restarono legate al Regno di Napoli fino alla metà dell’Ottocento, appunto, quando si verificò la conquista da parte dell’Esercito Francese.

Ci preme soffermarci su queste vicende storiche di Aquino perché riteniamo che il nostro San Giovanni Valleroveto ne ha seguito le sorti fino alla sua decadenza.

In virtù di queste risultanze storiche sosteniamo che la nostra parrocchia, a differenza delle altre di Valleroveto, non era soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora. Infatti, in quel millenario “Libro Verde” dell’Archivio Vescovile, di San Giovanni non vi troviamo alcuna notizia prima dell’anno 1609, epoca di una documentata visita pastorale da parte di quel Presule titolate.

Le date come si evince chiaramente, coincidono e dimostrano che l’amministrazione del nostro ingente Beneficio Parrocchiale fu appannaggio della Signoria Aquinate fino a quando il Principe Giacomo Boncompagni non ne acquistò i diritti giurisdizionali ed amministrativi.

Perché una “isola Aquinate” in Valleroveto?

Prostriamoci umilmente davanti all’urna di quell’Altare di San Giovanni Vecchio Valleroveto, che custodisce il millenario Corpo Santo, e avremo convincente e persuasiva risposta.

Dal Parroco di San Giovanni all’amministrazione diocesana:

Ill.mo Signore,

dalla sanzione e promulgazione della Legge che colpisce l’Opere Pie a questa parte, questa Parrocchia di S. Giovanni Valleroveto in due diverse volte ha tollerato il tentativo, che ebbe ed ha lo scopo di sopprimere talune Cappelle prive di fondazione, appartenenti a questo Beneficio Curato.

La prima volta si sostenne la difesa e si salvarono, mentre quelle di Roccavivi, S. Vincenzo, Morrea, Rendinara ecc. caddero disfatte, sebbene furono convertite. E veramente dovevano cadere; perché erano sotto altre istituzioni e da altri tutelate ed amministrate, di forma che direttamente erano ferite dalla legge. Non così le Cappelle di questa Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni, le quali affatto hanno relazione a quegli articoli sanzionati sulle Opere Pie.

Queste Cappelle, che impropriamente così sono state chiamate, fanno parte del Beneficio Parrocchiale. Che sia così apparisce chiaramente dalle seguenti ragione e prova, che militano al riscatto.

Questa Chiesa Parrocchiale possiede tra gli altri un antichissimo Catasto, o più precisamente un Inventario, che rimonta al 1585; in esso sono notati tutti gli stabili costituenti il Beneficio Curato e le rispettive prestazioni in più modi accomodate. Delle Cappelle non si fa parola alcuna, mentre i beni attuali di queste pretese Cappelle sono riportati nel detto Catasto. Le Cappelle cominciarono ad apparire nel principio di questo secolo; allora precisamente, quando si venne alla formazione del nuovo Catasto, nel quale o per intrighi, o per interessi particolari, addivenuti puranche prepotenti per la vacanza del Titolare, si vollero fogiare diverse denominazioni e creare nuove tavole catastali smembrando così a capriccio la Prebenda della Parrocchia.

Provveduta poi la Chesa in persona di D. Domenico Urbani, o si trascurasse o si reclamasse invano contro l’arbitrio commesso, le cose si lasciarono come stavano, tanto più che nulla soffrirono nel percepire amministrandole come prima senza disturbo veruno e senza restrizione od opposizione di sorta, rimanendo solo là in Catasto la differenza e non altro. E che in realtà questi stabili figurati nella tavola delle Cappelle in questione erano né più né meno quegli stessi che già possedeva Ab immemorabili la Chiesa Parrocchiale, si dimostra col confronto dei due Catasti, cioè del 1585 e del 1816. Inoltre a meglio afforzare le suddette ragioni e prove bisogna anche osservare che da quando capricciosamente si volle far sottrazione di beni stabili a questo Beneficio Parrocchiale fino a questo momento il tutore ed amministratore ne è stato sempre il Parroco protempore come appunto viene provato da vetuste e probe persone.

Le suddette ragioni e prove sono palpabili e contrastano, anzi abbattono il tentativo, voglio dire il Decreto di soppressione.

In conclusione: allora sarebbero soggette a soppressione le Cappelle, quando avessero tutte le condizioni volute da quella Legge; ma le Cappelle in contesa ne sono del tutto sfornite; dunque è da ritenersi non essere affatto soggette.

Di tutto questo ho voluto far partecipe cotesta onorevole Amministrazione, perché V.S. porga il suo braccio, che, son sicuro, sarà efficace mettendosi, come io, in relazione con Ricevitore di Avezzano.

S. Giovanni 10 Dicembre 1893

Il Parroco

(Ns. nota)

Il Beneficio Parrocchiale di S. Giovanni V:R: è (era) donazione imperiale e, quindi, da considerarsi inalienabile da parte di chicchesia!

Chiesa collegiata e abbaziale

Che San Giovanni Vecchio avesse un tempio elevato alla dignità di Collegiata e di Abbazia è storicamente inconfutabile, e ne parleremo in seguito compiutamente.

Sia Squilla, sia Antonelli, nelle loro opere letterarie, osannano Morrea come una specie di capitale del circondario e, quindi, molto più importante di tutti gli altri centri abitati. Senza nulla togliere alla storia di Morrea e scevri da ragioni campanilistiche, c’è da dire che l’importanza di quell’antico castello discendeva dal fatto che nell’Alto Medioevo, i vari signorotti fossero essi principi, conti, duchi e via discorrendo, vivevano in continua lotta per accrescere i loro territori ed anche perché il tema inerente alla giustizia ed al diritto era scritto sulla punta della spada. Il titolato signorotto, quindi, aveva bisogno di arroccarsi per motivi di difesa e d’incolumità. Morrea era, appunto, il promontorio più alto e scosceso, il più inaccessibile e, di conseguenza, il più difendibile.

Ma, torniamo al discorso della Collegiata. I dizionari storici ci dicono che altro non era che un Collegio di chierici, detto anche “capitolo collegiale”; provvedeva al servizio divino conferendogli maggiore solennità. I capitoli collegiali sorti tra l’XI e il XII secolo, erano organizzati in modo analogo ai capitoli cattedrali, ma senza funzione di giurisdizione. Le collegiate furono soppresse nel 1867.

Vediamo ora perché noi Sangiovannesi, fin dalla nascita abituati ad invocare e fortemente venerare San Diodato, crediamo che egli sia il XV Abate di Montecassino.

Don Gaetano Squilla, a proposito del Monastero di Sant’Elia, si chiede “non è la tradizione, ripetuta negli anni attraverso alle generazioni, una fonte di storia? Non si inventa nulla di sana pianta; il documento non ci sarà più, ma una memoria, ripetuta nel corso di secoli di bocca in bocca, di padre in figlio, è destinata a sopravvivere in una gente che, superba del suo passato, conservò quei ricordi nel cuore”.

Ma mentre per Sant’Elia c’è la tradizione, per il XV Abate di Montecassino, san Deusdedit, oltre alla tradizione ci sono tanti fatti storici correlati con essa.

San Deusdedit, morì il 9 ottobre 834 vittima dei soprusi del Principe Sicardo di Benevento. In quella stessa epoca, orde di Saraceni venuti da Palermo sulle coste napoletane e su quelle più vicine di Gaeta, saccheggiando basiliche, monasteri e chiese, si approssimavano a Montecassino famoso per le sue ricchezze. Vi giunsero il 4 settembre 883 e dopo averla depredata distrussero e incendiarono la gloriosa casa di San Benedetto.

San Diodato era morto da appena 49 anni (quindi, detto prosaicamente era un santo molto in voga) e il suo corpo, che intorno a quest’epoca (40 – 50 anni dopo la morte) era stato portato nel sepolcro Sangiovannese era fonte di miracolose guarigioni, come ci dicono Leone Marsicano e Pietro Diacono nel “Chronicon Monasterii Casinensis” con questo inciso: “Deusdedit, Abbas a Benevento Principe, causa pecuniae captus atque in custodiam trusus ibique interfectus est. Qui dum in Monasterio Beati Benedicti sepultus fuisset, quidam vir gravissimo febris ardore fluctuans: in ipso febris ardore super eius quiescens obdormivit sepulcrum. Evigilans autem gratias referre caepit voce magna dicens: benedictus es, Domine Deus Patrum Nostrum, qui me sanum facisti meritis Deusdedit famuli tui. Dum igitur hoc ad aures populorum pervenisset, ingens ad eius sepulcrum aegrotantium turba coepit concurrere, et pro sua sospitate illic redemptori omnium supplicare: quorum vota Deus advertens, multos febre detentos diversique langoribus oppressos ex fide poscentes pristinae ibidem sanati restituit“.

L’abate governava sempre un monastero indipendente, per cui quando una cella voleva essere autonoma, il suo preposito assumeva il titolo di abate. Ogni Abbazia Benedettina non aveva rapporti gerarchici e di supremazia sulle altre consimili; era una completa isola monastica, che trovava nel suo seno il proprio capo; dipendeva economicamente dalle oblazioni dei fedeli. Però nella Terra di San Benedetto e nei territori vicino alle abbazie conservavano rapporti gerarchici con Montecassino, che nominava i loro prepositi ed esigeva la loro pensione annua.

Che in San Giovanni Vecchio, già dall’800, epoca della morte di san Diodato, fosse presente la realtà del Monachesimo Benedettino ce lo dice comunque la storia.

I dati incancellabili dell’epoca sono anche rappresentati dall’arcosolio della cripta della Chiesa di Santa Restituta ed il relativo affresco del sec. IX; dalla formella di “DEODATUS”, in caratteri onciali, rinvenuta sotto l’Altare di San Giovanni Vecchio; dalla vicenda scritta e documentata della chiesa di San Vincenzo Vecchio che nel 972, alle dipendenze di Montecassino venne ceduta dall’Abate Aligerno a Rinaldo, conte dei Marsi. Detto Rinaldo, all’epoca era anche conte del castello di Morrea. I centri sopra nominati, attuali frazioni di un unico comune San Vincenzo Valleroveto, sono ad un tiro di schioppo l’uno dall’altro. Da notare, inoltre, che la citata vicenda storica si verificava a solo un chilometro di distanza dal San Johannes de Collibus, appena 14 anni dopo la morte di San Diodato.

Perché, dunque, sarebbe peregrino et utopico pensare che la nobile famiglia Aquinate, dovendo mettere al sicuro dalle sacrileghe invasioni saracene i santi resti mortali del suo Santo Abate, avesse scelto come luogo l’arcisicura Valle Roveto, custodita dai suoi santi eremiti e dai Suoi Santi Abati?

Le orde saracene, infatti, si spinsero nella Valle di Comino e nella conca del Sorano e vi permasero, ma soltanto attraversarono, a fondo valle, le impervie gole e le munite roccaforti della Valle Roveto (Vallis Orbeti aut Urbeti).

È a San Giovanni che San Diodato volle e tuttora vuole dispensare le grazie e i favori; soprattutto liberando dalla febbre e dai dolori coloro che lo invocano con fede.

DEVOTI TUTTI DI SAN DIODATO, CONSERVATE

QUESTO GRAN SANTO, AMATELO SEMPRE, INVOCATELO IMITATELO.

RICORDATE SEMPRE CHE SAN DIODATO HA SOFFERTO SEMPRE PER
LA GIUSTIZIA E LA VERITÁ, VIRTÙ SEMPRE BAGNATE DI SANGUE.

IMPARIAMO DA LUI A VIVERE CON COSCIENZA, CORAGGIO E FEDE

FERMA E FRANCA. E, TU MIRABILE ABATE ESTENDI LA TUA

BENEDIZIONE A TUTTI QUELLI CHE PER RAGIONI DI LAVORO E DI

VITA HANNO DOVUTO LASCIARE LA TERRA D’ORIGINE,

NON TI DIMENTICANO MAI, PENSANO A TE, INVOCANO TE.

 

Foto 3.1 Italia intorno al Mille: il Sacro Romano Impero di nazione germanica, la dinastia di Sassonia.

Foto 3.2 – L’Italia alla metà del sec. XIV.

 

Deodatus: uno sconosciuto?

Perché, poi, un Abate di Pescosolido, come afferma lo stimatissimo professor Antonelli, avrebbe potuto trovarsi a San Giovanni Valleroveto?

Pescosolido (in quei tempi “Pescolusulo”) apparteneva alla contea di Sora, mentre San Giovanni era nella giurisdizione di quella dei Marsi. Si potrebbe accampare l’ipotesi che essendo morto l’Abate di Pescosolido “in odore di santità”, si rendeva necessario preservare i suoi resti mortali in un luogo solitario. Ma egli stesso,  Don Dionigio Antonelli, descrive, nella sua imponente opera letteraria, il Pescolosulo dell’epoca come un luogo impervio ed ancestrale, frequentato dai lupi e da altre belve. Quindi il Deodato di Pescolosulo quale tomba più solitaria e protetta avrebbe potuto avere se non nel luogo dove in vita aveva officiato? Inoltre, di tale Deodato l’Antonelli non parla neanche di “odore di santità”, ma soltanto di “Preposito al cenobio volturnese di Santa Colomba ai confini tra Sora e Pescosolido, vissuto nel 1040”.

Se tale ipotesi fosse vera, come giustificare l’asserito gotico “Deodatus” della lapide sepolcrale, non essendo ancora in auge tale scrittura?

Ve lo immaginate voi il popolo di San Giovanni Valleroveto che si innamora del preposito di Santa Colomba sita nella campagna tra Sora e Pescosolido; che alla sua morte ne reclama la salma; lo promuove “ipso facto” alla dignità di vescovo e santo, tanto da dedicargli un altare, farne scolpire la sua effigie recante il pallio ed il pastorale? Poi siccome il personaggio, di cui Don Antonelli ha scovato il nome nel ” CHRONICON VOLTURNENSE”, è così importante, si rende necessario, il 4 giugno 1618, da parte del Vescovo di Sora Mons. Giovannelli, recarsi in San Johannes de Collibus con tutto il seguito protocollare e mettere in atto “ACTA INVENTIONIS ET TRANSLAZIONI SAN DEODATI”. Ma c’è di più; essendo ormai tanto santo e celebre il Deodato di santa Colomba (chissà per quali cose o per quali gesta), lo stesso Don Dionigio ci dice che:” il 9 aprile 1636, con l’assenso e l’autentica del Vescovo di Sora Paolo Benzoni, una insigne reliquia di san Diodato, venne, a scopo devozionale, traslata a Montecassino e conservata nel sacrario dell’Abbazia”.

Non vi pare una bella, edificante e convincente storia quella che vi abbiamo appena raccontato?

Per secoli, le generazioni di San Giovanni Valleroveto, che ci hanno preceduto, hanno cantato:

“Inebriata o gran Santo, tu avesti

sempre l’alma d’amore divino

e tra frati di Montecassino

rifulgesti di chiare virtù“.

Da oggi in avanti dovremmo dunque cantare ” e tra i frati di santa Colomba”; lasciamo perdere la rima di questa strofa, ma come la mettiamo con la seguente?

“Al tapino chiedente un sollievo

dolce sempre volgesti lo sguardo;

le sevizie del fiero Sicardo

sopportasti imitando Gesù”

D’ora in avanti, dovete dirci chi dobbiamo mettere al posto del fiero Sicardo con le sue sevizie? Noi poveri estensori di queste note avremmo in mente una soluzione, ma ce la teniamo gelosamente per noi.

Al nono giorno delle antiche novene in onore di San Diodato, propedeutiche alla solenne festività del 27 settembre di ogni anno, troviamo scritto: “Allorquando i Cassinesi qua si portano con gente armata per riprendere il Corpo del loro santo Abate, San Diodato li respinse col suo potente Braccio, senza condiscendere ai loro benché santi desideri. Concesse, però, al Padre Abate don Zaccaria Petronio una reliquia della sua gamba, a Mons. Giovannelli una parte del suo Braccio“.

Chi fosse Mons. Giovannelli già lo sappiamo, mentre il padre Abate don Zaccaria Petronio ce lo fa conoscere don Tommaso Lecisotti, quando nella sua già citata opera dice: “Nel 1608 Paolo V sceglieva due monaci di Montecassino, don Felice Passero e don Benedetto Sangrino, a visitatori della congregazione di Meleda in Dalmazia, che da quegli stessi monaci venivano eletti presidenti. Oltre poi ad otto arcivescovi e vescovi alla Chiesa, Montecassino dava al cielo numerose anime sante, fra cui don Zaccaria Petronio, in vita e dopo morte arricchito del dono dei miracoli sì che ne era già stato introdotto il processo di beatificazione” e “La face si ravvivò ancor più quando, nel nuovo ordinamento, la badia riprese la sua quiete operosa. Da don Angelo Sangrino, in cui i contemporanei veneravano, priscae caenobitarum sanctitatis redivivum exemplar, a don Zaccaria Petronio, mirabile per le virtù e le grazie singolari narrateci nella vita pubblicatane dal monaco don Casimiro Chrzarnowski“.

Perché queste citazioni? Perché esse affermano la veridicità e il valore storico del carteggio della Chiesa di san Giovanni Valleroveto.

Gli Abati di Montecassino conservavano e conservano memoria storica dei loro santi e dei loro sepolcri; sarebbe sciocco pensare altrimenti. La reliquia di un santo miracoloso viene reclamata da altro santo dello stesso ordine monastico e altrettanto miracoloso.

Quando Mons. Giovannelli, nel 1617, mise in atto l’invenzione e la traslazione del Corpo Santo di Diodato era perfettamente a conoscenza dell’importanza del personaggio e della sua provenienza; da questo fatto appunto, nasce l’esigenza da parte delle Autorità di Montecassino, di riappropriarsi del Corpo del loro Santo Abate. Se la riappropriazione non avvenne, qualche fatto straordinario dovette pur succedere, come accennato al nono giorno della Novena. Don Zaccaria Petronio ebbe, come chiesto compenso la preziosa reliquia di San Diodato e della relativa traslazione a Montecassino esiste un atto redatto dal notaio Pollicillo da San Vittore (ST) in originale pergamena, mm. 430X340, menzionata in “Abbazia di Montecassino, (VII pag. 193, n. 1256”), da non molto pubblicata a cura del Ministero dell’Interno, come già citato innanzi.

Ragioni d’amore e di disamore

Ci preme tornare a disquisire ancora sull’identità di San Diodato custodito nell’urna di san Giovanni Valleroveto.

Vi pare possibile che per un monaco del luogo, chiamato Diodato, sia pure dotato di elette virtù cristiane (come si vuol far credere), si instaurano commissioni e si procede alla stesura di “Acta inventionis et traslationis”? Per tale sconosciuto frate si erigono altari, si scolpiscono formelle marmoree con la di lui effigie, e per tale frate sorge un contenzioso, tra il vescovado di Sora ed il potente e famoso Montecassino, per stabilire l’appartenenza dei relativi resti mortali?

Quale interesse spinse il venerabilissimo Abate don Zaccaria Petronio a chiedere, per conto dell’Abbazia di Montecassino, il 9 aprile 1637 al vescovo di Sora don Paolo Benzoni, la preziosissima reliquia di San Diodato, dalla chiesa di San Giovanni Valleroveto; procedendo contemporaneamente alla solenne traslazione, per conservarla in quel prestigioso sacrario?

Diciamo che la prodigiosa e benefica opera dei monaci di San Benedetto, nella Valle Roveto ed anche in buona parte del resto dell’Abruzzo, durata quasi un millennio, per le vicende storiche innanzi illustrate, nel secolo XVII andò a cessare. Lo stesso don Antonelli, nella sua citata opera letteraria dice: “I Benedettini a poco a poco, dove prima e dove dopo, si ritirarono dalla Valle Roveto, come dalle altre valli della Diocesi di Sora, lasciando l’una dopo l’altra le celle che avevano costruito, le chiese che avevano officiato, i campi che avevano rimesso a coltura“.

Non vi pare naturale che un’istituzione come quella Benedettina, gelosa custode dei suoi Santi e dei loro sepolcri, apprestandosi a lasciare la secolare officiatura di un’Abbazia, non pensi quanto meno a recuperare i resti mortali dei suoi più celebri personaggi? Lo avrebbe fatto se si trattava di un santo locale, come, appunto, era san Romito (o San Ermete), venerato in Rendinara, dello stesso comune, e contemporaneamente “inventato” da Mons. Giovannelli?

Purtroppo, la partenza dei santi padri Benedettini lasciò orfano il popolo di San Giovanni Valleroveto e diede inizio alla lenta ed inarrestabile decadenza; sparirono uno alla volta i mestieri e le arti; sparirono poco alla volta gli ovini ed i caprini e le varie mandrie; le terre furono in massima parte alienate dal patrimonio ecclesiastico e per le rimanenti furono instaurati nuovi patti agrari. La nostra gente, non più stimolata ed assistita, non trovò più le convenienti ragioni di vita nel natio suolo e, poco alla volta, cominciò ad emigrare in città e paesi ove era possibile vivere e progredire.

Stiamo parlando della diaspora di un popolo che, alla data del presente scritto è ridotto ad un centinaio di anime residenti; numerosa rappresentanza ora la troviamo a Tivoli (Roma), a Roma, nell’agro Pontino, ad Avezzano (AQ) ed in altri centri bonificati della conca del Fucino, come pure a Pescara; altro originario numeroso nucleo lo troviamo a Milano ed, infine, sarebbe ingiusto non citare la rappresentanza degli emigrati nei paesi europei ed oltre oceano.

L’agiatezza e l’alto tenore di vita raggiunti dalla quasi totalità degli oriundi Sangiovannesi nelle varie professioni, nelle arti e mestieri o commercio che sia, sta a dimostrare la laboriosità e la tenacia della nostra gente, apprezzata e stimata in tutti i posti in cui ha posto la sua residenza.

A San Giovanni Valleroveto, però, è rimasto e rimarrà sempre il cuore, i pensieri e l’anima dei Sangiovannesi e dei loro discendenti perché ivi c’è il loro Padre e Protettore San Diodato; a Lui si rivolgono per ogni necessità della vita; Lui invocano in caso di pericolo e di malattia; a Lui affidano l’avvenire e i bisogni dei figli.

È per questo che ogni anno, il 27 settembre, la Sua festa è affollatissima; si ritorna da ogni dove per far visita all’amico Diodato che ivi riposa; si torna a lui perché è il catalizzatore dell’anima Sangiovannese che a Lui chiede di far tramite con il Cielo e riconciliarla con l’Altissimo.

Sarebbe interessante, per chi non crede alla identificazione di quel Corpo Santo in quello di Deusdedit XV Abate di Montecassino, fare un pellegrinaggio nel giorno della Sua festa, ascoltare la folla di pellegrini, unirsi alle loro preghiere per avvertire i fremiti degli animi e la voglia di una conversione sincera ad una fede povera, semplice, ma genuina.

Non è forse un miracolo che attraverso San Diodato un popolo ritrova le sue radici e si converte a Dio?

Se quelle ossa non appartenessero a quel Santo Abate vorrebbe dire che il popolo di San Giovanni ha venerato per oltre un millennio uno sconosciuto, nemmeno santo.

Vi imploriamo, in ginocchio, voi sapienti e letterati, affinché i vostri scritti siano prudenti e ponderati; non ci tolgano ciò che è più caro e trascendente.

Viene in mente un antico detto popolare romano, che per San Giovanni Valleroveto vale sia in senso fisico e materiale che in quello morale: “Ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini” = “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”.

I nostri contadini, senza più protezione, senza alcun peso politico e sociale; ridotti a condurre vita grama a guisa di “servi della gleba”, sudando l’anima sulle terre dei padroni per averne in cambio qualche sacco di frumento e malversazioni ed angherie d’ogni genere, diventarono forza d’urto (o carne da macello) da usare nelle interminabili lotte che opponevano una città all’altra, una contea ad un pricipato, una signoria all’altra: “I superbi e gli avari di questo mondo a guisa di torchi schiacciano e spremono i poveri e i bisognosi. Di costoro il Profeta dice: strappano la pelle e la carne dalle ossa, loro che si cibano della carne del mio popolo e svelgono la pelle e fiaccano le ossa … né la parola flette la durezza del loro cuore, né le lacrime riescono a spegnere il fuoco della loro cupidigia“.

Alla maniera degli odierni “Vu’ cumprà” le nostre genti furono costrette, per motivi di sopravvivenza, a cercare i lavori più umili e bestiali in terre lontane dal “suolo natio”; andarono nelle miniere pericolose e malsane; nell’Agro Romano a mondare e sarchiare le messi dei vasti latifondi; pernottando in caverne-capanne, stalle e locali comunque, fatiscenti, ove impietosi ed incoscienti energumeni, che fungevano da caporali, non esitavano ad usare anche violenza allorquando la spossatezza faceva piegare le ginocchia.

Soltanto in avanzata stagione, i nostri lontani antenati, facevano ritorno a San Giovanni Valleroveto, all’affetto dei loro congiunti.

Un popolo diseredato e ramingo

Questi nostri scritti vi sembreranno troppo crudi ed astiosi, ma interpretano il sentimento del popolo Sangiovannese, amareggiato per l’inarrestabile decadenza del “suolo natio”; c’erano tutte le condizioni per una sfolgorante crescita ed invece si rischia l’estinzione.

Di chi la colpa? Non certamente della nostra gente laboriosa, volutamente condannata, in epoca antica, all’ignoranza ed all’analfabetismo.

Sentite che bella prosa è contenuta nel documento che pure pubblichiamo in integrale forma autografa: “Questo bravo ed immutabile popolo del non mai abbastanza lodato San Giovanni, famoso nei casellari giudiziari, ad istigazione del sacerdote paesano, Don Pasquale Taddei, iniziò contro il parroco d’allora, Don Pietro Villa da Balsorano, una guerra spietata a base di mistificazioni, di falsità, d’intrighi spudorati e di velenosi attentati“.

Che ve ne pare! Sembra una cronaca siciliana dal più crudele sentore mafioso.

Come si può essere pastore di un popolo e, nello stesso tempo, avere così poca stima ed innata avversità nei suoi confronti?

La carità, la pazienza, la tolleranza, di cui parla il Santo Vangelo, che quei preti dovevano predicare al nostro popolo, che fine hanno fatto?

Quale esempio davano il prete di San Giovanni e quello di Balsorano animati l’uno contro l’altro da tanto velenoso odio?

Quale esempio dava nel corso degli anni (quanto durò la vicenda giudiziaria) l’estensore (parroco) del documento che pubblichiamo, nella guerra scatenata contro la famiglia Taddei, nel cui seno erano usciti due precedenti parroci, rea di essersi appropriata con artifici e raggiri di terre appartenenti alla Chiesa? I due parroci della famiglia Taddei, a loro volta, erano stati in guerra con il parroco di altra famiglia di San Giovanni, del casato degli Urbani. Quest’ultimo a sua volta, a quanto pare, sembra abbia avuto modo di bisticciare con certo Blasetti, altro antico reggitore di questo “rognoso” gregge di San Giovanni.

Ci vuole una bella faccia tosta per prendersela con il tartassato e vessato popolo di San Giovanni!

Queste che abbiamo citate non sono storie fantasiose, create ad arte per alimentare contrarietà o giustificare chissà che cosa, sono esattamente il sunto di voluminosa documentazione conservata nel nostro archivio parrocchiale.

Per inciso, diciamo che della famiglia Taddei e di quella degli Urbani, non esistono più eredi, né terreni, né immobili: SIC TRANSIT GLORIA MUNDI”. Ora le famiglie non hanno più neanche una tomba: quella degli Urbani sappiamo che fine ha fatto con l’ultimo restauro della chiesa parrocchiale; quella dell’ultimo erede dei Taddei, costituita da tumulo terragnolo, è stata eliminata per far posto a loculi più moderni e le sue ossa sono state gettate nella fossa comune degli obliati. Comunque , un Taddei (Bortolo) è stato personaggio illustrissimo in Brasile; vi è in atto un processo di beatificazione per le sue altissime doti di carità cristiana verso le classi più umili ridotte in schiavitù; era nato in S. Giovanni Vecchio; in una importante piazza della capitale del Brasile vi è una sua statua con dedica.

Nella lettera autografa, che di seguito pubblichiamo, indirizzata al Vescovo di Sora, il nostro parroco afferma che: “È impossibile dare una notizia esatta dell’epoca in cui fu elevata a parrocchia questa chiesa; è assodato però che i suoi beni le pervennero a dote dai frati di Montecassino”.

Per farne cosa? Non certamente per impinguare le casse e le rendite delle famiglie dei parroci, ma certamente per la sussistenza dei sacerdoti, per le necessità dei fedeli più poveri e per il decoro della Casa di Dio e la solennità dei suoi riti.

Quanto detto non è mai avvenuto, se da altro documento, a proposito del Cimitero che da tempo era stato realizzato all’esterno della chiesa, leggiamo la seguente triste ed orrida storia:

Il Cimitero è posto sopra una spianata, distante dall’abitato circa m. 500. E’ recinto a muro, parte di cui fu rovesciato dal terremoto. Perfettamente occupato; da parecchi anni si seppellisce fuori a casaccio non essendovi neppure una corda di ferro spinato per la difesa. Orrore !.. Lo scrivente più volte ha fatto ricorso alle autorità: promesse assicurazioni senza effetto trovandosi il Comune carico di debiti. Nel 1928 fu costruita una cappellina con apposito ossario voluto dal parroco, che versò col consenso del popolo £ 1.200, frutto di residuo di festa, sperando che il Municipio avesse provveduto al resto. Delusione ! L’ossario è completo; la cappellina, coperta a tegole con in cima una piccola croce è rimasta grezza e senza volta. All’uopo di sgombrare la zona occupata due volte sono stati emanati ordini di disumare a carico delle rispettive famiglie, le quali si sono opposte per ribrezzo e i poveri morti sono lasciati a non cale.”

Come si vede per le esigenze più sacrosante del popolo si aspetta sempre la manna dal cielo e quando questa non scende, si mette mano al ricavato delle collette dei poveri Sangiovannesi che si tassano per solennizzare la festa del loro Grande Protettore. Non si faceva così solo in quei tempi; la storia non ha mai avuto soluzione di continuità.

Ed intanto pezzo dopo pezzo, donazioni e lasciti continuano a dileguarsi nel corso di anni, mentre “le stelle stanno a guardare”.

Nella visita pastorale del 1/11/1969, in verità, il Vescovo Biagio Musto constatò l’ammanco di un pesante calice d’argento datato 1750, proveniente dalla rinomata arte Sulmonese o Guardiagrele; chi l’ha più visto? È solo un esempio.

Si dice che il rapporto dei Sangiovannesi con l’autorità Vescovile, dopo la reggenza Benedettina, è stato sempre improntato a conflittualità. Ma che cosa è stato fatto per eliminare questa brutta storia? O meglio, che cosa non è stato fatto per non alimentarla?

Cominciamo un po’ da lontano, chiedendoci se era il caso di fomentare il nostro popolo, contro l’avanzata di truppe garibaldine, nella guerra per l’Unità d’Italia. Non è vero, forse, che a capo dei ribelli c’erano tutte le autorità ecclesiastiche e che i luoghi sacri erano diventati vere e proprie armerie?

Come si fa a dimenticare l’occupazione del nostro paesello da intere compagnie di truppe piemontesi e la tremenda repressione culminata in una orrenda carneficina?

In bell’altro modo si sarebbero comportati i, non abbastanza, ringraziati e lodati Benedettini; ne sono un esempio l’intelligente azione diplomatica adottata nella delicata vicenda italica, dalle alte autorità del Grande Ordine Monastico.

I metodi Benedettini, anche per quanto riguarda la pacifica convivenza, non avrebbero mai potuto incrinare la fiducia che il popolo di San Giovanni, nonostante tutto, ripone in Santa Madre Chiesa .

Quali erano i metodi? Erano tutti racchiusi nel loro celebre motto: “ORA ET LABORA”. Vuol dire che quei Santi frati, in numerosa compagnia, pensavano a pregare insieme al loro popolo e con esso e per esso si procuravano il pane quotidiano con il sudore della fronte. Quei santi uomini non avevano tempo a riempire gli scaffali delle loro chiese di scartoffie di tribunali e a rodersi e far rodere il fegato ai loro simili ed amministrati.

Non avevano bisogno neanche di pensare a furbi accaparramenti, perché nel loro convento, secondo lo spirito evangelico, tutti erano uguali e tutto era di tutti.

Pensate che, per le ricorrenti beghe tra preti, la nostra parrocchia rimase priva di parroco per ben 22 anni ininterrotti, mentre per molti altri periodi venne, e viene retta ancora, da amministratori pro tempore. La Prebenda Parrocchiale frutto di donazioni alla nostra Abbazia Benedettina da parte di Regnanti dell’alto Medioevo, che riusciva a soddisfare il sostentamento di schiere di frati, con l’amministrazione della Curia di Sora, non riesce a soddisfare le esigenze di un parroco e l’aspirazione della popolazione ad avere un parroco residente.

Nella monografia parrocchiale si parla di una donazione di terre al Beneficio dell’Abbazia di San Giovanni Valleroveto da parte di Carlo III, ma questa è una notazione certamente errata perché Carlo III di Borbone fu Re di Spagna (Madrid 1716 – 1788) quando i Benedettini ormai non erano più presenti a San Giovanni;  trattasi, invece, di Carlo il Calvo del IX secolo, come specificato in altra parte del nostro lavoro.

Il colombiano Dario Castrillon Hoyos, prefetto della Sacra Congregazione del Clero ha ricordato recentemente la piaga dei “preti laicizzati nella loro maniera di pensare e di vestirsi, preti che ignorano l’autentica teologia del sacerdozio”.

Dietro l’abbandono della tonaca, ha detto il prefetto del Clero c’è spesso “una visione unica e piatta della funzione del sacerdote, la riduzione a una funzione di assistenza sociale, utile soltanto a chi pensa ad un Cristo riposto nella nicchia di un Pantheon di filantropi, a chi vuole ridurre la Chiesa a una qualche società di mutuo soccorso, branca di una sorta di Croce Rossa internazionale o di un’ONU”. Il prefetto del Clero vede infatti – nel “cedere alle mode dei tempi” – il pericolo di una perdita dell’”identità” del prete, il rischio che “non si possano più comprendere né il celibato sacerdotale, né la disciplina, né il senso del sacro con il primato del culto divino, né la passione missionaria, né l’abito ecclesiastico regolare e completo“.

Per Bacco, ci siamo detti ! …quanto ottimismo da parte del prefetto della Sacra Congregazione del Clero.

Quale “assistenza sociale”, “Pantheon di filantropi”, “società di mutuo soccorso”, “Croce Rossa”, “ONU” in San Giovanni Valleroveto?

Volesse Iddio che ciò fosse! Non avremmo più vedovi e vedove, scapoli, zitelle e vecchi soli, abbandonati, sofferenti e dimenticati da tutti.

Sarebbe sufficiente che quella villetta “vecchia canonica”, non gradita ad alcun prete, perciò messa in vendita, fosse trasformata in centro di accoglienza e di socializzazione per lenire le immense sofferenze. Oltre tutto si risparmierebbero tanti milioni occorrenti per continui ricoveri in ospedali e negli ospizi della “umanità obliata”; per l’occorrenza, un’infermiera ed una cuoca, sarebbero più che sufficienti. Si pensi che, al momento in cui scriviamo, una sola giornata di ricovero in ospedale costa alla Regione più di mezzo milione di lire.

Contro il presunto canonicato:

ABAZIA PARROCCHIALE

di S. GIOVANNI VALLE ROVETO

Eccellenza Rev.dissima,

Mi prendo la libertà di sottoporre a V.E. Rev.dma alcune osservazioni relative al canonicato, che si asserisce di esistere in questa Parrocchia. L’esistenza di detto canonicato viene contraddetta da moltissime ragioni che possono restringersi alle seguenti:

1°) E’ contradetto dagli antichi documenti. E’ impossibile dare una notizia esatta dell’epoca, in cui fu elevata a Parrocchia questa Chiesa. E’ assodato però, che i suoi beni le pervennero a dote dai frati di Montecassino ed in modo perfettamente assoluto per la sussistenza parrocchiale, niente altro compreso; e, che sia così, eccone la prova. Detta parrocchia possiede tre catasti di diverse epoche; il più antico rimonta al 1586 ed ha questa intestazione “Inventario delli beni stabili e mobili della venerabile Chiesa de Santo Giovanni de colli casal di Morreo, fatto per ordine del Rev.do Don Benedetto Masio della terra di Morreo et Abbate d’essa Chiesa prefata scritto di mano del Egregio Notar Albentio Testa et copiato per mano Martio Penna d’Avezzano”. Gli altri due non meno pregevoli, del 1754 – 1816, che fanno capo dal primo, tranne per ciò che riguarda il regio tributo, sono tra di essi sempre concordi ed invariabili, anzi mettono in maggior rilievo che l’Ente è puramente ed assolutamente parrocchiale, e, come tale, unico e solo è il beneficio.

2°) E’ contradetto dalla testimonianza dei parroci. Il primo parroco, che noi conosciamo, è il prelato D. Benedetto Masio, al quale uniti gli altri fino a tutto oggi, si ha il N. 15. Ora in questa lunga serie di anni e di Abati parroci mai trovasi ai lati di costoro il Canonico e tanto più è vero e convincente, quanto più si riflette, che negli interregni costantemente hanno governata la parrocchia i rispettivi Economi, come apparisce chiaro nel presente depositato albero genealogico.

3°) E’ contradetto dalla procedura dell’erezione. Ecco per la prima volta una pergamena ! Siamo in obbligo di vedere quando, in che tempo essa venne vergata e quale fu il modo di procedere. Era il 19 gennaio 1776, quando Sisto y Britto, come per sorpresa, in atto di S. Visita fa il Decreto di erezione. Tre giorni dopo mette insieme tutta quella roba ed il 6 febbraio di detto anno lo manda in effetto ! Ma quando ciò si faceva ? Quando, giusto il dire della Bolla 1776, la parrocchia era vacante “ad praesui vacanti… e parochus eligendus”; ossia quando la parrocchia era priva del suo pastore, che poteva alto levare la voce contro la inopportuna erezione. Oh ! nell’assenza del pastore (mi si permetta il paragone) anche il lupo può liberamente azzannare e distruggere tutto un gregge !….Dunque mancava il parroco, l’oppugnatore, il necessario contradittorio ! Si risponderà: vi era l’Economo. Questo dice un bel niente, poiché che cosa importa ad uno che ha veste precaria ? A questo potrebbe bellamente aggiustarsi la spensieratezza e la noncuranza del mercenario del Vangelo, appunto quia mercenarius est. Ora se mancava il parroco può ciò ritenersi per ben fatto ?

4°) E’ contradetto dalla mancanza d’investizione e questa è prova irrefragabile, poiché se quello fosse stato un vero, reale e possessorio beneficio, si sarebbe riprovvisto nella prima e in tutte le vacanze. Si dirà presto: E’ stato occupato una seconda volta. Ma quando ? Dopo un lungo giro di anni 59 dalla prima investitura e quando per lo appunto la parrocchia trovavasi anche vacante. E dopo ? Sepolto nell’oblio per un periodo non men corto di anni 66 !..Ora se in tutti quegli e questi anni, che accumulati insieme danno la rispettabile cifra di 125, non venne mai più conferito, è da ritenersi che Parroci e Vescovi giudicarono quella bolla d’erezione non altro che un edificio di carta ed è questa una verità lampante, suffragata dalla testimonianza degli ultimi due Abati Pasquale e Raffaele Taddei quando hanno detto e scritto che unico e solo è il beneficio.

A proposito della seconda collocazione avvenuta nel 1835 è buono che V.E. sappia un po’ di storia esilarante.

Questo bravo ed immutabile popolo del non mai abbastanza lodato S. Giovanni, famoso nei casellarii giudiziarii, ad istigazione del Sacerdote paesano, D. Pasquale Taddei, iniziò contro il parroco d’allora, D. Pietro Villa da Balsorano, una guerra spietata a base di mistificazioni, di falsità, d’intrighi spuderati e di velenosi attentati. Il contrariato Abate, rifuggendo dalle ignobili persecuzioni, a sette mesi di lodevole cura, affardellò le cose sue e si restituì in seno della famiglia. Tali fatti allarmarono tutto il mondo della Diocesi per guisa, che al Vescovo Lucibello fu difficoltoso trovare un prete che assumesse sul momento la Economia della Parrocchia. Il vincitore Sacerdote, al quale fu mestiere ricorrere, dettò leggi alla Curia, talchè sdegnata la proposta Economica, fu d’uopo conferirgli il presunto Beneficio Canonicale. Conseguenza fatale, poicè nei preti della Diocesi crebbe vieppiù quel senso di abborrimento. Ciononostante a successore del Villa si andò a prendere un prete inconscio alla Diocesi di Aquino, D. Raffaele Scafi. Poveretto, quel pane, che, sibbene, scarso, pur credeva suo, dovevalo dare al Canonico e, ridotto in breve a pitoccare a prestito il rotolo di farina per sfamarsi, prese anche lui il volo alla volta di sua casa e la Parrocchia restò vedovata del suo pastore per ben 22 anni, poiché non si trovò più becco di prete, che abbracciasse questa Cura. Per tali cose ai Vescovi Lucibello, Montieri e De Liquosa non valsero più i concorsi, e proposte di vie bonarie, le più splendide assicurazioni e le garanzie: nessuno volle affrontare e la Rev.dma Curia, sedendo Vescovo Paolo De Liquosa, non volendo, pur dovette conferire la Cura Parrocchiale al Canonico D. Pasquale Taddei, il quale realizzati gli aurei sogni cui mirava, si affrettò a disdire e negare quel che ieri aveva posseduto !… Dopo 66 anni torna in campo la pergamena con accentuazione di maggiore persecuzione. Allora per il prete, ora per i nipoti e compagnia. E chi nega che è suonata anche per me l’ora di prendere il volo ? ! Se quelli scomparvero di notte io me ne andrò di giorno.

5°) E’ contradetto infine dalla mancanza delle rendite. La pila non è grassa, come la si dice e sul riguardo non faccio verbo. Gli uniti presenti quadri di questi ultimi tre anni pongono in evidenza i fatti nell’introito e nell’esito.

Tutto questo per ora dovevo rispettosamente sottoporre allo studio e considerazione della E.V.Revdma riserbandomi, se del caso, di produrre altre difese.

Prostrato quindi al bacio del sacro Anello ho il bene di dichiararmi di V.E. Illma e Revdma umilissimo suddito

S. Giovanni Valleroveto ! luglio 1901

Ernesto Abate Ferrante