Capitolo II

 Deusdedit aut S. Diodato XV Abate di Montecassino

(Chi è – Cosa fu – La sua epoca)

Antiche dinastie

Il nostro San Diodato, come innanzi accennato, nacque intorno agli anni 750 – 760 nei pressi di Aquino, quasi certamente nella contrada Castello di Roccasecca “Castrum Rocchae Siccae”, caposaldo della potente famiglia patrizia dei De Aquino, Castaldi del Principato Beneventano. Nacque proprio in un periodo prospero e felice della sua famiglia patrizia. Infatti, Aquino, nel 747 entrò stabilmente nell’orbita del Regno Longobardo, acquistando prestigio e potenza economica; la sua giurisdizione si estese in un primo momento fino a Cassino, Pignataro Interamna, San Giorgio a Liri, Fregellae, continuando poi ad allargarsi sempre di più ed a controllare feudi in diverse regioni del Mezzogiorno fino a tutto il XII secolo. La sete di conquista non mancò di provocare un duro confronto anche con il contiguo monastero di Montecassino di cui conosciamo la potenza economica e spirituale che travalicava i confini regionali e nazionali.

Secondo l’usanza largamente praticata tra i Longobardi, il Nostro Santo venne offerto fin da bambino, dai suoi genitori, al Monastero. Un esempio di tale usanza: tra l’830 e l’841 l’Abbazia di Farfa (RI) venne retta da Sicardo (omonimo del tirannico principe Beneventano che imprigionò San Diodato). Di lui, nella “CONSTRUCTIO”, secondo una traduzione di padre Mariano Sorighe è scritto: “In questo tumulo giace il venerabile Abbate Sicardo // che governò bene le sacre sorti del Cenobio. // Dio lo santificò mentre era ancora nelle viscere materne // perché potesse essere partecipe alle sorti del profeta Geremia. // Infatti non aveva conosciuto il mondo creato, // ma entrambi i genitori lo consacrarono a questo tempio. // Con sapiente e mirabile ordine costruì questi luoghi // e salvò dal truce nemico il gregge affidatogli. // Per lui, chiunque tu sia che leggi, non cessare // con mente benigna di effondere notte e giorno preci votive // perché meriti di essere fra le Corti Angeliche // e, vinta la morte, possedere il Regno dei Cieli”.

L’usanza longobarda, d’altronde, nella patrizia famiglia di San Diodato si perpetuò per secoli tanto è vero che nell’anno 1230 il “Sole di Aquino”, San Tommaso, discendente della famiglia di San Diodato, all’età di 5 anni, venne affidato, anch’Egli dai genitori, ai Benedettini di Montecassino per essere iniziato agli studi.

Lo scopo di Landolfo, come quello di tutti i nobili dei secoli che furono era quello di impadronirsi di ogni alta carica politica, civile e religiosa per questioni di carriere, rendite, possedimenti ed armamenti.

Però spesso le aspettative dei potenti genitori non collimavano con i disegni dell’Onnipotente. San Diodato e San Tommaso, per fare solo qualche esempio tra le migliaia di casi analoghi, furono la provvidenziale risposta di Dio all’avidità e alla spregiudicatezza della nobile stirpe di Aquino.

Le prime fortificazioni, degli aquinati fuggiti in epoca barbarica da Aquino, sorsero in Roccasecca nei pressi della vetta del monte Sant’Angelo in Asprano, non lontano dall’antichissimo maniero di Caprile e Castello. Infatti, nel 590 Aquino fu devastata dai Longobardi e gli abitanti furono costretti a disperdersi sui monti circostanti, dando vita a nuovi insediamenti.

Già dall’antichità, dunque Roccasecca apparteneva alla Signoria Aquinate e restò sotto l’influenza di quella contea fino a quando il feudo fu acquistato dal Principe Boncompagni di Sora nell’anno 1583.

Abbiamo accennato al fatto che San Diodato era nato, appunto nel tenimento Roccaseccano perché i nobili “De Aquino” erano divisi in due Signorie: quella di pianura dove sorge l’abitato di Aquino e quella “montana” di Roccasecca. Infatti, al casato dei “De Aquino” di Roccasecca appartenne anche Rinaldo, successore di Landolfo padre di San Tommaso, strenuo sostenitore di Federico II insieme con i parenti di Aquino.

In verità Aquino, pur essendo stata donata da Carlo Magno al Papa, rimase sempre sotto l’influenza del ducato di Benevento, ma amministrata dai Signori di Sora fino ad oltre la metà del IX secolo, quando a sua volta, assurse alla dignità di Castaldato. Fatto avvenuto, non a caso, a pochissimi anni dalla morte di San Diodato. L’illustre casato, che aveva dovuto subire l’incarcerazione e la conseguente morte del suo Santo Abate, si riconciliava con Benevento, ricevendone, in concreto segno di pace, l’investitura nobiliare. Con ciò furono, in parte, cancellate le lacerazioni prodotte dall’iniquo affronto subito dalla “papalina” Aquino da parte del fiero, ma ormai defunto, Sicardo.

La Valle Roveto passò sotto il dominio dei Longobardi nel 572 ed assoggettata al Ducato di Spoleto, di cui era l’appendice più meridionale, fino all’anno 701 quando il Duca di Benevento Gisulfo II, estese il suo dominio a tutta la campagna romana, la Ciociaria (compresa Sora) e pose l’accampamento delle truppe ad Horrea, da identificarsi con l’odierna nostra vicinissima Morrea, di cui San Giovanni Vecchio ne era casale.

Sta di fatto che al Beneficio Parrocchiale di San Giovanni Valleroveto, da quell’epoca, fu affidata la custodia del Sepolcro dell’Illustre Aquinate i cui parenti furono insigniti del privilegio della relativa Commenda, come appresso vedremo.

Nel 1583, dunque, Giacomo Boncompagni acquistò il possedimento d’Arpino, che comprendeva anche il feudo di Aquino e tale possesso fu conservato dai suoi successori fino alla fine del Settecento, quando passò al demanio regio di Ferdinando IV. Le vicende di detto feudo restarono legate al Regno di Napoli, fino alla metà dell’Ottocento, appunto, quando fu conquistato dall’esercito francese.

Ci preme soffermarci su dette vicende storiche di Aquino perché è certo che il nostro San Giovanni Valleroveto ne ha seguito le sorti fino alla sua decadenza.

In altra parte abbiamo sostenuto che la nostra parrocchia, a differenza delle altre della Valle Roveto, non era soggetta alla giurisdizione della Diocesi di Sora. Infatti, in quel millenario “libro Verde” dell’Archivio Vescovile sorano di San Giovanni Valleroveto non vi troviamo alcuna notizia prima del 1609, epoca di una documentata visita pastorale.

Le date, quindi, come si evince chiaramente, coincidono e dimostrano che l’amministrazione del nostro ingente Beneficio Parrocchiale fu appannaggio, a giusto e indicativo titolo, della Signoria Aquinate fino a quando il Principe Boncompagni, di sorana ecclesia, non acquistò i diritti giurisdizionali ed amministrativi.

Perché quest’isola “Aquinate” in Valle Roveto?

La risposta noi l’abbiamo già data in altre pagine, tutte tese a fornire una dimostrazione chiara, logica e definitiva sulla identità di quel personaggio del Corpo Santo Sangiovannese.

Nota

“La divisione in gastaldati, pur rispettando formalmente un tipo comune nei ducati settentrionali, se ne distingue nella funzione specifica e giuridica. Nel Ducato Beneventano il gastaldo non è l’amministratore del demanio regio o comunque il rappresentante degli interessi del Re, ma un funzionario della corte ducale, per conto della quale esercita potere giurisdizionale con obblighi militari sul proprio distretto. È stato detto che al gastaldo a volte si attribuiva il titolo di conte, titolo che in origine rappresentava piuttosto una carica onorifica, estranea all’istituzione del comitatus nel significato introdotto poi dai Franchi. Perciò i due conti di Capua fugacemente apparsi in avvenimenti del 661 e del 663 – non potendosi parlare di Contea nel senso territoriale del termine nel sec. VII – sono probabilmente gastaldi titolari di un supplemento di onore che li poneva ad un gradino superiore della scala gerarchica rispetto agli altri gastaldi e “appaiono i più importanti collaboratori del Duca”. In ogni caso quest’ultimo esempio è una prova di quanto fosse ambita la sede di Capua e come essa, a partire dalla metà del sec. VII, andava riacquistando quel ruolo egemone sulla Campania che già aveva avuto in antico.

Di fondamentale importanza per la Longobardia minore fu anche la conversione al cattolicesimo della corte beneventana avvenuta forse durante il regno di Romualdo I (671 – 687)”.

La zona interna invece dopo un lungo periodo di vuoto storico, improvvisamente ritorna agli onori della cronaca. Verso il 702, o poco prima, il duca Gisulfo I (689 – 706) conquistata Sora, “ROMANORUM CIVITATEM”, e gli “OPPIDIA” di Arce ed Arpino, portando il confine lungo il corso del Liri. Da qui durante il pontificato di Giovanni VI (701 – 705), Gisulfo I avanzò verso Roma fino al luogo “qui Horrea dicitur” dove, raggiunto da emissari del Papa “cum apostolicis donaris”, fu convinto a rilasciare i numerosi prigionieri e a rientrare nei confini del Liri.

La prova di ostilità contro Roma da parte del duca beneventano è vista solo in funzione di estendere il proprio dominio approfittando dei contrasti sorti tra Bizantini e Romani.

Per Scandone, ma sono d’accordo Fabiani ed altri autori locali, “non v’è dubbio” che con l’espansione del 702 il “capoluogo” “dell’importante distretto” del Liri venisse trasferito da Aquino a Sora. Poiché lo studioso non cita alcuna prova a riguardo, si può accettare la proposizione solo come ipotesi, anche in considerazione del fatto che nei diplomi Carolingi dello stesso secolo relativi a Montecassino, Aquino non è mai riportato con titoli o attributi che lascino pensare il contrario, sempre che ciò non derivi da fatto causale o da ragioni di forma giuridico-diplomatica. Certo è che da quel momento Sora rappresentò il più importante caposaldo lungo il confine ed il punto di passaggio obbligato per la continuità delle comunicazioni con il ducato di Spoleto e con il Nord attraverso la cosiddetta “via degli Abruzzi”. Dello stanziamento longobardo nella città non è rimasta traccia, ma si può pensare che esso si sia adattato in qualche settore già fortificato dai Bizantini, forse nella parte occidentale dell’area romana alle pendici di monte S. Casto, nell’attuale rione S. Silvestro, da dove si potevano controllare i due ponti sul Liri.

(Nicosia: Il Lazio Meridionale)

Foto 2.1 Roccasecca: i resti del castello dei conti d’Aquino.

    

Foto 2.2 – 2.3 Resti della casa di San Tommaso d’Aquino nel Castello di Roccasecca.

Il mistico abate

Nei documenti e nelle cronache dell’epoca, noi troviamo San Diodato chiamato col nome latino Deusdedit. È noto che nell’Alto Medio Evo si parlava latino in Italia.

Studiando il significato storico etimologico di questo nome, noi veniamo a scoprire delle bellezze meravigliose. DEUSDEDIT = DIO LO DIEDE, ADEODATUS = DATO DA DIO. È un nome mistico, che vuole esprimere innanzitutto un ringraziamento a Dio, che lo ha dato. Ma se i suoi confratelli vollero denominare così San Diodato, essi lo fecero, per esprimere non solo la grandezza e la sublimità del suo animo, ma anche per manifestare la grandiosità delle opere e la portata eccezionale dell’uomo, che illustrò con la sua santità il celebre Monastero di Montecassino e diffuse il profumo delle sue virtù tra i suoi contemporanei e nei secoli successivi.

San Diodato nacque, dunque, nella seconda metà dell’ottavo secolo, tra il 750 ed il 760, nel Lazio Sud, nelle vicinanze di Aquino, dalla ricca ed illustre famiglia che governava quella grande ed importante contea.

Nella casa paterna trovò una palestra di fede e di pietà. Ricevette un’educazione eccellente. Si avviò per tempo all’ascetica cristiana. In mezzo ad una società tormentata ed inquieta, turbolenta e sanguinaria, contaminata dalla corruzione e dagli intrighi, il santo giovanetto rivolse il suo pensiero a Dio, osservò la sua legge e conquistò le sue compiacenze.

Dio lo attrasse a se e gli diede l’ardore della perfezione e della santità.

San Diodato con mirabile slancio approfondiva la conoscenza di Dio, per poter giungere ad un amore sempre più perfetto.

Ai suoi tempi, come innanzi accennato, tutti gli spiriti grandi, desiderosi di perfezione, di distacco dal mondo, di unione con Dio, guardavano a Montecassino, come a centro di preghiera e di lavoro, di studio e di santità. Il nostro San Diodato volle anch’egli raggiungere quella vetta, che doveva poi ricolmarlo della gloria della santità.

Si distacca dal mondo e dalle sue attrattive, dagli onori e dalle ricchezze, dalla casa e da quel mondo che lo adorava e va nella casa di Dio. Acquista un altissimo concetto cristiano della vita e di tutte le sue espressioni.

Si plasma nel rigido dominio del cuore. Soffoca le esigenze della carne e del sangue con volontarie mortificazioni, con la disciplina. Conserva incorrotto il giglio della sua castità.

Egli fu benedettino. Fu studente, sacerdote superiore, Abate di Montecassino a reggere, a continuare l’alta direzione del Santo Fondatore.

Desideroso di coltivare la sua mente ed il suo cuore saliva su Montecassino, verso la metà del secolo ottavo.

In quel tempo, gli Abati venivano eletti sotto l’influenza dei Pontefici e del Duca di Benevento. Il suo immediato predecessore, Apollinare, era di famiglia principesca. Il predecessore di Apollinare, l’Abate Gisolfo, era della stessa famiglia ducale di Benevento. Non è utopico e scosiderato affermare che il nome dei genitori di San Diodato sono da ricercare tra i personaggi che animano l’”Adelchi” del Manzoni.

Ma non sta qui il motivo della grandezza di San Diodato. “Mal giova illustre sangue ad animo che langue”.

È facile intuire che il giovane aspirante benedettino aveva intelligenza aperta e cuore generoso, ingegno non comune, volontà pronta e somma diligenza.

Nel Seminario monastico acquistò una formazione esemplare nella pietà, nello studio e nella disciplina. Volle essere sacerdote, per consacrarsi alla salute delle anime e alla propria santità nella pratica eroica dei tre voti di povertà, castità, obbedienza. Poté dire con tutta verità a Gesù: “Signore, voi siete la mia eredità; voglio essere tutto vostro e farmi santo”.

Fu modello di sacerdote nella scienza e nello spirito di preghiera. Accompagnò ogni atto del suo ministero con la preghiera. Fu sempre unito al Signore. Da lui, nelle difficili contingenze attingeva forza e lume. Nella celebrazione della S. Messa la sua anima si ritemprava e si ringagliardiva nei santi propositi. Dalla S. Messa ottenne quella forza misteriosa che lo sottrasse alla debolezza della carne, alle passioni, alle tentazioni, alle insidie del mondo che gli circondò il petto come una corazza, contro cui s’infransero i colpi dell’umana nequizia.

Si umilia nell’obbedienza e nella sottomissione. Gioisce nel dipendere in quell’umiltà, che è basso concetto di se ed esaltazione degli altri. Vive la vita comune con tutti gli impegni ed i sacrifici.

Si spiritualizza nella preghiera e nella comunione, nella meditazione e nella contemplazione, nell’imitazione dei santi e nella lotta alla vanagloria.

Si dedica allo studio della teologia e dell’ascetica. Pratica con eroismo tutte le virtù e cerca la sofferenza nell’abbandono nelle mani di Dio, che solo vuol possedere.

Corrisponde alla grazia della vocazione, attendendo al raggiungimento della perfezione. Suo modello è Cristo “fatto da Dio per noi sapienza, giustizia, santificazione, redenzione” (IC. I, 30).

Sua meta è Cristo “perché Dio ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del figlio suo” (R. 8,26).

Da Gesù impara l’umiltà, il fondamento della perfezione religiosa, leva potente per arrivare a Dio.

Da Gesù impara l’amore. Gesù è suo amico inseparabile, la sorgente di grazie e di casti affetti.

Da Gesù impara la mortificazione. Infierisce contro il suo corpo con austerità. Mortifica il gusto, gli occhi, gli orecchi.

San Diodato interpreta e pratica rigidamente la regola benedettina che impone al monaco tre grandi doveri: l’opus Dei, la lectio divina, il labor manualis.

       L’opus Dei non è altro che la recita del divino ufficio per sei o sette ore al giorno: fa del monaco un orante perpetuo. San Diodato desiderava queste ore di preghiera. Era sempre pronto. Troncava bruscamente il sonno, lasciava il tepore del letto, nelle rigide notti invernali ed accorreva al suo posto nel coro. Gustava le intime dolcezze della preghiera.

       La lectio divina è la lettura spirituale, lo studio della Sacra Scrittura e dei Santi Padri. Con lo studio divenne ottimo maestro dispensatore dei misteri di Dio.

       Il labor manualis l’obbliga a sei o sette ore di lavoro, di attività fisica, ogni giorno, specialmente il lavoro agricolo.

Giunse a tanta sublimità di perfezione, ne rifulse agli occhi dei suoi confratelli, diventò Sacerdote e piacque a Dio e agli uomini. “Dilectus Deo et hominibus”. Fu una promozione e fu un nuovo impegno di rinunzia e di donazione. Cessava d’essere padrone di sé e diventava ministro di Cristo, operaio della sua vigna. Per Cristo e per la Chiesa impiegò il suo tempo, l’energie, le fatiche.

Modello di ogni perfezione predicò con la parola e con l’esempio. Predicò il Vangelo e conservò la legge del Signore.

E il Signore premiò la sua fede, il suo zelo, la sua generosità con la stima e la venerazione dei suoi Confratelli e del popolo.

Quando, l’anno 828, moriva l’Abate Apollinare, tutti gli sguardi si volsero a Diodato.

Unanime fu la decisione. Fu eletto Abate di Montecassino, XV successore di San Benedetto.

Dio moltiplicò su di lui i suoi favori, gli concesse la benedizione di tutte le genti, gli diede la corona di gloria, simbolo del potere e della santità, confermò su di lui il suo giuramento, versando le sue misericordie.

La fama della sua santità correva sulle labbra di tutti; tutti volevano vederlo, tutti volevano udirlo. I popoli si inchinavano davanti a lui come al degno rappresentante di Cristo.

Che cosa significava essere Abate?

Significava esercitare il governo spirituale del Monastero e dei popoli ad esso soggetti e significava ancora presiedere il governo ossia l’amministrazione del vasto patrimonio di Montecassino.

Come padre e pastore spirituale Diodato esigeva da tutti la perfetta osservanza della regola. Voleva che i suoi monaci vivessero nella povertà, praticassero la mortificazione, il distacco dal mondo, pregassero giorno e notte. Esigeva il digiuno, per fortificare lo spirito contro la carne.

Ma dei suoi precetti era il primo osservante e tutto faceva con tanta gentilezza, affettuosità e dolcezza, da non far sentire il peso del suo governo.

Accettò la carica per essere il servo di tutti i confratelli. Li guidò con l’esempio e la parola, sempre pronto a scorgere e a provvedere alle altrui necessità. Sempre ilare e sereno precedeva i suoi monaci nell’osservanza della regola. Ricco di cultura e di esperienza, non limitò il suo apostolato al solo ambiente claustrale, ma lo estese al mondo di fuori, che invocava aiuto e conforto. Fu l’Abate, che governò con energia di superiore e tenerezza di padre.

Il Duca longobardo di Benevento, nel secolo VII, aveva dotato Montecassino di un vasto territorio. Ne abbiamo notizia nei “Chronoca Sancti Benedicti Cassinensi” scritti verso l’anno 872, quando il ricordo era vivo e se ne possedeva il documento originale. È detto nel documento: “Il Duca donò a Montecassino quanto di monti e di pianure è nel recinto del monastero”.

Quale il movente di questa donazione? Religioso e politico. Soprattutto politico:

       Politico – Il Duca di Benevento aveva interesse a favorire lo sviluppo della signoria territoriale di Montecassino, perché, posto com’è, al confine tra lo Stato Pontificio e il Ducato di Benevento, manteneva l’amicizia col Papa nei mutui rapporti. Quando, nel 786, Carlo Magno scese per la quarta volta in Italia, confermò la donazione, come pure fecero i successori del donatore, ossia del Duca Gisolfo II;

       Religioso – I Longobardi, che, in un primo momento, avevano distrutto le Chiese, i Monasteri e i Vescovadi, si erano convertiti al Cristianesimo e portavano nella nuova fede lo zelo e l’ardore dei neofiti. Lo dimostravano nella generosità con cui restituivano Chiese e fondavano monasteri, dotandoli di cospicui patrimoni.

San Diodato era un uomo di preghiera, era un contemplativo; non era un sovrano. Vedeva gli avvenimenti alla luce di Dio secondo giustizia e carità, nella fratellanza universale di popoli, fuori dalle lotte e dalle contese.

Ecco il Nostro San Diodato di fronte a un duro cimento! Eccolo innanzi alle pretese ingiuste di Sicardo, principe di Benevento.

Sicardo pose fine al lungo periodo di pace, che Montecassino aveva goduto. Tristi tempi vengono ad amareggiare San Diodato.

Si legge nelle Sacre Scritture che il Signore tenta gli eletti. Anche l’angelo disse a Tobia: “poiché eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti provasse”. Dio non tenta nessuno al male, ma, prima di premiare gli eletti, vuole provarne la virtù, saggiarne la resistenza, toglierne ogni scoria. Una virtù, fatta solo di apparenza, o sarà corrotta dalla prosperità o sarà spezzata dall’avversità. La virtù che, invece nella prosperità e nell’avversità, rimane fedele a Dio, quella è vera virtù.

San Diodato ci appare il vero eletto, perché Dio lo provò con la prosperità e l’avversità; conobbe la magnificenza del trono e lo squallore del carcere. Ma, nella prosperità, non si lasciò lusingare dal miraggio dei beni terreni e dal fasto dell’ammirazione e, nell’avversità, non si depresse. Si conformò alla volontà di Dio e rimase fedele alla sua legge. La sua virtù fu eroica nella prosperità e fu sublime nel dolore.

Vediamo.

Un giorno dell’anno 834, in un salone di Montecassino , sono di fronte due uomini un santo ed un tiranno. Diodato – Abate di Montecassino e Sicardo – Principe di Benevento. Diodato buono, umile, mite; Sicardo ingiusto, prepotente, usurpatore. Diodato inerme, solo fiducioso a Dio; Sicardo munito di soldati, sgherri e fuorilegge. Sicardo avanza all’Abate Diodato una proposta ingiusta, iniqua. Vuole il denaro di Montecassino, frutto del lavoro della Comunità cassinese. Ne ha bisogno. Deve sostenere la sua guerra contro Napoli ed Amalfi. Fermo, energico, risoluto, coraggioso, Diodato oppone un netto rifiuto. Non possiamo, non è lecito – gli disse decisamente. Volano le minacce di rappresaglie, ma né queste, né i tormenti distolsero il santo Abate dal suo dovere di giusto amministratore, dalla sua rettitudine. L’ira del tiranno diviene rabbiosa, quando vede deluse le sue pretese. Accecato dall’ingordigia fa condurre Diodato al carcere di Benevento.

Fu percosso e malmenato, ma nessun tormento lo rimosse dalla sua fedeltà alla giustizia ed al Monastero. Il carcere era una cosa spaventosa! Oggi, anche i più grandi malfattori sono trattati umanamente; nell’antichità non era così. La cella era senza luce, senz’aria, al freddo, con fame e sete; è in tanta sofferenza che sopravvenivano le malattie e si moriva. San Diodato, gettato in quell’oscura, tetra e fredda prigione, soffrì rassegnato. Pregò per il suo Monastero, offrì la sua vita per il trionfo del bene contro il male. Consumato e straziato dalla febbre, il 9 Ottobre 834, fu chiamato alla gloria eterna. Gli angeli discesero dal cielo, per trasportare l’anima di Diodato all’eterno gaudio. Gesù accolse tra le sue braccia il suo servo fedele. Una luce misteriosa, che avvolse l’estinto, rivelò a tutti la sua santità. Dio manifestò la sua gloria, onorandolo con la potenza dei miracoli. Si pregò presso il suo sacro corpo e innumerevoli furono i miracoli e le grazie che dispensò. La Chiesa lo pose subito nel numero dei santi.

Racconta di Lui Pietro Diacono (1107-1159), nella sua opera “Ortus et vita iustorum cenobi Casinensis”, che un infermo, da mortale febbre travagliato, prostratosi sulla tomba di Diodato e quivi preso da sonno, al risveglio fu libero da ogni malore. Infatti, il nostro Santo Protettore è invocato specialmente contro le febbri e le emicranie.

La legge del più forte

A questo punto sorgono spontanee due domande:

       Quale diritto aveva Sicardo di chiedere il denaro di Montecassino?

Abbiamo accennato più avanti che “con l’invasione longobarda, tutto il patrimonio di Montecassino andò perduto e, come appare dagli avvenimenti posteriori, anche la montagna e i suoi dintorni entrarono a far parte del fisco ducale beneventano.

La ricostruzione patrimoniale, al ripristino della comunità, dovette quindi farsi ex novo, ma fu rapida. Principi e re, che sia per devozione ascendessero da pellegrini il monte santo, sia avessero di mira affermazioni politiche, rilasciavano ricchi beni e diplomi di cospicue concessioni territoriali. Aveva aperto la serie il duca di Benevento Gisolfo II (avo di Sicardo, persecutore e carnefice del Nostro Santo); l’avevano continuata, fra gli altri, Desiderio, re dei Longobardi, Carlo Magno, il nuovo imperatore romano, lasciando l’esempio ai potenti che nel corso dei secoli dovevano seguirli nel dominio della regione.

La donazione di Gisolfo, che in un certo modo compensava la distruzione e i danni causati dai suoi antenati, dava alla badia una stabile e indipendente posizione nel ducato beneventano. (NS. purtroppo non hanno fatto così i vincitori dell’ultima guerra che, nonostante impegnati con due divisioni contro un piccolo drappello di tedeschi, con incivile leggerezza non esitarono ad annientare mediante bombardamento un insigne tesoro d’arte quale era l’antica Abbazia).

Con Carlo Magno si iniziano le relazioni tra Montecassino e gli imperatori d’Occidente. Esse, infatti, continuano non solo con i successori Carolingi, ma con gli Ottoni, i quali coerentemente alla loro politica italiana largheggiarono in concessioni alla badia, e con tutti gli altri. Dichiarata camera imperiale, esente ed immune, Montecassino fu così una delle grandi signorie dell’impero. Dall’alto del suo monte, l’Abate “simile ad un piccolo Giove” dirigeva il piccolo stato affidato alle sue cure e, non di rado, interferiva nella politica italiana ed europea.

Nell’ambito di questo dominio gli abati cassinesi non avevano superiori all’infuori delle supreme potestà medievali, il Papa e l’Imperatore, sì che esercitavano liberamente la duplice giurisdizione spirituale e temporale” (Lecisotti: Montecassino)

Sicardo, quindi, oltre all’illecito e nefando scopo della richiesta di denaro, anche sotto il profilo strettamente politico e giuridico, non aveva alcun diritto. Ma si sa che in quei tempi prevaleva la legge del più forte. La giustizia era scritta sulla punta della spada. Non c’era un codice che regolasse le umane vicende.

Esiste oggi, a Benevento, qualche traccia della memoria di San Diodato?

L’ospedale dei “Fate bene fratelli”, che fu distrutto nell’ultimo conflitto bellico, era dedicato a San Diodato. E il popolo lo chiama tuttora l’ospedale di San Diodato.

Nei sotterranei della Cattedrale di quest’antichissima città ducale, vi è una remotissima lapide, con caratteri ( gotici ?), che ricorda la carcerazione patita dal nostro Santo.

Primordio

Nei secoli nono, decimo e undicesimo, la nostra Valle Roveto era rifugio preferito dai Monaci Benedettini. Questo per la gran tranquillità e solitudine, che regnava in questa valle ancora incolta e disabitata. I Monaci preferivano questi luoghi deserti, per attendere alle cose dello spirito e praticare il precetto del Santo Fondatore: “ORA ET LABORA”.

Mentre attendevano alla preghiera, come già detto, dissodavano i campi; per questo, noi oggi, tardi nipoti, agli immensi benefici spirituali dobbiamo aggiungere anche questi d’indole economica e sociale.

Quando sosteniamo che i Monaci Benedettini avevano Monasteri a San Giovanni ed in altre località della Valle Roveto, noi non dobbiamo correre col pensiero alla sontuosità del Monastero di Montecassino. Qui si trattava di povere ed umili abitazioni, di casupole addossate alle grotte e di piccole Chiese, in mezzo ai boschi, alle foreste, per farvi penitenza. Il geografo Strabone, infatti, scriveva: “VIVUNT HAE GENTES FERE IN VICIS” (vivono quasi in villaggi queste genti).

In San Giovanni Valleroveto, dunque, si era costituita una delle cosiddette “domuscultae”, tipiche dei tempi del papato di Zaccaria ed Adriano I, una sorta di fattoria modello, che l’organizzazione ecclesiastica contrappose alla proprietà privata dei signorotti feudatari. Le “domuscultae” ebbero la facoltà, riservata ai Vescovi, di amministrare i sacramenti che poi diventarono funzioni tipiche di ogni parrocchia. Queste, inoltre, furono fulcro di vita sociale e di civile amministrazione.

Quando il sacro Corpo di San Diodato fu portato a San Giovanni, il paese non esisteva ancora. La cronaca dice chiaramente che si trattava di un luogo molto sconosciuto, “valde ignobilis”, Appunto per occultare, per nascondere il sacro deposito e sottrarlo alla profanazione. Questo, d’altra parte, mette in evidenza la grande stima che San Diodato riscuoteva e quanto miracolose e preziose fossero le Sue spoglie mortali.

Nel luogo c’erano monaci che facevano penitenza e lavoravano.

Certamente, la notizia si diffuse rapidamente tra i buoni cristiani dei dintorni e cominciarono a venire a pregare sulla tomba di San Diodato, che si trovava sotto il vecchio campanile, esistente là dove oggi è l’altare di San Diodato.

I prodigi furono inauditi: molti cuori induriti piansero le loro colpe; infermi di ogni specie ricuperarono la sanità. Fu un accorrere di gente bisognosa di aiuto e di conforto. E San Diodato a tutti leniva un dolore, a tutti asciugava le lacrime.

Ut animae salvetur

Il primo anno del suo governo, San Diodato ricevette anche la donazione del chierico Daniele, nobile di Taranto, il quale, trovandosi ad Aquino (sic!) e vedendo avvicinarsi la fine, donò a Montecassino tutti i suoi beni in Aquino e in Taranto, come già aveva fatto il principe Sicone di Benevento nel donargli il fiume Lauro con tutti gli annessi ed i connessi, ivi compreso il diritto di pesca. (vedi nota)

Sotto il governo di San Diodato, per cinque anni durò quel periodo di pace che aveva avuto inizio sotto l’Abate Gisolfo, che si era protratto sotto l’Abate Apollinare. Durante il periodo di pace, i tre Abati Gisolfo Apollinare e Diodato, diedero un primo assetto fondiario alla proprietà. Fecero coltivare il terreno e valorizzare le terre ricevute in dono, perciò, oltre all’apostolato, San Diodato dovette esercitare anche una signoria temporale, dovette sapersi destreggiare tra la forza dei potenti, l’impotenza dei popoli e l’astuzia dei principi. Ebbe davanti a se un principe dominato dall’orgoglio, bramoso di potere. Gli fu difficile muoversi ed operare in mezzo a quella società costituita da fazioni e lotte fratricide. Trascriviamo ancora una pagina dal “Montecassino” di Tommaso Lecisotti:

“Come l’estensione, così variò secondo i tempi l’organizzazione del patrimonio cassinese: Economicamente, Socialmente e Politicamente. Dalla restaurazione dell’VIII sec alla distruzione portata dai Saraceni, l’attività economica è basata sul sistema curtense. La popolazione, il cui sviluppo è stato favorito dai monaci, si trova in massima parte raggruppata intorno ad una Corte , ove è una chiesa o un oratorio con un Xenodochium e, talora, un monastero. Vi risiede un preposito, il quale ha la direzione dell’azienda; nelle immediate vicinanze sono le terre coltivate direttamente dai monaci e dai loro dipendenti, in massima parte schiavi manomessi; più in là, i boschi e le terre dei coloni.

Con questa organizzazione tipica e ben rispondente alle esigenze della Regola, che era apparsa in un’epoca in cui si può dire che si perfeziona il processo della villa romana il Curtis, grandi estensioni di terreno venivano a trovarsi sottoposte ad un regime uniforme con notevoli vantaggi non solo per l’agricoltura e la bonifica delle terre, ma anche per gli uomini che provano i benefici di un dominio paterno ed uguale. Era questo il sistema con cui, così gran parte d’Europa, anche il patrimonio cassinese, e in particolare la Terra S. Benedicti, fu dai monaci dissodato e di nuovo colonizzato, dando origine a città e paesi. L’ascesa economica dei monasteri acquistava quindi in un mondo devastato un’importanza decisiva per la salvezza dei residui della civiltà antica. In tal modo, il popolo, nelle sue plebi di lavoro, per le campagne tolte all’abbandono, per i villaggi ricostruiti, per la sicurezza e l’assistenza ottenute, e specialmente per le eque convenzioni che il monastero concedevagli, onde erano patteggiati e sottratti ad arbitrio i suoi servizi, fattogli certo il frutto della sua fatica, dategli materia e ragione per la cura diretta dei propri interessi e del loro miglioramento; il popolo fu, così, aiutato e quasi sospinto per l’ardua via del suo riscatto e della sua libertà. La quale, a tal modo preparata e fiancheggiata, sbocciò poi fiorente e fu matura nella vita dei Comuni. Ma questo grande patrimonio terriero dalle centinaia di migliaia di ettari, con due sbocchi al mare, con porti, con fondaci ad Amalfi e a Salerno, con una piccola flotta di dieci navi per commerciare con Ancona, Ravenna la Dalmazia e le Puglie, con miniere in Sardegna, tendeva principalmente alla glorificazione di Dio. Non solo, quindi, il fiscalismo vi era quanto mai lieve, in paragone delle altre Signorie feudali, ma lo spirito cristiano lo permeava e vivificava tutto sì che, salvi i diritti della giustizia e le ragioni ultime della proprietà, la carità si effondeva silenziosa ed incessante. Questo balsamo incomparabile e insostituibile si sforzava di lenire tutte le infermità umane, tutti i bisogni sociali. E intorno al monastero, perciò, si venne formando una vasta famiglia di anime, fra cui molte preferivano restargli più intimamente unite col vincolo di Oblati. Ogni monastero ebbe così il suo Ospitale, ove, se negli ospiti si accoglieva ed adorava lo stesso Cristo, lo si vedeva ed accoglieva anche nei poveri, negli orfani e nei malati. Né una simile istituzione si limitava alle grandi badie; ne erano fornite pure le case dipendenti, le quali spesso sorgevano proprio a questo fine, specialmente nei luoghi ove, come lungo le strade, sui valichi (come il nostro monastero di S. Elia), vicino ai santuari, se ne sentiva maggiore il bisogno. Così la Terra S. Benedicti, l’eredità tutta cassinese, nonostante le inevitabili deficienze, ci appare attraverso i secoli come un’unica, grande, patriarcale famiglia, vivente delle stesse tradizioni, stretta idealmente intorno al sepolcro di san Benedetto e governata dal pastorale dei suoi successori (tra i quali il nostro glorioso San Diodato) con quella discrezione caratteristica della Regola, che è una condizione indispensabile per ottenere il fine principale: UT ANIMAE SALVETUR”.

Nota

“Il grande mutamento nella storia del monastero cassinese si ha nel 744 con la donazione del duca beneventano Gisulfo II (742-751) di un territorio che costituì il nucleo originario della Terra S. Benedicti e preparò le basi del dominio temporale di Montecassino. Che si sia trattato anche di un mutamento nei rapporti politici tra Roma e Benevento lo dimostra la invalsa tendenza a vedere nella donazione gisulfiana una concreta manovra di avvicinamento al papato, probabilmente, come avverte Fabiano, in senso antimonarchico e in difesa dell’autonomia ducale.

Il documento originale della donazione era già perduto in antico, tuttavia il fondamento storico dell’atto è generalmente riconosciuto da tutti , anche perché la notizia è stata trasmessa dai Chronica s. Benedicti Casinensis della seconda metà del sec. IX. In questa cronaca si legge che Gisulfo donò cuncta in circuitu montana et planiora, ordinando ai locali di aiutare i monaci durante la semina e la mietitura, e riservò per sé le marchae come rifugio per gli abitanti in caso di incursioni nemiche. La stessa notizia fu ripresa due secoli più tardi da Leone Ostiense il quale vi aggiunse la descrizione dei confini che, giustamente, Falco non prende in considerazione “poiché con ogni probabilità essi sono tolti dai documenti posteriori”. Che nei confini tramandati da Leone Ostiense vi siano delle evidenti trasposizioni temporali lo dimostrano i nomi di alcune località citate che si formarono dopo il 744.

Se per cuncta in circuitu montana et planiora, già di sospetta indeterminatezza, bisogna intendere un’area intorno a Montecassino, comunque meno estesa di quella indicata da Leone Ostiense, non si capisce allora il riferimento alle marchae, quantunque “donate” con riserva militare, se non come anacronismo per magnificare a posteriori la grandezza di Montecassino. Mentre Falco non nasconde i suoi dubbi, è strana la spiegazione di Fabiani, secondo il quale Gisulfo, pur essendo stato intenzionato a donare tutto fino al corso del Liri, avrebbe in seguito ridimensionato l’idea in considerazione dell’importanza militare che rivestiva la zona limitanea.

Nell’abitudine di amplificare la vera consistenza delle donazioni, traspare anche l’aspirazione storica dei monasteri a sottrarsi dalla sovranità temporale e dalla giurisdizione spirituale del vescovo e ad avocare a se quei diritti. Per Montecassino tale aspirazione è tanto palese quanto insistente. In questa prospettiva per completare il progetto cassinese si fece seguire alla donazione temporale di Gisulfo la falsa bolla del 748, con la quale il Papa Zaccaria (741-752) avrebbe inteso svincolare il monastero dalla dipendenza vescovile. Tuttavia l’interesse del papa Zaccaria nei riguardi di Montecassino è indiscutibile visto che è Paolo Diacono a testimoniarlo”.

(Nicosia: IL Lazio Meridionale)