Capitolo I

Capitolo I

 Il Sepolcro

“Con questi grandi abita eterno e l’ossa

fremono amor di patria. Ah si! Da quella

religiosa pace un nume parla;

…………………………………….

Siedon custodi de’ sepolcri e quando

il tempo con sue fredde ali vi spazza

fin le rovine, le pimplee fan lieti

di lor canto i deserti e l’armonia

vince di mille secoli il silenzio.”

(Ugo Foscolo “Dei Sepolcri”)

Medioevale urna di un forte

Viviamo in una società spiritualmente impoverita. Per molti uomini Dio è scomparso dal cielo. Per le masse è oggetto di culto superstizioso. Molti fedeli sono tormentati dal dubbio e da profonda indifferenza per gli interessi dello spirito. Quale forza può scuotere da questo torpore?

Il Sacro corpo di San Diodato si è consegnato al popolo di San Giovanni Valleroveto, ai pellegrini provenienti da terre vicine e lontane, a pregare, a meditare, a cantare, a sciogliere i propri voti, ad invocare il suo aiuto, per le necessità spirituali e materiali.

“A egregie cose il forte animo accendono

l’urne dei forti e bella e santa fanno

al peregrin la terra che le ricetta”

(Foscolo “Dei Sepolcri Carme ad Ippolito Pindemonti)

Le reliquie dei grandi spingono le anime generose a magnanimi imprese, sono ispiratrici di virtù morali, civili e religiose. Rendono sacra la terra che le ospita.

Le figure dei grandi, il ricordo delle gesta gloriose vivono immortali e si tramandano nei secoli. Esercitano un salutare influsso nelle anime.

Ma se questo si può dire in genere di tutti coloro che si resero celebri nel campo delle arti, delle lettere, delle scoperte, delle invenzioni e, nei nostri giorni, nei voli orbitali, molto più si può dire dei Santi, di questi uomini che conobbero i valori dello spirito.

I Santi sono un’irradiazione di Cristo, sole di giustizia. Sono fiaccole accese nel cammino dei popoli, per orientarli. Improntano delle loro virtù e del loro spirito le generazioni e i secoli.

San Diodato è una stella nel firmamento di Dio. Egli, per conquistare il cielo, servì Dio fedelmente e si adornò di tutte le virtù. Ebbe gli occhi fissi alla patria del cielo, ma seppe vivere e morire anche per la patria di quaggiù. Servì Dio nelle sue creature e le consolò. Ritrasse gli erranti dal male e li salvò dall’eterna dannazione.

Gioia spirituale ci procurerà questa storia, di San Diodato, XV° Abate di Montecassino, nella sua Chiesa S. Johannes de Collibus.

Per conoscere la sua eroica santità, la sua grandezza morale e intellettuale, è necessario, però, conoscere prima la grandiosa istituzione a cui appartenne: Montecassino, l’epoca in cui visse, l’Alto Medioevo.

Montecassino nella storia

Nel VI secolo, i barbari, attratti dal fascino del mondo romano e dalla fame di terre, si scatenarono sull’Impero e lo dilaniarono.

Tutte le antiche grandezze di Roma, i più grandi monumenti caddero sotto il ferro distruttore. Odoacre strappò la corona all’ultimo imperatore Augustolo. Sulle rovine dell’Impero romano i barbari fondarono nuovi regni non cattolici.

In mezzo al generale terrore, l’anno 529 dell’era volgare, San Benedetto salì su Montecassino e fondò il più celebre monastero del mondo. In quei tempi, fu modello di una società ben ordinata, fu casa della preghiera, il giardino delle più elette virtù cristiane.

In esso si svolgerà una virtù operosa, atta a coltivare l’intelletto ed informare il cuore a nobili sentimenti.

In quel secolo in cui regnava la forza del più forte e non esisteva un codice, che regolasse le azioni degli uomini, da Montecassino San Benedetto dettò la sua ammirabile Regola. In essa prescrive che le porte del monastero siano aperte a tutti e su di esse sia scolpito il segno della Croce con la parola “PAX”. La pace deve essere patrimonio di tutti. Chi non la trovava nel mondo, la cercava nel monastero. Perciò laici e chierici, Romani e barbari, vincitori e vinti si ritiravano all’ombra del monastero, in cui trovavano uniti gli interessi del tempo e dell’eternità.

Scorriamo gli annali benedettini e vi troveremo venti imperatori, dodici imperatrici, quaranta re, quarantaquattro regine, centocinquanta principi, innumerevoli guerrieri. Deposero le corone e le spade e indossarono l’umile saio di S. Benedetto.

Scorriamo gli annali benedettini e vi vediamo sorgere più di trentaseimila monasteri in tutto il mondo.

Già nel millecinquecento Severino Razzi, poteva affermare quanto segue:

Dopo pranzo fui condotto dal p. don Placito Romano, fratello del p. fra Sisto nostro padre nella Minerva di Roma, nel loro Archivio, ove vidi come questa honoratissima Badia già possedeva quattro Vescovadi, cioè di Aquino, di Sessa, di Corvino, e di San Germano. Haveva ancora due principati, cioè di Gaieta, e di Capua, due altresì ducati, venti contee, trentacinque città, delle quali oggi trattiene solamente San Germano, in cui eziando non ha se non il civile, et il criminale è del marchese del vasto. Haveva hancora 250 Castella, Ville 340, Corti 337, Porti di mare 23 fra i quali era quello di Messina, donatole da Tertullo Romano, padre di San Placido, e quello di Palermo; Isole 33, Molina da grano 200, da olio 70; Chiese 2000, Spedali 50, e monasteri 300.Lessi poi un altro libro, come fino al tempo di papa Giovanni XXII questo sacro Ordine monastico haveva havuti 44000 e 22 Santi canonizzati, dei quali 5555 erano stati monaci di questo monastero, e sono in esso sepolti. Lessi ancora come ha havuto: Papi 24, Cardinali 2000, Arcivescovi 7060, Vescovi 15000, Abati cosacrati 15000 e 74. Et in un’altra cronica lessi come questo monastero di Monte Cassino fino al dì d’oggi ha avuto 111 Abati et il Moderno è il Rev.mo p. don Ieronimo Sersale, Cosentino, Calabrese” (Razzi “La vita in Abruzzo nel cinquecento)

Ai suoi monaci San Benedetto disse:

“ORA ET LABORA”

Il benedettino dotto conserva il deposito delle scienze, delle lettere e delle arti. Il benedettino agricoltore dissodava le foreste e bonificava le paludi. Il benedettino architetto e murature gettava ponti sui fiumi e costruiva città e monasteri. Sedettero accanto al trono di Carlo Magno a creare dinastie cristiane. Salirono con Gregorio Magno, in numero di ben trentaquattro, sul trono di Pietro. Furono confusi con tutte le glorie e sorti dell’umanità.

IX secolo nel sud

Nell’anno 828 (sec. IX) in cui San Deusdedit fu eletto XV Abate di Montecassino, i Saraceni che da tempo si erano impadroniti della Sicilia, sbarcarono a Civitavecchia e attraverso Cencelle o Centocelle si apprestavano a raggiungere il cuore della Cristianità: San Pietro in Roma. (Caroli “Rerum Germanicorum scriptores“)

Era Papa Gregorio IV il quale, molto preoccupato per le incursioni barbariche che avevano già causato il saccheggio di Tarquinia e di altri centri dell’Alta Etruria, fece fortificare Ostia con la costruzione di un’imponente muraglia. ( Ravera “Le mura di Cencelle“)

Intorno a Montecassino, nel sud del Lazio, gli Arabi, approfittando delle tremende e ricorrenti lotte tra le signorie longobarde e bizantine, papato, imperi, comunità monastiche e ducati indipendenti, spadroneggiavano vessando le genti del luogo. (Carretto, Lojacono, Ventura “Maometto in Europa, Arabi e Turchi in occidente“)

In questo contesto si inserisce l’avvenimento che portò alla cattura e alla reclusione nel carcere di Benevento dell’Abate Deusdedit da parte di quel feroce principe Sicardo. Questi infatti per procurarsi l’importante sbocco al Mar Tirreno, precluso commercialmente al suo principato, dichiarò la costosissima guerra contro le città confederate di Napoli, Amalfi, Sorrento e Gaeta; aveva bisogno, perciò, di molto denaro e pensò di depauperare il patrimonio del Monastero di Montecassino, non tenendo conto del fermo e deciso diniego del Santo Abate Deusdedit.

Nell’834 (9 Ottobre), quando il nostro Santo morì nel carcere beneventano, la guerra era in pieno svolgimento, tanto è vero che il principe Andrea di Napoli, per non capitolare di fronte alle agguerrite truppe di Sicardo, l’anno successivo (835) fu costretto a chiedere l’aiuto degli stessi temutissimi Arabi di stanza in Sicilia.

(Vasiliav “Bysance et les arabes“)

 

Così stando le cose, non sembra sostenibile la tesi di chi volle accreditare, per orgoglio ed interesse di casta privilegiata, la restituzione delle spoglie mortali di San Deusdedit al Monastero di Montecassino; non c’erano tra Benevento e l’Abbazia, relazioni diplomatiche perché facenti parte di opposti schieramenti bellici.

L’estraneità di Montecassino alle fasi successive della morte di San Diodato nelle carceri di Benevento, sia per quanto riguarda la restituzione delle spoglie alla famiglia d’origine che per la seguente sepoltura, è data anche dal fatto che la grancia benedettina in San Giovanni Valleroveto fu subito dotata di immense proprietà ed elevata alla dignità di Abbazia direttamente dipendente dal Papato. Conferma di ciò sono le bolle pontificie avignonesi (citate nei capitoli seguenti) con le quali venivano nominati, per la stessa Abbazia, autorità commendatarie provenienti, proprio, dal Castaldato di Aquino, casato dell’Abate Deusdedit aut Diodato.

La discordia esistente tra Montecassino e Benevento, dopo la morte dell’Abate Deusdedit, si desume anche dai fatti storici descritti in “MONUMENTA GERMANIAE HISTORICA”. In detti scritti, infatti, apprendiamo, la chiamata dei Saraceni in difesa del principato di Benevento e la successiva pacificazione avvenuta ad opera dell’imperatore Franco Lotario con il famoso atto, sottoscritto tra la fine dell’848 e l’inizio dell’849. Deusdedit era morto da 14 anni e la nobile famiglia aquinate, amica dei beneventani aveva già provveduto a dare degna sepoltura al suo insigne figlio. Il luogo in cui fu realizzato il sepolcro, oltre alla famiglia d’origine, era certamente noto al Vaticano, che come da bibliografia già citata descrive nel suo Martirologio, i miracoli ivi verificatisi.

Si prendano gli antichi testi conservati in quel prestigiosissimo archivio cassinese e si constaterà che su quella illustre sepoltura emergono molte perplessità:

• “CHRONICA MON. CASSINENSIS”: “Qui videlicet sanctus vir cum depositus fuisset 7 (?) idus Octobris, in loco quo recondidus est …”

• “ACTA SS. OCTOBRIS” a pag 1042 : “Qui Sanctus vir, cum depositus fuisset VII Idus Octobris, in loci ubi reconditus est …”

• “ACTA SS. OCTOBRIS” a pag 1044 : “Porro S. Deusdedit solenni aliquando ritu et caeremonia in Sanctorum album (quello di Montecassino) fuisse relatum, nescimus; scimus tamen, eum in Romano Martyrologio ad diem VIII Octobris hoc ornari elogio; Apud Cassinum San Deusdedit abbatis, qui a Sicardo tyranno in carcerem trusus, illic fame et aerumnis confectus, reddedit spiritum” ;il compilatore del martirologio cassinese non ne sa nulla di quella sepoltura perché non avvenuta nel suo competente ambito, ma ben conosce l’avvenimento l’estensore di quello romano in quanto l’avvenimento, sottratto alle autorità benedettine, fu affidato alla suprema autorità papale (Super Partes).

• “ERCHEMPERTI HISTORIA LANGOBARDORUM BENEVENTANORUM” a pag 239 : “…Deusdedit nomine, beatissimi Benedicti vicarium, a pastorali (leggasi apostolari) monasterio monachorum seculari(s) magis potentia quam congrua ratione deposuit ac custodiae mancipavit. Cuiusque nunc usque cineres, quo(s) recubat humatus, nonnullos febre…”. Anche qui nessuna notizia del sepolcro.

• “DE ORTU OBITU JUSTORUM CASIN.” a pag 1090 : “Deusdedit, abbas a Beneventano principe, causa pecuniae captus atque in custodiam trusus ibique interfectus est. Qui dum in monasterio Beati Benedicti (quale?) sepultus fuisset, quidam vir gravissimo febris ardore fluctuans …”.

Nella stessa pagina, a seguire, lo stesso cronista, parlando dell’Abate Bertario, volendo indicare specificatamente la di Lui sepoltura così si esprime: “… nobilis carne, nobilis spiritu, in monasterio domini Salvatoris juxta altare Sancti Martini profide Christi a Saracenis capite truncatus est. Sepultus vero est in monasterio Cassinensis sursum”. In questo caso l’ubicazione del monastero di Montecassino è inequivocabile, ma non lo è affatto quando viene indicato un semplice monastero “Beati Benedicti”. Abbiamo letto in questi testi antichissimi che Deusdedit sarebbe stato sepolto in luogo “recondito”, “sconosciuto”, “irraggiungibile”, ma perché? Lo si vuole sepolto nel famosissimo Monastero di Montecassino (Casa Madre) e lo si nasconde! Eppure trattasi di un Santo che ha testimoniato eroicamente, usque ad mortem, la fede in Dio e alla causa del suo Santo Ordine monastico. Non vi sembra un’incongruenza? Lo sarebbe, infatti, se non leggessimo con acume e discernimento le cronache minuziose che hanno permesso di concretizzare gli avvenimenti storici di quella epoca ingarbugliata.

Ludovico, figlio di Lotario I, chiamato dal Papa al Sud per contrastare i Saraceni, non ebbe l’aiuto dei fratelli Radelchi e Siconolfo (846), i quali dopo aver fatto assassinare Sicardo, si combatterono per la spartizione del Ducato di Benevento. (Hlotarii Capitolare)

Nel secolo IX i Saraceni fin dai primi anni del loro insediamento, sulle rive del Garigliano, favoriti dalle particolari condizioni di ostilità esistenti fra i Gaetani e i conti di Capua, quelli di Aquino e il Papa, intrapresero azioni guerresche di notevole entità. (Tucciarone “I Saraceni nel Ducato di Gaeta e nell’Italia Centromeridionale”)

La discordia tra Montecassino ed Aquino, già in atto durante la cattura e la morte di San Deusdedit, si protrasse per secoli. L’Abate Aligerno (25 Ott. 948 – 23 Nov. 985) fu sorpreso dal conte Astenolfo di Aquino, mentre soggiornava nel castello di Rocca Janula che domina dall’alto la città di Cassino, fu incatenato ed esposto agli insulti del popolo aquinate. L’Abate Mansone (986 – 996), guerreggiò con la contea di Aquino assoggettandone i sudditi ed il relativo vescovado; eresse anche il castello di Roccasecca e si diede alla vita agiata e all’eccessivo fasto principesco per cui molti santi monaci lo abbandonarono; fu accecato dal Vescovo dei Marsi Alberico, con l’intento, non riuscito, di impadronirsi di Montecassino. L’Abate Richerio (Giu. 1038 – 11 Dic. 1055), bavarese di nascita, dedito ad estendere ed a consolidare i possedimenti dell’Abbazia, fu fatto prigioniero da un conte di Aquino e liberato per l’intercessione del principe di Salerno, Guaimaro V. (Leccisotti “Montecassino“)

Ed ancora T. Leccisotti conferma il distacco di Montecassino da Benevento in conseguenza dei soprusi del principe Sicardo e della incarcerazione e morte dell’Abate Deusdedit: “I di lui successori a grado a grado si distaccarono da Benevento, seguendo attivamente la politica imperiale, Bassacio e Bertario finirono con l’orientarsi verso Capua“.

Il 4 Settembre 883, infatti, i Saraceni, ormai con stabile dimora in Benevento, distrussero ed incendiarono Montecassino, mentre i monaci si rifugiarono nel monastero di Teano retto dal preposto Angelario.

Sic stantibus rebus

Così stando le cose:

*      se Deusdedit è nato dai Conti di Aquino, come attestano i carteggi dell’Archivio parrocchiale di San Giovanni Vecchio e gli antichi, annuali, panegirici;

*      se è vero che l’Abbazia di Montecassino era la fedelissima del papato, unitamente ai ducati di Gaeta, Napoli ed Amalfi; (Anastasio Bibliotecario “Vitae Pontificiium Romanorum“)

*      se è vero che Aquino era un’appendice del Ducato Beneventano, i cui Signori ne erano i castaldi (esattori – giustizieri); non si comprende come il Corpo Santo di Deusdedit possa essere stato riconsegnato ai nemici del suo casato, proprio mentre divampavano azioni belliche;

*      se è vero, ancora, che Lotario, figlio di Ludovico il Pio, donò terre et alias ai Benedettini in località “Cervarus” del territorio “Marsorum”,(“CHRONICON MON CASINENSIS“), avvenimento storico che si colloca ad appena quattro mesi dalla morte di San Deusdedit;

*      se è vero che San Johannes de Collibus era ed è in territorio dei Marsi e che la località “Cervarus” corrisponde agli attuali “Cerri” a cavallo dell’agro di Collelongo e San Giovanni Vecchio e non certamente Cervaro alle falde di Montecassino, mai appartenuto alla terra “Marsorum”, si capisce anche la ragione della indipendenza di quella Abbazia Vallerovetana e la non menzione negli “Annales” e negli altri documenti storici di Montecassino e del vescovado di Sora, come pure l’esattezza di quelle poche notizie che attestano l’esistenza del sepolcro del Santo in luogo remoto ed inaccessibile. “San Johannes de Collibus aut Collem erectum”, prima dell’anno Mille, viene indicato come località “… valde ignobilis”.

L’indipendenza dell’Abbazia di San Giovanni Vecchio è da desumere anche dal documento dell’AMC (Archivio di Montecassino) tratto dal “Registrum II Bernardi abb. 1273 ff. 129 – 130, in cui vengono elencate le prepositure benedettine della diocesi di Sora che nel 1273 erano tenute a versare alla camera dell’Abate di Montecasino la loro pensione annua; infatti San Giovanni Vecchio non vi figura. Come pure non vi figura nel 1443, nel deliberato del “Consilium fratum” di Montecassino in cui si conferisce a fra’ Andrea, monaco cassinese, l’amministrazione di San Germano di Sora, San Nicola di Balsorano, San Benedetto di Civitella e San Pietro di Morrea).

Dei beni di San Johannes de Collibus aut Collem Erectum, molto evidentemente, non si interessò mai Montecassino, ma controllando l’Archivio Segreto Vaticano ci accorgiamo che tale non fu per il papato. In un bolla di Alessandro III del 1170, conservata nell’archivio dell’Abbazia di Casamari leggiamo: “Una grancia di detta chiesa di San Giovanni sotto il titolo di Santo Helia, la chiesa della quale è rovinata, però sta posta nella montagna di Morreo, sotto il prato di Santo Helia. Ha molti beni stabili nel territorio di Collelongo, et villa, siccome appare nel proprio inventario“.

L’Abbazia di San Johannes de Collibus, sorta sulle ceneri di un tempio pagano, come ci dimostra quel cippo marmoreo alla base dell’antico campanile (di cui parleremo diffusamente in altra parte) ed i toponimi delle diverse campestri contrade Sangiovannesi (anch’essi oggetto di adeguata trattazione), con l’avvento dei Carolingi fu dotata, come atto di riparazione dell’affronto subito dai nobili Aquinati, di immensa proprietà terriera, da parte del giovanissimo Carlo il Calvo (non Carlo III come ha ingenuamente equivocato il parroco nelle memorie dell’archivio parrocchiale) solo qualche mese dopo la morte di San Deusdedit.

Infatti in quell’epoca, morto Ludovico II senza eredi, insorsero tremende rivalità e insanabili divisioni interne fatali, tra Carolingi di ramo tedesco e di quello francofilo.

La bilancia si volse a favore di Carlo il Calvo, di ramo francese, allorché nella contesa si inserì, quale supremo arbitro il Papa Giovanni VIII che lo convocò a Roma per incoronarlo. Da questo fatto conseguirono tutte le munificenze imperiali in favore del papato e le immense elargizioni di vario genere alle chiese ed ai conventi.

L’antica grancia dei seguaci di San Benedetto, in San Giovanni Valleroveto, fu elevata alla dignità, prima, di chiesa Collegiata, quindi, ad Abbazia ben amministrata da un abate e dai suoi subalterni, quali ad esempio il cellario, il sacrista, l’elemosiniere, i villici …. Detta proprietà, all’inizio era costituita da fitta boscaglia sita in località, appunto, “valdes ignobilis”.

Ci si chiede come una sperduta grancia benedettina, sita in luogo impervio, casale di importante caposaldo baronale, (Morrubia), possa essere dotata di immensa proprietà terriera, assurgere al rango di Abbazia direttamente dipendente dal Papa, senza un plausibile motivo: non certamente da ricercare quel motivo nella presenza della tomba di uno sconosciuto eremita o di quel parroco di Santa Colomba in agro di Pescosolido, come ci vorrebbero far credere i sorprendenti modernissimi agiografi curiali.

A partire dal VIII secolo vediamo nascere cappelle e chiese nei domini dei laici, nelle terre dei maggiori proprietari, che le edificavano per uso personale, della famiglia, degli uomini dipendenti, e le dotavano di beni. Esse dovevano assolvere alla funzione politica in seno al casato, quali centro di collegamento fra i componenti, di riunione in occasione di ricorrenze religiose o di avvenimenti familiari . Le chiese private si diffondevano in aree rimaste chiuse alla Chiesa, ed al clero, alla liturgia cristiana. D’altro lato, esse contrapponevano all’azione di espansione religiosa la tendenza all’isolamento, tipica della loro origine, della loro vita dominata dai fondatori. Questi, fra l’altro, nominavano gli ecclesiastici, ne creavano di nuovi, anche scegliendoli fra i propri servi, mantenevano le chiese distaccate dalla giurisdizione dei vescovi e le utilizzavano come strumento di potere“. (“L’Italia del Medioevo“)

Vediamo ora su quali documenti basano le loro tesi i detrattori del Corpo Santo di San Giovanni Valleroveto:

A.M.ZIMMERMAN, “CALENDARIUM BENEDICTUM” t.III p.111 :

*      “Memoria di San Deusdedit, abate di Montecassino. Per potersi impadronire dei beni dell’Abbazia, il crudele duca Sicardo di Benevento lo gettò in carcere, dove morì in seguito ai patimenti e alle percosse nell’anno 834″ (festa il 9 Ottobre);

lo stesso autore alle pagg. 155-157, ignorando che il Deusdedit di cui sopra si identifica nel San Deodato di Valleroveto, così si esprime :

*      San Deodato, sepolto a Casale di San Giovanni presso Sora dove viene festeggiato in questo giorno (27 Settembre). Viene indicato come abate e da tempo immemorabile ivi si celebrava la Messa de Confessore con Oratione de abate. Null’altro ha che lo indichi appartenente al nostro ordine o ne faccia conoscere l’epoca in cui visse“.

Prendendo come parole del Vangelo gli scritti dello Zimmerman, un ignoto redattore delle “VIES DES SAINTS”, a pag.550, così si esprime:

*      “A Sora, dans le Latinum, saint Déodat, confesseur(?). Sora se trouva dans la région de Caserta, au sud du Latinum, non loin d’Aquin(sic!). En 1617, l’éveque de Sora pocéda à la visite et au transfert des reliques de saint Déodat (“donné à Dieu”), confesseur local-et non martyr-dont on ne sait rien. Peut etre eut-il quelque accointance avec la gent monastique“.

Quest’ultimo signore scrittore francese mostra una superficialità e una banalità nel suo scritto, a dir poco, stupefacente. Cita come fonte bibliografica lo Zimmerman, ma basa le conclusioni sull’atto dell’Invenzione e Traslazione compiuto dal vescovo di Sora Giovannelli nel 1617, senza essersi degnato di leggerlo (alla stregua di qualche moderno giornalista), perché se lo avesse fatto, avrebbe trovato la descrizione del sepolcro, della lapide e delle pitture che lo adornavano, e la sicura identificazione del grande Personaggio in esso custodito. La malafede e l’antagonismo con altro scrittore di parere diverso, è palesata da questo ignoto francese, quando scrive che Sora è a sud del Lazio non lontana da Aquino, come se quest’ultima cittadina avesse una importanza storica e geografica di gran lunga superiore. Nel suo subconscio c’era, invece, il dato inconfutabile dell’essersi trovato a confrontarsi, senza volerlo ammettere, con un Santo le cui origini erano da porre proprio nel nobile casato dei De Aquino. Perché evocare tale marginale località, quando, c’era, come punto di riferimento, la più nota confinante contea dei Marsi oppure le vicine e note città di Arpino e Montecassino? L’assurdo, poi, si ha quando egli afferma categoricamente che trattasi di un “confessore locale”(senza citare la fonte della notizia) “di cui non se ne sa niente”, ma aggiungendo un “Peut – être” (può darsi) che egli ebbe qualche contatto con la gente monastica. Non vi sembra questo, un bel modo di fare storia? “PUÒ DARSI!”. Eppure, queste banalità hanno trovato credito: interessato?! .

Come non bastasse l’esistenza di quella pietra con la figura dell’antichissimo abate e l’epigrafe, a caratteri ONCIALI, per determinare incontrovertibilmente l’epoca in cui visse, anteriore all’anno MILLE.

Qualcuno ha anche insinuato che Sa Deodatus potesse anche non essere stato ordinato sacerdote, ignorando che, come risulta dalla novella n°CXXXII di Giustiniano veniva prescritto che in ogni monastero, cinque dei più provetti si ordinassero preti; non era Egli l’Abate? E la testa con la “tonsura”, tipica dei monaci ?

Che San Diodato non potesse essere sepolto né a Montecassino né ad Aquino, suo paese natale, i fatti storici di quei giorni ce lo fanno intendere inequivocabilmente. L’invasione dei barbari Saraceni era in atto ed il Papa e i monaci di Montecassino supplicavano l’imperatore Ludovico di scendere con il suo esercito in Italia Meridionale, per liberare quelle popolazioni da saccheggi, devastazioni e deportazioni in schiavitù, dagli stupri e dalle violenze di ogni genere.

(“Herchemperti Historia Longobardorum Beneventanorum”)

Quale cognizione storica dell’Alto Medioevo aveva l’ignoto francese delle “Vies des Saints” e quale è quella dei moderni scrittori che ad esso si rifanno per sostenere tesi e proporre teoremi assurdi?

Nell’Alto Medioevo soltanto per egregie e insigni personalità venivano realizzati artistici sacelli all’interno dei templi. Ed il sepolcro di San Giovanni Vecchio era veramente importante sia perché ornato di pietre artisticamente scolpite, che ancora è possibile ammirare, sia per la dotazione di allegorici affreschi che, purtroppo, insipientemente furono annientati dagli sprovveduti “inventori” del XVII secolo.

È pazzesco argomentare che in quel sacello riposa uno sconosciuto che “peut-être” ebbe qualche accostamento con la gente monastica e del quale “on ne sait rien”.

Il Papa Giovanni VIII con due lettere indirizzate all’imperatore Carlo, evidenzia la drammaticità dell’invasione araba, affermando tra l’altro: “Hanno distrutto ogni cosa irreparabilmente, mettono le mani su ogni cosa che vedono. Distruggono le chiese, profanano gli altari, uccidono i sacerdoti, violentano le donne, straziano i fedeli tormentandoli con ogni mezzo oppure li uccidono e molti li conducono schiavi“.

(Migne “Sæculum IX, Hincmari Rhemensis ecc.“)

La Valle Roveto, in quei tempi tribolatissimi, priva di strade carrozzabili, impervia, con fitta boscaglia, regno di lupi e di orsi, era l’ideale per chi voleva dedicarsi all’eremitismo e per occultarvi le reliquie dei Santi prese di mira dai barbari invasori.

Abbiamo scritto che le pietre scolpite, rinvenute nel sepolcro di San Diodato in San Giovanni Vecchio, parlano linguaggio antichissimo, ma non è tutto per quello che appresso andremo a riferire ed affermare.

L’antico parroco, le cui memorie sul Personaggio del sepolcro Sangiovannese, conservate nell’archivio parrocchiale sono state snobbate dai modernissimi agiografi, affermava che quell’arredo marmoreo proveniva da Montecassino; si sbagliava ma non di molto.

Rarissimi marmi del IX secolo, emersi di recente dagli scavi archeologici di “Madonna del Piano”, frazione di Castro dei Volsci (FR), pertinenza dell’antico castaldato di Aquino, sono stati esposti, nel Novembre 1994, a Roma all’interno di una sala del Ministero per i Beni Culturali. Sono reperti unici ed importantissimi perché risalgono all’Alto Medioevo, periodo considerato “l’oscurantismo” della nostra storia, perciò fondamentali per riabilitarlo e correggere la precedente convinzione. Infatti, gli scavi di Castro dei Volsci dimostrano che nell’Alto Medioevo, nel Lazio Meridionale, esisteva l’arte scultorea e pittorica, artigianale ed autoctona. Quindi il sepolcro del Deusdedit, XV Abate di Montecassino aut Deodatus, fu realizzato in San Giovanni Vecchio a cura della Sua famiglia d’origine, con gli artigiani a lei sottomessi e con il materiale marmoreo delle sue cave, site non lontane da quell’antichissima città romana, denominata “FREGELLAE”, in cui, mentre scriviamo, sono in corso preparativi per l’inaugurazione di importanti ritrovamenti archeologici del II e III sec. A.C. – FREGELLAE non è altro che il primordiale nome dell’insediamento dell’antico popolo da cui discendono gli abitanti dell’odierna Ceprano, a noi ben nota perché vi proveniva il messo pontificio quale Commendatario della prosperosa Abbazia di San Johannes de Collibus in Valleroveto.

Che dire poi di quel raro rilievo marmoreo conservato nella chiesa di San Vito alla Melfa,nei pressi di Roccasecca (luogo di nascita di San Deudedit) che raffigura un monaco con la “tonsura”, uguale al reperto sangiovannase, sicuramente del IX secolo ? Perché non si procede all’esame comparativo per appurare se i due reperti provengono dalla stessa bottega d’arte ? Per sapere se trattasi dello stesso materiale e conseguente provenienza ? Per accertare la committenza ? Si ha forse timore di scoprire verità indigeste ? Marmi del IX secolo, perfetta copia di quelli sangiovannesi, sono esposti nei sotterranei museali della chiesa di S. Erasmo in Formia (LT).

Entrata definitivamente nell’orbita longobarda, Aquino, intorno al 747, (epoca in cui presumibilmente San Deodato nacque), tornò ad essere una città di notevole importanza in quanto i suoi signori controllavano i territori circostanti fino a Fregellae, Cassino e Interamna. Nonostante Carlo Magno l’avesse donata al papato, fino al IX secolo la città gravitò nell’area del ducato di Benevento, dipendendo dal castaldato di Sora. Verso la fine del IX secolo il castaldato si divise in due ed Aquino diventò capoluogo della valle più bassa del Liri. Da quel momento si creò un potere locale che la rese indipendente. (“Il Lazio Paese per Paese”).

Come giustificare il potere dei Castaldi di Aquino sul territorio di San Giovanni Valleroveto?

Paolo Diacono, antico scrittore dell’Abbazia di Montecassino, seguito poi da tutti gli scrittori medievali, parla di Gisulfo, duca di Benevento, che nel 702, al tempo di Papa Giovanni VI, dopo aver incendiato, devastato ed occupato Sora, Arpino ed Arce, giunse fino ad Horrea e vi si accampò. Quest’ultima località non è forse l’attuale Morrea?

Fino a tre secoli fa San Giovanni Valleroveto veniva chiamato Casale di Morrea. Aquino, i cui nobili erano i castaldi di Benevento, è il paese d’origine del nostro San Diodato.

Gaetano Squilla scrive: “Certamente in tempi difficili, come quelli, medioevali, funestati da guerre e briganti, ebbe Morrea il privilegio di una sicura e forte posizione. Il paese era cinto da mura, aveva torri e bastioni ed in seguito munito di un castello. Costruito in alto, il paese, che aveva a ridosso la montagna e davanti ed ai fianchi precipizi e strapiombi, poteva essere in quei tempi una fortezza imprendibile“.

Nel IX secolo, nonostante le pressanti istanze autonomiste, Aquino gravitava ancora nella sfera del ducato di Benevento, i cui conti figuravano padroni assoluti del castaldato del Liri, attraverso il quale si era affermata la cosiddetta “Via degli Abruzzi” per le comunicazioni tra nord e sud.

In sostanza, senza perifrasi, vogliamo affermare che l’Abbazia Sangiovannese fu una creazione esplicitamente indirizzata alla custodia gelosa e preziosa delle Sacre Spoglie del grande abate della nobile famiglia Aquinate; altre ipotesi sarebbero assurde ed insostenibili.

La chiesa del IX secolo era improntata, appunto, ad una spiritualità feudale direttamente dipendente dalla nobiltà che metteva a reggere i monasteri chi voleva, con il diritto e l’uso di disporne a proprio piacimento. Tutto ciò fino all’avvenimento della fondazione di Cluny (Francia) che determinò la dipendenza delle fondazioni religiose non più dalle signorie locali ma dalla Santa Sede; dimostrazione dell’asserzione sono quelle Bolle Pontificie, attraverso le quali, da Avignone impartiva ordini per dirimere controversie amministrative della nostra Chiesa Sangiovannese.

Sepolcro di San Diodato

Diciamo, innanzitutto, che la chiesa cattolica ha sempre avuto grande cura e pietà per i defunti che cospargevano, nei tempi antichi, di profumi ed aromi.

Nel V secolo s’introdusse l’usanza, specialmente nei piccoli centri abitati, di seppellire i defunti all’interno delle chiese per non confonderli con i pagani non ancora convertiti al Cristianesimo e, quindi non battezzati.

In verità, in altra parte, abbiamo scritto, forse impropriamente, di tombe esistenti all’interno del tempio Sangiovannese, ma esse, in effetti, erano soltanto delle fosse comuni, distinte per famiglie nobili o per congregazioni. Soltanto per egregie ed insigni personalità venivano realizzati artistici sacelli all’interno del luogo sacro. Quindi anche sotto questo punto di vista la Chiesa di San Giovanni si pone in un preciso contesto storico ed il nostro “Deodatus”, la cui urna millenaria con lapide effigiata è stata rinvenuta nel Monastero Vallerovetano, era un personaggio, come si dice ai nostri giorni, di notevole caratura.

Chi provvide alla sacra incombenza era ben conscio dell’importanza del personaggio, tanto da munire il sepolcro di pietre finemente scolpite, da artista del tempo, e di farne segno della Sua effigie, con le relative insegne dignitarie, affinché le notevoli traversie di quei tempi bui non ne facessero perdere le tracce ed il ricordo. Come dire che in quel sepolcro vi fu posta l’odierna carta d’identità.

Ma, il ricordo di San Diodato non si è perso, perché la sua urna è stata sempre meta di devoti pellegrini che a Lui si rivolgevano e si rivolgono per ogni sofferenza e per ogni necessità della vita.

Nel documento originale della Invenzione e Traslazione del Corpo di San Diodato, ad opera del Vescovo di Sora Mons. Girolamo Giovannelli nel 1617, è detto chiaramente che per antica tradizione, le genti devote andavano al Suo Altare e che di ciò i predecessori del prelato ne avevano fatto sempre menzione. Trattasi di documento, quello che in seguito pubblichiamo, di alto valore storico e religioso, il cui cerimoniale è tanto solenne da richiedere il giuramento del vescovo in apposito rogito notarile, redatto alla presenza di tanti e qualificati testimoni. Infatti, nel documento sono elencati i nomi, cognomi e cariche rivestite dai numerosi intervenuti al solenne rito.

In ogni tempo ed in ogni circostanza storica, l’Autorità Ecclesiastica si è sempre comportata con la massima prudenza e scrupolosità nel sancire una verità. Pertanto, il contenuto del documento che andiamo commentando è sacrosantamente vero, quando dice che nella Chiesa di San Giovanni Valleroveto (allora chiamato Casale di Morrea), esiste un Santo Abate chiamato: “Deodatus”; che tale Santo, già nel 1600 veniva definito antico; che già a quei tempi aveva una giusta collocazione nella liturgia ecclesiastica; che da tempo immemorabile se ne celebrava, in quel piccolo borgo, la di Lui festa il 27 Settembre di ogni anno. Egli sposta la data al 9 Ottobre (data della morte di San Deusdedit) ricorrenza liturgica solennizzata in Montecassino, qualificando in tal modo il Personaggio del Sepolcro rinvenuto.

Il documento notarile evidenzia, infatti, la pressante esigenza, da parte del Vescovo Giovannelli e del notaio Pollicillo, di far emergere l’evidentissimo e sostanziale elemento “antichissimo” del soggetto preso in esame: “… a tempore immemorabili solenniter in eadem terra celebratur festus”. Ma per essere immemorabile il lasso di tempo, quanti anni trascorsi occorrono per potersi permettere l’uso di tale aggettivo? Non sono, forse, tanti trecento anni? Veramente tanti sono sembrati al Giovannelli ed al Pollicillo se non hanno esitato a dettare al segretario verbalizzante: “…. Destructo (NS. bel capolavoro!) postea altari et eius imagine depicta, inventa est supra fenestram depictam, ut praedicitur, tabella marmorea cum ejusdem Sancti imagine cum baculo pastorali, planeta seu casula et pallio cum inscriptione GOTICIS (sic!) litteris expressa San Deodatus“.

FENESTRELLA DEPICTA“: …. perché? Per motivi estetici o simmetrici?

Certamente no, perché la chiesa dell’epoca era costituita da semplice navata e la finestra dalla quale riceveva luce era sufficiente e naturalmente collocata e simmetrica. L’inclusione di finestre dipinte nell’insieme dell’affresco, pertanto, alludevano allegoricamente alla costrizione e condizione di carcerato del Soggetto pur Esso ivi raffigurato.

Abbiamo detto e scritto in altra parte e lo ripetiamo a sazietà che l’arte antica, era nelle chiese, luoghi sacri, conventi, in funzione dell’intelligibilità delle genti umili e analfabete: la Bibbia dei poveri. La staticità dell’arte bizantina era ancora lontana dal volgersi al moderno con il movimento ed il naturalismo, con la dinamica dei corpi, l’intensità delle espressioni: in sostanza era quell’arte greca ferma alle icone e non ancora approdata alla dinamica di quella latina dell’artista romano Cavallini o del fiorentino Giotto.

L’archeologia e la paleografia sono discipline scientifiche che solo in tempi relativamente recenti sono state ammesse nelle facoltà universitarie. Perché diciamo questo? Il motivo è semplice, ma di enorme importanza per la ricerca che andiamo conducendo. La scrittura e l’arte gotica hanno inizio nel XIII secolo, però quella tabella marmorea e la relativa epigrafe appartengono ad altra epoca: il IX secolo? Trattasi, a nostro parere, di uno splendido esempio di scultura con caratteri epigrafici “ONCIALI” o più propriamente di arte “Benedettina Cassinese”. Si osservino i documenti dimostrativi e comparativi che appresso pubblichiamo e salterà agli occhi l’evidenza di quanto andiamo affermando.

Sappiamo, però, che giudizi definitivi e incontrovertibili non è possibile pronunciarli quando si tratta di fatti storici altomedievali e della datazione della sua produzione artistica. Si prendano ad esempio i seguenti documenti:

1° documento:

SCUOLA VATICANA

DI PALEOGRAFIA, DIPLOMATICA

E ARCHIVISTICA

Città del Vaticano, 14 gennaio 1997

Ill.mo Signore

Dott. Antonino Degni

Via Canada, 2/A

04024 GAETA (LT)

Egregio Signore,

circa le domande da Lei posteci circa la tavola marmorea riproducente la figura di un Abate con il pallio e pastorale e con la scritta DEODATUS, possiamo risponderLe informandoLa che l’epigrafe non è né in caratteri Carolini e neppure in caratteri Onciali bensì in caratteri Gotici; il secolo di appartenenza del reperto è da attribuirsi sicuramente tra il XIV e XV, mentre per quanto riguarda sia la datazione che l’ubicazione della bottega artigianale che produsse la formella marmorea, non si è in grado di rispondere in quanto questo presupporrebbe una ricerca archivistica e questa Scuola non dispone di personale atto a simili mansioni.

Distinti saluti

LA SEGRETERIA

2° documento

UNIVERSITA’ DI ROMA

“LA SAPIENZA”

DIPARTIMENTO STUDI SULLE

SOCIETA’ E LE CULTURE DEL MEDIOEVO

14. I. 1997

Gentile Sig. Degni,

ho esaminato la riproduzione che ha inviato; la scritta DEODATUS è in caratteri gotici epigrafici, apparentemente del pieno XIII secolo. Non credo sia possibile dire di più; forse qualche elemento cronologico meno vago potrebbe fornirlo l’ambiente in cui l’epigrafe fu originariamente collocata.

Con i migliori saluti

Paola Supino

(cattedra di Paleografia Latina)

Il sepolcro architettonico di cui si ammirano i reperti nella restaurata nostra chiesa parrocchiale sarebbe stato, dunque, realizzato in pieno 1200?

Se ciò rispondesse a verità, non sarebbe utopico ipotizzare che la miglioria della primitiva sepolcrale sepoltura avvenne subito dopo che, il 26 febbraio 1266, Carlo D’Angiò sconfisse a Benevento Manfredi, figlio di Federico II, impadronendosi del Regno delle due Sicilie e portando la capitale da Palermo a Napoli. È noto, infatti, che con i D’Angiò le Baronie e le Contee furono rivalutate e riorganizzate dopo l’annientamento avvenuto in conseguenza della politica centralista di Federico II.

Con Carlo I, poi, fu intrapresa una vasta ed importante opera di architettura sacra, con l’impiego di valenti e provetti artisti. Era appunto, l’epoca in cui i beni immobili e fondiari dell’Abbazia di San Giovanni Valleroveto venivano amministrati dai funzionari provenienti dal Castaldato di Aquino, fino a tutto il periodo del Papato Avignonese del secolo successivo. È il periodo, anche, dell’inizio evolutivo della lingua italiana; si pensi alle famose “laude” di Francescana memoria e così alla consequenziale derivazione, dall’arcaico “DEUSDEDIT” dell’epigrafe Sangiovannese “DEODATUS”, poi tradotto dalle genti Vallerovetane in “DIODATO”.

Il colto e capace scultore non commise l’errore, in cui successivamente caddero i realizzatori della statua e del reliquiario, in cui il Nostro Santo è raffigurato con il capo ricoperto della mitria. Infatti, San Diodato è un Abate vissuto prima dell’anno mille e non poteva a quell’epoca ornarsi del copricapo riservato solo al Pontefice Romano.

Quel Corpo Santo rimase, dunque, seminascosto, nella impervia grancia Benedettina Vallerovetana per circa quattrocento anni; prima per sottrarlo alle ripetute e secolari invasioni saracene e, quindi, alle successive maniacali smanie delle autorità e popolazioni altomedievali che si onoravano trafficare ed accaparrarsi le reliquie dei Santi; anche San Gennaro venne trafugato da Napoli e portato a Benevento.

È da notare, pure, che il XIII è quel secolo pervaso dal profondo messaggio filosofico e teologico dell’illustrissimo “pronipote” di San Diodato: San Tommaso D’Aquino; teologo domenicano anch’egli di ceppo longobardo, nato dalla stessa nobile famiglia di Roccasecca.

Ma per quanto riguarda la datazione del sepolcro del XV Abate di Montecassino DEUSDEDIT, insistiamo nel non essere decisamente convinti delle cattedratiche valutazioni. Chissà, se le ultime scoperte archeologiche di San Vincenzo al Volturno, di Castro dei Volsci, ecc., non costringeranno ad aggiornare gli studi sui cosiddetti “secoli bui” ed assistere ad una sensazionale rimessa in discussione delle conoscenze e delle interpretazioni storiche immobilistiche?

Le pietre del Sepolcro di San Giovanni Valleroveto, infatti, andrebbero sottoposte ad un’analisi tipologica (chiesta e non ottenuta comparazione con i ritrovamenti di Castro dei Volsci) e studiate in cerca di significati, simbologie, convenzioni grafiche e conseguimento tecnologico.

Diciamo queste cose perché ci risulta che archeologia e Medioevo non avevano, sino a circa un quarto di secolo, alcun significato in comune. Medioevo era per l’ordinamento ministeriale italiano “periodo buio” e, quindi, non degno di essere indagato; venivano presi in considerazione solo quei resti la cui datazione arrivava sino al 476 d.C., anno della caduta dell’Impero Romano.

Infatti, come volevasi dimostrare le due più alte e prestigiose autorità in campo paleografico come la “SCUOLA VATICANA DI PALEOGRAFIA, DIPLOMATICA E ARCHIVISTICA” e il “DIPARTIMENTO DI STUDI SULLE SOCIETÀ E LE CULTURE DEL MEDIOEVO” dell’Università di Roma “La Sapienza”, non si trovano d’accordo sulla datazione del nostro reperto archeologico.

Il Vaticano pensa che la datazione possa risalire addirittura al XV secolo, mentre l’Università “La Sapienza” è sicura del “pieno XIII secolo”

Tra i due giudizi, pensate, esiste una differenza di due secoli e mezzo (250 anni !).

Il Vaticano dice che l’epigrafe non è né in caratteri “Carolini” e neppure in caratteri “Onciali”, ma non ci spiega il perché e, comunque “non dispone di personale” per stabilire la datazione(?!).

L’Università “La Sapienza”, invece, parla di pieno XIII secolo. Nel 1200, ebbe inizio la scrittura gotica, ma ancora persiste l’”Onciale” e la “Carolina”.

Siamo veramente perplessi e confusi.

Noi siamo appassionati dell’arte antica, ma non abbiamo alcun titolo per emettere giudizi. Vorremmo, però, auspicare un po’ più di chiarezza e giudizi correlati da documenti dimostrativi e relative comparazioni.

Tanta più chiarezza, infatti,ci è pervenuta inaspettatamente dall’alta autorità e competenza del Dott. Prof. Eugenio Maria BERANGER, il quale, un anno dopo il nostro articolo su “Valle Roveto”, innanzi trascritto, si è recato in San Giovanni Valleroveto ed ha esaminato i marmi scolpiti, oggetto del presente capitolo. Che cosa ha affermato l’autorevolissimo studioso ? : i marmi furono scolpiti nel IX° secolo, come noi ci sforzavamo di dimostrare, nella nostra pochezza, qualche tempo prima.

Trattandosi di marmi facenti parte di un corredo sepolcrale è ovvio che il Personaggio ivi sepolto non può che appartenere a quell’epoca precisa e che, quindi, non può provenire dalla montuosa Abbazia di Sant’Elia costruita, con certezza, agli inizi dell’ XI° secolo.

Stiama parlando di un sepolcro, quello di San Giovanni Valleroveto, sito in mezzo ad un luogo impervio, in cui vi era situata una grancia benedettina, i cui servi, come ci fa sapere STRABONE “vivunt hac gentes fere in vicis”, oppure, come dice il cronista di San Clemente a Casauria nel prologo del CHRONICON, che quelle genti vivevano nei propri campi “quasi sub fico et vite”.

Oltre agli “storici” citati nell’ “ANTEFATTI” e nei capitoli del presente volume, altro improvvisato “storico”, mentre andiamo in stampa, ha messo in circolazione un opuscolo ciclostilato in cui, oltre a sostenere tesi strampalate e ossequiose delle illustri firme da noi contraddette, vuole accreditare al nostro modesto borgo origini nobiliari rifacendosi al ritrovamento di qualche antica moneta ed a quella stele votiva murata alla base del campanile, risalente al periodo dell’impero romano, dono di una certa “GENS GAVIA”. L’autore ignoto, dell’opuscolo, da nostra indagine, dovrebbe essere un prete che ha retto anni fa la “già” Parrocchia dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista. Questo, molto probabilmente non ha riflettuto abbastanza sul periodo storico che ha preso in considerazione; trattasi di quei tempi in cui vigeva la schiavitù e l’usanza della “Jus primae noctis”. Bastava non essere soggetti a quelle leggi ed avere una carta di cittadinanza romana, una casupola in muratura, un piccolo gregge e qualche lenzuolo di terra da coltivare in proprio per essere considerato un privilegiato della plebe e fregiarsi del titolo di “gens romana“. I titoli nobiliari erano ben altra cosa e non appartenevano agli abitanti di San Johannes de Collibus. L’odierno metalmeccanico ha più privilegi.

Chissà perché tanta euforia letteraria sulle cose di un così piccolo borgo da parte di “pennaiuoli” Curiali ?. A noi ha fatto venire in mente il detto dei nostri antichi “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Perché qualcuno di questi “dotti” non si cimenta nella storia della spoliazione ed annientamento dell’ingente donazione imperiale all’Abbazia Benedettina altomedioevale di San Giovanni Valleroveto ?

Le spese per realizzare quel giacimento funebre non furono sostenute, certamente, da gente del luogo, ma da stirpe nobile e per nobilissimo scopo; in quello sperduto ed impervio ermitaggio non vi erano casati patrizi, ma uno era a Nord ( castello di Morrubia) ed altro a Sud (castello di Vallio Soran). Il Castello di San Giovanni Valleroveto, “Je Casteglie”, che sorgeva più in alto del centro abitato di circa 500 metri, non era una residenza nobiliare, ma soltanto una guarnigione militare.

Sant’Elia, dunque, era una succursale dell’Abbazia di San Giovanni e non vicversa; fu realizzata dai benedettini sangiovannesi non soltantoper la tradizionale usanza dei “XENODOCHIA”, ma anche, se non principalmente, per la tutela, amministrazione e sorveglianza di quella immensa proprietà terriera che si estendeva fino al circondario del Lago Fucino, pervenuta loro da donazione imperiale e di cui parleremo con dovizia in altri capitoli.

Quando l’Abbazia di “Collem Erectum” fu gratificata dalle ingentissime donazioni imperiali, Sant’Elia era ancora lontana dall’essere fondata lo scritto dell’illustrissimo Beranger, esperto in archeologia, a noi interessa poco, dunque, perché conferma la datazioe alto medioevale dei reperti archeologici della Chiesa di San Giovanni Valle Roveto, motivata da quello specifico intreccio scultoreo nelle caratteriche geometriche della rinascenza carolingia.

Il Beranger, spiega anche la funzione di ogni singolo reperto come ad esempio. “”…il pilastrino doveva far parte di una PERGULA il ben conosciuto recinto marmoreo o lapideo che delimitava l’area ove, durante laliturgia, risiedeva il clero. Sopra la base doveva essere in origine posta una colonnina sormontata da un capitello destinato a sostenere un architrave, al sommo del quale venivano poste immagini sacre e statue ed appese lampade votive. Lo spazio tra le singoli basi poteva essere chiuso da transenne oppure da lastre variamente decorate””.

Come volevasi dimostrare, diciamo noi, e come la tradizione popolare ci ha tramandato, il sepolcro antico di San Diodato, quello distrutto dal Vescovo Giovannelli, era un altare a forma di tempietto e più propriamente allusivo ad una prigione con le sue grate, finestrelle ed affreschi raffiguranti scene di vita, le più importanti del Personaggio ivi custodito: “MIRO MODO”. Date le ridotte misure dei reperti archeologici non poteva trattarsi che di una edicola allegorica.

Altro particolare interessantissimo dello scritto del Beranger è quello in cui dice: “”Sotto la mensa è stata inserita una lastra in calcare locale (NS: “locale“? vedremo) originariamente appartenuta ad un architrave di una porta. In essa, partendo da sinistra, si riconosce, riquadrato da una cornice piana, un felino reso di profilo con la testa rivolta a destra e dalla cui bocca ha origine un fregio fitomorfo dalle carnose volute””.

Quel felino non è forse il tradizionale leone benedettino ? Tutto parla benedettino in San Giovanni Valle Roveto.

“I leoni erano il trtadizionale segno del dominio cassinese; non solo si trovavano agli ingressi del monastero e dei palazzi abbaziali, ma anche al limite dei confini territoriali. Simboli della vigilanza e della custodia (sic!)…”. (Vedi MONTECASSINO DI t. Leccisotti – pag. 56).

Lo scritto del Prof. Eugenio Maria BERANGER è apparso nella RIVISTA CISTERCENSE – ANNO XIII – N. 2 – MAGGIO-AGOSTO 1996 e, come egli stesso dice: “”il presente lavoro rientra nella preparazione del progetto scientifico di allestimento del museo civico della media Valle del Liri sito in Sora (FR) e la cui gestione scientifica è stata affidata al Centro di Studi Sorani “Vincenzo Patriarca”.

Capita l’antifona ?

Prepariamoci, cari Sangiovannesi all’ennesima spoliazione; quei reperti archeologici della nostra Chiesa dovrebbero andare a Sora.

Per vederli, quando sarebbero in quel Museo, noi e i nostri discendenti dovremmo sborsare delle sommette che andrebbero ad impinguare le solite note casse.

Ma, non è solo questo il problema: che ne pensa la Sovrintendenza dell’Aquila? Prepariamoci, cari Sangiovannesi, ad un’altra lotta, come fecero i nostri antenati.

Nelle pagine 57 – 58 – 59 e 60 della pubblicazione “ARCHEOLOGIA MEDIOEVALE NEL LAZIO” – L’insediamento di Castro dei Volsci – Ediz. Tecnostampa – Frosinone – Via Maria 12 – a cura del Centro Europeo Turismo – Ministero Beni Culturali e Ambientali, sono raffigurati n° 4 reperti archeologici databili all’VIII – IX sec. d. c. con relativa descrizione. Detti reperti, dei quali è stata richiesta la comparazione, sono da noi ritenuti della stessa fattura e della stessa bottega d’arte dei resti archeologici conservati nella Chiesa di San Giovanni Valle Roveto Superiore, parimenti a quelli esposti nella cripta della Chiesa di S. Erasmo in Formia.